LO SPREAD: IL NOSTRO INCUBO QUOTIDIANO
Il conflitto valutario e le politiche macroeconomiche – I misteri della finanza internazionale. “Operazione verità: per non morire tra le macerie di un’Europa tedesca”. Interessante e ricco di spunti il recente saggio di Renato Brunetta sulla crisi dell’euro e del processo d’integrazione politica, economica e sociale del Vecchio Continente. Sul tappeto, a tre anni dall’inizio della crisi finanziaria che ha sconvolto i precari equilibri finanziari nel mondo, restano alcune questioni irrisolte: a)il coordinamento delle politiche macroeconomiche tra le tre grandi potenze economiche mondiali: Stati Uniti, Europa e “Paesi emergenti” (Cina, Brasile, India) ;b)la crisi dei debiti sovrani di molti paesi europei avanzati; c)il permanere degli squilibri globali che sono all’origine della crisi in un contesto di sostegno alla crescita. La soluzione di queste questioni, secondo l’economista, richiede una convergenza nelle politiche di tutti i paesi coinvolti, nella consapevolezza che il quadro macroeconomico internazionale, che condiziona ogni accordo, rimane caratterizzato da una ripresa economica a due velocità. In particolare, si registra una crescente divergenza tra le politiche di austerità dell’Europa, alle prese con la crisi dei debiti sovrani, e quelle anti-deflattive degli Stati Uniti, decisi a non far mancare il sostegno macroeconomico alla ripresa, soprattutto attraverso la creazione illimitata di moneta impiegata per l’acquisto di titoli del debito pubblico da parte della Federal Reserve. Nel frattempo prosegue la crescita più rapida nei paesi emergenti. Il conflitto valutario in atto è dunque una conseguenza della mancanza di meccanismi di aggiustamento degli squilibri globali in presenza di un sistema monetario internazionale e di un sistema di tassi di cambio disordinati. E l’Europa, con effetti dirompenti, ha palesato nel corso della crisi le sue debolezze strutturali con una moneta unica che non ha alle spalle una vera e propria banca centrale. La globalizzazione degli ultimi anni ha stravolto le regole del gioco e messo a nudo la fragilità dell’euro. Una moneta che aspira ad essere una valuta di riserva internazionale ma che non dispone di una banca centrale in grado di fissare il cambio o di agire come prestatore di ultima istanza per evitare la crisi di liquidità del sistema, è una valuta … sacrificale nello scontro di potere mondiale. Una moneta chiamata a convivere con una moltitudine di curve di tassi di interesse a scadenza. Praticamente una per ogni paese membro. Fin quando i differenziali, cioè gli spread, tra i vari tassi nazionali erano “fisiologici” l’essere una “moneta artificiosa” non appariva in tutta la sua criticità. Poi è scoppiata la crisi da sostenibilità dei debiti pubblici europei e i differenziali si sono sempre più allargati! Sono diventati talmente ampi da rendere davvero eccezionale la situazione prodotta dall’euro: una moneta unica che esprime tante curve di rendimento sui titoli emessi in quella stessa valuta dai vari emittenti. Si passa dal 2% dei Bund tedeschi al 3,7% degli OAT francesi, al 7% dei Btp italiani! E’ dallo scorso luglio che i cittadini italiani vivono in una sorta di grande fratello della finanza, dove le news sullo spread e l’andamento degli indici di borsa vengono pubblicate senza soluzione di continuità. Lo spread, premio per un rischio specifico, dovrebbe sintetizzare la probabilità di fallimento della controparte. Nel caso italiano, lo spread non ha, né può averlo, tutto il significato che gli si attribuisce. Il suo valore complessivo è meno importante di quanto non si creda per decifrare i rischi futuri. Nel caso degli Stati sovrani, infatti, gli stessi possono imporre nuove imposte, nazionalizzare beni privati, privatizzare società pubbliche, vendere o dare in concessione in blocco asset di cui hanno la proprietà, inclusi i beni culturali, creare inflazione monetizzando parte del debito. Tutti elementi difficilmente quantificabili da...
