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IL PATTO FRA FISCO E CONTRIBUENTI                                                          

Posted by on Gen 24, 2024 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su IL PATTO FRA FISCO E CONTRIBUENTI                                                          

IL PATTO FRA FISCO E CONTRIBUENTI                                                          

Si volta pagina nel rapporto fra Fisco e contribuenti. E’ entrato in vigore il Dlgs 219/2023 contenente modifiche allo Statuto dei diritti del contribuente varato nel 2000 per l’attuazione dei “principi di democraticità e trasparenza”. Con l’intento di realizzare un riequilibrio fra le due parti in causa, furono disciplinati gli istituti di tutela dei cittadini nei confronti degli Uffici tributari attraverso il riconoscimento di una lunga serie di diritti: dalla conoscenza degli atti, alla chiarezza e alla loro motivazione, dalla tutela della buona fede all’interpello, alle garanzie in caso di verifica. Diritti tutelati e difesi dal Garante del contribuente, organo di mediazione istituito presso ogni Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate. Ma lo Statuto non ha avuto vita facile, un patto molte volte dimenticato, violato dal Parlamento, dai vari Governi , dalla pubblica amministrazione. Un “amore impossibile” quello fra Fisco e contribuente! Diffidenza ma soprattutto incomunicabilità alla base di un rapporto che è andato nel tempo sempre più deteriorandosi. E’ rimasto purtroppo inascoltato l’appello lanciato da Ezio Vanoni, storico Ministro delle finanze, per un “ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. La mancanza di certezza della legge tributaria intesa come prevedibilità delle conseguenze giuridiche e fiscali è divenuta ormai una costante, alimentando una deleteria conflittualità. Da una parte il Legislatore fiscale costretto a rincorrere l’evoluzione dei rapporti economici per individuare i presupposti di nuova ricchezza e quindi nuovo imponibile da sottoporre a tassazione, dall’altra parte il contribuente (evasori a parte) vittima sacrificale di un caos legislativo che non facilita certo l’interpretazione e la corretta applicazione della normativa. Una frantumazione della legislazione tributaria, un proliferare di leggi, decreti, circolari e pareri che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio di ogni principio di diritto! Tanti segnali a conferma che l’ordinamento tributario italiano è sempre più caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio per ragioni di gettito che condiziona ogni corretta azione di accertamento in termini di equità, efficienza e trasparenza. Molte prescrizioni dello Statuto sono rimaste semplici enunciazioni di principio, senza alcun effetto giuridico. La più eclatante di sempre quella relativa al divieto di retroattività della normativa fiscale regolarmente violato più volte, oltre alle tante norme tributarie emanate in deroga ai principi dello Statuto, soprattutto in materia di proroga dei controlli. Una vera beffa del diritto e della sua certezza.  Dopo oltre venti anni si corre ora ai ripari.  Nell’ambito del Decreto attuativo della Riforma fiscale allo Statuto del 2000 viene riconosciuta maggiore valenza legislativa: le sue disposizioni “si conformano alle norme della Costituzione rilevanti in materia tributaria, ai principi dell’ordinamento dell’Unione europea e alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo” le quali costituiscono, adesso, i principi generali dell’ordinamento tributario, criteri di interpretazione della legislazione tributaria e si applicano a tutti i soggetti del rapporto tributario. Tra le novità più importanti spicca la disposizione che introduce il contraddittorio generalizzato: tutti gli atti autonomamente impugnabili dinanzi agli organi della giurisdizione tributaria devono essere preceduti, a pena di annullabilità, da un contraddittorio informato ed effettivo con il contribuente. I provvedimenti dell’Amministrazione finanziaria devono essere motivati con l’indicazione specifica dei presupposti, dei mezzi di prova, oltre che delle ragioni giuridiche su cui si fonda la decisione. Sul versante dell’accertamento viene sancita la inutilizzabilità degli elementi di prova raccolti oltre i termini di permanenza presso la sede del contribuente soggetto a verifica. L’accertamento dovrà essere unico per ciascuna imposta e per ciascun anno, venendo così a cessare il contestato strumento dell’accertamento parziale “a singhiozzo”. Verrà espressamente definita l’annullabilità e la nullità degli atti impositivi del Fisco e come eccepirle, pomo della discordia...

