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EUROPA, QUALE FUTURO ?         

Posted by on Gen 19, 2026 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su EUROPA, QUALE FUTURO ?         

EUROPA, QUALE FUTURO ?         

Il 2026 si è aperto su uno scenario di forte incertezza geopolitica, un mondo fuori controllo in un ordine globale in trasformazione, un mondo più frammentato e più conflittuale in cui la (cattiva) politica ha preso il primato sull’economia. Una stagione particolarmente difficile per l’Unione europea da tempo persa nella nebbia dei contrasti e delle divisioni, avendo smarrito la bussola della storia, quella della straordinaria avventura di riunificazione continentale che aveva dato speranza a un’Europa in macerie dopo le due tragiche guerre mondiali del XX secolo. Una Unione europea debole con un ruolo marginale nei negoziati con l’Ucraina, balbettante nei confronti del tycoon della Casa Bianca, assente sulla Striscia di Gaza. Colpa della scarsa coesione economica e sociale, della mancanza di una politica estera e di difesa comuni, della evidente asimmetria tra la moneta unica e la politica economica e fiscale con mercati finanziari tuttora confinati in ambiti nazionali. Una situazione aggravata dalla deriva nazional-populista, in particolare dal “triangolo di Visegrad”, con Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia di freno per l’integrazione ma pronti a servirsi dell’Europa come mucca da mungere.    L’Ue è figlia di un’altra era geopolitica: non ha un modello istituzionale, né regole adatte a un rapido auto-rinnovamento, né omogeneità culturali, non ha leader carismatici, né democrazie e governi stabili quindi decisionisti ma quasi tutti di coalizione con problemi di estremismi politici e aggregazione del consenso popolare. Complici i lacci e lacciuoli di iper-regolamentazioni, il declino industrial-tecnologico e l’immigrazione incontrollata, l’Ue ha perso la competitività della sua industria e del suo modello di sviluppo. E quando cerca una via d’uscita per recuperare posizioni, dalla difesa all’energia, alla competitività, lo fa su basi nazionali e nazionalistiche penalizzando la dimensione europea dello sforzo. Tanta confusione, tante contraddizioni, tanti ritardi. Il vero tabù europeo è la crescita. Per anni si è preferito parlare di debito, regole fiscali e vincoli, evitando la questione centrale. L’Europa ha scambiato la stabilità con l’inerzia. Senza innovazione e un forte aumento della produttività il modello sociale europeo è insostenibile. E con la crisi demografica il welfare è a rischio. Sullo sfondo di una situazione di forte stallo c’è la trappola del voto all’unanimità, il nodo primario per l’affermazione della identità europea. E’ il vincolo dell’unanimità che, a “difesa delle sovranità nazionali”, impedisce all’Ue di avere un’autorevole posizione condivisa, generando velenosi contrasti fra i 27 Stati membri. Un vincolo che condiziona le decisioni del Consiglio europeo dei ventisette capi di governo nelle politiche strategiche (sicurezza, difesa, esteri, asilo politico, fiscalità). Mentre nelle politiche regolatorie del mercato l’integrazione procede attraverso istituzioni che si bilanciano, nelle politiche strategiche l’integrazione procede (se procede) attraverso il coordinamento volontario tra i governi nazionali. Le decisioni hanno una natura politica così da escludere il Parlamento europeo dal processo decisionale e la Corte europea di giustizia dalla supervisione delle decisioni prese, con la Commissione europea ridotta ad esercitare il ruolo di segretariato dei Governi nazionali. Così, ogni governo nazionale può opporre il proprio veto, se ritiene che una decisione possa mettere in discussione la sovranità del suo Paese. Rompere dunque il dogma dell’unanimità: il consenso permanente ha prodotto paralisi, non coesione. L’Europa sta perdendo il suo ruolo, la sua natura e, in definitiva, la sua identità. Un’Europa senza anima che sembra svuotata di ogni originario valore ideale. Meglio un’Europa a più velocità (“cooperazioni rafforzate”) che un’Europa ferma, perfettamente regolata, ma perfettamente inutile. Regolare non sempre equivale a governare. Regolare senza investire, normare senza scalare, difendere senza produrre è una strategia perdente. Da tempo si auspica il superamento del coordinamento volontario che ispira quelle politiche per liberarle dal monopolio decisionale dei governi nazionali. La...