Read MoreFINANZA LOCALE: CANCELLATO IL FEDERALISMO FISCALE?
L’impatto della manovra finanziaria sui bilanci dei Comuni “Autonomia” e “Responsabilità”, i cardini del federalismo fiscale invocati per rendere efficienti i bilanci comunali sono stati cancellati dalla manovra “Salva Italia” sotto l’effetto dell’emergenza crisi. E l’impatto sulla finanza locale delle misure adottate dal Governo dei tecnici è notevole! E’ ulteriormente aumentato il contributo alla manovra finanziaria imposto agli enti territoriali in termini di tagli ai trasferimenti e di obiettivi rigorosi del Patto di stabilità interno. A questo drenaggio di risorse che fa saltare ogni equilibrio di finanza locale si aggiungono altre misure che devastano i conti degli enti locali, limitandone ogni margine gestionale. Istituzione dell’IMU, Imposta municipale unica, in sostituzione dell’ICI, riforma della TARSU, provvedimenti sul Fondo perequativo, tesoreria unica: con queste novità legislative per i Comuni italiani è scattata l’operazione Bilancio 2012, con termine prorogato al 30 giugno. Dalla tassazione immobiliare le innovazioni più importanti. Con l’IMU vengono tassati tutti gli immobili, comprese le prime case. Aliquote base del 4 e del 7,6 per mille oltre a un aumento dell’imponibile per effetto dei nuovi moltiplicatori delle rendite catastali. Il maggiore gettito previsto è pari a 12,2 miliardi, ma di questo incremento nelle casse comunali non resterà un euro! Infatti lo Stato da un lato chiede ai Comuni di accreditargli 9 miliardi, pari alla metà del maggiore gettito a esclusione delle prime case, e dall’altro taglia i trasferimenti erariali erogati ai Comuni a titolo di Fondo perequativo per la restante differenza! Analoga operazione di sterilizzazione è prevista per il miliardo in più previsto dalla riforma della TARSU. I Comuni sono chiamati cioè a far da esattori per lo Stato sul suo maggiore prelievo! Una “supertassa” dai Comuni, con i soldi che però finiscono allo Stato. Dalla revisione dei tributi comunali prevista dalla manovra Monti non cambierà nulla in termini di risorse disponibili, ma pesante sarà il “costo politico-elettorale” per i Sindaci che, in caso di variazioni in aumento delle aliquote base, dovranno darne ragione ai cittadini alle prese con un’ alta pressione fiscale. La manovra inoltre stringe i cordoni della finanza locale con un’altra sforbiciata dei trasferimenti statali sul fondo perequativo, senza alcuna compensazione di maggiori gettiti. Significativa la dichiarazione resa dal Sindaco di Reggio Emilia e Presidente ANCI, Graziano Delrio, “L’introduzione dell’IMU richiede a noi Comuni di metterci la faccia di fronte a imprese e famiglie; vogliamo capire se è solo una situazione dovuta allo stato di emergenza dei conti pubblici e quali sono le prospettive, è necessario ripensare qualcosa nel rapporto tra Stato e Comuni”. I Comuni sono cioè partite di giro, corpi inerti usati per prelevare risorse e cassa a servizio dello Stato centrale e il Patto di stabilità non revisionato costituisce un argine a ogni possibilità di reagire a questi attentati all’autonomia federale, peraltro fortemente minata dalla istituzione della Tesoreria Unica che ne condiziona la gestione finanziaria. Di fatto, una gestione commissariale! E’ dunque opportuno mettere mano alla complessa materia della finanza locale con una riforma che ne semplifichi le norme, ribadendo il principio del vincolo di bilancio in pareggio come architrave della finanza locale ed eliminando lacci e laccioli. Se c’è la necessità di ridurre le risorse degli enti locali, meglio agire sui trasferimenti erariali piuttosto che interferire con l’autonomia locale. Il federalismo fiscale, ancor prima di partire, è già cancellato?… (apr....
