QUALE FUTURO PER I DIPLOMANDI ?
Si avvicina a grandi passi l’esame di maturità dell’anno scolastico 2024-2025. Mercoledi 18 giugno 500mila studenti (più di seimila in Provincia di Varese) affronteranno la prima prova scritta, dopo aver vissuto fra paure ed ansie la “notte prima degli esami”, celebrata in musica da Antonello Venditti. Al termine del ciclo scolastico, arriva il primo vero carico di responsabilità, un appuntamento importante per scelte post diploma capaci di segnare il percorso della vita. Fra incognite e speranze, si è chiamati a gettare le basi su cui costruire il proprio futuro, prendendo decisioni consapevoli. Ma al di là degli aspetti legati a convenienze economiche, opportunità occupazionali e professionali, non sempre è ben definita la capacità di un’indagine reale sul tipo di “soggetto lavorativo” che si vuole diventare. Torna alla ribalta il problema di sempre. La necessità di una scuola pubblica che non si limiti a verificare l’apprendimento di nozioni uguali per tutti ma favorisca la conoscenza delle proprie inclinazioni, inserita in una società in grado di fornire a chiunque la possibilità di valorizzarle. Sotto accusa un modello scolastico basato su un “apprendimento mnemonico e nozionistico” che, se risponde all’esigenza di produrre risultati oggettivamente misurabili, non sempre contribuisce a formare persone consapevoli delle proprie capacità e aspirazioni, dunque facilitate nelle scelte post diploma. In un contesto del genere, non è escluso che si finisca per sbagliare strada e bruciare anni e opportunità. L’anello debole della catena è l’orientamento, quel processo che aiuta gli studenti a capire le proprie potenzialità, le proprie doti, le proprie aree di interesse, che favorisce lo sviluppo di competenze necessarie per affrontare il futuro, rafforzando le motivazioni e stimolando passione e impegno per lo studio. Un processo formativo-professionale per superare le difficoltà di dialogo tra il mondo della scuola e le imprese. Orientare gli studenti, prepararli alle scelte che affronteranno nel futuro, anche con il supporto dei loro insegnanti, diventano passaggi fondamentali a vantaggio dei ragazzi e delle loro famiglie innanzitutto, ma anche del sistema imprenditoriale locale. Una efficace apertura verso il mondo delle imprese per avvicinare scuola e lavoro, un “dialogo” che a Varese si è concretizzato con il recente Talent Day promosso da Confindustria alle Ville Ponti dove 350 studenti degli Istituti tecnici economici e industriali del territorio hanno potuto confrontarsi direttamente con i responsabili delle risorse umane e imprenditoriali di 25 aziende di Varese e provincia. Una significativa opportunità offerta a tanti ragazzi in procinto di diplomarsi, giunti a un bivio importante per il proprio avvenire: entrare a far parte del mondo del lavoro o proseguire negli studi universitari e completare il percorso formativo. Ed è estremamente importante “costruire” in ogni ragazzo certezze per scelte consapevoli, allontanando dubbi e salti nel vuoto. Per gli studenti che intendono proseguire gli studi iscrivendosi a un corso universitario, il nodo del dibattito è metterli in condizione di portarli a termine. Secondo il rapporto 2025 di AlmaLaurea sul “Profilo dei diplomati e loro esiti a distanza dal diploma”, i problemi con l’Università iniziano già dopo dodici mesi dall’iscrizione con un forte abbandono. Il motivo principale dietro questa inversione di rotta risiede in una insoddisfazione, rispetto alle aspettative iniziali, per le discipline insegnate, speso ritenute poco interessanti, o per le difficoltà riscontrate in fase di accesso. Conclude gli esami e dà la tesi nei termini il 58,7% dei laureati del 2024. Dati su cui riflettere in un Paese dove l’ascensore sociale rimane bloccato. Un rebus infinito con soluzioni sempre più difficili che allontanano tanti ragazzi da una seria prospettiva di lavoro. Non lascia margini di commento il rapporto annuale Istat presentato in questi giorni alla Camera dei Deputati: analizzata in...
