Sull’Europa

IL NUOVO LOOK DELL’EURO

Posted by on Lug 27, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su IL NUOVO LOOK DELL’EURO

IL NUOVO LOOK DELL’EURO

Gli Euro si rifanno il look. A quasi 25 anni dalla storica prima emissione del 2002, le banconote delfuturo, superando la originaria scelta “ecumenica” di ponti e architetture generiche, riproporrannopersonaggi nazionali presenti nel patrimonio culturale di tutti gli europei nell’intento di incarnarel’autentico spirito europeo con la sua eredità di valori comuni, fondata su libertà, cultura e scienza.Rappresentare cioè l’unità ideale dei popoli aldilà delle differenze nazionali. Oltre alla “culturaeuropea”, l’altro tema individuato da una giuria internazionale della Bce tra le oltre 1200 proposteesaminate è quello di “Natura: fiume e uccelli”: da una parte il genio di singole persone che hapermesso di rendere il Vecchio Continente la culla del sapere, dall’altra la natura, delicata einsieme selvaggia, che porta con sé una libertà senza confini.I dieci design finalisti per le nuove banconote, divisi fra i due macro-tema selezionati, sono statipresentati a Francoforte, nella sede della Banca centrale europea, alla presenza della PresidenteCristine Legarde: “Le banconote in euro sono più di un mezzo di pagamento, sono una delleespressioni più tangibili dell’Europa. Attraverso design che uniscono bellezza e significato,rafforzeranno la nostra identità condivisa.”Sono sei i grandi nomi della cultura selezionati come rappresentanti dell’immensa storia culturaleeuropea: Maria Callas, soprano greco-statunitense, il compositore tedesco Ludwig van Beethoven,la scienziata premio Nobel polacco-francese Marie Curie, lo scrittore spagnolo Miguel deCervantes, il genio italiano Leonardo da Vinci e l’austriaca Bertha von Suttner, premio Nobel per lapace. La seconda proposta, legata alla natura, segue invece un filo conduttore completamentediverso. Ogni banconota racconta una fase del corso di un fiume europeo, dalla sorgente al mare,accompagnata da una specie di uccello rappresentativa dei diversi ecosistemi. Sul retro trovanoinvece spazio alcune delle principali istituzioni dell’Unione europea, dal Parlamento allaCommissione, dalla Bce alla Corte di Giustizia, fino al Consiglio europeo e alla Corte dei Conti.Spetterà ai cittadini dell’Unione europea, recandosi sul sito della Banca centrale europea(https://surveys.ecb.europa.eu/10b/neweuro/), votare il restyling che preferiscono: cultura europeao natura? “Tutti i cittadini europei sono ora invitati a fare sentire la propria voce”, ha dichiaratoCristine Legarde. Il sondaggio online resterà aperto fino al 21 settembre 2026, mentre una societàindipendente realizzerà una consultazione parallela su un campione rappresentativo dellapopolazione dell’area euro. I risultati delle due rilevazioni, insieme alle valutazioni tecniche e alparere della giuria, saranno valutati dal Consiglio direttivo della Bce per la scelta finale, attesaentro la fine dell’anno. La nuova serie di banconote non rappresenta soltanto un cambiamentografico, la Bce abbandona infatti la filosofia adottata venticinque anni fa, quando le banconotefurono disegnate dall’artista austriaco Robert Kalina con ponti, finestre e portali immaginari perevitare di privilegiare monumenti o simboli di uno Stato membro rispetto a un altro. Le futurebanconote, invece, attraverso grandi uomini o angoli di natura racconteranno una storia vera,luoghi di cultura, spazi di reale condivisione. Oltre al diverso aspetto grafico, la nuova serie punteràsu standard più elevati di sicurezza per contrastare la falsificazione oltre a favorire una miglioreaccessibilità per le persone con disabilità visive. L’immissione in circolazione delle nuovebanconote in euro è prevista negli anni successivi, le precedenti serie in euro manterranno ilproprio valore legale e continueranno a circolare insieme alla nuova serie.Per l’Eurosistema un salto in avanti, “un’azione a lungo termine volta a garantire che il contanteresti un mezzo di pagamento sicuro, efficiente e vicino ai cittadini, preservando la loro libertà discegliere come pagare”. Senza perdere di vista, ovviamente, lo scopo principale: la stabilità...

