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I DAZI DI TRUMP E LA GLOBALIZZAZIONE

Posted by on Ott 21, 2025 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su I DAZI DI TRUMP E LA GLOBALIZZAZIONE

I DAZI DI TRUMP E LA GLOBALIZZAZIONE

Dazi americani, l’illusione del protezionismo nell’economia globale. Dall’ Osservatorio sui conti pubblici italiani (OCPI) della Università Cattolica di Milano, direttore Carlo Cottarelli, sono arrivati i primi dati, le prime riflessioni sulla “guerra commerciale più stupida della storia” di Donald Trump.  A luglio 2025, per effetto del balzo dei dazi medi reali dal 2,2 al 18,3 per cento, il Dipartimento del Tesoro americano ha incassato 27,6 miliardi di dollari dai dazi sulle importazioni. Considerando che a luglio 2024 la stessa voce (”Custom duties”) segnava 7,1 miliardi, i nuovi dazi imposti al mondo intero dal tycoon dovrebbero tradursi, su base annuale, in maggiori entrate fiscali pari a 300 miliardi, comprensivi anche dei nuovi dazi verso l’Unione europea e altri Stati entrati in vigore nella seconda parte dell’anno. Una cifra significativa, pari a circa l’1% del Pil statunitense, in linea con le importazioni di merci che sono circa il 10% del Pil americano. L’impatto sui conti pubblici rimarrebbe però limitato in quanto il deficit pubblico nel 2024 è stato di oltre 1.915 miliardi di dollari, pari al 7% circa del Pil. Il discorso dell’Amministrazione americana sui dazi si fonda sull’idea che questi possano migliorare la bilancia commerciale degli Stati Uniti (un disavanzo verso l’Europa di circa 150 miliardi di euro all’anno) e che possano rilanciare il settore manifatturiero, che nel 2024 comprendeva l’8% degli occupati. Nella misura in cui i dazi riducono la domanda di beni importati e inducono una riorganizzazione delle catene produttive potrà essere stimolata l’occupazione dei singoli settori protetti dalla concorrenza estera. Benefici che, oggettivamente, tendono a essere sovrastati dalle perdite di occupati nel resto del tessuto produttivo. L’ambizione trumpiana di invertire le tendenze di lungo periodo dell’economia statunitense, rimpatriando l’attività industriale che da oltre mezzo secolo fugge all’estero in cerca di minori costi di produzione e favorendo quindi maggiori livelli occupazionali, resta un disegno difficilmente perseguibile per le tante variabili geopolitiche in campo. Una strategia, quella dei dazi all’importazione, incoerente e dannosa anche per gli Stari Uniti con obiettivi di effetto politico e mediatico, di dubbia realizzazione: la correzione del deficit pubblico americano, il rallentamento conseguente della bilancia commerciale, la reindustrializzazione degli Stati Uniti. Nuovi maggiori dazi aumentano le entrate fiscali, ma hanno effetti negativi sull’economia, perché -è stato fatto rilevare- deprimono la domanda e possono avere effetti distorsivi sull’efficienza economica. Le maggiori entrate fiscali derivanti dai dazi imposti su un’ampia gamma di prodotti importati, e applicati a un ampio numero di paesi, nell’incidere negativamente sui consumi interni e quindi sul fatturato delle imprese importatrici, potrebbero solo parzialmente compensare le minori imposte sui redditi delle imprese. A subirne le conseguenze sono le imprese e i consumatori sui quali, in definitiva, graverà il maggior costo dell’importazione con l’aumento dei prezzi. Effetto domino di questa strategia è il rischio inflazionistico generalizzato dovuto al fatto che le imprese cercano di recuperare i maggiori costi aumentando i prezzi e i consumatori di recuperare la perdita di potere d’acquisto chiedendo maggiori salari. Ma frenare l’inflazione, attraverso una politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, potrebbe causare un rafforzamento del dollaro, che non aiuta le esportazioni americane e peggiora la bilancia commerciale, anche se compensa in parte l’effetto dei dazi sui prezzi interni. Allo stesso tempo il dollaro forte continuerebbe ad attirare dall’estero i capitali necessari a finanziare l’aumento del debito e il persistente deficit commerciale. Su scala mondiale, come risposta ai dazi americani, l’applicazione del “principio di reciprocità” sulle importazioni dagli Usa sarebbe disastroso, amplierebbe le tensioni commerciali, anziché alleviarle. In una economia globale, i dazi generalizzati possono generare effetti a catena. Avremmo, di fatto, un aumento globale di tasse distorsive che causerebbe un...

