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L’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE

Posted by on Dic 10, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su L’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE

L’INVERNO DEMOGRAFICO DEL PAESE

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno. Tempo di bilanci, non soltanto economico-finanziari ma anche demografici. E sono bilanci in profondo rosso, con saldi negativi. Il campanello d’allarme l’ha suonato l’Istat con il recente rapporto sulla “Natalità e fecondità della popolazione residente”, relativo all’anno 2024 e ai primi sei mesi del 2025. Un quadro dettagliato e preoccupante delle profonde trasformazioni demografiche in atto in Italia, incentrando l’attenzione sulle loro rilevanti implicazioni per il mercato del lavoro. L’elemento centrale è il progressivo invecchiamento della popolazione che, unito al calo delle nascite, sta riducendo drasticamente la quota di popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Si prevede che questa cruciale fascia demografica scenda dal 63,5 % del 2024 al 54,3% nel 2050, una contrazione che pone serie sfide alla capacità produttiva e alla sostenibilità del sistema di welfare nazionale. Crisi demografica, crisi previdenziale: a forte rischio Casse di previdenza e l’intero sistema pensionistico italiano. L’Italia non avrà più gambe per camminare, né risorse per assicurare reddito e cure ai propri anziani. I fenomeni demografici influenzano infatti la produttività, il lavoro, il sistema previdenziale, il fabbisogno di servizi pubblici, generando ricadute sul bilancio dello Stato, quindi sui saldi di finanza pubblica e sul debito pubblico. Per l’Istat l’Italia è in pieno inverno demografico, continua la diminuzione delle nascite. Nel 2024 sono state 369.944, in calo del 2,6% sull’anno precedente. Al 30 giugno 2025 la popolazione residente risulta di 58.919.230 unità, in diminuzione di 15mila unità rispetto all’inizio dell’anno. Le nascite del primo semestre ammontano a 166mila unità, evidenziando un ulteriore calo della natalità (- 7% rispetto agli stessi mesi del 2024). E si abbassa il tasso di fecondità: 1,18 figli per donna nel 2024 (1,20 nel 2023), 1,13 nei primi sei mesi del 2025. Guardando al passato i numeri sono impressionanti: nel 2008 si contavano oltre 576mila nati vivi, oggi siamo a meno di 350mila su base annua. In meno di vent’anni l’Italia ha perso oltre 200mila nascite. Un terzo del totale. Il primo figlio arriva sempre più tardi: nel 2024 le italiane sono diventate madri per la prima volta a 31,9 anni, contro i 28,1 del 1995 e i 25,2 degli anni settanta.  I secondi figli continuano a  diminuire:     -2,9% nel 2024, -1,5% per i terzi o successivi. Il ciclo familiare s’interrompe all’avvio. Famiglie sempre più piccole: la dimensione media 2023-2024 è scesa a 2,2 componenti. Poco incoraggianti le previsioni che indicano un calo generalizzato della popolazione nel lungo termine (nel 2080 al di sotto dei 46 milioni di abitanti), con il Mezzogiorno, una volta “culla d’Italia”, che vedrà una diminuzione più accentuata a seguito del continuo flusso in uscita della popolazione giovanile alla ricerca di lavoro. La carenza di politiche familiari e di servizi per l’infanzia e la precarietà socio-economica scoraggiano le coppie italiane dal procreare. Fra le donne oggi cinquantenni, la percentuale di quelle che non hanno avuto figli è vicina al 25%, solo il Giappone ci supera. Una tendenza destinata ad aumentare, la denatalità si trasforma in una scelta consapevole. Ci troviamo difronte a un profondo cambiamento culturale: la genitorialità non è più vista dai giovani come condizione fondamentale per la realizzazione propria e della coppia, fortemente condizionata dalle condizioni di vita, dalle prospettive economiche. Viene così sfatato uno dei miti più radicati della nostra cultura: quello secondo cui sono i figli e la famiglia allargata a rendere piena e compiuta la vita matrimoniale. Una teoria delle passate generazioni caduta in disgrazia, in contrasto con l’odierno modus vivendi dei giovani. Un inquietante collasso generazionale che impone una pianificazione a lungo termine per la costruzione di un futuro sostenibile, coerente con...