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L’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE

Posted by on Dic 10, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su L’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE

L’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno. Tempo di bilanci, non soltanto economico-finanziari ma anche demografici. E sono bilanci in profondo rosso, con saldi negativi. Il campanello d’allarme l’ha suonato l’Istat con il recente rapporto sulla “Natalità e fecondità della popolazione residente”, relativo all’anno 2024 e ai primi sei mesi del 2025. Un quadro dettagliato e preoccupante delle profonde trasformazioni demografiche in atto in Italia, incentrando l’attenzione sulle loro rilevanti implicazioni per il mercato del lavoro. L’elemento centrale è il progressivo invecchiamento della popolazione che, unito al calo delle nascite, sta riducendo drasticamente la quota di popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Si prevede che questa cruciale fascia demografica scenda dal 63,5 % del 2024 al 54,3% nel 2050, una contrazione che pone serie sfide alla capacità produttiva e alla sostenibilità del sistema di welfare nazionale. Crisi demografica, crisi previdenziale: a forte rischio Casse di previdenza e l’intero sistema pensionistico italiano. L’Italia non avrà più gambe per camminare, né risorse per assicurare reddito e cure ai propri anziani. I fenomeni demografici influenzano infatti la produttività, il lavoro, il sistema previdenziale, il fabbisogno di servizi pubblici, generando ricadute sul bilancio dello Stato, quindi sui saldi di finanza pubblica e sul debito pubblico. Per l’Istat l’Italia è in pieno inverno demografico, continua la diminuzione delle nascite. Nel 2024 sono state 369.944, in calo del 2,6% sull’anno precedente. Al 30 giugno 2025 la popolazione residente risulta di 58.919.230 unità, in diminuzione di 15mila unità rispetto all’inizio dell’anno. Le nascite del primo semestre ammontano a 166mila unità, evidenziando un ulteriore calo della natalità (- 7% rispetto agli stessi mesi del 2024). E si abbassa il tasso di fecondità: 1,18 figli per donna nel 2024 (1,20 nel 2023), 1,13 nei primi sei mesi del 2025. Guardando al passato i numeri sono impressionanti: nel 2008 si contavano oltre 576mila nati vivi, oggi siamo a meno di 350mila su base annua. In meno di vent’anni l’Italia ha perso oltre 200mila nascite. Un terzo del totale. Il primo figlio arriva sempre più tardi: nel 2024 le italiane sono diventate madri per la prima volta a 31,9 anni, contro i 28,1 del 1995 e i 25,2 degli anni settanta.  I secondi figli continuano a  diminuire:     -2,9% nel 2024, -1,5% per i terzi o successivi. Il ciclo familiare s’interrompe all’avvio. Famiglie sempre più piccole: la dimensione media 2023-2024 è scesa a 2,2 componenti. Poco incoraggianti le previsioni che indicano un calo generalizzato della popolazione nel lungo termine (nel 2080 al di sotto dei 46 milioni di abitanti), con il Mezzogiorno, una volta “culla d’Italia”, che vedrà una diminuzione più accentuata a seguito del continuo flusso in uscita della popolazione giovanile alla ricerca di lavoro. La carenza di politiche familiari e di servizi per l’infanzia e la precarietà socio-economica scoraggiano le coppie italiane dal procreare. Fra le donne oggi cinquantenni, la percentuale di quelle che non hanno avuto figli è vicina al 25%, solo il Giappone ci supera. Una tendenza destinata ad aumentare, la denatalità si trasforma in una scelta consapevole. Ci troviamo difronte a un profondo cambiamento culturale: la genitorialità non è più vista dai giovani come condizione fondamentale per la realizzazione propria e della coppia, fortemente condizionata dalle condizioni di vita, dalle prospettive economiche. Viene così sfatato uno dei miti più radicati della nostra cultura: quello secondo cui sono i figli e la famiglia allargata a rendere piena e compiuta la vita matrimoniale. Una teoria delle passate generazioni caduta in disgrazia, in contrasto con l’odierno modus vivendi dei giovani. Un inquietante collasso generazionale che impone una pianificazione a lungo termine per la costruzione di un futuro sostenibile, coerente con...

