LA STRADA IN SALITA DEL PNRR
Iniziato il conto alla rovescia per l’election day del 25 settembre. Per i partiti una corsa contro il tempo per definire programmi e alleanze inseguendo con la leadership i veti incrociati e le intenzioni di voto dei sondaggi. Sullo sfondo la grande incertezza del momento: la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’emergenza economica. E non sarà facile affrontare la campagna elettorale con le tante risposte da dare, e non soltanto a livello nazionale. E’ scaduto il tempo delle televendite e delle promesse facili, è finita la stagione delle illusioni. Le sfide da affrontare nell’immediato sono molteplici: inflazione, recessione, disuguaglianze, siccità, migrazioni, pandemia. E soprattutto gli impegni del Pnrr. E’ in gioco la credibilità dell’Italia, la sua azione di governo finalizzata a riformare il sistema economico e amministrativo per renderlo stabile e affidabile. E’ particolarmente rischiosa la grande impasse politica generata da una crisi al buio sulla macchina legislativa. Cresce la possibilità di fallire gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza di fine anno e di perdere non solo i 46 miliardi in arrivo, di cui 24,1 legati agli obiettivi del 30 giugno e 21,9 a quelli del 31 dicembre, ma l’intero Piano da 191,5 miliardi. Una follia politico-finanziaria. Con lo scioglimento delle Camere, sarà infatti difficile approvare in Parlamento nei tempi previsti alcune importanti riforme, in particolare quella della concorrenza, del fisco e della giustizia tributaria. A rischio anche importanti decreti attuativi fra cui quelli relativi al codice degli appalti e al processo civile e penale. Tutti i disegni di legge che non saranno approvati entro la fine dei lavori delle Camere sciolte decadranno e si ricomincerà da zero con il nuovo Parlamento. Una strada in salita per il Pnrr e per la legislatura che uscirà dal voto di settembre, operativa non prima di metà novembre. Dovrà realizzare entro fine dicembre 55 obiettivi, legati in gran parte a deleghe legislative, per accedere alla terza tranche del contributo europeo. Tanti i dossier aperti. Un’impresa ardua se associata all’iter della Legge di bilancio da approvare entro la stessa data per scongiurare l’esercizio provvisorio con i relativi vincoli di spesa. Osservato speciale resta dunque il Pnrr. La rilevante quantità di fondi europei che il nostro Paese ha impegnato rende necessario più che mai il rispetto di condizioni e termini fissati dall’Ue nel varare il Next Genaration EU, un pacchetto di riforme e investimenti per il periodo che va dal 2021 al 2026. Come ha ricordato Draghi nel suo ultimo intervento al Senato, “il Pnrr, approvato a larghissima maggioranza dal Parlamento, ha avviato un percorso di riforme e investimenti grazie a 68,9 mld di sovvenzioni e 122,6 mld di prestiti dell’Ue che non ha precedenti nella nostra storia recente”. Un ambizioso piano finalizzato alla modernizzazione del Paese che attende di essere realizzato, sfidando le insidie della campagna elettorale. Il premier dimissionario ha ribadito l’impegno di accelerare i tempi dei lavori per non compromettere del tutto l’operazione “Italia del futuro”. Un impegno fissato nella recente circolare di Palazzo Chigi, in linea con le direttive del Quirinale: “Il Governo rimane impegnato nell’attuazione legislativa, regolamentare e amministrativa del Piano nazionale di ripresa e resilienza e del Piano nazionale per gli investimenti complementari”. Una dichiarazione che rappresenta la “bussola” che Palazzo Chigi adotta con le dimissioni per definire il perimetro della propria azione durante la crisi. L’attuazione del Pnrr viene cioè ricompresa tra gli “obblighi internazionali e comunitari” con la possibilità quindi per il Governo di poter procedere anche con l’approvazione dei decreti legislativi attuativi di deleghe e con l’adozione di regolamenti governativi o ministeriali. Ma al di là di ogni pur lodevole dichiarazione...
