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ADDIO AL PATTO DI STABILITA’ STUPIDO

Posted by on Mag 2, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su ADDIO AL PATTO DI STABILITA’ STUPIDO

ADDIO AL PATTO DI STABILITA’ STUPIDO

Addio al “Patto di stupidità”. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, alloraPresidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997,l’Europarlamento di Strasburgo, dopo un lungo e acceso negoziato tra i Paesi membri, ha approvato lariforma del Patto di stabilità e crescita per la governance economica dell’Europa del futuro. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria.Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i “parametri” fissati con ilTrattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno per non mettere a rischio la tenuta monetaria dell’Ue. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva attivato la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica fino al 2023 per sostenere l’economia durante la crisi. Espansività della spesa secondo i canoni Keynesiani.Per scongiurare il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con le ferree misure dell’ortodossiarigorista, e quindi con un Patto realisticamente inapplicabile, la riforma del Patto prevede una riduzioneconcordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme e investimenti. Sarà la Commissione Ue a “tracciare la traiettoria di riferimento” specifica persingolo Paese entro il 21 giugno con gli obiettivi di aggiustamento dei conti pubblici a medio terminepreparatori ai piani pluriennali di spesa (fiscali e strutturali), finalizzati a garantire la riduzione del debito olivelli prudenti. La riforma del Patto punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno allariduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di spesa sostenibili econformi al nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa primaria al netto degli interessi (perinvestimenti e sovvenzioni Pnrr), nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure peraffrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, della durata diquattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire il rientro del debito pubblico con una riduzionemedia annua dell’1% del rapporto debito/Pil per i Paesi con rapporto superiore al 90% (Italia e Francia),dello 0,5% per gli altri Paesi con indebitamento compreso fra il 60 e il 90% del Pil: un vincolo menorestrittivo di quello attuale di 1/20 all’anno.“La riforma, ha dichiarato il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, intende semplificare la governanceeconomica, sviluppare la responsabilità nazionale, rafforzando l’applicazione delle norme all’interno di unquadro comune trasparente.” Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuoleevitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti edella crescita, mettendo a rischio il modello sociale e la sicurezza del continente. Si volta pagina per unPatto più…intelligente, nel segno di una responsabile politica di bilancio.Cosa cambia per l’Italia? L’entusiasmo italiano è scarso, come dimostra, per opposte ragioni di partito,alcune palesemente contraddittorie, l’astensione quasi corale all’Europarlamento (con il “no” di M5S).“Abbiamo unito la politica...

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IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI 

Posted by on Apr 19, 2024 in Uncategorized | Commenti disabilitati su IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI 

