LA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM
Work in progress. Dopo l’approvazione referendaria della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, ora in Parlamento si lavora sulla revisione del sistema di voto e sui “correttivi” per bilanciare la riduzione degli eletti. Per la terza volta in quattordici anni agli italiani è stato chiesto di pronunciarsi sul numero dei propri rappresentanti in Parlamento. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli, inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a salti nel buio. La domanda referendaria di domenica 13 settembre ha riguardato invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600. Superate con il voto plebiscitario le forti tensioni dei mesi scorsi, la maggioranza di governo, accantonando spinte demagogiche e populiste, è chiamata a tradurre in atti legislativi l’accordo sul referendum per ridisegnare un’adeguata cornice di riforma costituzionale. Innanzitutto la modifica della legge elettorale, poi l’elezione su base circoscrizionale dei senatori (e non più su base regionale) e la riduzione dei delegati regionali (da 3 a 2) per l’elezione del Capo dello Stato. Infine l’equiparazione dell’elettorato passivo e attivo del Senato a quello della Camera, in materia di limiti di età per eleggere e per essere eletti nell’ottica del superamento del bicameralismo. Il pomo della discordia nella maggioranza è senza dubbio la legge elettorale sulla quale all’inizio dell’anno si è raggiunta un’intesa con il via libera al “Germanicum”. Un sistema di voto che, secondo i promotori, dovrebbe ridare equilibrio al peso territoriale di alcune regioni che, altrimenti, sarebbero svantaggiate dal taglio dei parlamentari, soprattutto dei senatori (Molise, Basilicata, Umbria). Secondo il “Germanicum” la futura Camera avrà 400 seggi, di cui 6 per gli eletti all’estero e 1 eletto nel collegio uninominale della Val d’Aosta; i restanti 391 saranno assegnati nelle altre Regioni con metodo proporzionale. Stesso metodo per il futuro Senato che avrà 200 senatori: 4 eletti all’estero, 1 in Val d’Aosta e 195 assegnati con metodo proporzionale nelle altre Regioni. In Trentino-Alto Adige viene mantenuta la previsione di collegi uninominali accanto a una quota proporzionale. Per accedere alla ripartizione dei seggi i partiti devono superare la soglia del 5% come in Germania. Lo sbarramento della legge attuale è del 3%, mentre il Mattarellum e il Porcellum l’avevano fissato al 4%, così come previsto per le elezioni europee. I partiti che non superano il 5% ma ottengono un quoziente pieno in almeno tre circoscrizioni presenti in almeno due Regioni diverse, ottengono i deputati corrispondenti a quei quozienti. Per il Senato occorre raggiungere il quoziente pieno in almeno due circoscrizioni anche se nella stessa Regione. Restano in sospeso la questione dei “listini bloccati” e il nodo del “voto di preferenza”. Da rivedere inoltre i regolamenti parlamentari, soprattutto per quanto riguarda le funzioni e la composizione delle Commissioni permanenti. Si ipotizza una riduzione o uno “sdoppiamento” dei componenti in diverse commissioni. Un complesso lavoro di “maquillage”. Obiettivo di fondo restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese in termini di efficienza e di reale rappresentatività. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da una inquietante invadenza dei partiti sulla volontà popolare: rappresentanti “nominati” e non rappresentanti “eletti”. Un tema particolarmente delicato collegato alla selezione dei candidati, e cioè alla qualità della classe politica, alla capacità di governo, al reale spirito di servizio. E il ritorno al proporzionale (una scelta politica, non tecnica) non è...
