LEGGE DI BILANCIO ALL’INSEGNA DELLA PRUDENZA
Autunno tempo di bilancio, esami in arrivo per il Governo. In cantiere la Manovra 2026, un momento di riflessione sullo stato dell’economia in previsione della programmazione della spesa pubblica e del prelievo fiscale. Entro il 2 ottobre, con l’imprimatur del Consiglio dei Ministri, dovrà essere trasmesso alle Camere il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che, in recepimento della riforma delle regole della governance economica europea, ha sostituito la NaDef (Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza). Il nuovo documento contiene, oltre all’anticipazione delle misure della Manovra 2026 e dei relativi effetti finanziari, l’aggiornamento delle previsioni a legislazione vigente riportate nel Decreto di finanza pubblica 2025, il conto economico delle amministrazioni pubbliche articolate per sotto-settore, l’aggregato della spesa netta, il saldo di cassa del settore statale. La presentazione ufficiale in Parlamento da parte del Governo della Manovra completa avverrà entro il mese di ottobre, preceduta dall’invio a Bruxelles del Documento programmatico di bilancio con l’indicazione dell’obiettivo di saldo di bilancio e delle proiezioni delle entrate e delle spese. La Legge di Bilancio, al termine di un complesso e articolato iter parlamentare, dovrà essere approvata dai due rami del Parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. Quest’anno il Governo è nelle condizioni di predisporre la manovra in un favorevole scenario economico per effetto del riconoscimento a livello internazionale del pieno rispetto da parte dell’Italia degli impegni presi sul contenimento di spesa pubblica e deficit. Lo riconosce il Fondo monetario, così come la Commissione europea. Lo spread scende, le agenzie di rating cambiano giudizi e valutazioni sulla solvibilità e solidità finanziaria del Paese, aumenta la fiducia dei mercati. Una stabilizzazione finanziaria, espressione di quella politica, che rende l’Italia un Paese attrattivo per gli investitori in attività produttive. Il Governo non esclude di uscire dalla procedura di infrazione Ue in anticipo rispetto al termine del 2026, riportando il parametro del deficit sotto il 3% del Pil. La parola d’ordine in Via XX Settembre è “prudenza”. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, fedele alla sua strategia, ha sottolineato che “tutte le misure allo studio saranno valutate tenendo conto dell’esigenza di tenere sotto controllo i conti pubblici, in un contesto caratterizzato ancora da turbolenze geopolitiche e macroeconomiche che potrebbero rendere necessarie nuove spese.” Tanti i punti interrogativi sul Pil 2026 (+ 0,7%?) generati dai dazi americani, dalla guerra in Ucraina e nel Medioriente e dagli elevati impatti sui prezzi dell’energia. Una girandola di calcoli per non impattare sui vincoli di Bruxelles. Il cuore della Manovra 2026 sarà ancora una volta il capitolo fiscale, con particolare attenzione al taglio dell’Irpef per i redditi intermedi. Dopo l’accorpamento dei primi due scaglioni operato nel 2024, l’obiettivo del Governo, risorse (e contributi straordinari delle banche) permettendo, è di intervenire sul secondo scaglione (28.000-50.000 euro) per estenderlo fino a 60.000 euro e riduzione dell’aliquota dal 35 al 33%. Altro tema caldo è la rottamazione delle cartelle esattoriali, edizione quinquies, per alleggerire il magazzino debiti che ha superato 1.300 miliardi di euro, distinguendo tra crediti effettivamente esigibili e quelli ormai inesigibili. Una sorta di “pace fiscale”, secondo l’espressione cara al Ministro, per “dare la possibilità a chi si trova in difficoltà di rifiatare e continuare a contribuire”. Chiudere cioè i contenziosi fiscali, permettendo a cittadini e imprese di onorare i propri impegni nei limiti delle possibilità reali, nella consapevolezza della rilevante pressione fiscale del Belpaese che ammonta a oltre il 42,5%. Nessun condono, nessuna scorciatoia per i furbetti, ma un percorso di rientro sostenibile per chi non riesce a pagare le tasse. Il 2026 si preannuncia con un taglio di molti sconti fiscali che hanno accompagnato gli italiani...