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IL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV

Posted by on Nov 6, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su IL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV

IL CASO GARLASCO, TUTTO FA SPETTACOLO IN TV

Sono tanti i temi dibattuti in questo periodo, dalla manovra finanziaria al ponte sullo Stretto di Messina con lo stop della Corte dei Conti, dalla riforma della giustizia con la separazione delle carriere della magistratura ai dazi americani, non dimenticando i tragici eventi in Ucraina e in Medio Oriente. Ma in televisione il prime time cerca audience, cronaca nera a go go, in tutte le salse. A seguito della riapertura delle indagini (piena di errori e lacune clamorose quelle iniziali), il delitto di Garlasco sta da tempo spopolando in tv, occupando spazi sempre più rilevanti in tutte le emittenti, da quella pubblica a quelle commerciali, nazionali e locali. Il caso diventa ogni volta occasione morbosa di dibattito per talk show, documentari, speciali e approfondimenti per catturare l’attenzione del pubblico e fare impennare lo share. Un mix di informazione, narrazione e intrattenimento che, abbattendo ogni dimensione etica, spettacolarizza una tragedia: l’uccisione di Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni, avvenuta il 13 agosto 2007.  Il luogo della tragedia, una villetta di Garlasco, è diventato un set televisivo, con attori e comparse vittime di un narcisismo smisurato, espressione evidente delle storture della mente umana. La televisione continua a sostituirsi alle aule del Tribunale. L’autorità giudiziaria, gli investigatori, i difensori, persino gli imputati attratti fatalmente da un interlocutore ingombrante: la televisione. Nell’ambito di un rapporto sempre più stretto e inestricabile tra fatti di cronaca e loro rappresentazione, con frequenti coup de theatre, Pubblico ministero, consulenti, medici, difensori sono diventati figure conosciute al pubblico al pari dei personaggi dello spettacolo. Un vero show serale, con l’alzare del sipario, per il quotidiano carnevale dell’opinionismo, generando nell’ignaro telespettatore quasi una dipendenza. Una sagra della vanità con gli avvocati di parte che passano da una trasmissione all’altra, in cerca di una visibilità a gettoni. Davvero il peggio del peggio delle tv, con il rischio di provocare un inquinamento della serenità del giudice, fortemente esposto alle pressioni mediatiche. Commenti fuffa e disquisizioni sul nulla, lontani dalla verità, a conferma della pochezza delle trasmissioni, condotte sul filo della legalità (numerose le incursioni nel privato), per animare spettacoli inverecondi. Un drammatico fatto di sangue continua a essere riproposto con toni sensazionalistici, trasformando la giustizia in spettacolo e il dolore in un atto del copione. La cronaca nera si ripete come un rituale mediatico che confonde informazione e intrattenimento, un format, una serie a puntate, da seguire sera dopo sera. La televisione sta facendo sì che l’accertamento della verità non spetti più ai tribunali, ma agli studi televisivi, non più ai giudici, ma ai giornalisti, ai criminologi o presunti tali, ai tanti attori di un discutibile sistema mediatico. E’ un circolo vizioso e torbido che nessuno vuole interrompere, alimentato dal protagonismo e dal narcisismo di chi non vuole abbandonare le luci della ribalta. Sul banco degli imputati, sotto accusa, l’informazione giornalistica. Quando il diritto di cronaca sconfina nella spettacolarizzazione del dolore, quando un fatto di sangue diventa argomento quotidiano di talk show il giornalismo smarrisce credibilità e ogni primaria funzione di controllo e conoscenza al servizio della pubblica opinione. L’informazione, quella vera, lontana da ogni esigenza di audience, dovrebbe saper accendere le luci sulla verità, non amplificare l’eco del clamore in nome di uno sterile sensazionalismo. Non significa fare informazione televisiva con una cronaca che non informa, ma intrattiene, che non chiarisce, ma confonde. E’ nelle aule dei Tribunali che si celebrano i processi, non nei salotti televisivi dove la ricerca della verità cede il passo alla morbosità, complice il conduttore che ogni sera la reinventa per assecondare i canoni dell’intrattenimento, non chiarendo i fatti, ma alimentando una emotività collettiva...