Read MoreCRISI DI GOVERNO E CRISI ECONOMICA
A Bruxelles si guarda alla crisi di governo italiana con “preoccupato stupore”. In un momento particolarmente difficile per le tensioni geopolitiche, per lo shock energetico e per la forte impennata dell’inflazione viene meno la stabilità di governo che andrebbe invece supportata con la coesione e grande senso di responsabilità. E proprio nelle ore in cui il Governo Draghi entra nel tunnel di una pericolosa crisi, la Ue ha tagliato le stime di crescita per l’Italia. Secondo Bruxelles l’andamento della nostra economia, esaurito il trend positivo “di rimbalzo” per l’anno in corso, subirà una brusca frenata nel 2023: il prodotto interno lordo (pil) si fermerà allo 0,9% rispetto all’1,9-2,3% % precedentemente stimato. Previsioni in linea con quelle fatte dal premier Draghi (“un futuro economico pieno di rischi”) nella dichiarazione al termine dell’incontro con i sindacati. Un momento di grande incertezza sul fronte politico per il travaglio interno al M5S post scissione con ricadute sulla tenuta del Governo e sul fronte economico per le prospettive negative legate all’invasione russa in Ucraina. Una incertezza resa ancor più grave dagli eccessivi squilibri macroeconomici che caratterizzano il Belpaese: elevato rapporto tra debito pubblico e Pil, bassa crescita della produttività, debolezza strutturale dei mercati del lavoro e finanziari, fisco e giustizia da riformare. E i venti di crisi del governo pesano non poco sul differenziale tra Btp e Bund tedesco con lo spread che è tornato sopra la soglia critica dei 200 punti base, toccando quota 223. Sui mercati c’è attesa per le decisioni della Bce del 21 luglio che, dopo anni di tassi d’interesse zero, comunicherà il primo rialzo (almeno lo 0,25%). Una misura che, nella forte interazione che esiste tra politiche di bilancio e politiche monetarie, diventa sostenibile solo se c’è crescita economica. Ripercussioni negative anche in Borsa con Piazza Affari in pesante calo rispetto alle altre piazze finanziarie europee, mentre si riaccendono i timori degli investitori per una nuova recessione. Quali i rischi per l’Italia? Con l’aumento dello spread l’Italia è costretta a emettere nuovi titoli di stato per finanziare il debito, con interessi più alti, non potendo più contare sugli interventi della Bce con i generosi acquisti dei titoli made in Italy. E qualche partito della maggioranza, “benefattore” poco responsabile del debito pubblico (circa 300 miliardi quello maturato nel biennio 2020-2021) avanza la richiesta di nuovi “scostamenti di bilancio”: bandierine da sventolare nella campagna elettorale di primavera. Davvero difficile da spiegare a livello europeo il rebus politico italiano, un mix in chiaroscuro. L’Italia è alle prese con squilibri che destano preoccupazioni a livello internazionale. Il Piano di ripresa e resilienza sta affrontando le vulnerabilità del sistema Paese, anche stimolando la competitività e la produttività. “Tuttavia, a parere della Commissione europea, è probabile che l’effetto di potenziamento della crescita degli investimenti e delle riforme richieda tempo per svilupparsi e dipende un modo cruciale da un’attuazione rapida e corretta.” All’Italia, in particolare, si raccomanda di “limitare la crescita della spesa corrente finanziata su base nazionale al di sotto del potenziale di crescita del medio termine”, e cioè al di sotto dello 0,4%. Un chiaro appello per una politica di bilancio prudente in presenza della sospensione del patto di stabilità e dei suoi vincoli per deficit e debito anche nel 2023. Nessuna liberatoria per “spese fuori registro”.Un messaggio di rigore rivolto al Paese che ha più beneficiato dei fondi del Recovery fund, e che ha aumentato le sue spese correnti in modo non sufficientemente limitato. In autunno è previsto un primo esame dei nostri conti pubblici da parte di Bruxelles con la presentazione della manovra finanziaria. Teoricamente si potrebbe aprire una procedura di infrazione...