Read MoreFARE IMPRESA PER IL RILANCIO DEL PAESE Le scelte (obbligate) della politica : lavoro e fisco
Allarmanti i dati diffusi nei giorni scorsi dal Centro Studi di Confindustria: nel manifatturiero il numero di occupati è sceso di circa il 10% e “le imprese italiane saranno probabilmente costrette a tagliare ulteriori posti di lavoro nei prossimi mesi”. Dall’inizio della crisi persi 539 mila posti! Una situazione di grande criticità all’interno della quale si colloca il dato sulla disoccupazione giovanile che ha raggiunto in Italia un tasso del 42% sull’aggregato degli occupati, con un significativo aumento nel primo trimestre dell’anno di quasi 6 punti percentuali sul corrispondente del 2012. Il nostro Paese vive da tempo un’emergenza economica con preoccupanti segnali di tensione sociale. Sul tappeto tanti problemi che si vanno sempre più aggravando, dal prelievo fiscale divenuto insostenibile alla drastica riduzione dei flussi creditizi delle banche, al crollo dei consumi. Le ricette degli economisti per il salvataggio del sistema Italia si sprecano. Ma tutte, nella prospettiva di una ripresa dell’economia reale, pongono l’impresa al centro del rilancio del Paese. Dal Governo si attende una efficace politica nei confronti delle attività produttive alle quali sono strettamente legate reddito, occupazione e….consumi. Un circolo virtuoso da riattivare attraverso una politica che deve mirare a un alleggerimento della leva fiscale, in particolare con una imposizione più soft degli utili d’impresa (esentare i redditi capitalizzati) associata a un quadro normativo chiaro e stabile nel tempo, con un minor carico di adempimenti burocratici. Il nostro sistema economico scricchiola sotto il peso della pressione fiscale e della crescente burocratizzazione. Occorre dare certezze a chi vuole fare impresa, occorre sciogliere … lacci e laccioli per liberare risorse ed energie, occorre configurare un diverso rapporto fisco-contribuente in termini di semplicità e di minore reciproca diffidenza. Nell’ottica di un equilibrato sviluppo territoriale, Nord-Sud, va disegnata una nuova road map per la ripresa del Paese, arginando l’inquietante fuga all’estero dei “cervelli” nostrani. Potenziare e valorizzare le specificità produttive delle singole aree del Paese, le loro vocazioni, con interventi mirati, non più a pioggia con un dannoso assistenzialismo che non ha sortito effetto alcuno, alimentando spesso i canali della corruzione e, ancor peggio, quelli della malavita organizzata. E’ questa l’unica strada percorribile per creare lavoro, supportando cioè lo spirito d’impresa, al di là di trite enunciazioni in odore elettoralistico! Affrontare senza indugi, con determinatezza, il nodo dell’occupazione, il problema centrale dell’attuale situazione di crisi. Creare lavoro a una condizione imprescindibile: ridurre il costo del lavoro con una progressiva eliminazione dalla base imponibile Irap del costo del lavoro (una vera assurdità!) e con una riduzione degli oneri sociali sulle imprese, in parte fiscalizzandoli e in parte armonizzando le aliquote contributive per gli ammortizzatori sociali. Questo potrebbe favorire il recupero della competitività di prezzo dei nostri prodotti, specie sui mercati internazionali, oltre a propiziare incrementi retributivi se affiancati a provvedimenti di detassazione dei salari di produttività. E per dare ampio respiro al progetto di ripresa, perseguire una politica di investimenti che incorporano ricerca e innovazione nell’ambito di un piano pluriennale finanziato da “project bonds” europei per una politica industriale moderna al passo con le economie più sviluppate. Si è perso molto tempo nell’inseguire politiche socio-economiche fallimentari, prive di ogni previsione di crescita. Occorre, in sintesi, puntare su una politica economica interna più espansiva, compatibile con l’Europa, riducendo il prelievo fiscale e riformando la macchina pubblica per essere vicini all’economia reale, far scendere il debito pubblico senza ricorrere a misure di finanza straordinaria che tanto aggiustano …. quanto rompono! Nelle emergenze è necessario recuperare il coraggio delle scelte. Presto! (giu....