Read MoreDICHIARAZIONE DEI REDDITI AL VIA
Parte la stagione fiscale delle dichiarazioni dei redditi. Una maratona delle tasse che interessa 40 milioni di italiani. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate, terminata la fase di consultazione e verifica dei dati precaricati dall’Amministrazione finanziaria, da giovedi 15 maggio, le dichiarazioni dei redditi precompilate, modello 730 o Redditi PF (Persone fisiche), possono essere ufficialmente inviate all’Agenzia direttamente dal contribuente o da un suo delegato. Secondo le previsioni, il 62% provvederà all’invio in autonomia, direttamente on line. Prima dell’invio, è possibile modificare o integrare i dati già presenti nel modello che l’Agenzia ha predisposto incrociando i dati presenti nella banca dati dell’Anagrafe tributaria con quelli ottenuti da banche, assicurazioni e dagli operatori tenuti all’invio attraverso il sistema della tessera sanitaria. Sono circa 1 miliardo e 300 milioni le informazioni utilizzate per la precompilata 2025. Le spese sanitarie si confermano in testa alla classifica con oltre 1 miliardo di documenti fiscali. Seguono i premi assicurativi (più di 98 milioni di dati), le certificazioni uniche di dipendenti e autonomi (quasi 75 milioni) e i bonifici per ristrutturazioni (oltre 10 milioni). Dal 30 aprile scorso, quando i modelli sono stati resi disponibili “in solo lettura”, si sono registrati circa 4.500.000 accessi all’applicativo, un risultato che supera di circa il 25% quello registrato lo scorso anno, a conferma del crescente “indice di gradimento fiscale” da parte dei contribuenti. Per chi può presentare il 730 è attiva anche quest’anno la modalità di compilazione semplificata, un’interfaccia semplice che guida l’utente alla visualizzazione e alle eventuali modifiche, senza dover conoscere quadri e righi. C’è tempo fino al 30 settembre per inviare il modello 730 e fino al 31 ottobre per Redditi PF. Ci saranno però solo pochi giorni per l’invio della dichiarazione dei rediti in tempo per ottenere l’eventuale rimborso Irpef nella busta paga di luglio, o per i pensionati con il cedolino di agosto. La time line fissa infatti la prima scadenza utile al 31 maggio. La seconda, che consentirà di ottenere le somme nella busta paga di agosto (ottobre per i pensionati) è fissata al 20 giugno. Una volta inviato il 730 parte il flusso di comunicazione fra Fisco e sostituti d’imposta con la elaborazione del prospetto di liquidazione degli importi a credito o a debito. La trasmissione anticipata del modello taglia i tempi di attesa del rimborso. Ogni contribuente potrà accedere direttamente alla propria dichiarazione tramite il Sistema pubblico per l’identità digitale (Spid), i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Fisconline), oppure utilizzando la Carta nazionale dei servizi (Cns) o la Carta di identità elettronica (Cie). Potranno utilizzare il modello 730 lavoratori dipendenti e pensionati e chi nel 2024 ha percepito redditi di terreni, fabbricati, capitale e lavoro autonomo (senza obbligo di partita iva). Confluiscono nel 730, per effetto delle novità introdotte dalla riforma fiscale, anche i redditi soggetti a tassazione separata, e imposta sostitutiva , le plusvalenze di natura finanziaria. Inoltre, nel 730 possono essere indicati anche gli immobili esteri e le attività di natura finanziaria (quadro W). Se il 730 precompilato viene accettato senza modifiche non ci saranno controlli relativi ai documenti delle spese inserite. Diventa sempre più cospicuo il flusso dei dati a disposizione del Fisco ai fini della precompilata che, partita nel 2015, dopo un rodaggio iniziale di alcuni anni, sta entrando da protagonista nel non facile rapporto con il contribuente. A testimoniare il successo di questa operazione sono i numeri forniti dall’Agenzia delle Entrate: 1 contribuente su 4 lo scorso anno ha inviato la dichiarazione così come predisposta. Nel 2024 sono aumentate le dichiarazioni dei redditi inviate in “modalità fai-da-te” dal sito delle Entrate. Sono stati oltre 2,8 milioni...