IL GRANDE REBUS DEI CONTI PUBBLICI 

 Un quadro tendenziale e non programmatico delle dinamiche dei conti pubblici, la zavorra del debito appesantito dagli “effetti devastanti” del Superbonus (ministro Giorgetti), le proteste e i dubbi dell’opposizione sulla reale situazione della finanza pubblica: sono gli aspetti controversi del Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Governo. Nel corso degli ultimi decenni i documenti programmatici hanno assunto sempre di più un ruolo chiave nella definizione ed esposizione delle linee guida di politica economica del Paese. In una economia caratterizzata da continui e rapidi cambiamenti, anche geopolitici, essi svolgono una delicata e importante funzione informativa a livello nazionale, comunitario e internazionale, in grado di rendere pienamente visibili le politiche di governo. Il Def è il principale strumento della programmazione economico-finanziaria che racchiude la strategia del governo per l’anno in corso e per i tre anni successivi, i suoi obiettivi programmatici macroeconomici e di finanza pubblica, gli interventi da realizzare in linea con gli andamenti dell’economia. Con il Def vengono stabilite le linee guida di bilancio, in primis il saldo della pubblica amministrazione, che rappresentano paletti invalicabili delle decisioni successive. L’approvazione parlamentare gli conferisce il valore di un vincolo giuridico. Come già successo in passato, anche quest’anno la presentazione del Def sta facendo discutere. In particolare, il documento varato dal governo ha suscitato riserve e polemiche per le stime sull’andamento dei conti pubblici rappresentate soltanto in base al cosiddetto “quadro tendenziale”, e cioè a legislazione vigente, in assenza di qualsiasi nuova misura da parte dell’esecutivo, e non in base al “quadro programmatico” con specifica indicazione delle scelte economiche del governo, con gli obiettivi che s’intendono raggiungere nel breve periodo. Un Def “leggero” privo di un’agenda programmatica di riferimento, secondo i partiti dell’opposizione, metterebbe a rischio la credibilità del Paese di fronte ai mercati finanziari, la fiducia in un governo incapace di darsi un Piano economico per i prossimi anni. Qualcuno ha parlato di “incapacità governativa”, di “truffa contabile del ministro Giorgetti” (Marco Turco, M5S). Tutto è chiarito nella nota governativa di presentazione del Def: “Il Documento è stato predisposto nel rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita, tenendo comunque conto della transizione in corso verso la nuova governance economica europea” con le nuove regole di debito e deficit. Nessuna reazione negativa da parte delle agenzie di rating: spread stabile, rendimento dei titoli di Stato invariato. Il Governo “rinvia la definizione degli obiettivi programmatici alla presentazione in settembre del Piano strutturale di bilancio a medio termine”, sperando in una più benevola lettura del deficit da parte della nuova Commissione Ue. Proprio sul versante del deficit, il fattore che ha reso particolarmente difficile le previsioni del governo sono stati il Superbonus e i bonus edilizi ereditati dal passato che, pur incidendo sulla crescita e sul Pil in modo decisivo all’1%, hanno causato una revisione al rialzo del deficit nel 2022 (8,6%) e 2023 (7,2%). Il conto finale è arrivato a 219 miliardi di euro (sei volte di più rispetto alle previsioni iniziali di spesa), dei quali 160 relativi al Superbonus. Da compensare nei prossimi anni restano 163 miliardi di crediti, ossia circa 40 miliardi l’anno, due punti di Pil, che rischiano di essere “incompatibili” con le disponibilità di cassa e l’obiettivo di contenere il deficit che, rapportato al Pil, per il 2024 resta confermato al 4,3% e al 3,7% per il 2025. Conseguente la ricaduta sul debito che l’anno prossimo, pur in presenza di un aumento stimato del Pil dell’1,2%, sfonderà quota 3mila miliardi di euro, arrivando per la precisione a 3.109, per poi salire ulteriormente a oltre 3.200 miliardi nel 2026 e a 3.300 nel 2027. Un rapporto...

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 PREMIERATO,  LAVORI  IN  CORSO

Posted by on Apr 8, 2024 in La nostra Società | Commenti disabilitati su  PREMIERATO,  LAVORI  IN  CORSO

 PREMIERATO,  LAVORI  IN  CORSO

Premierato, è arrivato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato il primo sì alla riforma che introduce l’elezione “a suffragio universale e diretto” del premier che potrà essere eletto per non più di due mandati consecutivi e potrà proporre al Capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri. Fra luci e ombre, una importante accelerazione del complesso iter della riforma costituzionale voluta dalla maggioranza per “consegnare la sovranità nelle mani del popolo”, liberando gli elettori dal giogo delle scelte di palazzo. Stabilità, credibilità, visione del futuro sono i principi ispiratori del “cuore della riforma” per disegnare orizzonti istituzionali diversi e garantire la governabilità. E’ storica l’instabilità politica in Italia. Governi brevi, alcuni brevissimi, altri di minoranza, monocolore, deboli sin dalla nascita. In 77 anni di storia repubblicana si sono susseguiti a Palazzo Chigi ben 68 esecutivi. Per oltre dieci anni, ovvero da Mario Monti in poi, nessun governo ha mai avuto un Presidente del Consiglio espressione di una indicazione elettorale da parte dei cittadini, sempre più in fuga dai seggi elettorali per il voto. Un record negativo in Europa. Molte le cause di questa “fragilità” istituzionale, fra le quali la possibilità per i parlamentari, eletti senza vincolo di mandato, di cambiare casacca durante la legislatura favorendo anomali rimpasti governativi. Sono circa quarant’anni che si parla di modifica della forma di governo: dalla Commissione bicamerale del 1997 del governo di Massimo D’Alema alla proposta di riforma del 2006 del centrodestra di Silvio Berlusconi, a quella del 2020 dell’ex premier Matteo Renzi, ma ogni progetto si è arenato nelle sabbie mobili delle polemiche fra i partiti. Le modifiche degli articoli 88, 92 e 94 della Carta costituzionale contenute nel ddl Meloni-Casellati dovrebbero tendere proprio a formare esecutivi stabili e duraturi. Oltre alla elezione diretta popolare del Presidente del Consiglio, in carica per 5 anni, la riforma del premierato prevede la “costituzionalizzazione” di un premio di maggioranza su base nazionale tale da garantire in ambedue le Camere una maggioranza dei seggi alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio, nel rispetto del principio di rappresentatività. Alla futura legge elettorale restano demandate le modalità di elezione del premier nonchè quelle relative all’assegnazione del premio. In caso di dimissioni volontarie del premier, incarico a un altro parlamentare della stessa maggioranza per attuare i medesimi impegni programmatici e indirizzo politico o scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica su richiesta del premier. In caso invece di revoca della fiducia al Presidente del Consiglio eletto, mediante mozione motivata, il Capo dello Stato procederà motu proprio allo scioglimento del Parlamento. Stop quindi alla stagione dei ribaltoni e dei Governi tecnici con premier e ministri di nomina extraparlamentare.   La riforma del premierato comporterebbe una evoluzione del sistema parlamentare, di cui conserva il rapporto fiduciario, correggendo lo strabismo istituzionale collegato ai governi decentrati, regioni e comuni, per i quali c’è l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, Governatore e Sindaco.  A questo tipo di premierato sono state già mosse diverse critiche: la prima e più rilevante è quella di ridurre il Presidente della Repubblica a un ruolo di semplice “cerimoniere e passacarte” con funzioni notarili, con meno margini di intervento in caso di crisi. Le sue prerogative sarebbero mantenute solo formalmente, mentre di fatto verrebbe svuotato il suo ruolo più importante, quello di “arbitro” delle crisi di governo. Dall’altro lato, il Presidente del Consiglio, eletto direttamente dal popolo, diventerebbe il vero dominus del sistema, potendo causare lo scioglimento automatico delle Camere con le proprie dimissioni.    Si tratta quindi di riequilibrare il “cuore della riforma” per preservare i poteri del Presidente della Repubblica che resta...