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LEGGE DI BILANCIO ALL’INSEGNA DELLA PRUDENZA

Posted by on Ott 2, 2025 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su LEGGE DI BILANCIO ALL’INSEGNA DELLA PRUDENZA

LEGGE DI BILANCIO ALL’INSEGNA DELLA PRUDENZA

Autunno tempo di bilancio, esami in arrivo per il Governo. In cantiere la Manovra 2026, un momento di riflessione sullo stato dell’economia in previsione della programmazione della spesa pubblica e del prelievo fiscale. Entro il 2 ottobre, con l’imprimatur del Consiglio dei Ministri, dovrà essere trasmesso alle Camere il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che, in recepimento della riforma delle regole della governance economica europea, ha sostituito la NaDef (Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza). Il nuovo documento contiene, oltre all’anticipazione delle misure della Manovra 2026 e dei relativi effetti finanziari, l’aggiornamento delle previsioni a legislazione vigente riportate nel Decreto di finanza pubblica 2025, il conto economico delle amministrazioni pubbliche articolate per sotto-settore, l’aggregato della spesa netta, il saldo di cassa del settore statale. La presentazione ufficiale in Parlamento da parte del Governo della Manovra completa avverrà entro il mese di ottobre, preceduta dall’invio a Bruxelles del Documento programmatico di bilancio con l’indicazione dell’obiettivo di saldo di bilancio e delle proiezioni delle entrate e delle spese. La Legge di Bilancio, al termine di un complesso e articolato iter parlamentare, dovrà essere approvata dai due rami del Parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. Quest’anno il Governo è nelle condizioni di predisporre la manovra in un favorevole scenario economico per effetto del riconoscimento a livello internazionale del pieno rispetto da parte dell’Italia degli impegni presi sul contenimento di spesa pubblica e deficit. Lo riconosce il Fondo monetario, così come la Commissione europea. Lo spread scende, le agenzie di rating cambiano giudizi e valutazioni sulla solvibilità e solidità finanziaria del Paese, aumenta la fiducia dei mercati. Una stabilizzazione finanziaria, espressione di quella politica, che rende l’Italia un Paese attrattivo per gli investitori in attività produttive. Il Governo non esclude di uscire dalla procedura di infrazione Ue in anticipo rispetto al termine del 2026, riportando il parametro del deficit sotto il 3% del Pil. La parola d’ordine in Via XX Settembre è “prudenza”. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, fedele alla sua strategia, ha sottolineato che “tutte le misure allo studio saranno valutate tenendo conto dell’esigenza di tenere sotto controllo i conti pubblici, in un contesto caratterizzato ancora da turbolenze geopolitiche e macroeconomiche che potrebbero rendere necessarie nuove spese.” Tanti i punti interrogativi sul Pil 2026 (+ 0,7%?) generati dai dazi americani, dalla guerra in Ucraina e nel Medioriente e dagli elevati impatti sui prezzi dell’energia. Una girandola di calcoli per non impattare sui vincoli di Bruxelles.  Il cuore della Manovra 2026 sarà ancora una volta il capitolo fiscale, con particolare attenzione al taglio dell’Irpef per i redditi intermedi. Dopo l’accorpamento dei primi due scaglioni operato nel 2024, l’obiettivo del Governo, risorse (e contributi straordinari delle banche) permettendo, è di intervenire sul secondo scaglione (28.000-50.000 euro) per estenderlo fino a 60.000 euro e riduzione dell’aliquota dal 35 al 33%. Altro tema caldo è la rottamazione delle cartelle esattoriali, edizione quinquies, per alleggerire il magazzino debiti che ha superato 1.300 miliardi di euro, distinguendo tra crediti effettivamente esigibili e quelli ormai inesigibili. Una sorta di “pace fiscale”, secondo l’espressione cara al Ministro, per “dare la possibilità a chi si trova in difficoltà di rifiatare e continuare a contribuire”. Chiudere cioè i contenziosi fiscali, permettendo a cittadini e imprese di onorare i propri impegni nei limiti delle possibilità reali, nella consapevolezza della rilevante pressione fiscale del Belpaese che ammonta a oltre il 42,5%. Nessun condono, nessuna scorciatoia per i furbetti, ma un percorso di rientro sostenibile per chi non riesce a pagare le tasse. Il 2026 si preannuncia con un taglio di molti sconti fiscali che hanno accompagnato gli italiani...