Read MoreI TANTI MILIARDI PERSI DAL FISCO
Davvero impietosi i numeri della riscossione. Sono più di 22 milioni i contribuenti con una o più cartelle di pagamento per imposte e tasse non pagate, per un valore complessivo al 31 gennaio 2025 di 1.279,8 miliardi di euro. Scoppia il “magazzino” fiscale dei ruoli in carico all’Agenzia delle entrate-Riscossione. Il velo si è alzato in occasione dell’audizione alla VI commissione Finanze e Tesoro del Senato del direttore Vincenzo Carbone, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla gestione della riscossione e dell’esame parlamentare attualmente in corso del disegno di legge sulla rottamazione quinquies dei carichi fiscali. L’operazione verità ha consegnato una fotografia a tinte fosche del carico contabile dei ruoli affidati all’Agenzia: l’84% di natura erariale, ossia proveniente da Agenzie fiscali (Agenzia delle entrate, Dogane e Monopoli, Demanio) o da Amministrazioni statali (Ministeri, Prefetture, ecc.), il 12 % da Inps e Inail, il 2% dai Comuni (tributi locali), il restante 2% da altre tipologie di enti impositori (Regioni, Casse di previdenza, Camere di Commercio, Ordini professionali). Variegata la platea dei debitori, molti i seriali. I contribuenti con debiti residui da riscuotere sono 22,3 milioni, di cui circa 3,5 milioni persone giuridiche (società, fondazioni, enti, associazioni), e i restanti 18,8 milioni persone fisiche, di cui 2,9 milioni con un’attività economica soggetta a IVA (artigiani, commercianti, liberi professionisti). Le dolenti note, ha rilevato il direttore Carbone, sono connesse alla recuperabilità dei crediti. Del grosso stock di ruoli di pagamento in magazzino solo il 44,6%, cioè circa 570 miliardi di euro, hanno ancora qualche “aspettativa di riscossione”. Altri 541,36 miliardi, cioè il 42,3%, volatilizzati. Sono persi, perché crediti relativi a persone decedute, società cancellate dal registro delle imprese, soggetti con procedura concorsuale chiusa o contribuenti nullatenenti, e quindi senza beni aggredibili. C’è infine una fascia residua (il 13,1% del totale, pari a circa 167 miliardi) con incerto “profilo di riscuotibilità”. Un rebus da risolvere prima che il sistema vada in default. L’84,3% dei singoli crediti è relativo a persone fisiche (dipendenti e pensionati), mentre è pari al 13% la quota attribuibile a soggetti Iva (persone giuridiche, autonomi e liberi professionisti) che risultano debitori del 64,4% del debito complessivo, pari a 824,19 miliardi di euro. In definitiva, le persone fisiche senza attività economiche rappresentano quasi tre quarti dei crediti in carica all’Agenzie delle Entrate ma poco meno di un quarto del valore complessivo dei ruoli di pagamento. Interessante l’articolazione del magazzino emersa nel corso dell’audizione in Senato: la maggior parte dei singoli crediti (221 milioni, pari al 75,9% delle cartelle non pagate) si riferisce alla fascia fino a 1000 euro, per un totale di circa 59 miliardi di euro. Sul fronte opposto, i crediti sopra i 500.000 euro di valore unitario (circa 290 mila, pari allo 0,1%) rappresentano quasi la metà del totale delle somme da riscuotere. La percentuale di debiti finiti in cavalleria cresce inevitabilmente con il passar del tempo. E il conto sarebbe stato ancor più alto se, come calcolato dal dipartimento Finanze, 326 miliardi non fossero stati cancellati in autotutela e altri 111,2 non fossero sfumati in stralci e nelle quattro rottamazioni, di cui 20 con il governo Renzi, 9 con il governo Gentiloni, 29 con il governo Conte e 53 con il governo Meloni. Con i continui colpi di spugna, sono stati condonati oltre 100 miliardi di euro, una somma che equivale a quattro manovre di bilancio di media dimensione. Una storia, quella del debito verso il Fisco, che non conosce latitudini: da Nord a Sud, da Bolzano a Ragusa, il non pagare cresce ovunque, con un vigore rapportato alla geografia economica nazionale. Lombardia, Lazio e Campania raccolgono da sole il...