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 IL  FUTURO  DELL’  EUROPA  

Posted by on Mar 12, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su  IL  FUTURO  DELL’  EUROPA  

 IL  FUTURO  DELL’  EUROPA  

A tre mesi dal voto di giugno, le elezioni europee sono avvolte in una cortina di incertezze, fra timori e speranze per quello che sarà il futuro Parlamento europeo in un mutato contesto geopolitico. Il voto del 6-9 giugno segnerà fortemente la storia dell’Unione, i cittadini europei avranno la possibilità di far sentire la propria voce su questioni fondamentali che qualificheranno l’attività parlamentare dei vari gruppi politici: il sostegno all’Ucraina, i problemi climatici, l’allargamento dell’Unione, la riforma dei Trattati (revisione del diritto di veto, bilancio e debito comune, difesa europea).  Un voto per fare uscire l’Europa dal porto delle nebbie di fronte all’ascesa di estremismi e populismi, non solo di destra, che potrebbero cancellare il lungo (e faticoso) cammino comunitario fin qui percorso. Sullo sfondo il diffuso malessere riconducibile alle disuguaglianze crescenti, alla precarietà del lavoro, ai problemi della sicurezza e del welfare, al surplus di burocrazia di Bruxelles. Un malessere che affonda le sue radici nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia, nelle difficoltà dei giovani sul mercato del lavoro. Ed è in questo spazio di insofferenza sociale, dalla Francia alla Germania, dall’Ungheria alla Polonia, all’Italia, che i movimenti nazional-populisti si alimentano, azzerando di fatto quella solidarietà che nel Vecchio Continente aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui, con lo storico Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, era stato disegnato il sogno di una nuova Europa. Ma questa Europa non fa più sognare, alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si sta sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori e con esso la stessa coscienza europea. Si pagano i tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un vero governo capace di rispondere alle attese dei cittadini. Il problema di fondo resta infatti la crisi di fiducia degli europei nei confronti di Bruxelles e della politica comunitaria lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno, come la recente protesta degli agricoltori ha dimostrato. E’ la politica dei Palazzi, delle Banche, della finanza internazionale! L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. Prima che scivoli nell’oblio, l’Europa deve valorizzare la propria identità culturale, rilanciare politiche economiche espansive e di crescita, recuperare, in un momento di grandi tensioni sullo scacchiere internazionale, la centralità politica del suo ruolo in termini di efficacia d’azione. Un salto di qualità per fronteggiare i guasti della globalizzazione, fermare gli egoismi nazionali, cancellare la miopia politica di chi, avendo perso ogni memoria storica, dimentica i lutti e le distruzioni dei nazionalismi del XX secolo.uale  Nessun Paese europeo può garantire, da solo, l’effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità, agli antichi nazionalismi potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità. La vera sfida attuale è “evitare che il presente uccida il futuro”!  E’ in gioco la sostenibilità del sistema europeo. La centralità delle istituzioni comunitarie nel processo decisionale è fondamentale, ma la sua realizzazione sarà assicurata solo se gli Stati membri saranno in grado di esprimere una ritrovata coesione. Ognuno dovrà fare la sua parte per l’Europa del futuro, un’Europa “unita nella diversità”. La sovranità europea condivisa e l’interdipendenza delle politiche, economiche e sociali, devono costituire i criteri primari di una governance responsabile e competente, presupposto di ogni progetto unitario di una equilibrata integrazione politica. “L’obiettivo non è conservare...