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EUROPA, SVEGLIATI!

Posted by on Set 12, 2025 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su EUROPA, SVEGLIATI!

EUROPA, SVEGLIATI!

“L’Europa deve lottare per un continente che viva in pace, libero e indipendente. Oggi lancio un appello all’unità tra gli Stati membri, tra le istituzioni dell’Ue, tra le forze democratiche europeiste di questo Parlamento per il nostro futuro, a difesa dei nostri valori, delle nostre democrazie.” E’ questo il passaggio chiave del discorso pronunciato dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen sullo stato dell’Unione davanti all’emiciclo dell’Europarlamento, a Strasburgo. In un contesto internazionale sempre più incerto, dove si profila minaccioso uno scontro per un nuovo ordine mondiale basato sul potere, deve emergere una “nuova Europa” padrone del proprio destino. Un’Europa necessaria “per ricostruire la centralità del diritto internazionale”, ritrovare la prospettiva del multilateralismo e non soccombere ai regimi autocratici. Parole di grande effetto per rilanciare il progetto di un’Europa unita, pieno di idealismo ma anche di concretezza, disegnato dai Padri fondatori dell’Europa dopo i lutti e le distruzioni della seconda guerra mondiale. Ma sono parole lontane da una realtà comunitaria particolarmente difficile e disomogenea a livello istituzionale. Non c’era bisogno di aspettare l’ondata di proteste che ha preso di mira Ursula Von der Leyen sulla questione dei dazi per sapere che l’Unione europea è nella fase di maggiore difficoltà della sua storia. Per anni l’Unione europea, come ha osservato Mario Draghi al recente Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e forza contrattuale nelle relazioni commerciali internazionali. Abbiamo dovuto rassegnarci ai diktat imposti dal tycoon americano, compreso l’aumento della spesa militare, abbiamo dato il maggiore contributo finanziario alla guerra in Ucraina in cambio di un ruolo abbastanza marginale nei negoziati di pace. Europa spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Non sorprende quindi il crescente scetticismo nei confronti di un’ “Europa sonnambula” che sembra non ricordare i suoi principi fondanti: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Una Unione di 27 Paesi a volte allo sbando, in cui ognuno va per conto suo per i propri interessi: dall’Ungheria del filorusso Viktor Urban alla Slovacchia del premier Robert Fico fotografato felice e orgoglioso in Cina, alla cerimonia per l’80mo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, con il sanguinario Putin.   Europa, svegliati! L’Unione è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento ispirano le relazioni commerciali internazionali. E’ fortemente precario l’assetto istituzionale con la sua burocrazia, con i suoi vincoli, senza meccanismi di decisione a maggioranza. Distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze. Non più inermi spettatori ma comprimari sulla scena mondiale.  Per affrontare le sfide di oggi l’Ue deve progredire nell’integrazione bancaria e finanziaria, mutare la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria: da quella del mercato interno con la rimozione delle tante barriere e degli ostacoli normativi a quella tecnologica con forme sempre maggiori di integrazione, ricorrendo a un finanziamento comune per obiettivi condivisi (“cooperazioni rafforzate”).    In un mondo che ha smarrito la bussola della storia, serve un’Europa che non sia solo una sommatoria di Stati membri, ma un corpo politico con una sua precisa identità, capace di agire. E’ ora di dire basta alla fiction della sovranità per giustificare un pericoloso immobilismo. Inaccettabile giocare con 27 bandierine e zero decisioni a causa di un anacronistico diritto di veto. Un Risiko da cestinare. Il rischio è semplice da spiegare, ma drammatico da...