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LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

Posted by on Lug 9, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

E’ scattato il primo esodo estivo, milioni di italiani in viaggio verso le località turistiche. Si rinnova l’annuale rito delle vacanze con la fuga verso mare e monti, con le città che si andranno sempre più spopolando. Un fenomeno sociale di forte impatto sulle condizioni di vita degli anziani che restano in città. Fa riflettere l’ultimo rapporto della Caritas sulle tante emergenze sociali, un impietoso squarcio sulle realtà nascoste della nostra società che “facciamo finta di non vedere, rimuovendole subito”. Sempre più “aggressivo” nelle città il nemico invisibile: la solitudine, compagna triste e silenziosa di tante persone. In dieci anni è raddoppiato il numero degli anziani che vivono da soli, bisognosi di un aiuto, una persona su quattro è in una condizione di povertà cronica. Caritas ricorda che l’Italia è al settimo posto in Europa per incidenza di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale, una condizione presente soprattutto tra gli anziani in solitudine. Il numero degli anziani non autosufficienti è ormai di tre milioni e crescerà a dismisura come effetto della diffusione delle malattie croniche legate all’avanzare dell’età. Aumentano i nuclei monofamiliari che in soli vent’anni sono passati a Milano, in particolare, dal 45 al 57 per cento del totale. La maggior parte degli anziani è femminile. L’Italia è il secondo Paese al mondo più vecchio, dopo il Giappone, con una speranza di vita tra le più elevate. In Europa siamo il Paese con la percentuale più alta di cittadini con età pari o superiore a 65 anni (23,5%) e più bassa di giovani (13,2%). ll crescente “inverno demografico” con un indice di natalità al ribasso ci consegna una prospettiva di ulteriore crescita della parte più anziana della popolazione. Il futuro vedrà anziani sempre più soli, perché aumenteranno ancora le famiglie senza figli, non solo per la diminuzione delle nascite, ma anche per la fuga dei giovani all’estero in cerca di un lavoro e di prospettive occupazionali migliori. Poco incoraggianti le previsioni: nei prossimi vent’anni dieci milioni di italiani vivranno da soli, quasi una persona su cinque. Per gli over 65 si passerà dagli attuali 4,2 milioni a 6,1 milioni. E’ inquietante il disagio sociale degli anziani, espressione delle tante contraddizioni in cui vive la società contemporanea, sensibile alle sagre dell’effimero ma indifferente ai bisognosi di ascolto. La solitudine è isolamento, mancanza di affetti, di sostegno concreto e psicologico, tanto più grave perché subita. Senza uno status sociale la persona tende inesorabilmente a isolarsi, a escludersi da un mondo che non gli appartiene, così diverso dal “piccolo mondo antico” dei suoi ricordi, abitato da uomini e donne con un cuore e con un progetto d’amore da condividere. L’anziano che resta solo in città sconta la nuova struttura della famiglia che, da patriarcale e numerosa che era nella società contadina, si è ridotta spesso a un mononucleo, disgregata e poco munita, e comunque poco attenta alla figura del nonno. Privo di amicizie che il tempo e le contingenze hanno cancellato e senza una vera copertura affettiva a livello familiare, l’anziano, con l’aumentare degli anni, con il calare delle forze e con il sopraggiungere di malattie debilitanti, oltre a un inesorabile declino cognitivo, sente sempre più incombente la fragilità fisica, il peso della vita, la sottile voglia di…togliere il disturbo. Una desolante sconfitta per una società che non ha saputo soddisfare i suoi bisogni di protezione, le sue aspettative di sicurezza e di appartenenza, calpestandone la memoria storica, la ricchezza interiore di valori, l’identità sociale. Quale futuro nella solitudine? Come curare questo insidioso male sociale? Di fronte alle paure della vecchiaia l’antidoto resta quello naturale, quello di sempre:...

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QUALE FUTURO PER I DIPLOMANDI ?

Posted by on Giu 22, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su QUALE FUTURO PER I DIPLOMANDI ?

QUALE FUTURO PER I DIPLOMANDI ?