Read MoreREFERENDUM, SFIDA COSTITUZIONALE
Conto alla rovescia per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari chiesto da un quinto dei senatori a seguito della mancata approvazione della riforma costituzionale con la maggioranza qualificata dei due terzi. L’ultima parola spetta dunque al popolo italiano che domenica e lunedi prossimo, con il proprio voto, metterà fine a un dibattito incerto e confuso, eccessivamente politicizzato e caratterizzato da toni critici. C’è chi ha definito il referendum una “volgarissima marchetta ideologica” (Massimo Cacciari), “una sforbiciata data in pasto al popolo” (Maurizio Lupi), “un’azione politica cretina e ipocrita” (Vittorio Sgarbi). Si è parlato addirittura di “trionfo dell’antipolitica”. Senza ignorare la sagra del pentimento alimentata dai “convertiti” che in Parlamento hanno votato per la riduzione dei parlamentari per non rischiare l’impopolarità e ora che il voto si avvicina, temendo di non essere più rieletti, diventano improvvisamente paladini dei diritti del Parlamento. Una sospetta folgorazione sulla via di … Montecitorio e di Palazzo Madama a difesa dello status quo (personale). Inquietante testimonianza di trasformismo politico. La riduzione del numero dei parlamentari è stato tema centrale nei vari tentativi di riforma che si sono susseguiti nella storia della Repubblica. Da ormai quarant’anni ogni commissione parlamentare, bicamerale o mono, ha avanzato una proposta di riforma: la prima risale al 1983 e porta la firma del liberale Aldo Bozzi. A seguire nel tempo i democristiani con Ciriaco De Mita, i comunisti con Nilde Iotti, i post comunisti con Massimo D’Alema. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato sulla riforma della Costituzione inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Forse per catturare consensi elettorali sulla più complessa operazione di devolution volta a modificare organicamente l’assetto costituzionale di Camera e Senato in termini di funzioni e attribuzioni. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli. Il referendum di domenica riguarda invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600. “Non si rischia di stravolgere la Carta costituzionale”, ha rilevato l’ex Presidente della Consulta Valerio Onida. Un’occasione per adeguare il numero dei nostri rappresentanti a quello delle altre grandi democrazie occidentali e rendere più efficiente il Parlamento divenuto “invisibile”, “oscurato” dall’abuso dei decreti legge e dei decreti governativi emanati spesso per ragioni di tempo a causa della lentezza dei lavori parlamentari. Restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese: è organo legislativo, ma solo un quarto delle leggi di questa metà di legislatura sono state di iniziativa parlamentare. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da ridondanti regolamenti e inutili commissioni e, sul piano della reale rappresentatività, da 945 “nominati”, espressione del potere di nomina dei partiti e non certamente della volontà popolare. Il taglio del numero dei parlamentari, a prescindere dalla simbolica questione dei risparmi (“una democrazia inefficiente ci costa mille volte di più”), rappresenta un primo passo per accelerare un significativo cambiamento: una nuova legge elettorale, la modifica della base regionale per il Senato, la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, il voto ai 18enni per il Senato, nuovi regolamenti parlamentari per evitare duplicazione dei compiti e velocizzare il processo legislativo in vista del superamento del bicameralismo perfetto. Sul tappeto resta la questione di sempre: la selezione politica dei candidati. Oltre al numero degli eletti, conta la loro qualità, la loro competenza, il loro spirito di servizio per rappresentare al meglio interessi e aspettative degli elettori. E’ la strada...
Read MoreIL CORONAVIRUS E IL RUOLO DELL’EUROPA
Sospendere Schengen e la libera circolazione delle persone, rischi di recessione, tensioni fra stati membri e vertici comunitari: un mix esplosivo generato dal coronavirus, l’epidemia esplosa in Cina e arrivata in Europa “grazie” a un doppio focolaio tra Lombardia e Veneto. Reazioni nazionali scoordinate, trasparenza solo a macchia di leopardo e, in alcuni casi, tanta improvvisazione. Di fronte a un’epidemia globale l’Ue non ha protocolli comuni di prevenzione e sicurezza, né ha standard sanitari vincolanti e validi per tutti. Con la diffusione del contagio e il moltiplicarsi di casi accertati nel perimetro europeo, si alza con crescente… virulenza la pressione su Bruxelles per una risposta unitaria alla emergenza sanitaria. Aumenta la disinformazione sul ruolo dell’Europa. Se l’Unione europea non ha avuto una voce unica nella gestione del Covid-19 è perché non può averla. La Sanità è una prerogativa degli Stati membri, effetto del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 che, in materia di sanità pubblica, sancisce un chiaro principio: “l’azione dell’Unione completa le politiche sanitarie nazionali, incoraggiando la cooperazione fra gli Stati membri, nel rispetto della loro organizzazione per la fornitura di servizi sanitari e di assistenza medica.” Il potere di azione dell’Ue in questo frangente si sviluppa in due ambiti: quello della protezione della salute, un’azione di affiancamento tecnico e finanziario a sostegno della ricerca, della prevenzione e del controllo delle malattie, e quello della protezione civile, nel quale l’Ue ha un potere di coordinamento. In particolare, l’Ue finanzia le misure preventive e di contrasto contro le minacce alla salute nei punti di ingresso (porti, aeroporti e frontiere). Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), la principale agenzia europea in materia, con il supporto dell’Agenzia europea per i medicinali, svolge funzioni di direzione tecnico-sanitaria in materia di valutazione e gestione dei rischi con allineamento dei criteri diagnostici e dei dati inerenti i casi di contagio. Dallo scoppio dell’epidemia l’Ue ha stanziato fondi per un totale di 232 milioni di euro, in parte destinati all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), altri destinati alla ricerca sul virus, nonché alla realizzazione di azioni di monitoraggio e diagnosi precoce. Una prima risposta, almeno sul piano economico e geopolitico, alla crisi del coronavirus che ha causato grosse perdite sui mercati finanziari mettendo sotto pressione i sistemi economici e produttivi di molti Paesi, dall’Italia alla Francia, alla Germania, con aggravamento delle condizioni economiche di milioni di famiglie. Resta irrisolto il problema di fondo: la mancanza di una cabina di regia, di una voce politica delle istituzioni europee, di una task force con competenze trasversali capace di trattare l’impatto dell’epidemia in ogni suo aspetto. E’ ora di riscrivere le attribuzioni dell’Ue e agire con una decisione politica condivisa dei governi nazionali in favore di una maggiore responsabilità affidata alle Istituzioni comunitarie in situazioni di emergenza, per non ingenerare confusione e individuare chiaramente le responsabilità. Un coordinamento più esplicito e politicamente più visibile, pur nel rispetto delle prerogative nazionali, ridurrebbe le tentazioni di procedere in ordine sparso nell’affrontare un problema che purtroppo è comune e non conosce confini. L’emergenza sanitaria, come quella climatica, non si ferma alle frontiere. “La sanità globale, ha scritto Sabino Cassese sul Corriere, è un bene troppo importante per lasciarlo nelle sole mani degli Stati, prigionieri di risorgenti sovranismi, e dei servizi sanitari nazionali, necessari ma non sempre sufficienti.” La salute è un diritto umano fondamentale, assicurato a livello...