Read MoreGLI EUROBOND PER IL FUTURO EUROPEO
La necessità di finanze pubbliche coese e controllate per gestire i debiti sovrani. La grande recessione e la crisi da debiti sovrani hanno reso sempre più evidente come in Europa ci sia bisogno di una gestione molto più coesa e controllata delle finanze pubbliche a supporto della gestione monetaria comune. Si pagano oggi le conseguenze di scelte poco coraggiose operate in passato con l’arrivo dell’euro sui mercati. Il progetto dell’Unione monetaria europea (Uem) proponeva una grande zona di stabilità in difesa degli interessi europei, in un quadro internazionale caratterizzato da cambi fluttuanti. Gli undici Paesi iniziali dell’Eurozona mentre furono abbastanza audaci a lanciarsi nell’avventura della moneta unica, rinunciando a una grossa fetta di sovranità nazionale, non “osarono” rinunciare anche alla sovranità del bilancio, e quindi all’idea stessa di Stato-nazione. Il forte indebitamento di tanti Paesi, con Grecia e Portogallo a rischio default, e l’assenza di ogni coordinamento comunitario, ha messo a nudo la fragilità del sistema finanziario europeo, pericolosamente esposto a manovre speculative. E l’idea di poter uscire dalla crisi dei debiti sovrani solo con la modesta crescita attuale dell’Eurozona è una pura illusione. Si è aperto negli ultimi mesi un dibattito a più voci per studiare uno schema di stabilizzazione del debito pubblico in Europa. Triplice l’obiettivo: rafforzare la solidarietà della zona euro, sterilizzare la crisi del debito, tenere a bada la speculazione. Il discorso gira attorno alla emissione di titoli del debito pubblico a livello europeo (nella proposta originaria di Jacques Delors finalizzati a finanziare gli investimenti pubblici) per consolidare la moneta unica e offrire , a costi ridotti, risorse ai Paesi in difficoltà. Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio sulle pagine del Sole 24 Ore, in piena buriana agostana, hanno proposto il varo del Ffe, Fondo finanziario europeo, che emetta Eub, gli EuroUnionBond. Il Ffe dovrebbe avere un capitale proprio conferito dagli Stati membri dell’Unione monetaria in proporzione alle quote nel capitale della Banca centrale di Francoforte. Sarà costituito dalle riserve auree dei Paesi, da obbligazioni e azioni di società pubbliche stimate a valori reali. Con mille miliardi di euro di capitale il Ffe potrebbe fare un’emissione da 3 mila miliardi con durata decennale. Per far scendere dall’attuale 85 al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di Stato dei Paesi Uem. I rimanenti 700 miliardi dovrebbero andare a investimenti per far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti. Non sono in discussione i benefici dell’eurobond per mantenere a livelli ragionevoli gli interessi richiesti dal mercato sui debiti sovrani della zona euro. “I finanziatori, ha osservato Giuliano Amato, sono messi di fronte non al solo (e debole) Stato debitore, ma a tutta l’eurozona e proprio per questo il livello di rischio che affrontano non è tale da esigere remunerazioni da capogiro”. Gli interessi cioè si abbassano e lo Stato debitore non rischia di diventare insolvibile a causa degli interessi che si cumulano a suo carico. In termini politici si arriva al suggello della moneta unica che ha bisogno di uno scudo davanti ai mercati ai quali non può essere consentito di colpire con azioni speculative. Tutti sono però consapevoli che la proposta degli Eub non deve far passare in secondo piano l’esigenza fondamentale che i diversi Paesi e in particolare quelli più indebitati debbano in primis ridurre i loro debiti, con politiche fiscali rigorose. Proprio per questa ragione, il Ffe, accollandosi una parte significativa del debito pubblico dell’Eurozona, dovrebbe poter avere un ruolo di “sorveglianza” sui processi di ristrutturazione dei debiti sovrani più delicati. Ciò implicherebbe una parziale rinuncia di sovranità da parte dei Paesi...