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BREXIT, DIECI ANNI DOPO

Posted by on Giu 23, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su BREXIT, DIECI ANNI DOPO

BREXIT, DIECI ANNI DOPO

Una pagina di storia che si riapre. Sono passati dieci anni dal referendum del 23 giugno 2016 che decretò lo strappo del Regno Unito dall’Unione europea. Con il 51,9% si concretizzò la volontà popolare che chiuse la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nella Ue della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Una presenza ingombrante quella del Regno di Sua Maestà, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico di alcuni dei Paesi fondatori dell’Unione.   Con un Pil alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi condotto spesso sul filo del compromesso istituzionale, a difesa di una posizione di privilegio: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa nonché l’opt-out, l’uscita dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter. Una partecipazione comunitaria del tutto singolare quella britannica. Uno stravolgimento del pensiero di Winston Churchill che all’Università di Zurigo, all’indomani della Seconda guerra mondiale, auspicava la nascita degli “Stati Uniti d’Europa”. Un auspicio neutralizzato dalla miopia storico-politica del suo “nipotino”, il premier David Cameron. Brexit fu infatti il risultato di un uso strumentale e irresponsabile del voto referendario voluto da Cameron per rispondere agli attacchi alla sua leadership in forte calo di consensi. Strategia sbagliata per un referendum non preceduto da un serio dibattito. Ne pagò le conseguenze il suo successore, il gigionesco ex Sindaco di Londra Boris Johnson nei lughi difficili negoziati con Bruxelles per regolamentare l’uscita del Regno Unito dall’Ue, avvenuto ufficialmente alla mezzanotte del 31 gennaio 2020.   L’orologio della storia del Vecchio Continente si fermò nella convinzione che, per arginare ogni asimmetria socio-economica, le soluzioni nazionali funzionano meglio di quelle europee. Furono portate indietro nel tempo le lancette della ragionevolezza e dello spirito unitario dei Padri fondatori dell’Europa che, dopo i lutti e le distruzioni della Seconda guerra mondiale, disegnarono per i popoli del Vecchio Continente un comune percorso di pace e di progresso, lontano dalle divisioni belliche del passato segnate da sanguinosi nazionalismi e totalitarismi. Un’Europa unita, l’Europa delle comuni radici storiche e culturali, espressione degli stessi ideali e degli stessi principi di una millenaria civiltà, risposta vincente a emergenti autocrati. In un mondo globale, Brexit segnò l’anacronistico ritorno allo “splendido isolamento”. Il “grigio fumo” di Londra iniziò così a ingiallire il quadro geopolitico europeo che aveva preso forma con i colori della speranza del dopoguerra. Fu pomposamente proclamato l’Indipendence Day, ma il futuro non è stato più quello dei tempi in cui Londra regnava sui mari da incontrastata grande potenza. Frantumato il sogno di una comune casa europea, con il timore di un “effetto domino” esportato oltre Manica, il risultato del referendum ha generato volatilità finanziaria della sterlina, vincoli doganali, economia ingessata, crescita economica al ribasso, crisi del settore immobiliare e turistico, imprese e investitori in fuga, caduta del tasso di occupazione con effetti negativi in primis sulle classi sociali meno abbienti che, ingenuamente, sposarono la causa Brexit dei pifferai populisti, nel segno di un anacronistico nazionalismo. Corrette le previsioni di lungo termine degli economisti. Un day after da...