Read MoreSALARIO MINIMO E DIGNITA’ DEL LAVORO
Prosegue il dibattito sul salario minimo dopo lo storico accordo raggiunto a Strasburgo fra Consiglio Ue, in rappresentanza dei 27 Stati membri dell’Unione, e il Parlamento europeo. Un negoziato durato oltre un anno e mezzo per scrivere le nuove regole che, negli auspici della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, “tuteleranno la dignità del lavoro e faranno in modo che il lavoro paghi il giusto compenso”. La direttiva, che dovrà essere approvata dalla plenaria del Parlamento europeo, non impone agli Stati di cambiare i sistemi nazionali esistenti sul salario minimo, ma stabilisce un quadro procedurale per promuovere salari minimi “adeguati ed equi”. Non ci sarà quindi un salario europeo valido per tutti i 27 Paesi ma sarà commisurato al costo della vita all’interno di una normativa finalizzata al superamento di ogni disuguaglianza. L’Europa chiede ai suoi partner di dare la giusta attenzione alla questione salariale proprio nel momento in cui l’inflazione rialza la testa mettendo a dura prova il potere d’acquisto di vaste fasce sociali. Sarà competenza degli Stati decidere se legiferare o meno sul livello salariale minimo. Sono attualmente 21 gli Stati membri dell’Ue nei quali esiste il salario minimo, negli altri sei vige la contrattazione collettiva, tra cui l’Italia, oltre a Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia e Cipro. La direttiva propone ai primi di verificare l’adeguatezza del salario minimo legale rapportato alle condizioni socio-economiche, al potere d’acquisto, nonché al livello di sviluppo della produttività nazionale. Ai Paesi con relazioni industriali regolamentate dalla contrattazione collettiva viene raccomandato di creare un piano d’azione per aumentare la copertura della forza lavoro, coinvolgendo le parti sociali. In Italia, in particolare, dove c’è un consolidato sistema di contrattazione collettiva che copre l’88,9% dei dipendenti di imprese del settore privato extra-agricolo, non c’è una legge che fissa un minimo legale (fermo al Senato un disegno di legge del M5S per un salario minimo a 9 euro). Allarmanti i dati dell’Inps: oltre 5 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di mille euro al mese, 4,5 milioni quelli che vengono pagati meno di 9 euro lordi all’ora, oltre 2 milioni i lavoratori che percepiscono 6 euro lordi all’ora. Assicurare diritti e dignità a chi lavora, “tenendo bene insieme salario minimo e contrattazione, l’uno in funzione dell’altro”, ha osservato il Ministro del Lavoro Orlando. Ma sono in molti a chiedersi se l’introduzione di un salario minimo nel nostro Paese possa effettivamente avere una qualche utilità sociale in termini di aumento reale dei salari e di crescita del potere d’acquisto dei lavoratori. Tante le questioni sul tappeto. Prioritario sarebbe stabilire il “primato giuridico” fra salario minimo previsto dalla legge e i minimi tabellari inclusi nella contrattazione collettiva per evitare un deleterio contenzioso giudiziale, a scapito della certezza del diritto. Una eventuale convergenza verso l’alto dei salari minimi già previsti dalla contrattazione collettiva potrebbe generare ricadute economiche per le imprese e quindi, a cascata, per i consumatori per effetto del conseguente aumento dei prezzi. E una rincorsa fra prezzi e salari alimenterebbe pericolosamente la spirale inflazionistica. In un contesto economico, caratterizzato da sistemi produttivi in continua trasformazione tecnologica, ed è questa l’obiezione di fondo, risulta difficile incasellare in termini generali il salario minimo a tutela delle condizioni retributive dei lavoratori. Diritti che potrebbero invece essere meglio garantiti se ancorati alla professionalità e al risultato finale, e quindi alle condizioni di maggiore flessibilità proprie della contrattazione collettiva. Per le parti sociali un intervento legislativo non è la soluzione, mortifica la contrattazione che è il cuore del sistema italiano nell’ambito della concertazione sindacale. “E opportuno non scardinare la contrattazione, secondo il Presidente di Confindustria Bonomi, ma potenziarla, affidandole il...