Si avvicina a grandi passi l’esame di maturità dell’anno scolastico 2024-2025. Mercoledi 18 giugno 500mila studenti (più di seimila in Provincia di Varese) affronteranno la prima prova scritta, dopo aver vissuto fra paure ed ansie la “notte prima degli esami”, celebrata in musica da Antonello Venditti. Al termine del ciclo scolastico, arriva il primo vero carico di responsabilità, un appuntamento importante per scelte post diploma capaci di segnare il percorso della vita. Fra incognite e speranze, si è chiamati a gettare le basi su cui costruire il proprio futuro, prendendo decisioni consapevoli. Ma al di là degli aspetti legati a convenienze economiche, opportunità occupazionali e professionali, non sempre è ben definita la capacità di un’indagine reale sul tipo di “soggetto lavorativo” che si vuole diventare. Torna alla ribalta il problema di sempre. La necessità di una scuola pubblica che non si limiti a verificare l’apprendimento di nozioni uguali per tutti ma favorisca la conoscenza delle proprie inclinazioni, inserita in una società in grado di fornire a chiunque la possibilità di valorizzarle. Sotto accusa un modello scolastico basato su un “apprendimento mnemonico e nozionistico” che, se risponde all’esigenza di produrre risultati oggettivamente misurabili, non sempre contribuisce a formare persone consapevoli delle proprie capacità e aspirazioni, dunque facilitate nelle scelte post diploma. In un contesto del genere, non è escluso che si finisca per sbagliare strada e bruciare anni e opportunità. L’anello debole della catena è l’orientamento, quel processo che aiuta gli studenti a capire le proprie potenzialità, le proprie doti, le proprie aree di interesse, che favorisce lo sviluppo di competenze necessarie per affrontare il futuro, rafforzando le motivazioni e stimolando passione e impegno per lo studio. Un processo formativo-professionale per superare le difficoltà di dialogo tra il mondo della scuola e le imprese. Orientare gli studenti, prepararli alle scelte che affronteranno nel futuro, anche con il supporto dei loro insegnanti, diventano passaggi fondamentali a vantaggio dei ragazzi e delle loro famiglie innanzitutto, ma anche del sistema imprenditoriale locale. Una efficace apertura verso il mondo delle imprese per avvicinare scuola e lavoro, un “dialogo” che a Varese si è concretizzato con il recente Talent Day promosso da Confindustria alle Ville Ponti dove 350 studenti degli Istituti tecnici economici e industriali del territorio hanno potuto confrontarsi direttamente con i responsabili delle risorse umane e imprenditoriali di 25 aziende di Varese e provincia. Una significativa opportunità offerta a tanti ragazzi in procinto di diplomarsi, giunti a un bivio importante per il proprio avvenire: entrare a far parte del mondo del lavoro o proseguire negli studi universitari e completare il percorso formativo. Ed è estremamente importante “costruire” in ogni ragazzo certezze per scelte consapevoli, allontanando dubbi e salti nel vuoto. Per gli studenti che intendono proseguire gli studi iscrivendosi a un corso universitario, il nodo del dibattito è metterli in condizione di portarli a termine. Secondo il rapporto 2025 di AlmaLaurea sul “Profilo dei diplomati e loro esiti a distanza dal diploma”, i problemi con l’Università iniziano già dopo dodici mesi dall’iscrizione con un forte abbandono. Il motivo principale dietro questa inversione di rotta risiede in una insoddisfazione, rispetto alle aspettative iniziali, per le discipline insegnate, speso ritenute poco interessanti, o per le difficoltà riscontrate in fase di accesso. Conclude gli esami e dà la tesi nei termini il 58,7% dei laureati del 2024. Dati su cui riflettere in un Paese dove l’ascensore sociale rimane bloccato. Un rebus infinito con soluzioni sempre più difficili che allontanano tanti ragazzi da una seria prospettiva di lavoro. Non lascia margini di commento il rapporto annuale Istat presentato in questi giorni alla Camera dei Deputati: analizzata in...