Read MoreIL VUOTO (ALLARMANTE) DELLA POLITICA
Fra aspre polemiche e forti tensioni è calato il sipario sulla Legge di bilancio, la terza dall’insediamento del Governo di Giorgia Meloni. Il disegno di legge è arrivato “blindato” dalla Camera e, malgrado le oltre 800 richieste di modifica presentate in aula, è stato approvato a scatola chiusa, senza la lettura da parte di Palazzo Madama, per scongiurare imboscate parlamentari e quindi lo spettro dell’esercizio provvisorio. E’ il replay di una consolidata prassi governativa instaurata da anni, che toglie spazio alla discussione e al confronto fra le varie forze politiche, esautorando il Parlamento delle sue prerogative costituzionali, trasformandolo di fatto in un Parlamento monocamerale. “Uno schiaffo alla democrazia parlamentare”. Nelle more di una necessaria riforma della legge di contabilità in base alle regole europee, via libera del Senato alla fiducia chiesta dal Governo sulla Manovra 2025. Misure per circa 30 miliardi di euro, 18 dei quali riservati al taglio del cuneo fiscale sugli stipendi e alla conferma dell’Irpef a tre aliquote. “Una Manovra di grande equilibrio, nel commento della premier, che tiene i conti in ordine e che sostiene i redditi medio-bassi”, scritta con “comportamento di cautela, riconosciuto da mercati e spread” (Mario Monti). Al termine del tormentato iter parlamentare, la Legge di bilancio lascia sul campo i cocci della Politica (quella con la P maiuscola) andata miseramente in frantumi sotto i colpi di una insensata rissa tra i partiti che nei mesi che ne hanno preceduto l’atto finale di approvazione è stata segnata da allarmanti episodi d’intolleranza e di mistificazione. Una penosa rappresentazione del più importante documento contabile per l’attuazione delle politiche per il Paese. Nel convulso dibattito fra maggioranza e opposizione nessuna traccia della politica vera, della sua visione, della sua incidenza, della sua mediazione, della sua lungimiranza programmatica. Le bandierine dei partiti sventolate con sguaiataggine, in aula e in tv, hanno occupato lo spazio di un serio e costruttivo confronto sul futuro sociale ed economico del Paese per la individuazione e realizzazione di obiettivi condivisi per il bene comune. Sullo sfondo di un precario scenario sociale e civile, appesantito dalla incertezza della nostra industria manifatturiera alle prese con una grave crisi internazionale e con un calo di produttività in frenata da 21 mesi, è stato clamorosamente tradito lo spirito della politica: aprirsi agli altri, ai problemi e ai bisogni della comunità per promuoverne benessere ed equità sociale e rafforzare il sistema democratico, garantendo diritti e libertà. E invece, a conferma di un inquietante vuoto della politica, soltanto improperi e insulti ad personam, interventi sprezzanti, pretestuose evocazioni del passato per demonizzare l’avversario, a danno del ruolo istituzionale rivestito e del mandato ricevuto, contribuendo così ad alimentare il vento antisistema che soffia impetuoso fra la gente con il crescente astensionismo elettorale. Questa sorta di male oscuro è il modo in cui in Italia s’intende la politica, una palese incapacità segnata dall’insofferenza per qualunque cosa dica l’avversario, dalla negazione sistematica di qualunque sua affermazione. E la “consacrazione” della non politica avviene nei talk show televisivi con la complicità di inchieste e servizi spazzatura spacciati per giornalismo. La regola è la smaccata partigianeria del conduttore e della composizione del panel degli ospiti, lo sport preferito da ognuno è perlopiù aggredire verbalmente l’altro con polemiche pretestuose. Uno squallido teatrino nel Paese delle liti. Intolleranza e faziosità al servizio di slogan e di operazioni di facciata per attirare attenzione. Un modo di fare politica poco edificante e poco educativo, condotto all’insegna della delegittimazione e di un’assenza di idee. La rissa delle serate televisive e la violenza delle piazze, sollecitata da improvvidi inviti sindacali alla “rivolta sociale”, servono così a riempire ogni...