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MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

Posted by on Mag 21, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

Significative coincidenze della storia che fanno riflettere, presagi di nuovi scenari digovernance globale. Mentre a Pechino si svolgeva il vertice fra il presidente degli StatiUniti Donald Trump e il presidente della Cina Xi Jimping, le due superpotenze che stannomettendo in difficoltà l’Europa, nello stesso giorno Mario Draghi, ad Aquisgrana, inoccasione della consegna del premio europeo Carlo Magno, ha strigliato forte l’Europa: “ilmondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più, dal 1949 perla prima volta siamo davvero soli”. Parole segnate da forti preoccupazioni sul futurodell’Europa rapportate al tema della crescita economica e della sicurezza. Inquietudini giàespresse in più occasioni dall’ex Presidente della Bce, fin dal suo rapporto sullacompetitività del 2024 e aggiornate con la mappa dei pericoli che incombono. Tra questi,l’evidente distanza che separa le due sponde dell’Atlantico, la minaccia dell’invasivitàcinese sui mercati mondiali, in particolare su quelli europei dopo la guerra dei dazi diTrump, e l’ostilità bellica della Russia. Un vaso di coccio tra tre vasi di ferro.Molte le sfide che si aprono sullo scacchiere mondiale, tra queste prende un rilievocrescente quella della difesa, un tema trascurato da anni e oggi in forte fase di ripresa conpericolosi cambiamenti già in corso. Entro la fine di questo decennio, la sola Germaniaspenderà in armamenti, approssimativamente, quanto la Russia dello zar Putin spendeper la sua economia di guerra. Queste considerazioni inducono Draghi ad aggiornare lestime sulle necessità finanziarie dell’Europa: da 800 miliardi di euro a 1200 miliardi di eurol’anno la spesa strategica aggiuntiva con gli impegni in materia di difesa. Obiettivo di fondo“dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”, per raggiungere ilquale l’Ue, secondo Draghi, deve muoversi lungo quattro direttrici: “finanziare latransizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitalee sostenere le società che invecchiano”. Lo deve fare senza più l’ombrello americanochiuso da Trump con uno schiaffo alla storia, partendo dalla soluzione di tre vulnerabilità:l’esposizione alla domanda esterna, frutto della incapacità di costruire un mercato internoper i 450 milioni di abitanti dell’Unione sufficientemente ampio (“il commercio nell’areaeuro in percentuale del pil è pari al 55%”), la dipendenza energetica (“dipendiamodall’America per il 60% delle nostre importazioni di gas naturale liquefatto”), il ritardotecnologico, certamente il punto più grave, con l’intelligenza artificiale che rappresenta lasfida più urgente da affrontare.Le decisioni che l’Europa deve prendere “non possono più essere contenute dentro ilquadro istituzionale che abbiamo ereditato”. Va costruito dalle fondamenta un nuovoassetto. Per Draghi l’Europa a 27 spesso non riesce a decidere, perché tutto viene diluitoda procedure e compromessi, servono meno lacci e lacciuoli e “più capacità di decisionepolitica”. La risposta a questa miopia istituzionale sta in un forte cambiamento: “permettereai Paesi che vogliono avanzare di farlo per creare cooperazioni che diano risultati rapidi econcreti”. E’ l’idea di un “federalismo pragmatico”: non l’utopia degli Stati Uniti d’Europa,non una riforma dei Trattati che richiederebbe anni di negoziati e l’unanimità dei 27, nonun’unione di intenti su ogni singola riforma che paralizzano l’Europa, ma qualcosa di piùfunzionale rispetto ai problemi contemporanei. Gli europei devono imparare a esercitare ilpotere insieme se vogliono preservare i propri valori, perché un’Europa politicamente unitanon può che rappresentare un ostacolo al vassallaggio politico-militare in cui il nostrocontinente si è trovato nei confronti degli Usa a partire dal 1945. Mario Draghi, dopo il famoso “Whatever it takes” pronunciato a Londra nel 2012 a difesadell’euro, ha consegnato ad Aquisgrana all’Unione europea un’altra frase storica: “Alonetogether”, “soli insieme”. Una dichiarazione programmatica per salvare l’Ue nella partitapiù difficile della sua esistenza, un accorato appello per rilanciare attraverso una profondatrasformazione politica il progetto di un’Europa finalmente padrona del proprio destino,libera da padrini e...