Read MoreSEGRETO BANCARIO, ADDIO! Accordo fiscale fra Svizzera e Italia con scambio d’informazioni finanziarie
Dopo la decisione a sorpresa della Banca centrale svizzera di sganciare il franco dall’euro con la conseguente tempesta finanziaria, nella vicina Confederazione si registra un’altra svolta epocale: si avvicina la fine del segreto bancario! Italia e Svizzera, dopo tre anni di difficile negoziato, hanno raggiunto un accordo strategico sulla futura cooperazione nelle questioni fiscali, in grado di fornire uno strumento di contrasto dell’evasione fiscale, impensabile fino a qualche anno fa. E’ pronto per la firma un protocollo d’intesa che prevede lo scambio d’informazioni finanziarie in possesso di banche e intermediari finanziari o fiduciari. Informazioni su singoli contribuenti o specifici gruppi di soggetti che potranno essere richieste direttamente dall’Agenzia dell’Entrata i cui ispettori avranno piena “visibilità” sui conti in Svizzera dei contribuenti italiani. Un accordo fiscale di forte impatto che, nelle aspettative di bilancio del nostro Ministero dell’ Economia, rappresenta una spinta importante per il successo della “voluntary disclosure”, il progetto governativo per l’emersione dei capitali “nascosti” all’estero. Attraverso l’autodenuncia da formalizzare entro settembre, persone fisiche e società “sanano” le violazioni valutarie commesse a tutto il 30 settembre 2014. La regolarizzazione comporterà uno sconto sulle sanzioni amministrative e penali, nonché dei termini di accertamento, e il pagamento delle relative imposte. Il recente apprezzamento del franco svizzero sull’euro potrebbe rendere meno onerosa per il contribuente italiano, sul piano finanziario, la complessa operazione. L’accordo con Berna sarà firmato entro il prossimo 2 marzo, come prescritto dalla disciplina sul rientro dei capitali. La “voluntary disclosure” porterà all’Italia un maggior gettito non solo nell’immediato, perché saranno tassati anche i rendimenti futuri dei capitali “riemersi”. Dei 150-200 miliardi detenuti all’estero dai nostri connazionali, la percentuale “nascosta” nei 26 cantoni elvetici è la più alta con circa l’85%. Il Governo italiano punta molto sul gettito tributario correlato all’ “operazione capitali pulitii” per riequilibrare i dissestati conti pubblici, da tempo sotto osservazione da parte delle autorità comunitarie. Si ipotizza un flusso di entrate di oltre sei miliardi di euro. La previsione della fine del segreto bancario nei forzieri svizzeri dovrebbe dunque incentivare il contribuente del Belpaese con capitali esportati illegalmente in Svizzera a sfruttare questa ultima occasione per mettersi in regola per non incorrere in sanzioni penali per reati fiscali, senza alcun obbligo di dover rimpatriare i capitali in Italia. A differenza di quanto avvenuto con lo “scudo fiscale Tremonti”, non sarà previsto l’anonimato. Lo scambio di informazioni, secondo i parametri dell’ OCSE, rappresenta per la Svizzera, che ha già raggiunto analoghe intese fiscali con Germania, Inghilterra e Austria, il primo passo verso l’adeguamento agli standard internazionali dei regimi interni di fiscalità privilegiata. Sulla questione è stata fissata una road map che, con la caduta del segreto bancario, prevede dal 2017, la totale fuoriuscita della Svizzera dalla black list dei paradisi fiscali. Una vera rivoluzione nella tranquilla Confederazione elvetica, non più oasi felice per … capitali in libera...
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