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LEGGE DI BILANCIO, UNA CORSA AD OSTACOLI

Posted by on Nov 30, 2025 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su LEGGE DI BILANCIO, UNA CORSA AD OSTACOLI

LEGGE DI BILANCIO, UNA CORSA AD OSTACOLI

Sempre più in alto l’asticella degli emendamenti alla Legge di Bilancio, si allunga la lista dei desideri. L’anno scorso erano circa 4500, quest’anno gli emendamenti depositati alla commissione Bilancio in Senato hanno toccato quota 5.742, di cui oltre 1.600 solo dalla maggioranza. Ma sul tavolo per la discussione, allo spirare del termine ultimo di martedi 18 novembre, ne sono rimasti 414, i cosiddetti “segnalati”, cioè gli emendamenti prioritari e più identitari dal punto di vista politico che i partiti intendono portare al voto in commissione. Di questi, 105 sono stati dichiarati inammissibili dalla presidenza della commissione. Nel maxi emendamento finale quindi, dei 5742 interventi di modifica iniziali, soltanto il 5% circa sarà legittimato sul piano normativo. Dopo la copiosa pioggia di emendamenti soltanto schizzi di acqua alla fine. Sarà una corsa contro due grandi ostacoli: l’esigenza di consegnare il testo rivisto e corretto all’Aula di Palazzo Madama per il 15 dicembre per l’approvazione (voto di fiducia) e il successivo passaggio alla Camera che dovrà ratificarlo e licenziarlo entro il 31 dicembre, per evitare l’esercizio provvisorio. L’altro ostacolo è rappresentato dai vincoli di spesa: mantenere i saldi dei provvedimenti invariati. Sì alle modifiche ma conti in ordine, ancora di più dopo la promozione del rating del debito pubblico a Baa2 con outlook stabile arrivata dopo 23 anni da Moody’s. Un segnale di credibilità finanziaria di forte impatto per i mercati. La quarta Finanziaria del governo Meloni vale 18,7 miliardi di euro e non deve costare più di quanto preventivato, in assenza di adeguare coperture. Le parole d’ordine in Via XX Settembre sono “prudenza e responsabilità”. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, fedele alla sua strategia, ha sottolineato che “tutte le misure sono state valutate tenendo sotto controllo i conti pubblici, in un contesto caratterizzato da turbolenze geopolitiche e macroeconomiche che potrebbero causare nuove spese.” Sull’esame dei singoli emendamenti è scontro fra maggioranza e opposizione, un confronto politico che richiederebbe serietà, metodo e senso di responsabilità da parte di tutti. Da giorni imperversa sui giornali e in tv la stucchevole bagarre dei partiti sul disegno di legge del Bilancio 2026 in un clima di grande tensione e forti contrasti che preannunciano una sessione di bilancio particolarmente tempestosa. Una polemica infinita che, azzerato ogni costruttivo e civile confronto, si alimenta di mediocrità dialettica a supporto di interventi in odore di pregiudizi lontani da un realismo politico ed economico. Parole e numeri in libera uscita, sterili azioni di protesta, pretestuose dichiarazioni: rischio di una deflagrazione sociale. Accantonando ogni impulso demagogico, sarebbe tempo di ritrovare sobrietà e restituire al dialogo fra maggioranza e opposizione toni responsabili su un tema, la Manovra economica, di estrema importanza per il futuro del Paese. “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”, ammoniva Luigi Einaudi. E non sorprendiamoci più della fuga degli elettori dalle urne, registrata anche in occasione delle recenti elezioni regionali. Cresce la sfiducia verso un certo modo di fare politica nel Paese. Un astensionismo causato da chi siede in Parlamento? E’ in discussione una Manovra di Bilancio condizionata da un quadro economico complesso, appesantito sui flussi finanziari dei conti pubblici dagli effetti negativi dei crediti d’imposta accumulati negli anni scorsi a causa dei bonus immobiliari, un “grande buco” da oltre 160 miliardi di euro ancora da assorbire. Banche, imprese e famiglie stanno beneficiando del mancato versamento d’imposte compensate con i numerosi bonus legati agli interventi edilizi. Un impatto negativo per le casse dello Stato con minori entrate tributarie. Una contrazione del gettito fuori da ogni previsione, in aggiunta ai crescenti oneri per interessi (sfiorano i 100 miliardi) su un debito pubblico senza freni, che ha superato i 3000 miliardi...