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MES, IL FLOP DI FINE ANNO

Posted by on Gen 9, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MES, IL FLOP DI FINE ANNO

MES, IL FLOP DI FINE ANNO

Consegnato alla storia il 2023. Un anno che, a livello comunitario, si è chiuso con non poche contraddizioni politiche e convulsioni economiche in particolare, che hanno segnato i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Prima la forte onda d’urto della stretta monetaria voluta dalla Bce, poi la tormentata riforma del Patto di stabilità con le future regolare di bilancio dei Paesi Ue, infine la kafkiana vicenda del Mes, il fondo salva-Stati, chiusa senza botti finali, ma con un clamoroso flop per la mancata ratifica dell’Italia, con maggioranza e opposizione parlamentare spaccate al loro interno.      Il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (Mes) è la “cassaforte” dell’Eurozona, l’embrione di un Fondo monetario europeo, istituito nel 2012 per dare sostegno ai singoli Stati in caso di crisi finanziaria e di rischio default attraverso prestiti economici, acquisti di titoli di Stato. Organizzazione intergovernativa, con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori (i ministri di Ecofin) e da un Consiglio di Amministrazione. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per potenziare la coesione dell’Eurozona e tutelarne la stabilità finanziaria. La riforma ridisegna l’azione del Mes con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate con programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes in Grecia. Rafforzare cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La ristrutturazione del debito pubblico (tagli alla spesa, privatizzazioni, liberalizzazioni, fisco) è richiesta soltanto in condizioni estreme (“condizionalità rafforzate”), quando il Paese è sul baratro del fallimento, mentre non è una precondizione per aderire agli aiuti del Mes quando il Paese, con parametri deficit-debito in linea, non ha perso l’accesso ai mercati finanziari. Le proposte di modifica al Trattato, dopo un “accordo politico preliminare” nel giugno 2019, sono state approvate dall’Eurogruppo nel gennaio 2021. La riforma intendeva inoltre attribuire al Mes un paracadute finanziario (“backstop”) per il fondo salva-banche Srf, il fondo unico di risoluzione bancaria alimentato dalle banche stesse, qualora, in casi estremi, fossero finite le risorse a disposizione per completare il recupero delle banche in difficoltà. E’ uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria nel processo d’integrazione economica e finanziaria dell’Eurozona: la garanzia europea sui depositi nelle banche che tuttora grava sui sistemi nazionali. Una rete, quella del Mes, dunque da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi sistemiche bancarie, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario. Per l’Italia il Mes è stata una storia infinita. Una diatriba fra Roma e Bruxelles che per anni ha animato il dibattito politico e le interlocuzioni comunitarie. E’ stato il primo governo Conte (M5S e Lega) a respingere inizialmente l’approvazione. Il Conte II (M5S e PD), nel giugno 2019, raggiunse un accordo politico preliminare sulle proposte di modifica al Trattato che, grazie anche alla generosità del Recovery fund, si concretizzò nel voto a favore nell’Eurogruppo del gennaio 2021. Con Mario Draghi alla guida di Palazzo Chigi la strada per la ratifica parlamentare sembrava ormai in discesa, ma nella sua variegata compagine governativa non fu mai trovata una comune linea d’azione. E così la patata bollente della ratifica del Mes è finita nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, con i problemi e le riserve del passato. Intorno alla riforma dell’ex fondo salva Stati, al quale l’Italia ha contribuito con un capitale sottoscritto di 125 mld di euro, si è nel tempo materializzato un reticolo di questioni legate tutte alla governance europea, prima...

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IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’

Posted by on Dic 20, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’

IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’

Alle battute finali il difficile accordo sulla riforma del Patto di stabilità. Si decidono in settimana con un Ecofin straordinario (in videoconferenza) le future regole di bilancio dei Paesi Ue. Una vicenda tormentata che sta segnando fortemente i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Ai ministri finanziari il compito gravoso di trovare una intesa sulla bozza di riforma proposta il 26 aprile scorso dalla Commissione europea con l’obiettivo di evitare che la riduzione del debito pubblico nei Paesi porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. E’ un negoziato molto importante: dalla definizione delle nuove regole dipenderà infatti quanto e come i vari Stati potranno spendere in funzione di debito e deficit di bilancio. Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, allora Presidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997, la Commissione della Presidente Ursula von der Leyen, dopo la sospensione nel marzo 2020 a causa della crisi economica scatenata dalla pandemia con l’attivazione della clausola di salvaguardia, propone per il ripristino del Patto dal primo gennaio 2024 una riforma delle regole di bilancio dell’Ue. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica sostenibile e duratura dell’economia fondata sulla stabilità finanziaria. Per scongiurare il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con i vincoli e le ferree misure dell’ortodossia rigorista, con un Patto realisticamente inapplicabile, la proposta di riforma della Commissione europea prevede una riduzione concordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme. Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuole quindi evitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti e della crescita.  La riforma del Patto (da negoziare con il Parlamento europeo) punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno alla riduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di aggiustamento credibili e conformi a un nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa pubblica netta, nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure per affrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, concordati con la Commissione Ue, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil, fino a che il deficit non andrà sotto il 3%, oltre ad assicurare la sostenibilità del debito attraverso un percorso in discesa in modo stabile per almeno dieci anni. La novità sostanziale del nuovo Patto disegnato a Bruxelles sta dunque nel fatto che non saranno più previste regole fisse valide per tutti gli Stati membri. Sul debito la proposta di riforma prevede la cancellazione della contestatissima regola precedente relativa al taglio del debito di un ventesimo all’anno per i Paesi fuori dai parametri nel rapporto debito/Pil. Dovrebbe...