Read MoreAUTONOMIA DIFFERENZIATA, TUTTO DA RIFARE
Autonomia differenziata in stand by. Con il deposito della sentenza sulle questioni di costituzionalità della Legge 86/2024 promosse da alcune Regioni, la Corte costituzionale, pur ritenendo non fondata la questione di costituzionalità dell’intera legge, ha giudicato illegittime specifiche disposizioni del testo, con invito al Parlamento, “nella sua discrezionalità”, di intervenire per colmare il vuoto legislativo che si è creato. Sotto esame dei giudici l’elenco delle materie, o meglio delle funzioni, la definizione dei Lep, il ruolo del Parlamento, la stabilità finanziaria. Il responso della Consulta, con riferimento al dettato costituzionale, pone chiari paletti all’impianto della legge. Le forme particolari di autonomia riconosciute alle Regioni dall’art.116 della Costituzione su 23 materie, per effetto della Riforma del Titolo V approvata nel 2001 dall’allora centrosinistra, devono coordinarsi con gli altri principi costituzionali: unità della Repubblica, solidarietà tra le Regioni, eguaglianza e garanzia dei diritti dei cittadini, equilibrio di bilancio. L’autonomia differenziata deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini. “I Giudici ritengono che la distribuzione delle funzioni legislative e amministrative tra i diversi livelli territoriali di governo non debba corrispondere all’esigenza di un riparto di potere tra i diversi segmenti del sistema politico, ma debba avvenire in funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione.” A tal fine, è il “principio costituzionale di sussidiarietà” che regola la distribuzione delle funzioni fra Stato e regioni. Tutto da rifare? Certamente, la Consulta impone modifiche sostanziali alla legge per eliminarne i profili illegittimi, una Legge che, secondo il Governatore della Puglia Emiliano, ex magistrato, “tecnicamente non esiste più”. Sarà ora possibile valutare l’impatto della pronuncia sui referendum abrogativi. La Corte, nel recuperare all’iter legislativo la centralità del Parlamento, ha cancellato, perché incostituzionali, alcuni punti fondamentali della legge. In particolare, la devoluzione di funzioni alle Regioni non può avvenire per materie o ambiti di materie ma deve riguardare specifiche funzioni legislative e amministrative, e giustificata, in relazione alla singola Regione, alla luce del richiamato principio di sussidiarietà. “Vi sono delle materie, precisa la Corte, cui pure si riferisce l’art. 116 della Costituzione, per le quali vi sono motivi di ordine sia giuridico che tecnico o economico che ne precludono il trasferimento, materie in cui predominano le regolamentazioni dell’Unione europea”, come la politica commerciale comune, la tutela dell’ambiente, la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e le grandi reti di trasporto, ma anche le “norme generali sull’istruzione che hanno una valenza necessariamente generale e unitaria”, le funzioni relative alla materia sulle “professioni” e i sistemi di comunicazione. Un punto cruciale della sentenza riguarda i Lep, che stabiliscono il livello essenziale delle prestazioni per la tutela dei diritti che devono essere uguali, per tutti i cittadini, “uno standard uniforme delle stesse prestazioni in tutto il territorio nazionale”. Secondo la Consulta, è incostituzionale “il conferimento di una delega legislativa per la determinazione dei Lep priva di idonei criteri direttivi, con la conseguenza che la decisione sostanziale viene rimessa nelle mani del Governo, limitando il ruolo costituzionale del Parlamento”. I criteri della delega non possono cioè essere vaghi e non possono riguardare genericamente più settori, ma devono essere specifici per singolo settore. La funzione costituzionale cui devono rispondere è quella di garantire una tutela uniforme e non parziale dei diritti civili e sociali, in termini di prestazioni perequative. Altro punctum dolens della Legge Calderoli è quello relativo alla previsione che sia un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri a determinare l’aggiornamento dei Lep, e non, come ritiene legittimo la Corte, il Parlamento. Stesso profilo...