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IL FISCO E IL PASSAGGIO GENERAZIONALE

Posted by on Nov 14, 2025 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su IL FISCO E IL PASSAGGIO GENERAZIONALE

IL FISCO E IL PASSAGGIO GENERAZIONALE

“Il coraggio di cambiare, un sogno senza traumi?”. E’ la domanda posta nel Convegno sul passaggiogenerazionale nelle imprese, il tema dibattuto al Maga di Gallarate nel corso dell’evento EconomixLab. Untema che racchiude sul piano gestionale il presente e il futuro di piccole e medie aziende che, fra tradizione e innovazione, cercano un punto di equilibrio per una precisa identità. Nuove strategie imprenditoriali con il passaggio del testimone per garantire, nel segno della continuità, prospettive occupazionali e, più in generale, lo sviluppo economico del territorio.E’ in atto una trasformazione profonda nel mondo del lavoro, l’evoluzione tecnologica e la digitalizzazione aprono alle imprese interessanti opportunità di crescita che richiedono una revisione dei modelli organizzativi, supportati da competenze e qualificazione professionale. In questo scenario si pone l’apporto cruciale delle nuove generazioni, le loro conoscenze, le loro sensibilità. Una preziosa risorsa operativa per realizzare, con spirito imprenditoriale, un sistema produttivo competitivo. Una sfida epocale per rilanciare la variegata realtà delle Pmi che costituiscono il tessuto connettivo dell’economia anche in Provincia di Varese, con l’83,6% delle aziende a conduzione familiare, il 28,1% guidate da over 70, in linea con le risultanze della Lombardia. Una transizione, fra il vecchio e il nuovo, condotta con chiarezza di obiettivi. Un cambiamento che deve accompagnarsi a una tempestiva programmazione, superando improvvisazione e conflittualità familiari per trasferire conoscenze e valori. Pianificare cioè il percorso da seguire per fronteggiare i complessi aspetti giuridici e fiscali dell’operazione e dare quindi una risposta a chi s’interroga sul cambiamento.Con lo scopo di favorire il passaggio generazionale dell’azienda nell’ambito della famiglia imprenditoriale,con la legge n.55 del 14 febbraio n. 2006 e successive modificazioni, il legislatore ha introdotto nel nostroordinamento giuridico l’istituto del “patto di famiglia” che consente al titolare dell’impresa di anticipare,con atto pubblico, il momento del trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni sociali ai discendenti oal discendente che si reputi più adatto alla gestione aziendale. Obiettivo di fondo è quello di assicurarecontinuità gestionale, produttiva e occupazionale nel delicato passaggio della leadership, relativamente alcontrollo e alla direzione dell’impresa, scongiurando l’insorgere di liti ereditarie e il rischio di disgregazioni aziendali con la frammentazione del patrimonio aziendale. Sulla scorta di una perizia per la determinazione del valore dell’azienda, occorre liquidare, preferibilmente dal titolare (prelievo più oneroso nel caso di compensazioni tra fratelli), i diritti economici dei legittimari (ove questi non partecipino o rinunzino al contratto) con il pagamento di una somma corrispondente al valore della rispettiva quota di riserva (o di legittima), oppure, se questi vi consentono, con il trasferimento di beni in natura di eguale valore.Il “patto di famiglia” consente di trasferire ai discendenti le imprese di ogni dimensione, anche quelleorganizzate in forma societaria: dal diritto di proprietà al diritto di nuda proprietà, al diritto di usufrutto.L’assegnazione effettuata tramite il “patto di famiglia” è definitiva. I beni assegnati sono esclusi dall’obbligo della collazione ereditaria (nessun obbligo di riportare nell’asse ereditario i beni oggetto del patto), non sono soggetti all’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie per la reintegrazione della quota legittima. Ciò vale sia per gli assegnatari dei beni d’impresa che per gli altri legittimari, non assegnatari.I trasferimenti effettuati attraverso il “patto di famiglia” ex art. 768 bis c.c. di aziende o rami di esse, diquote sociali e di azioni sono esenti dall’imposta di donazione, dall’imposta di trascrizione per le formalitàrelative, dall’imposta catastale per le volture. Ai fini delle imposte dirette, il trasferimento dell’azienda nongenera, ex art. 58 Tuir, alcuna plusvalenza: “l’azienda è assunta ai medesimi valori fiscalmente riconosciutinei confronti del dante causa”. Idem per il trasferimento di partecipazioni societarie: nessun capital gain, ex art. 67 Tuir. Un regime di neutralità fiscale estremamente vantaggioso. Il beneficio fiscale...