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IL CONCORDATO DELLA DISCORDIA 

Posted by on Feb 26, 2024 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su IL CONCORDATO DELLA DISCORDIA 

IL CONCORDATO DELLA DISCORDIA 

A un mese dalla sua approvazione da parte del Consiglio dei ministri, il concordato preventivo biennale continua a tenere banco nel dibattito politico. Luci e ombre sul nuovo strumento di compliance dell’Amministrazione finanziaria, una delle novità più controverse del progetto di riforma fiscale del Governo.   Un provvedimento dagli esiti incerti legato a un meccanismo (opzionale) per la tassazione di lavoratori autonomi e piccole imprese che fa molto discutere, su versanti opposti, le forze politiche. Restano molte criticità sull’approccio complessivo di questo strumento normativo.  Per 4,5 milioni di partite Iva (che applicano gli ISA e con debiti erariali sotto la soglia di 5mila euro) è arrivato un “patto” con il Fisco: per due anni potranno vedersi congelato il blocco della base imponibile e sospesoogni accertamento se accetteranno la “proposta vincolante” di pagamento delle imposte nei due anni successivi elaborata dall’Agenzia delle Entrate. I titolari di partita IVA che aderiranno al concordato preventivo biennale sapranno quindi in anticipo le imposte dovute per il 2024 e il 2025. L’intesa, di natura volontaria, prevede che l’Agenzia delle Entrate proponga al contribuente una quantificazione della base imponibile delle imposte sul reddito (Irpef o Ires) e sul valore della produzione (Irap). Un accordo preventivo fra fisco e contribuenti con la quantificazione di una somma predefinita a titolo d’imposta da versare a prescindere dal reddito effettivo. Un concordato sull’imponibile da tassare che mira a rendere “collaborativo e di fiducia”, e meno litigioso, un rapporto da sempre segnato da reciproca diffidenza.  Per ambo i soggetti in campo una scommessa: il Fisco punta sul concordato per recuperare nuovo gettito (una ipotesi di incasso di 760,5 milioni di euro) per completare le fasi successive della riforma fiscale, il contribuente attende una “proposta congrua e non una caccia alle streghe” per il recupero di equità, chiarezza e trasparenza.  Ma, senza un formale contraddittorio (come da più parti era stato richiesto), il software dell’Agenzia delle Entrate sarà in grado di formulare una proposta coerente e accettabile rispetto alla situazione reale del contribuente? Intelligenza artificiale al servizio del Fisco… nella lotta all’evasione. Come sarà “istruita”, e da chi? Non sarà un’operazione facile. La scelta di allargare il perimetro del concordato alle partite Iva con le pagelle fiscali peggiori, e cioè con gli indici sintetici di affidabilità con punteggio inferiore all’8, ha suscitato non poche riserve. Secondo alcuni osservatori, è una legittimazione dell’evasione fiscale, una sorta di condono mascherato. Un premio a quei contribuenti con punteggio ISA basso che, avendo finora nascosto al Fisco parte rilevante di reddito, folgorati sulla via di Damasco, si convertono alla fedeltà fiscale accettando una vantaggiosa base imponibile. Per il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, ispiratore della Riforma fiscale, l’obiettivo è al contrario quello di contrastare l’evasione e fare emergere reddito sottratto alla tassazione, in considerazione che, a causa della “carente capacità operativa” dell’Agenzia delle Entrate, “al momento in media solo il 5% delle partite IVA soggette agli ISA riceve un controllo del Fisco”.  Oggi in Italia, ha ricordato Maurizio Leo, ci sono quasi 1,3 milioni di autonomi fuori dalla flat tax al 15% e 453.429 società di persone che evadono il 69,2 per cento dei redditi per 32,4 miliardi di euro e 674.551 società di capitali che evadono il 23,8 per cento per 8,98 miliardi di euro. Oltre un milione sono le partite IVA che dichiarano, secondo le rielaborazioni di Sogei, un reddito annuo inferiore a 15mila euro. Una situazione fortemente critica per l’Erario, difficile da rimuovere se non attraverso misure di tax compliance in linea con la effettività della capacità contributiva e con l’attuale contesto economico. Una strada già percorsa in passato, l’ultima volta nel 2003, con...

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