Read MoreLA TV E IL TEATRINO DELLA POLITICA
Impietosa verità quella rilevata dall’ultimo rapporto Censis sulla classe politica di casa nostra: il 90% degli italiani vorrebbe vedere sempre meno politici in televisione. E non a caso, osserva Massimiliano Valeri, direttore generale del Censis, “c’è uno zoccolo duro di tre italiani su dieci che ha buttato via la tessera elettorale e non va a votare.” Nei palazzi romani è caduta nel dimenticatoio la linea del Governo Monti di non mandare ministri e sottosegretari nei talk show televisivi per “essere più presenti a lavoro”. Si voleva “normalizzare” l’informazione politica, azzerando la sovrapposizione e identificazione tra il dibattito politico e la sua rappresentazione mediatica. Cancellare quindi il ricordo di partecipazioni a programmi tv con interventi poco eleganti, funzionali alle esigenze di share del conduttore di turno. Il compito di chi governa, sosteneva l’ex premier Monti, non è rappresentare se stesso e le proprie scelte, ma compiere quelle scelte e applicarle nel rispetto del mandato ricevuto. Di acqua sotto i ponti del Tevere a Roma, in questi anni, ne è passata tanta, ma nulla è cambiato: il passato che ritorna. Oggi il politico è un volto noto, al pari di un attore televisivo, pronto a calarsi nel ruolo di “personaggio tv” appena davanti a una telecamera. Personalismo, rissosità e toni sempre più accesi per stare al passo con le “regole” della visibilità televisiva. Un chiacchiericcio politico che con l’approfondimento ha davvero poco a che fare, con tanti ringraziamenti a una chiara e corretta informazione. Tante parole in libera uscita, pochi elementi di dibattito serio e costruttivo con la sensazione generale, alla fine della trasmissione, che tutti quanti si capisca di meno. E’ il teatrino della politica! E’ il luogo in cui il dibattito fra i partiti, o presunto tale, prende “teatralmente” vita con “attori” che, lasciando il seggio di Montecitorio o di Palazzo Madama, liberano in uno studio televisivo ogni repressa forma di protagonismo, accantonando progettualità politica e concretezza d’azione. Spettacolo inquietante sul quale, ammonisce il critico televisivo Aldo Grasso, c’è poco da essere indulgenti: “Smettiamola di pensare che i politici siano i protagonisti di una grottesca sitcom, degli innocenti personaggi che abitano l’immaginario collettivo, anche perché i danni di questa classe politica sono concreti e sono sotto gli occhi di tutti.” I politici ormai invadono a qualsiasi ora il piccolo schermo. Intervallati dai servizi in esterna, si snodano così interminabili girandole di pareri e soprattutto esternazioni di esponenti di partito chiamati a dire, a volte senza cognizione di causa, la loro verità e ancora di più a sconfessare quella altrui. Una finestra sempre aperta sulla politica nazionale da parte di tutte le reti: dalla Rai a Mediaset, a La7. Tutta la programmazione mattutina e pomeridiana, con forte presenza in prima serata, non è altro che un lungo (sfibrante) talk show politico. E più la politica si indebolisce, più si rafforza il ruolo della tv nel cercare di spiegarla, anche nell’era dei social media. Decine di milioni di persone accendono giornalmente la televisione, a conferma dell’importanza strategica che ha assunto nel tempo lo spazio tv per ogni politico. Una campagna elettorale dal vivo, che non finisce mai: politica e tv, un’attrazione perenne. Un’attrazione favorita anche dalla progressiva erosione delle competenze legislative delle assemblee parlamentarti e dai relativi tempi del dibattito politico certamente poco televisivi. Si alimentano così di ambizioni personali e di una mediocrità dei palinsesti certe trasmissioni televisive che sono divenute il sintomo della malattia populista italiana: fake news, bufale e volgarità gratuita sono le “perle” di una tv spazzatura. Indignarsi non serve a nulla. Per fortuna c’è il telecomando, perché “nella vita comandi fino a quando c’hai stretto in...