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IL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV

Posted by on Nov 6, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su IL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV

IL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV

Sono tanti i temi dibattuti in questo periodo, dalla manovra finanziaria al ponte sullo Stretto di Messina con lo stop della Corte dei Conti, dalla riforma della giustizia con la separazione delle carriere della magistratura ai dazi americani, non dimenticando i tragici eventi in Ucraina e in Medio Oriente. Ma in televisione il prime time cerca audience, cronaca nera a go go, in tutte le salse. A seguito della riapertura delle indagini (piena di errori e lacune clamorose quelle iniziali), il delitto di Garlasco sta da tempo spopolando in tv, occupando spazi sempre più rilevanti in tutte le emittenti, da quella pubblica a quelle commerciali, nazionali e locali. Il caso diventa ogni volta occasione morbosa di dibattito per talk show, documentari, speciali e approfondimenti per catturare l’attenzione del pubblico e fare impennare lo share. Un mix di informazione, narrazione e intrattenimento che, abbattendo ogni dimensione etica, spettacolarizza una tragedia: l’uccisione di Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni, avvenuta il 13 agosto 2007.  Il luogo della tragedia, una villetta di Garlasco, è diventato un set televisivo, con attori e comparse vittime di un narcisismo smisurato, espressione evidente delle storture della mente umana. La televisione continua a sostituirsi alle aule del Tribunale. L’autorità giudiziaria, gli investigatori, i difensori, persino gli imputati attratti fatalmente da un interlocutore ingombrante: la televisione. Nell’ambito di un rapporto sempre più stretto e inestricabile tra fatti di cronaca e loro rappresentazione, con frequenti coup de theatre, Pubblico ministero, consulenti, medici, difensori sono diventati figure conosciute al pubblico al pari dei personaggi dello spettacolo. Un vero show serale, con l’alzare del sipario, per il quotidiano carnevale dell’opinionismo, generando nell’ignaro telespettatore quasi una dipendenza. Una sagra della vanità con gli avvocati di parte che passano da una trasmissione all’altra, in cerca di una visibilità a gettoni. Davvero il peggio del peggio delle tv, con il rischio di provocare un inquinamento della serenità del giudice, fortemente esposto alle pressioni mediatiche. Commenti fuffa e disquisizioni sul nulla, lontani dalla verità, a conferma della pochezza delle trasmissioni, condotte sul filo della legalità (numerose le incursioni nel privato), per animare spettacoli inverecondi. Un drammatico fatto di sangue continua a essere riproposto con toni sensazionalistici, trasformando la giustizia in spettacolo e il dolore in un atto del copione. La cronaca nera si ripete come un rituale mediatico che confonde informazione e intrattenimento, un format, una serie a puntate, da seguire sera dopo sera. La televisione sta facendo sì che l’accertamento della verità non spetti più ai tribunali, ma agli studi televisivi, non più ai giudici, ma ai giornalisti, ai criminologi o presunti tali, ai tanti attori di un discutibile sistema mediatico. E’ un circolo vizioso e torbido che nessuno vuole interrompere, alimentato dal protagonismo e dal narcisismo di chi non vuole abbandonare le luci della ribalta. Sul banco degli imputati, sotto accusa, l’informazione giornalistica. Quando il diritto di cronaca sconfina nella spettacolarizzazione del dolore, quando un fatto di sangue diventa argomento quotidiano di talk show il giornalismo smarrisce credibilità e ogni primaria funzione di controllo e conoscenza al servizio della pubblica opinione. L’informazione, quella vera, lontana da ogni esigenza di audience, dovrebbe saper accendere le luci sulla verità, non amplificare l’eco del clamore in nome di uno sterile sensazionalismo. Non significa fare informazione televisiva con una cronaca che non informa, ma intrattiene, che non chiarisce, ma confonde. E’ nelle aule dei Tribunali che si celebrano i processi, non nei salotti televisivi dove la ricerca della verità cede il passo alla morbosità, complice il conduttore che ogni sera la reinventa per assecondare i canoni dell’intrattenimento, non chiarendo i fatti, ma alimentando una emotività collettiva...

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