Read MoreLA ZAVORRA DEL DEBITO PUBBLICO
Come abbattere il mostro, ovvero il debito pubblico. E’ uno dei problemi più discussi negli ultimi anni, il “male oscuro” della finanza pubblica che ha messo a rischio la stabilità finanziaria e la crescita economica dell’Italia. Numerose le crisi, da quella del 1976, quando nel giro di pochi giorni la caduta di fiducia dei risparmiatori causò precipitose fughe di capitali che azzerarono le riserve valutarie nazionali, a quella dello spread del 2011, la crisi del debito sovrano, generata dal crack finanziario dei mutui subprime degli Stati Uniti. Il 9 novembre, a causa della speculazione politico-finanziaria sui titoli di Stato (rigidità tedesca, superficialità delle agenzie di rating, ostilità europea), lo spread s’impennò toccando i 575 punti, portando l’Italia sull’orlo del default. Si parlò di complotto internazionale. Seguirono le dimissioni di Berlusconi e l’insediamento a Palazzo Chigi del governo tecnico di Mario Monti per contenere l’allarme tra gli investitori internazionali e rispondere alla famosa lettera Trichet-Draghi che intimava all’Italia di fare riforme e intervenire sul pareggio di bilancio. Situazione che migliorò dai primi mesi del 2015 a seguito del programma di acquisto di titoli della BCE (“quantitative easing”) con conseguente attenuazione della percezione del “rischio sovrano” da parte degli investitori. Ma per il Belpaese, già colpito da gravi crisi in passato, i problemi sul tappeto sono rimasti sempre gli stessi: scarsa crescita economica, tasso d’interesse non in linea con il tasso di crescita, spesa pubblica priva di adeguata copertura finanziaria, minori introiti per l’evasione fiscale, mancanza di riforme strutturali. E’ peggiorata così la situazione debitoria: per la prima volta, il debito pubblico italiano, dopo una leggera flessione registrata in dicembre, secondo i dati diffusi da Bankitalia supererà nel corso dell’anno la soglia dei 3mila miliardi di euro (135,8% del Pil), circa 97 in più rispetto a dodici mesi prima, con una cambiale in scadenza da rinnovare di circa 350 miliardi di euro. A spingere in alto l’asticella è il debito consolidato delle amministrazioni centrali per l’effetto fabbisogno, alimentato parecchio dalle ricadute del Superbonus 110%. Una montagna d’interessi: negli ultimi dieci anni, tenendo conto dell’inflazione, l’Italia ha speso quasi 800 miliardi in interessi sul debito, un importo annuale più alto rispetto a quanto investito nella istruzione. Ma, pur con un debito pubblico off-limits, i Btp sono considerati fra i titoli di Stato più appetibili in Europa, come dimostrano le ultime aste record promosse dal Mef. Boom di ordini per i BTP a 15 anni della scorsa settimana: l’importo emesso è stato pari a 13 miliardi di euro a fronte di una domanda di oltre 130 miliardi di euro. Oltre 300 investitori, in rappresentanza di 32 Paesi (76,3%), con forte presenza europea. Una quota rilevante è stata sottoscritta da investitori statunitensi (12%). E’ la stessa Banca d’Italia a spiegare l’apparente anomalia: “dal punto di vista economico, ciò che rileva per valutare lo stato di salute delle finanze pubbliche di un Paese non è tanto il debito pubblico in termini nominali, quanto il suo andamento in relazione alla capacità del paese di fare fronte ad esso.” Questa capacità, secondo il Ministro Giorgetti, è connessa al “piano strutturale di rientro del debito, accettato e condiviso dall’Ue con l’approvazione della Legge di bilancio 2025”. Un percorso di aggiustamento ritenuto “credibile” e “sostenibile” nel medio termine. L’Italia viene cioè considerata più affidabile rispetto al passato in un contesto europeo di maggiore instabilità politica. Grazie alla discesa dello spread Btp-Bund e quindi dei tassi d’interesse, nel 2025-2026 si pagheranno circa 10 miliardi di euro di interessi sul debito in meno rispetto al previsto. Resta la grande incognita dell’elevato stock di debito pubblico e delle sue gravi conseguenze sul...