Read MoreRIFORMA FISCALE, UN’OPERA INCOMPIUTA
Dopo mesi di scontri e di rinvii, la irrequieta maggioranza di governo ha trovato un faticoso accordo per far ripartire l’iter legislativo del fisco del futuro. Un compromesso al ribasso sui 10 articoli del disegno di legge delega per la riforma fiscale che, nell’intento del premier Draghi, “punta ad abbassare la pressione fiscale, razionalizzare e semplificare il sistema tributario preservando la progressività impositiva e riducendo i fenomeni di evasione ed elusione fiscale”. Il 20 giugno il disegno di legge approderà in aula, alla Camera, successivamente in Senato. Dopo l’approvazione del Parlamento, la legge delega tornerà al governo che avrà 18 mesi di tempo per emanare i decreti di attuazione. A rendere operativa la riforma potrà essere l’attuale esecutivo di Palazzo Chigi o il governo che uscirà dalle elezioni politiche in primavera, con tutte le variabili e le incertezze del caso. I principi dettati nella delega riguardano sia la riforma dell’Irpef, per alleggerire il prelievo sui redditi medio-bassi, sia quelle delle imposte sulle imprese, Ires e Irap, con il graduale superamento di quest’ultima. L’intesa tra partiti e governo archivia le addizionali comunali, sostituite da una sovraimposta. Non è stato un cammino facile. Il fisco è da sempre terreno politicamente esplosivo e divisivo, un terreno di proclami, slogan e bandierine. Un terreno per shopping elettorale. Particolarmente forti i contrasti registrati all’interno della maggioranza sul catasto, con il governo più volte sull’orlo della crisi. L’abbandono dell’originaria idea di attribuire a ogni immobile un “valore patrimoniale”, allineato ai valori di mercato, ha sgomberato dai nuvoloni neri l’orizzonte della riforma fiscale. Il “nuovo” catasto che scatterà nel 2026, al di là dei discorsi di facciata di alcuni partiti, non presenta quindi grandi novità ai fini di un riequilibrio della tassazione sugli immobili, in particolare per una pressione fiscale sulle abitazioni più equa. Il contestato “valore patrimoniale” ha lasciato il posto a una “rendita catastale ulteriore, suscettibile di periodico aggiornamento” da affiancare a quella già presente nella visura catastale. Questo “valore parallelo”, salvo sorprese legislative del futuro, non influenzerà il calcolo dell’Imu e delle altre imposte immobiliari. Non si passa dunque da un regime catastale a uno patrimoniale basato su valori reali di mercato. Resta così l’incongruenza tra le rendite e i valori commerciali, e quindi l’iniquità della tassazione in presenza di immobili accatastati in passato in zone centrali delle grandi città, con rendite da case popolari, che pagano meno rispetto a immobili di recente costruzione in periferia con rendite aggiornate. Senza ignorare gli edifici residenziali degli Anni 40 trasformati attraverso migliorie in case di lusso e ville con piscina. Ancora più deludenti i risultati sull’obiettivo di “una progressiva revisione del trattamento fiscale dei redditi personali derivanti dall’impiego del capitale”, sia mobile che immobile, verso un sistema compiutamente duale, mettendo ordine nel ginepraio delle aliquote attuali, che vanno dal 10% e dal 21% della cedolare secca sugli affitti al 26% sui capital gain, passando per il 12,5% su titoli di Stato e risparmio postale. Restano invariati quindi i regimi alternativi all’Irpef: nessuna “tassa piatta” unica, sopravvive la parcellizzazione delle imposte sostitutive che ripropone non poche disparità di trattamento di cui è davvero difficile predicare la compatibilità con i principi di uguaglianza e capacità contributiva di cui agli articoli 3 e 53 della Costituzione. Con lo svuotamento della riforma del catasto e il depotenziamento del sistema duale, sono non pochi i dubbi sulla reale idoneità di questa legge delega, privata dai partiti di buona parte della sua carica innovativa, a riportare ordine e a raggiungere quindi risultati positivi almeno nel medio periodo. Il rischio è che il sistema fiscale, nella sostanza, resti così com’è, lasciando...