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FESTA DELL’EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE

Posted by on Mag 10, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su FESTA DELL’EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE

FESTA DELL’EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE

Parigi 9 Maggio 1950: Robert Schuman legge alla stampa, convocata al Quay d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri, questa dichiarazione: “La pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza iniziative all’altezza dei pericoli che ci minacciano. Mettendo insieme talune produzioni base saranno realizzate le prime fondamenta di una Federazione europea”. L’invito di Schuman si concretizzò con la istituzione della CECA, Comunità economica del carbone e dell’acciaio tra Francia, Germania, Italia e Paesi del Benelux per gestire in accordo queste due materie prime. Vinti e vincitori della seconda guerra mondiale uniti attraverso la cooperazione economica per  un comune percorso di pace e di progresso. L’alba di una nuova Europa. Simbolicamente, la CECA rappresenta il primo mattone nella costruzione della “comune casa europea” a cui hanno fatto seguito i Trattati Roma e quello di Maastricht. Nel ricordo di quello storico evento, il 9 maggio di ogni anno, negli Stati dell’Unione europea si celebra la “Festa dell’Europa”. Ma nell’attuale contesto comunitario sempre più segnato da un crescente euroscetticismo è difficile festeggiare e immaginare il futuro politico-istituzionale dell’Unione europea. L’Europa non fa più sognare. Il “modello europeo” è da tempo avvolto in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni economiche e politiche, acuite dalla crisi energetica. Un modello che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure. Un’Europa intergovernativa, spesso litigiosa, senza una identità politica e priva di un governo capace di rispondere con politiche adeguate alle attese e ai bisogni dei cittadini. Un’opera incompiuta: l’architettura europea è rimasta a metà, con una moneta unica e una politica monetaria nell’eurozona a cui non corrisponde una unione bancaria, fiscale e soprattutto una unione politica. Manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante per poter parlare al mondo intero con una sola voce. Un’Europa che ha smarrito l’originario spirito unitario dei Padri fondatori con le sue spinte federaliste soppiantato da pulsioni nazionaliste. Un antieuropeismo alimentato dalla sordità dell’establishment al diffuso disagio sociale con Governi nazionali divisi, intenti a difendere anacronistiche rendite di posizione o a inseguire disegni egemonici. Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’ Unione. Ma pur incompiuta, l’Europa ha assicurato decenni di pace, ha distribuito stabilità economica e monetaria a imprese e cittadini, libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, tassi d’interesse ridotti, scambi culturali. Per superare ogni squilibrio socio-economico e trovare la via di un futuro sostenibile e innovativo non basta l’unità delle monete e delle banche centrali. Deve nascere un’Europa dei cittadini che nutra dei suoi valori un progetto forte e condiviso. Rinverdire il pensiero di Altiero Spinelli, il “visionario” autore del Manifesto di Ventotene: ”Le grandi trasformazioni socio-economiche non possono essere governate efficacemente dagli Stati nazionali, richiedono una scala europea di decisione, investimento e coordinamento. Laddove le politiche restano prevalentemente nazionali emergono costi di inefficienza, perdita di scala e minore capacità di competere con economie più avanzate.”  E’ l’Europa della “sovranità condivisa”, l’unica opzione storica per scacciare le suggestioni nazionaliste che alimentano un antieuropeismo funzionale alle mire egemoniche di chi, violando i vincoli della legalità internazionale e della pacifica cooperazione, intende costruire un diverso ordine mondiale fondato sulla prevaricazione. Una deriva politica inaccettabile che porterebbe indietro nel tempo le lancette della storia, nel segno di lutti e distruzioni. Più Europa per una equilibrata integrazione politica ed economica....