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I DAZI: LE CAUSE DI UNA STUPIDA GUERRA

Posted by on Ago 4, 2025 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su I DAZI: LE CAUSE DI UNA STUPIDA GUERRA

I DAZI: LE CAUSE DI UNA STUPIDA GUERRA

I giochi sono fatti, “rien ne va plus”. Si è fermata sul 15 la roulette dei dazi nel resort di Donald Trump a Turnberry, in Scozia. Dopo settimane di trattative febbrili, condotte sul filo di ricatti, minacce e bluff spudorati, il tycoon americano ha imposto alla malconcia e arrendevole Unione europea la legge del più forte: un balzello del 15% per le importazioni europee oltreoceano. Dal 7 agosto scatteranno le nuove misure. Una “doccia scozzese” per l’economia del Vecchio continente. Un macigno accettato senza alcuna reale giustificazione economica, a difesa di una presunta stabilità dal prezzo altissimo per imprese e lavoratori di tutta Europa. Il patto smaschera la ipocrisia di chi, a parole, difende il multilateralismo, ma di fatto impone un accordo che viola le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). “La più stupida guerra commerciale della storia”, secondo l’autorevole giornale economico Wall Street Journal. Una guerra proclamata con il “Liberation Day” del 5 aprile che parte da lontano e che nasconde cause profonde e diverse: da arma geopolitica di pressione e di negoziato con Messico, Canada e India sul variegato fronte dei flussi migratori, del narcotraffico e della politica estera (veri diktat) a strumento di difesa del protezionismo in risposta ai guasti della globalizzazione che nel 2008 aveva causato la crisi finanziaria dei subprime con le banche salvate da Bush e Obama a spese dei contribuenti, e in primis della classe operaia americana. La parabola politica di Trump con la sua contestata “logica della reciprocità” in materia commerciale affonda le sue radici in quei traumi sociali di massa. Tecnocrati e accademici da allora sono stati percepiti come inaffidabili, venduti agli interessi dei veri vincitori della globalizzazione, quelle grandi imprese che continuano a volere le frontiere aperte a merci e persone (nel caso dell’immigrazione, per sfruttare la manodopera straniera a buon mercato).Ma dietro al ricatto all’Europa, con un accordo totalmente asimmetrico, si nasconde la causa di fondo della strategia economico-politica di Donald Trump: l’enorme debito USA. Problema di grande dimensione che poco si concilia con il suo slogan sbandierato nella sua campagna elettorale del 2016 e quella del 2024: Make America Great Again – MAGA (“Rendiamo l’America di nuovo grande”). Dall’inizio del secondo mandato, l’inquilino della Casa Bianca si sta dimostrando profondamente consapevole della grande vulnerabilità americana con il punto estremo al quale è giunto il ciclo del debito dell’ultimo quarto di secolo. Il governo federale è passato da conti in attivo alla fine dell’amministrazione Clinton (2001) a un deficit sempre più profondo prodotto ad ogni svolta della storia di questi tre decenni: la recessione con lo scoppio della bolla di Internet (“Nasdaq”) e l’11 settembre, il costo delle guerre in Iraq e Afghanistan, la recessione per il crash di Lehman e i costi della crisi bancaria, gli effetti conseguenti al Covid, infine le politiche industriali di Joe Biden. Ogni situazione straordinaria genera nuovi deficit. Sui conti pubblici si scaricano le contraddizioni del Paese.Quasi due terzi di tutto il debito pubblico esistente oggi al mondo, in valore, è debito pubblico americano (37mila miliardi di dollari su 59mila miliardi), con rinnovi e nuove emissioni di titoli per circa 10mila miliardi all’anno: un livello pari al 30% del pil. Allarmante l’ultimo rapporto dell’Ocse sul debito pubblico nel mondo: gli Stati Uniti hanno di gran lunga la maggiore necessità di rifinanziamento fra le 38 democrazie avanzate del club. Metà dei titoli emessi per coprire nuovo deficit nel mondo nel 2025 saranno titoli del Tesoro americano. Ma come evitare una crisi del debito senza chiedere sacrifici agli elettori, senza toccare gli interessi delle oligarchie economiche e dei grandi finanziatori dei repubblicani? Da qui...