Read MoreIL FISCO CHIAMA, IL CONTRIBUENTE RISPONDE
Caro contribuente, c’è posta per te. In arrivo 3 milioni di lettere inviate dall’Agenzia delle Entrate per regolarizzare incerte posizioni fiscali ed evitare sanzioni. Operazione verità. Lettere di compliance, elaborate sulla base dei continui aggiornamenti delle informazioni che confluiscono nelle banche dati che costituiscono il patrimonio informativo del Fisco. Nel 2015 furono inviate oltre 300mila lettere con un recupero di circa 290 milioni di euro. Nel 2023 le comunicazioni inviate sono state tre milioni, con un recupero di 4,2 miliardi di euro. Anche per il 2025 il Fisco rilancia la sfida della compliance, muovendosi su più fronti. Il primo intervento riguarderà i titolari di partita Iva, in particolare la mancata presentazione delle comunicazioni relative alle liquidazioni periodiche. Altre comunicazioni riguarderanno le dichiarazioni omesse o infedeli, le anomalie nei dati Isa (Indicatori sintetici di affidabilità fiscale), le incongruenze rilevate fra incassi elettronici e corrispettivi dichiarati. Il Fisco invierà anche una specifica “comunicazione preventiva” a coloro che non hanno presentato la dichiarazione dei redditi, situazione sanabile entro i 90 giorni successivi, beneficiando della riduzione di sanzioni. Di fatto, l’Agenzia delle Entrate “mette a disposizione del contribuente le informazioni in suo possesso, dandogli così l’opportunità di correggere spontaneamente eventuali errori od omissioni.” Un alert per segnalare anomalie, destinato a contribuenti “distratti” che possono così regolarizzare la propria posizione mediante la presentazione di una dichiarazione integrativa, il versamento di maggiori imposte, interessi e sanzioni ridotte. Errori ed omissioni cancellati con il “ravvedimento operoso”. Tali comunicazioni hanno una natura “preliminare”, prima che il Fisco proceda a notificare il formale atto di accertamento con sanzioni intere. In parallelo, parte anche la campagna per verificare l’aggiornamento delle rendite catastali degli immobili ristrutturati con il superbonus. L’Agenzia delle Entrate è pronta a dare attuazione alle norme della Legge di bilancio dello scorso anno per individuare i soggetti che, dopo aver beneficiato della maxi agevolazione fiscale del 110%, non si sono messi in regola adeguando i valori delle rendite presenti nelle mappe catastali, tassabili ai fini Imu (seconde case), imposte di compravendita e successione. Sotto la lente del Fisco cadranno le comunicazioni dell’opzione relativa agli interventi di recupero del patrimonio edilizio, efficienza energetica, impianti fotovoltaici con le relative cessioni dei crediti, e le risultanze della banca dati catastale per gli immobili per i quali non risulta presentata, ove previsto, la domanda di variazione catastale. Operazione particolarmente importante: il totale degli immobili ristrutturati con l’agevolazione è di circa 500mila. Anche per le irregolarità catastali si persegue l’obiettivo di creare le condizioni per un rapporto basato su fiducia e trasparenza. Un rapporto che negli ultimi due anni ha visto un importante cambio di paradigma. E’ stata gettata nel cestino la vecchia logica dell’accertamento basata esclusivamente sul controllo ex post. “Un approccio, spesso accompagnato da sanzioni amministrative elevate e, talvolta, anche da quelle penali, che è stato spesso percepito come punitivo dai cittadini, portando a una insofferenza generale verso l’Amministrazione finanziaria”, ha commentato il Viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, ispiratore della Riforma fiscale. La nuova strategia è fondata sul dialogo e sulla collaborazione preventiva con l’obiettivo di instaurare un rapporto di fiducia con il contribuente, garantendo certezza del diritto e, di conseguenza, una riduzione del contenzioso tributario. Un “patto fiscale” particolarmente innovativo. Rendere collaborativo il rapporto con il contribuente è certamente importante ma occorre mirare a una riduzione del prelievo e arrivare a un sistema semplice e razionale, senza spazi di iniquità. L’ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio a causa delle ragioni di gettito e degli “scostamenti” di bilancio. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un...