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IL  VUOTO  (ALLARMANTE)  DELLA  POLITICA

Posted by on Gen 2, 2025 in La nostra Società | Commenti disabilitati su IL  VUOTO  (ALLARMANTE)  DELLA  POLITICA

IL  VUOTO  (ALLARMANTE)  DELLA  POLITICA

Fra aspre polemiche e forti tensioni è calato il sipario sulla Legge di bilancio, la terza dall’insediamento del Governo di Giorgia Meloni. Il disegno di legge è arrivato “blindato” dalla Camera e, malgrado le oltre 800 richieste di modifica presentate in aula, è stato approvato a scatola chiusa, senza la lettura da parte di Palazzo Madama, per scongiurare imboscate parlamentari e quindi lo spettro dell’esercizio provvisorio. E’ il replay di una consolidata prassi governativa instaurata da anni, che toglie spazio alla discussione e al confronto fra le varie forze politiche, esautorando il Parlamento delle sue prerogative costituzionali, trasformandolo di fatto in un Parlamento monocamerale. “Uno schiaffo alla democrazia parlamentare”. Nelle more di una necessaria riforma della legge di contabilità in base alle regole europee, via libera del Senato alla fiducia chiesta dal Governo sulla Manovra 2025. Misure per circa 30 miliardi di euro, 18 dei quali riservati al taglio del cuneo fiscale sugli stipendi e alla conferma dell’Irpef a tre aliquote. “Una Manovra di grande equilibrio, nel commento della premier, che tiene i conti in ordine e che sostiene i redditi medio-bassi”, scritta con “comportamento di cautela, riconosciuto da mercati e spread” (Mario Monti).      Al termine del tormentato iter parlamentare, la Legge di bilancio lascia sul campo i cocci della Politica (quella con la P maiuscola) andata miseramente in frantumi sotto i colpi di una insensata rissa tra i partiti che nei mesi che ne hanno preceduto l’atto finale di approvazione è stata segnata da allarmanti episodi d’intolleranza e di mistificazione. Una penosa rappresentazione del più importante documento contabile per l’attuazione delle politiche per il Paese. Nel convulso dibattito fra maggioranza e opposizione nessuna traccia della politica vera, della sua visione, della sua incidenza, della sua mediazione, della sua lungimiranza programmatica. Le bandierine dei partiti sventolate con sguaiataggine, in aula e in tv, hanno occupato lo spazio di un serio e costruttivo confronto sul futuro sociale ed economico del Paese per la individuazione e realizzazione di obiettivi condivisi per il bene comune. Sullo sfondo di un precario scenario sociale e civile, appesantito dalla incertezza della nostra industria manifatturiera alle prese con una grave crisi internazionale e con un calo di produttività in frenata da 21 mesi, è stato clamorosamente tradito lo spirito della politica: aprirsi agli altri, ai problemi e ai bisogni della comunità per promuoverne benessere ed equità sociale e rafforzare il sistema democratico, garantendo diritti e libertà. E invece, a conferma di un inquietante vuoto della politica, soltanto improperi e insulti ad personam, interventi sprezzanti, pretestuose evocazioni del passato per demonizzare l’avversario, a danno del ruolo istituzionale rivestito e del mandato ricevuto, contribuendo così ad alimentare il vento antisistema che soffia impetuoso fra la gente con il crescente astensionismo elettorale. Questa sorta di male oscuro è il modo in cui in Italia s’intende la politica, una palese incapacità segnata dall’insofferenza per qualunque cosa dica l’avversario, dalla negazione sistematica di qualunque sua affermazione. E la “consacrazione” della non politica avviene nei talk show televisivi con la complicità di inchieste e servizi spazzatura spacciati per giornalismo. La regola è la smaccata partigianeria del conduttore e della composizione del panel degli ospiti, lo sport preferito da ognuno è perlopiù aggredire verbalmente l’altro con polemiche pretestuose. Uno squallido teatrino nel Paese delle liti. Intolleranza e faziosità al servizio di slogan e di operazioni di facciata per attirare attenzione. Un modo di fare politica poco edificante e poco educativo, condotto all’insegna della delegittimazione e di un’assenza di idee. La rissa delle serate televisive e la violenza delle piazze, sollecitata da improvvidi inviti sindacali alla “rivolta sociale”, servono così a riempire ogni...