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LA PAGELLA  DI  MOODY’S

Posted by on Nov 22, 2023 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su LA PAGELLA  DI  MOODY’S

LA PAGELLA  DI  MOODY’S

Gli esami non finiscono mai. Dopo le valutazioni (positive) di S&P, Dbrs e Fitch, per i conti pubblici italiani venerdi 17 è arrivata la pagella di Moody’s, l’agenzia statunitense di rating fra le più autorevoli. E, a dispetto della cabala, ironia della sorte, nonostante il giorno “porta sfortuna” prova superata. Azzerati i timori e le paure della vigilia legati al rischio bocciatura. Sotto esame la credibilità della nostra finanza pubblica collegata alla capacità di ripagare il debito. L’Italia si è presentata al test partendo da una valutazione tutt’altro che da prima della classe: Baa3, appena sopra la soglia del cosiddetto “investment grade”. Sotto questa classe di rating c’è solo il livello spazzatura, e cioè affidabilità uguale a zero.  L’ultima pagella ricevuta da Moody’s è dell’agosto 2022, subito dopo la fine del Governo Draghi: l’agenzia declassò il nostro Paese alimentando un clima di incertezza per le conseguenze economiche, politiche e finanziarie. Fu un chiaro avvertimento al nuovo inquilino di Palazzo Chigi: “Senza riforme economiche e fiscali ci sarà il taglio del rating sovrano dell’Italia”, e quindi chiusura degli acquisti dei titoli italiani da parte di molti investitori istituzionali. Sullo sfondo della legge di Bilancio impostata in termini di “prudenza realista”, Moody’s non solo non ha variato il rating, confermando il Baa3 del debito pubblico italiano, ma ha migliorato da “negativo” a “stabile” l’outlook, la previsione sull’andamento del medio-lungo termine. Fattori del giudizio positivo l’attuazione del Pnrr, il consolidamento del sistema bancario, la diminuzione dei rischi legati alle forniture energetiche. Nella sua valutazione Moody’s ricorda che i livelli di debito dell’Italia resteranno elevati. E per questo “ridurre il deficit sarà essenziale per la futura traiettoria del debito dato che il differenziale fra la crescita nominale e i tassi d’interesse tornerà negativo nel 2025”, richiedendo all’Italia un avanzo primario per stabilizzare il debito. L’agenzia, in relazione al vasto programma di riforme in cantiere, ha definito il Pnrr come “l’opportunità che capita una volta in una generazione per rafforzare la crescita e attuare riforme specifiche”. Per l’Italia “i rischi di credito associati con una inefficiente esecuzione delle politiche macroeconomiche sono significativi, perché è lo Stato membro dell’Ue più esposto a una dinamica avversa al debito”. Le prospettive di crescita ciclica continueranno a essere sostenute dalla realizzazione di investimenti nell’ambito del Pnrr fino al 2026, anche se, rileva Moody’s, “permangono rischi sostanziali nel caso in cui l’Italia non sia in grado di sfruttare al meglio le risorse del Piano comunitario”.   Dinamica del debito e strategia di crescita saranno dunque le direttrici di marcia del Governo Meloni per rafforzare sui mercati lo status finanziario e scongiurare pericolosi sbalzi dello spread BTP-Bund. La grande sfida italiana, nella prospettiva anche della riforma del Patto di stabilità e crescita, sarà la sostenibilità del debito. La sua riduzione è una strada obbligata che non può essere rallentata. Se il prossimo anno l’Italia non crescerà dell’1,2%, come messo nero su bianco nella Nadef e contemporaneamente dovessero arrivare nuovi shock nell’economia, saranno dolori, perchè non ci saranno risorse sufficienti per sostenere un deficit al 4,4% del Pil. E se non è rinviabile una discesa del debito, non lo è nemmeno l’attuazione del Pnrr, che dovrebbe garantire proprio quella crescita di cui il Paese ha bisogno. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha infatti un ruolo centrale per il sostegno dell’economia e la sua attuazione non può ammettere rinvii. Il pieno avanzamento dei progetti del Pnrr fornirebbe uno stimolo all’attività economica che è determinante per lo sviluppo nel prossimo biennio. Lo testimonia il Portogallo premiato da Moody’s con un rating salito in un solo colpo di due gradini (A3) grazie...