Read MoreLEGGE DI BILANCIO, UNA STRADA IN SALITA
Imperversa da giorni sui giornali e in tv la stucchevole bagarre dei partiti sul disegno di legge del Bilancio2025 in un clima di grande tensione e forti contrasti che preannunciano un iter parlamentareparticolarmente tempestoso. Una polemica infinita che, azzerato ogni costruttivo e civile confronto, sialimenta di mediocrità dialettica a supporto di interventi in odore di pregiudizi lontani da un realismopolitico ed economico. Parole e numeri in libera uscita, sterili azioni di protesta, pretestuose dichiarazioni:rischio di una deflagrazione sociale. Accantonando ogni impulso demagogico, sarebbe tempo di ritrovaresobrietà e restituire al dialogo fra maggioranza e opposizione toni responsabili su un tema, la Legge diBilancio, di estrema importanza per il futuro del Paese. “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”,ammoniva Luigi Einaudi.In discussione una Manovra di Bilancio condizionata da un quadro economico complesso, appesantito suiflussi finanziari dei conti pubblici dagli effetti negativi dei crediti d’imposta accumulati negli anni scorsi acausa dei bonus immobiliari, un “grande buco” da oltre 160 miliardi di euro ancora da assorbire. Banche,imprese e famiglie stanno beneficiando del mancato versamento d’imposte compensate con i numerosibonus legati agli interventi edilizi. Un impatto negativo per le casse dello Stato con minori entratetributarie. Una contrazione del gettito fuori da ogni previsione, in aggiunta ai crescenti oneri per interessi(circa 85 miliardi all’anno) su un debito pubblico senza freni, che sfiora i 3000 miliardi di euro, pari al 143% del Pil.Un mix allarmante. Alto debito e spesa pubblica elevata rendono sempre più corta la coperta delle risorsedisponibili da destinare alla manovra. Il nodo centrale resta sempre quello delle coperture. Per nonaggravare ulteriormente i conti pubblici, senza inasprire il prelievo fiscale, puntare dunque sulla crescitaeconomica e quindi su un aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezza,consumi, produzione, innovazione, investimenti privati. Rilanciare cioè l’economia per generare ricadute sui conti pubblici, rendendo coerente il quadro macroeconomico rispetto agli impegni presi con Bruxelles per il rispetto del nuovo Patto di stabilità e crescita, entrato in vigore quest’anno.Pur in presenza di un rallentamento della crescita rilevato dall’Istat nell’ultimo trimestre, e di un timidosegnale di Bankitalia (+0,8%), “l’Italia è tornata a crescere, il Pil nazionale è aumentato percentualmente più di quelli francesi e tedesco, l’occupazione cresce, e così i contratti di lavoro a tempo indeterminato.” Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale i Cavalieri e gli Alfieri del lavoro. Un esplicito invito alle agenzie di rating a “validare prospettive e affidabilità dell’economia italiana”, a riconoscere cioè una mutata posizione patrimoniale del Belpaese anche in relazione allo spread con i Bund tedeschi. Un differenziale di rendimento al ribasso.Gira attorno al rapporto reperimento/impiego delle risorse pubbliche il Bilancio di previsione in strettacorrelazione con l’andamento dell’economia nazionale. Dagli effetti del Pnrr, e più in generale da una netta ripresa della produttività, dovranno arrivare i segnali di una nuova stagione per i conti pubblici, ma la strada è ancora in salita. La Manovra di Bilancio varata dal Governo e trasmessa alle Camere è palesemente restrittiva. Non è una Manovra che cambierà il corso della storia economica del Paese. Prudenza e responsabilità sono le linee guida del disegno di legge del Bilancio che ha già superato il test dei mercati in termini di credibilità e sostenibilità. Espressione di “una politica economica seria e responsabile”, ha dichiarato il Ministro Giorgetti. Alle forze politiche e alle parti sociali la replica per i miglioramenti del testo.I numeri della Manovra, nel suo complesso, parlano di 30 miliardi per il 2025, di cui 21 coperti da minorispese o maggiori entrate e 9 miliardi a deficit, che servono a confermare alcuni provvedimenti già in vigore e per introdurne di nuovi. Fra le altre misure, riduzione...
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