Read MorePREMIERATO, LAVORI IN CORSO
Premierato, è arrivato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato il primo sì alla riforma che introduce l’elezione “a suffragio universale e diretto” del premier che potrà essere eletto per non più di due mandati consecutivi e potrà proporre al Capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri. Fra luci e ombre, una importante accelerazione del complesso iter della riforma costituzionale voluta dalla maggioranza per “consegnare la sovranità nelle mani del popolo”, liberando gli elettori dal giogo delle scelte di palazzo. Stabilità, credibilità, visione del futuro sono i principi ispiratori del “cuore della riforma” per disegnare orizzonti istituzionali diversi e garantire la governabilità. E’ storica l’instabilità politica in Italia. Governi brevi, alcuni brevissimi, altri di minoranza, monocolore, deboli sin dalla nascita. In 77 anni di storia repubblicana si sono susseguiti a Palazzo Chigi ben 68 esecutivi. Per oltre dieci anni, ovvero da Mario Monti in poi, nessun governo ha mai avuto un Presidente del Consiglio espressione di una indicazione elettorale da parte dei cittadini, sempre più in fuga dai seggi elettorali per il voto. Un record negativo in Europa. Molte le cause di questa “fragilità” istituzionale, fra le quali la possibilità per i parlamentari, eletti senza vincolo di mandato, di cambiare casacca durante la legislatura favorendo anomali rimpasti governativi. Sono circa quarant’anni che si parla di modifica della forma di governo: dalla Commissione bicamerale del 1997 del governo di Massimo D’Alema alla proposta di riforma del 2006 del centrodestra di Silvio Berlusconi, a quella del 2020 dell’ex premier Matteo Renzi, ma ogni progetto si è arenato nelle sabbie mobili delle polemiche fra i partiti. Le modifiche degli articoli 88, 92 e 94 della Carta costituzionale contenute nel ddl Meloni-Casellati dovrebbero tendere proprio a formare esecutivi stabili e duraturi. Oltre alla elezione diretta popolare del Presidente del Consiglio, in carica per 5 anni, la riforma del premierato prevede la “costituzionalizzazione” di un premio di maggioranza su base nazionale tale da garantire in ambedue le Camere una maggioranza dei seggi alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio, nel rispetto del principio di rappresentatività. Alla futura legge elettorale restano demandate le modalità di elezione del premier nonchè quelle relative all’assegnazione del premio. In caso di dimissioni volontarie del premier, incarico a un altro parlamentare della stessa maggioranza per attuare i medesimi impegni programmatici e indirizzo politico o scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica su richiesta del premier. In caso invece di revoca della fiducia al Presidente del Consiglio eletto, mediante mozione motivata, il Capo dello Stato procederà motu proprio allo scioglimento del Parlamento. Stop quindi alla stagione dei ribaltoni e dei Governi tecnici con premier e ministri di nomina extraparlamentare. La riforma del premierato comporterebbe una evoluzione del sistema parlamentare, di cui conserva il rapporto fiduciario, correggendo lo strabismo istituzionale collegato ai governi decentrati, regioni e comuni, per i quali c’è l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, Governatore e Sindaco. A questo tipo di premierato sono state già mosse diverse critiche: la prima e più rilevante è quella di ridurre il Presidente della Repubblica a un ruolo di semplice “cerimoniere e passacarte” con funzioni notarili, con meno margini di intervento in caso di crisi. Le sue prerogative sarebbero mantenute solo formalmente, mentre di fatto verrebbe svuotato il suo ruolo più importante, quello di “arbitro” delle crisi di governo. Dall’altro lato, il Presidente del Consiglio, eletto direttamente dal popolo, diventerebbe il vero dominus del sistema, potendo causare lo scioglimento automatico delle Camere con le proprie dimissioni. Si tratta quindi di riequilibrare il “cuore della riforma” per preservare i poteri del Presidente della Repubblica che resta...