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IL  PATTO  DELLA  DISCORDIA

Posted by on Mag 1, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su IL  PATTO  DELLA  DISCORDIA

IL  PATTO  DELLA  DISCORDIA

 Patto di stabilità e crescita (PSC), ovvero il “patto della discordia” nuovamente nell’occhio del ciclone. L’Italia, per aver superato per un soffio la soglia del rapporto deficit/Pil rimarrà anche nel 2026 sorvegliato speciale” in Europa. Bastano cioè 0,1 punti di Pil per cambiare la politica di bilancio e perfino il lessico dello scontro politico. Secondo i dati notificati da Istat, e certificati anche da Eurostat, l’Italia ha chiuso il 2025 con rapporto deficit/Pil al 3,1%: un valore molto lontano dall’8,1% del 2022, ma ancora sopra il limite del 3% fissato dal Patto di stabilità per uscire dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo e guadagnare maggiori spazi di manovra nella politica economica.Con la riforma della governance economica europea, operativa dal 30 aprile 2024, il sistema è cambiato rispetto alla originaria formulazione del Patto, definito “stupido” da Romano Prodi nel 2020, allora Presidente della Commissione europea. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria. Sotto esame a Bruxelles i parametri di riferimento sui conti pubblici: deficit di bilancio oltre il 3% del Pil e debito oltre il 60% del Pil. Il cuore del controllo non è più soltanto il saldo nominale, ma anche il percorso della spesa netta, cioè una misura della spesa pubblica depurata da alcune componenti, come gli interessi.A rendere peculiare il caso italiano, oltre a una crescita minima e a un impatto impalmabile del Pnrr, è stato il lascito contabile dei crediti edilizi del Governo Conte, in particolare quelli legati al superbonus pari a 8,4 miliardi di euro che hanno inciso sul risultato finale del 2025 e quindi sulla mancata uscita anticipata dalla procedura. Sarebbero bastati appena 600 milioni di euro di disavanzo in meno (lo 0,03% del Pil), spostando qualche spesa da dicembre al nuovo anno, per arrotondare il saldo 2025 del deficit al 3% ed evitare un altro anno di limitazioni. Invece non è successo, sollevando un inquietante senso di incredulità per gli errori di valutazione di Via XX Settembre. Restare dentro la procedura significa avere i conti sotto osservazione rafforzata e affrontare ogni decisione di finanza pubblica con un margine più stretto. Il Governo deve spiegare le proprie misure, trasmettere aggiornamenti periodici e dimostrare che il “sentiero di risanamento” concordato viene rispettato. Questo può incidere sulla costruzione della legge di bilancio, sulla credibilità internazionale e, indirettamente, sulla percezione dei mercati finanziari. In caso di mancato rispetto degli obblighi, sono previste sanzioni pecuniarie con ammende che arrivano fino allo 0,05% del Pil dell’anno precedente, da versare ogni sei mesi fina a quando non venga riconosciuta una effettiva azione di risanamento.Con un elevato debito pubblico, salito al 137,1% del Pil, il più alto in Europa dopo la Grecia, nel pieno di una crisi energetica, il Governo deve fare i conti per la prossima manovra economica, preceduta in questi giorni dal Documento di finanza pubblica (Dfp) che è di fatto la cornice entro la quale l’esecutivo si muoverà per disegnare la prossima Legge di bilancio. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, auspicando maggiore flessibilità a livello europeo con la sospensione del Patto, non esclude lo scostamento solitario di bilancio dai vincoli di spesa per arginare il caro-carburanti: “Inutile curare le ferite gravi con l’aspirina del rigore, la priorità è salvare il tessuto sociale dal rischio recessione”. La “sacralità” del Patto di stabilità non può costare la distruzione dell’economia. Le regole fiscali europee sembrano essere scritte per un’epoca di pace e stabilità...