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LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

Posted by on Lug 9, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

E’ scattato il primo esodo estivo, milioni di italiani in viaggio verso le località turistiche. Si rinnova l’annuale rito delle vacanze con la fuga verso mare e monti, con le città che si andranno sempre più spopolando. Un fenomeno sociale di forte impatto sulle condizioni di vita degli anziani che restano in città. Fa riflettere l’ultimo rapporto della Caritas sulle tante emergenze sociali, un impietoso squarcio sulle realtà nascoste della nostra società che “facciamo finta di non vedere, rimuovendole subito”. Sempre più “aggressivo” nelle città il nemico invisibile: la solitudine, compagna triste e silenziosa di tante persone. In dieci anni è raddoppiato il numero degli anziani che vivono da soli, bisognosi di un aiuto, una persona su quattro è in una condizione di povertà cronica. Caritas ricorda che l’Italia è al settimo posto in Europa per incidenza di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale, una condizione presente soprattutto tra gli anziani in solitudine. Il numero degli anziani non autosufficienti è ormai di tre milioni e crescerà a dismisura come effetto della diffusione delle malattie croniche legate all’avanzare dell’età. Aumentano i nuclei monofamiliari che in soli vent’anni sono passati a Milano, in particolare, dal 45 al 57 per cento del totale. La maggior parte degli anziani è femminile. L’Italia è il secondo Paese al mondo più vecchio, dopo il Giappone, con una speranza di vita tra le più elevate. In Europa siamo il Paese con la percentuale più alta di cittadini con età pari o superiore a 65 anni (23,5%) e più bassa di giovani (13,2%). ll crescente “inverno demografico” con un indice di natalità al ribasso ci consegna una prospettiva di ulteriore crescita della parte più anziana della popolazione. Il futuro vedrà anziani sempre più soli, perché aumenteranno ancora le famiglie senza figli, non solo per la diminuzione delle nascite, ma anche per la fuga dei giovani all’estero in cerca di un lavoro e di prospettive occupazionali migliori. Poco incoraggianti le previsioni: nei prossimi vent’anni dieci milioni di italiani vivranno da soli, quasi una persona su cinque. Per gli over 65 si passerà dagli attuali 4,2 milioni a 6,1 milioni. E’ inquietante il disagio sociale degli anziani, espressione delle tante contraddizioni in cui vive la società contemporanea, sensibile alle sagre dell’effimero ma indifferente ai bisognosi di ascolto. La solitudine è isolamento, mancanza di affetti, di sostegno concreto e psicologico, tanto più grave perché subita. Senza uno status sociale la persona tende inesorabilmente a isolarsi, a escludersi da un mondo che non gli appartiene, così diverso dal “piccolo mondo antico” dei suoi ricordi, abitato da uomini e donne con un cuore e con un progetto d’amore da condividere. L’anziano che resta solo in città sconta la nuova struttura della famiglia che, da patriarcale e numerosa che era nella società contadina, si è ridotta spesso a un mononucleo, disgregata e poco munita, e comunque poco attenta alla figura del nonno. Privo di amicizie che il tempo e le contingenze hanno cancellato e senza una vera copertura affettiva a livello familiare, l’anziano, con l’aumentare degli anni, con il calare delle forze e con il sopraggiungere di malattie debilitanti, oltre a un inesorabile declino cognitivo, sente sempre più incombente la fragilità fisica, il peso della vita, la sottile voglia di…togliere il disturbo. Una desolante sconfitta per una società che non ha saputo soddisfare i suoi bisogni di protezione, le sue aspettative di sicurezza e di appartenenza, calpestandone la memoria storica, la ricchezza interiore di valori, l’identità sociale. Quale futuro nella solitudine? Come curare questo insidioso male sociale? Di fronte alle paure della vecchiaia l’antidoto resta quello naturale, quello di sempre:...

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