Read MoreI MALI DELLA SANITA’ PUBBLICA
Emergenza Sanità pubblica. Di forte impatto la recente inchiesta del Sole 24 Ore sui mali del Servizio sanitario nazionale. Pronto soccorso al collasso, lunghe liste d’attesa, medici e infermieri in fuga: sintomi di una grave malattia sociale, con tanti malati a rischio. Terapia difficile. La manovra economica per il 2024 approdata nei giorni scorsi in Parlamento prevede un rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale di 3 miliardi, in parte destinati a finanziare “l’indennità per medici e altro personale sanitario impegnati nella riduzione dei tempi delle liste di attesa”. Una … “terapia d’urto” che non regge e che, al di là di illusori obiettivi governativi, rischia di fare flop non intervenendo sulla causa reale dei mali (ormai cronici) del Servizio sanitario: mancanza di personale. Una missione impossibile per chi è in servizio. Secondo le stime del Sole 24 Ore mancano all’appello 20mila medici e oltre 70mila infermieri. Numeri allarmanti che spiegano chiaramente le tante lacune del Servizio sanitario e quindi le quotidiane proteste legate all’ “accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie, in attuazione dell’art.32 della Costituzione”. Una situazione fortemente critica, drammatica in alcune Regioni del Paese, generata dal blocco delle assunzioni introdotto nella stagione della spending review: una misura che fissa la spesa sul personale medico e paramedico a quella del 2004. Organici sottodimensionati rispetto alle obiettive esigenze di servizio, peggiorati ulteriormente negli ultimi anni difronte alla grande fuga dalle corsie degli ospedali a causa di turni massacranti e stipendi troppo bassi. Una fuga cominciata da oltre un decennio, cresciuta a dismisura con il Covid. L’allarme carenza riguarda in generale gli ospedali dove ci sono 10mila posti vacanti, in primis quelli di anestesisti e pneumologi. Sono 2mila i medici, tra dimissioni e pensionamenti, che annualmente lasciano gli Ospedali per nuove vie: lavorare nel privato o all’estero. Lo rivela l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) secondo il quale in tre anni hanno superato il confine 15.109 infermieri e 21.397 medici. Ma c’è anche chi sceglie la strada del “gettonista” che, grazie a compensi di mille euro per turno, consente di guadagnare come un medico dipendente, con meno di 100 giorni di lavoro effettivo. E le previsioni nel breve termine non sono incoraggianti: entro il 2025 è prevista l’uscita per pensionamenti di ben 40mila medici, non bilanciata da nuovi ingressi per lo scarso appeal di alcune specializzazioni mediche (chirurgia, medicina d’urgenza) da parte dei giovani laureati in Medicina. A rischio la figura ospedaliera dei camici bianchi. Sono i pronto soccorso a pagare maggiormente le conseguenze di questa emorragia medica, sono al collasso e, in quanto presidi sanitari di prima linea, sono costretti a rispondere ai tanti problemi ricorrendo appunto ai “gettonisti” nelle cooperative, pagati oltremisura, a danno delle scarse risorse economiche. La musica non cambia per la medicina di base, gli studi dei medici di famiglia: in 5 anni se ne contano oltre 5mila in meno, una insostenibile desertificazione per milioni di cittadini che, senza adeguata assistenza medica, sono costretti a rivolgersi ai Pronto soccorso, intasandoli ulteriormente e prolungandone i tempi di attesa. Una storia infinita. “Cambiare rotta”, ha dichiarato il presidente dell’Ordine dei medici Filippo Anelli, “è ora che il tetto di spesa fermo al 2004 sulle assunzioni venga eliminato o quanto meno innalzato”. Turn over limitato ma anche una programmazione sbagliata dei posti a Medicina e nelle specializzazioni. Un percorso formativo da ridisegnare completamente, rivedendo l’impostazione del servizio reso alla comunità. Significativo il j’accuse lanciato dall’Anaao Assomed, la sigla sindacale dei medici ospedalieri: “il rapporto medico-paziente è ormai un rapporto economicistico di venditore-acquirente e la salute è diventata un prodotto, occorre restituire all’operatore sanitario la centralità del...