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LA TRAGICOMMEDIA DI DONALD TRUMP

Posted by on Feb 5, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su LA TRAGICOMMEDIA DI DONALD TRUMP

LA TRAGICOMMEDIA DI DONALD TRUMP

Continua la tragicommedia trumpiana. Annunciata con la solita enfasi da novello Napoleone del XXI secolo, Donald Trump aveva parlato nei giorni scorsi di una tregua di una settimana negli attacchi russi sull’Ucraina concordata con Vladimir Putin, zar di Russia, in considerazione di un’ondata di forte gelo in arrivo. Il tutto tristemente smentito dai fatti: sul fronte, e non solo, si continua a combattere e i droni kamikaze continuano a uccidere. Una nuova mattana da parte di chi, secondo il Wall Street Journal, “ha spinto gli Usa in una fase nella quale un unico grande potere domina il globo e crea un nuovo ordine mondiale”.  Si allunga la lista delle “stramberie”: aperta con la guerra commerciale dei dazi, a seguire le spese per la difesa della Nato, l’intervento contro il nucleare di Teheran e l’ostilità verso gli ayatollah iraniani, l’attacco al regime venezuelano con la cattura di Maduro, le ambizioni di annessione della Groenlandia, le ripetute “scaramucce” contro l’Unione europea con insolenti attacchi ai Paesi del Vecchio Continente. Un anacronistico unilateralismo guerriero che, in un solo anno di amministrazione, ha cambiato il corso della storia, azzerando il faticoso equilibrio postbellico a livello mondiale con le sue reti di difesa alle democrazie faticosamente costruite: dall’Onu alla Nato. Scompare dopo ottant’anni un Occidente più o meno stabile con l’ombrello di protezione della Casa Bianca, a Washington. Per l’Europa sono finiti i tempi della protezione incondizionata, della storica alleanza, delle relazioni internazionali speciali con l’ “amico americano”. Il mondo è cambiato, nuovi scenari geopolitici all’orizzonte che richiedono una diversa azione politica per nuove alleanze per vincere i deliri di onnipotenza del tycoon d’oltreoceano e sconfiggere il suo ingiustificato antagonismo nei confronti della leadership europea. Un rapporto difficile che, al di là di apparenti “capricci”, rivela una strategia ben precisa: sconvolgere gli equilibri esistenti e “allineare” i Paesi. A Washington siede un governo ostile a noi europei. Ma Donald Trump dal suo scriteriato disegno geopolitico non potrà mai cancellare le memorabili pagine di storia con le ondate di emigranti che l’Europa della miseria e delle persecuzioni ma anche della laboriosità e dell’intelligenza ha riversato per decenni sull’altra sponda dell’Atlantico contribuendo alla grande crescita economica degli Usa. I presidenti e i governi passano, i popoli restano e saranno i testimoni della storia. A condizione che restino uniti: se l’Occidente si divide, l’Europa è perduta. Particolarmente significativo a riguardo l’appello lanciato da un gruppo di docenti di storia europei, primo firmatario Eric Bussiere, docente emerito della Sorbonne Universite’: “L’Europa deve rafforzare il proprio modello: la situazione attuale, priva di ogni equilibrio, è senza precedenti. Nessuno dei Paesi che compongono l’Unione europea è oggi in grado di garantire da sola la propria sicurezza e il futuro della propria economia. E’ in gioco la stabilità e il futuro dell’Europa, è imperativo dotarsi dei mezzi per bloccare i processi distruttivi in tempo utile e di manifestare la volontà politica di farlo, sviluppando ogni possibile cooperazione con tutti i partener europei, in primo luogo il Regno Unito.” Sarebbe la risposta migliore all’arroganza di Trump, agli obiettivi dichiarati in campagna elettorale: disfare l’ordine mondiale, rinnegare ogni alleanza, compresa quella transatlantica, demolire l’integrazione europea, affermare una nuova politica di potenza prescindendo dalle regole codificate nel tempo, favorire un processo di progressiva trasformazione autocratica del sistema americano, utilizzare i dazi come randello sull’economia mondiale. Con la rottura dell’ordine mondiale è finita una bella storia e inizia una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Il diritto internazionale basato sulle regole sta svanendo. S’impone un nuovo ordine che punti su un multilateralismo paritario, riducendo alla...

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