Read MoreIL FISCO CHIAMA, IL CONTRIBUENTE RISPONDE
Per oltre trenta milioni di contribuenti si è aperta la stagione dei redditi 2022. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate, con alcuni giorni di ritardo rispetto agli anni precedenti, è disponibile la dichiarazione precompilata che, nelle parole del Direttore Ruffini, “rappresenta un cambio di paradigma nel rapporto tra i cittadini e il Fisco”. In questa prima fase, entrando nella propria area riservata sul sito dell’Agenzia tramite Spid, Carta d’identità elettronica o Carta nazionale dei servizi, sarà possibile controllare nel dettaglio i dati precaricati dal Fisco sulla propria dichiarazione, dalle spese mediche alle voci della certificazione unica, dai premi assicurativi alle spese per l’istruzione, dai contributi previdenziali e assistenziali agli interessi su mutui, e molti altri. Sono in costante aumento i dati che troveremo: nei modelli 2022 l’Agenzia ha già inserito oltre 1,2 miliardi di informazioni. E cresce anche il numero di cittadini che, negli anni, ha gestito in autonomia la propria dichiarazione: lo scorso anno il dato ha raggiunto quota 4,2 milioni, il triplo rispetto al 2015 (1,4 milioni), il primo anno del “progetto precompilata” avviato in via sperimentale. Bilancio certamente positivo se rapportato al numero delle dichiarazioni mod. 730 inviate dai contribuenti senza modifiche che sono passate dal 5,8% del primo anno al 22,3% del 2021. In pratica, come rileva Fisco Oggi, la rivista online dell’Agenzia delle Entrate, quasi 1 contribuente su 4 ha inviato la dichiarazione così come predisposta dal Fisco. Le dichiarazioni 2022 (mod.730, Redditi PF) fanno il pieno di dati, la maggior parte dei quali è riferita alle spese sanitarie (alcune con il vincolo della “tracciabilità”) che balzano a oltre 1 miliardo (+40% rispetto alla stagione 2021). Incremento significativo (+ 36% sullo scorso anno) per i dati relativi a “bonifici per ristrutturazioni edilizie”, con oltre 10 milioni di dati (che finiranno sotto la lente d’ingrandimento del Fisco). Se la “precompilata” viene accettata senza modifiche non ci saranno controlli sui documenti relativi alle spese inserite. Se, invece, il contribuente apporta modifiche l’Agenzia potrà eseguire il controllo unicamente sui dati variati e non anche (come accadeva in passato) su tutti gli altri dati non modificati. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre. Per chi accelera le operazioni di invio della dichiarazione, in presenza di imposta a rimborso, la busta paga di luglio sarà maggiorata con il bonus da 200 euro, l’una tantum introdotta dal Decreto Legge “Aiuti” 50/2022 per i soggetti con reddito annuo non superiore a 35mila euro lordi. La stagione dichiarativa 2022 si chiuderà il 30 settembre per chi presenta il mod.730 e il 30 novembre per chi invece utilizza il Mod. Redditi PF (contribuenti soggetti a ISA, titolari di redditi di partecipazione, soggetti IVA). Tutto ok? Non proprio. Sul tappeto il problema di sempre: la complessità del nostro ordinamento tributario con un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione. Un quadro fortemente critico che, alla vigilia delle nuove scadenze fiscali, impone una riflessione per una seria riforma fiscale, non più differibile. Ancora inascoltato l’appello di Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta, per “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto e del conseguente contenzioso tributario. Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici...
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