Read MoreIL REBUS DELL’AUTONOMIA
L’autonomia differenziata torna al centro del dibattito politico. Arriva in pre Consiglio dei ministri la bozza del disegno di legge quadro sulla riforma preparato dal ministro Roberto Calderoli. Un tema fortemente divisivo, non solo fra le forze politiche. In una decina di pagine, nove capitoli, il progetto di devolvere funzioni ulteriori alle Regioni in attuazione del Titolo V della Costituzione, in particolare dell’art. 116, che prevede che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario “condizioni particolari di autonomia”, definite tecnicamente come “regionalismo differenziato”. Le Regioni con autonomia differenziata avranno poteri esclusivi sulle 23 materie sulle quali oggi hanno competenza legislativa concorrente con lo Stato (rapporti internazionali e con l’Ue, sicurezza del lavoro, istruzione salvo il processo educativo e formativo, salute, alimentazione, governo del territorio, infrastrutture, trasporti ed energia, finanza pubblica, ordinamento sportivo, professioni, protezione civile, beni culturali, credito regionale, previdenza complementare). Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia è stato messo sul tappeto da Veneto, Lombardia ed Emilia Rimagna con tre accordi preliminari siglati con il Governo Gentiloni nel febbraio 2018. Successivamente altre regioni (Campania, Liguria, Marche, Piemonte, Umbria e Puglia) hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia, circoscritta a un numero ridotto di materie. A ostacolare l’attuazione del decentramento è stata la incompleta riformulazione costituzionale del Titolo V del 2001 (Governo Amato), priva di adeguate indicazioni sulla definizione delle procedure. Di qui la necessità di una legge quadro che ha impegnato senza risultati i due Governi Conte e quello di Draghi. A rilanciare il tema e farne uno dei punti di forza anche in chiave elettorale per le prossime elezioni regionali è il leghista Calderoli per “eliminare orpelli di burocrazia”. Dopo un primo esame del Cdm, il disegno di legge andrà in Conferenza unificata per il prescritto parere e quindi, con il via libero definitivo di Palazzo Chigi, passerà all’approvazione del Parlamento. Un iter legislativo complesso per il varo di una “legge rinforzata”. Ma non sarà facile. Sulla proposta legislativa della Lega piovono forti critiche dall’opposizione e dalle parti sociali (Sindacati e Confindustria). E resistenze si registrano anche nella maggioranza: “Noi vogliamo unire l’Italia, non vogliamo territori di serie A e di serie B”, ha dichiarato la premier Meloni. Terreno di scontro ai fini del passaggio delle competenze sono la sanità per la gestione del personale sanitario, il comparto dei trasporti e delle infrastrutture per le concessioni su autostrade, strade, ferrovie e aeroporti, i beni culturali. Per l’istruzione la richiesta di potestà legislativa riguarda l’organizzazione del sistema educativo, l’alternanza scuola-lavoro, i rapporti di lavoro con il personale, la formazione, il finanziamento delle scuole paritarie. Il capitolo più controverso è certamente quello relativo alla fiscalità, cioè il trasferimento di risorse alle regioni che ricevono le nuove funzioni. Al fine di superare gli effetti distorsivi della “spesa storica” collegata al costo annuale del servizio reso (un meccanismo vantaggioso per gli enti con elevata spesa e risorse fiscali proprie, rispetto a quelli con limitata capacità fiscale), l’ultima versione della legge quadro sull’autonomia introduce nella finanza locale un nuovo indicatore: il “fabbisogno standard” che esprime le reali necessità finanziarie di un ente locale per garantire servizi ai cittadini sulla base delle varie caratteristiche territoriali e della composizione sociodemografica della popolazione residente. E’ il costo del servizio differenziato in ogni regione. Un cambio di paradigma che ha bisogno, in via preliminare, della definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), cioè i servizi minimi che devono essere garantiti in tutto il territorio nazionale attraverso le compartecipazioni al Fondo nazionale di perequazione, nel rispetto della sussidiarietà. Solo dopo aver determinato Lep (la Legge di bilancio...
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