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I MALI DELLA SANITA’ PUBBLICA

Posted by on Nov 6, 2023 in La nostra Società | Commenti disabilitati su I MALI DELLA SANITA’ PUBBLICA

I MALI DELLA SANITA’ PUBBLICA

 Emergenza Sanità pubblica. Di forte impatto la recente inchiesta del Sole 24 Ore sui mali del Servizio sanitario nazionale. Pronto soccorso al collasso, lunghe liste d’attesa, medici e infermieri in fuga: sintomi di una grave malattia sociale, con tanti malati a rischio. Terapia difficile. La manovra economica per il 2024 approdata nei giorni scorsi in Parlamento prevede un rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale di 3 miliardi, in parte destinati a finanziare “l’indennità per medici e altro personale sanitario impegnati nella riduzione dei tempi delle liste di attesa”. Una … “terapia d’urto” che non regge e che, al di là di illusori obiettivi governativi, rischia di fare flop non intervenendo sulla causa reale dei mali (ormai cronici) del Servizio sanitario: mancanza di personale. Una missione impossibile per chi è in servizio. Secondo le stime del Sole 24 Ore mancano all’appello 20mila medici e oltre 70mila infermieri. Numeri allarmanti che spiegano chiaramente le tante lacune del Servizio sanitario e quindi le quotidiane proteste legate all’ “accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie, in attuazione dell’art.32 della Costituzione”. Una situazione fortemente critica, drammatica in alcune Regioni del Paese, generata dal blocco delle assunzioni introdotto nella stagione della spending review: una misura che fissa la spesa sul personale medico e paramedico a quella del 2004. Organici sottodimensionati rispetto alle obiettive esigenze di servizio, peggiorati ulteriormente negli ultimi anni difronte alla grande fuga dalle corsie degli ospedali a causa di turni massacranti e stipendi troppo bassi. Una fuga cominciata da oltre un decennio, cresciuta a dismisura con il Covid. L’allarme carenza riguarda in generale gli ospedali dove ci sono 10mila posti vacanti, in primis quelli di anestesisti e pneumologi. Sono 2mila i medici, tra dimissioni e pensionamenti, che annualmente lasciano gli Ospedali per nuove vie: lavorare nel privato o all’estero. Lo rivela l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) secondo il quale in tre anni hanno superato il confine 15.109 infermieri e 21.397 medici. Ma c’è anche chi sceglie la strada del “gettonista” che, grazie a compensi di mille euro per turno, consente di guadagnare come un medico dipendente, con meno di 100 giorni di lavoro effettivo. E le previsioni nel breve termine non sono incoraggianti: entro il 2025 è prevista l’uscita per pensionamenti di ben 40mila medici, non bilanciata da nuovi ingressi per lo scarso appeal di alcune specializzazioni mediche (chirurgia, medicina d’urgenza) da parte dei giovani laureati in Medicina. A rischio la figura ospedaliera dei camici bianchi. Sono i pronto soccorso a pagare maggiormente le conseguenze di questa emorragia medica, sono al collasso e, in quanto presidi sanitari di prima linea, sono costretti a rispondere ai tanti problemi ricorrendo appunto ai “gettonisti” nelle cooperative, pagati oltremisura, a danno delle scarse risorse economiche.  La musica non cambia per la medicina di base, gli studi dei medici di famiglia: in 5 anni se ne contano oltre 5mila in meno, una insostenibile desertificazione per milioni di cittadini che, senza adeguata assistenza medica, sono costretti a rivolgersi ai Pronto soccorso, intasandoli ulteriormente e prolungandone i tempi di attesa. Una storia infinita. “Cambiare rotta”, ha dichiarato il presidente dell’Ordine dei medici Filippo Anelli, “è ora che il tetto di spesa fermo al 2004 sulle assunzioni venga eliminato o quanto meno innalzato”. Turn over limitato ma anche una programmazione sbagliata dei posti a Medicina e nelle specializzazioni. Un percorso formativo da ridisegnare completamente, rivedendo l’impostazione del servizio reso alla comunità. Significativo il j’accuse lanciato dall’Anaao Assomed, la sigla sindacale dei medici ospedalieri: “il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto, occorre restituire all’operatore sanitario la centralità del...

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