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AUTONOMIA DIFFERENZIATA, TUTTO DA RIFARE

Posted by on Dic 9, 2024 in La nostra Società | Commenti disabilitati su AUTONOMIA DIFFERENZIATA, TUTTO DA RIFARE

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, TUTTO DA RIFARE

Autonomia differenziata in stand by. Con il deposito della sentenza sulle questioni di costituzionalità della Legge 86/2024 promosse da alcune Regioni, la Corte costituzionale, pur ritenendo non fondata la questione di costituzionalità dell’intera legge, ha giudicato illegittime specifiche disposizioni del testo, con invito al Parlamento, “nella sua discrezionalità”, di intervenire per colmare il vuoto legislativo che si è creato. Sotto esame dei giudici l’elenco delle materie, o meglio delle funzioni, la definizione dei Lep, il ruolo del Parlamento, la stabilità finanziaria. Il responso della Consulta, con riferimento al dettato costituzionale, pone chiari paletti all’impianto della legge. Le forme particolari di autonomia riconosciute alle Regioni dall’art.116 della Costituzione su 23 materie, per effetto della Riforma del Titolo V approvata nel 2001 dall’allora centrosinistra, devono coordinarsi con gli altri principi costituzionali: unità della Repubblica, solidarietà tra le Regioni, eguaglianza e garanzia dei diritti dei cittadini, equilibrio di bilancio. L’autonomia differenziata deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini. “I Giudici ritengono che la distribuzione delle funzioni legislative e amministrative tra i diversi livelli territoriali di governo non debba corrispondere all’esigenza di un riparto di potere tra i diversi segmenti del sistema politico, ma debba avvenire in funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione.” A tal fine, è il “principio costituzionale di sussidiarietà” che regola la distribuzione delle funzioni fra Stato e regioni.   Tutto da rifare? Certamente, la Consulta impone modifiche sostanziali alla legge per eliminarne i profili illegittimi, una Legge che, secondo il Governatore della Puglia Emiliano, ex magistrato, “tecnicamente non esiste più”. Sarà ora possibile valutare l’impatto della pronuncia sui referendum abrogativi. La Corte, nel recuperare all’iter legislativo la centralità del Parlamento, ha cancellato, perché incostituzionali, alcuni punti fondamentali della legge. In particolare, la devoluzione di funzioni alle Regioni non può avvenire per materie o ambiti di materie ma deve riguardare specifiche funzioni legislative e amministrative, e giustificata, in relazione alla singola Regione, alla luce del richiamato principio di sussidiarietà. “Vi sono delle materie, precisa la Corte, cui pure si riferisce l’art. 116 della Costituzione, per le quali vi sono motivi di ordine sia giuridico che tecnico o economico che ne precludono il trasferimento, materie in cui predominano le regolamentazioni dell’Unione europea”, come la politica commerciale comune, la tutela dell’ambiente, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e le grandi reti di trasporto, ma anche le “norme generali sull’istruzione che hanno una valenza necessariamente generale e unitaria”, le funzioni relative alla materia sulle “professioni” e i sistemi di comunicazione. Un punto cruciale della sentenza riguarda i Lep, che stabiliscono il livello essenziale delle prestazioni per la tutela dei diritti che devono essere uguali, per tutti i cittadini, “uno standard uniforme delle stesse prestazioni in tutto il territorio nazionale”. Secondo la Consulta, è incostituzionale “il conferimento di una delega legislativa per la determinazione dei Lep priva di idonei criteri direttivi, con la conseguenza che la decisione sostanziale viene rimessa nelle mani del Governo, limitando il ruolo costituzionale del Parlamento”. I criteri della delega non possono cioè essere vaghi e non possono riguardare genericamente più settori, ma devono essere specifici per singolo settore. La funzione costituzionale cui devono rispondere è quella di garantire una tutela uniforme e non parziale dei diritti civili e sociali, in termini di prestazioni perequative. Altro punctum dolens della Legge Calderoli è quello relativo alla previsione che sia un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri a determinare l’aggiornamento dei Lep, e non, come ritiene legittimo la Corte, il Parlamento. Stesso profilo...

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