I giochi sono fatti, “rien ne va plus”. Si è fermata sul 15 la roulette dei dazi nel resort di Donald Trump a Turnberry, in Scozia. Dopo settimane di trattative febbrili, condotte sul filo di ricatti, minacce e bluff spudorati, il tycoon americano ha imposto alla malconcia e arrendevole Unione europea la legge del più forte: un balzello del 15% per le importazioni europee oltreoceano. Dal 7 agosto scatteranno le nuove misure. Una “doccia scozzese” per l’economia del Vecchio continente. Un macigno accettato senza alcuna reale giustificazione economica, a difesa di una presunta stabilità dal prezzo altissimo per imprese e lavoratori di tutta Europa. Il patto smaschera la ipocrisia di chi, a parole, difende il multilateralismo, ma di fatto impone un accordo che viola le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). “La più stupida guerra commerciale della storia”, secondo l’autorevole giornale economico Wall Street Journal. Una guerra proclamata con il “Liberation Day” del 5 aprile che parte da lontano e che nasconde cause profonde e diverse: da arma geopolitica di pressione e di negoziato con Messico, Canada e India sul variegato fronte dei flussi migratori, del narcotraffico e della politica estera (veri diktat) a strumento di difesa del protezionismo in risposta ai guasti della globalizzazione che nel 2008 aveva causato la crisi finanziaria dei subprime con le banche salvate da Bush e Obama a spese dei contribuenti, e in primis della classe operaia americana. La parabola politica di Trump con la sua contestata “logica della reciprocità” in materia commerciale affonda le sue radici in quei traumi sociali di massa. Tecnocrati e accademici da allora sono stati percepiti come inaffidabili, venduti agli interessi dei veri vincitori della globalizzazione, quelle grandi imprese che continuano a volere le frontiere aperte a merci e persone (nel caso dell’immigrazione, per sfruttare la manodopera straniera a buon mercato).
Ma dietro al ricatto all’Europa, con un accordo totalmente asimmetrico, si nasconde la causa di fondo della strategia economico-politica di Donald Trump: l’enorme debito USA. Problema di grande dimensione che poco si concilia con il suo slogan sbandierato nella sua campagna elettorale del 2016 e quella del 2024: Make America Great Again – MAGA (“Rendiamo l’America di nuovo grande”). Dall’inizio del secondo mandato, l’inquilino della Casa Bianca si sta dimostrando profondamente consapevole della grande vulnerabilità americana con il punto estremo al quale è giunto il ciclo del debito dell’ultimo quarto di secolo. Il governo federale è passato da conti in attivo alla fine dell’amministrazione Clinton (2001) a un deficit sempre più profondo prodotto ad ogni svolta della storia di questi tre decenni: la recessione con lo scoppio della bolla di Internet (“Nasdaq”) e l’11 settembre, il costo delle guerre in Iraq e Afghanistan, la recessione per il crash di Lehman e i costi della crisi bancaria, gli effetti conseguenti al Covid, infine le politiche industriali di Joe Biden. Ogni situazione straordinaria genera nuovi deficit. Sui conti pubblici si scaricano le contraddizioni del Paese.
Quasi due terzi di tutto il debito pubblico esistente oggi al mondo, in valore, è debito pubblico americano (37mila miliardi di dollari su 59mila miliardi), con rinnovi e nuove emissioni di titoli per circa 10mila miliardi all’anno: un livello pari al 30% del pil. Allarmante l’ultimo rapporto dell’Ocse sul debito pubblico nel mondo: gli Stati Uniti hanno di gran lunga la maggiore necessità di rifinanziamento fra le 38 democrazie avanzate del club. Metà dei titoli emessi per coprire nuovo deficit nel mondo nel 2025 saranno titoli del Tesoro americano. Ma come evitare una crisi del debito senza chiedere sacrifici agli elettori, senza toccare gli interessi delle oligarchie economiche e dei grandi finanziatori dei repubblicani? Da qui la “genialata” di Trump: sostituire le tasse a carico dei contribuenti con i dazi pagati dagli esportatori stranieri, incentivando la produzione americana e riequilibrando la bilancia commerciale. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato dall’estero merci per 3.296 miliardi di dollari e ne hanno venduto per 2.084 miliardi, con un disavanzo di 1.212 miliardi.
Fra gennaio e giugno le entrate doganali degli Stati Uniti sono raddoppiate, a fine anno il Tesoro prevede che arriveranno a 300 miliardi. Ma se le importazioni o i consumi si ridurranno sarà tutto un altro discorso. In prospettiva, l’operazione è ad alto rischio, un grande abbaglio economico secondo gli economisti. I primi a pagare saranno le aziende e i consumatori USA: prezzi al rialzo con l’inflazione dietro l’angolo, deprezzamento del biglietto verde, ricaduta sull’import-export e sugli investitori. La “reciprocità” conclamata da Donald Trump nel suo altisonante “Liberation Day” rischia di trasformarsi in un clamoroso default. Come finirà la favola di un’America rovinata dagli europei raccontata da un ineffabile affabulatore? Difficile interpretare la guerra dei dazi come una vittoria di Trump. Quando due economie complesse e interdipendenti come gli Stati Uniti e l’Europa alzano barriere commerciali, non ci sono vincitori, ma solo perdenti. Si riduce la concorrenza, aumentano i prezzi e, potenzialmente, la crescita. Una riduzione di benessere reciproca. Una guerra proclamata con il “Liberation Day” del 5 aprile che parte da lontano e che nasconde cause profonde e diverse: da arma geopolitica di pressione e di negoziato con Messico, Canada e India sul variegato fronte dei flussi migratori, del narcotraffico e della politica estera (veri diktat) a strumento di difesa del protezionismo in risposta ai guasti della globalizzazione che nel 2008 aveva causato la crisi finanziaria dei subprime con le banche salvate da Bush e Obama a spese dei contribuenti, e in primis della classe operaia americana



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