Read MoreAUTONOMIA REGIONALE FRA MATURITA’ POLITICA E SENSO DELLO STATO
Autonomia differenziata regionale, atto finale? Il progetto di riforma, con la Lega fuori dalla stanza dei bottoni, è stato “revisionato” dal Governo giallorosso con una bozza di legge quadro che ha ottenuto il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni. In cantiere un “regionalismo differenziato costruito intorno ai Comuni, in un quadro di coesione nazionale, che consenta allo Stato di intervenire in tutte le aree in cui c’è ritardo di sviluppo”. La legge quadro, ha dichiarato il Ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, “vuole evitare nuove forme di accentramento regionalista riconoscendo ai Comuni funzioni amministrative con relative risorse.” A un Commissario sarà assegnato il compito di definire fabbisogni standard e livelli essenziali delle prestazioni (Lep) per assicurare uniformità su tutto il territorio nazionale attraverso la “perequazione infrastrutturale”. In attuazione del principio costituzionale di sussidiarietà, una quota dei fondi di finanziamento degli enti locali (una dote iniziale di 3 mld) sarà vincolata al riequilibrio territoriale in favore delle regioni più svantaggiate e, all’interno di queste, in favore di province e comuni dissestati. “Un segnale forte alla lotta alla disuguaglianza, una riforma di tutti, senza colore politico”, ha commentato Boccia che vuole portare il testo della legge, con gli ultimi aggiustamenti, in Consiglio dei Ministri lunedi 2 dicembre, con l’ambizioso obiettivo di chiudere la cornice normativa, sotto forma di emendamento, con la legge di bilancio all’esame del Parlamento. A gennaio, pentastellati e imboscate parlamentari a parte, si potrebbero fare già i primi accordi (da convertire successivamente in legge) con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per il trasferimento delle nuove competenze e delle nuove risorse. Sono le tre Regioni che da sole contribuiscono a circa il 40% del Pil italiano e che nell’ultima Legislatura avevano sottoscritto una pre-intesa su un’autonomia di tipo amministrativa in cinque materie (politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali con l’Ue) con la controversa ipotesi, per le nuove competenze acquisite, di calcolare i fabbisogni di spesa parametrizzati anche al gettito/risorse dei territori. E cioè fabbisogni più elevati in presenza di un gettito tributario più elevato da destinare per il 90% al territorio. Qualche accademico aveva parlato di “secessione dei ricchi”. Oggi la richiesta di Lombardia e Veneto punta ancora più in alto: 23 nuove competenze (fra cui fisco e fiscalità locale, giustizia di pace, infrastrutture e trasporti, beni culturali), quella dell’Emilia è su 15 competenze. Si tratta dunque di un progetto riformatore molto importante sul piano politico e complesso su quello istituzionale, nato con la riforma costituzionale del 2001 in materia di autonomie locali. “Un progetto, ha commentato il Governatore del Veneto Luca Zaia, che così come si articola nella bozza della legge quadro del Ministro Boccia non è sottoscrivibile, se non con opportune modifiche circa la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.” Riserve anche da parte di Attilio Fontana, Governatore della Lombardia, in merito alle modalità di distribuzione del Fondo di perequazione e all’iter legislativo della riforma a rischio di emendamenti: “ok alla legge quadro, ma a patto che non venga stravolta dal Parlamento e corra veloce”, ha dichiarato nell’intervista al Sole24ORE e ribadito venerdi al premier Conte al Forum Eusalp, a Palazzo Lombardia. Nel rispetto della volontà popolare, espressa con il referendum consultivo del 22 ottobre 2017, per Fontana e Zaia “l’autonomia è una sfida per le istituzioni che siamo chiamati a governare, nella consapevolezza che la nostra vita quotidiana è fatta di salti a ostacoli contro la burocrazia che complica ogni attività e rende difficile sia fare l’imprenditore sia l’amministratore pubblico, con la conseguenza che senza un Nord capace di reggere la competizione internazionale, l’intero Paese ne pagherà gli effetti negativi.” Per la Lombardia, in...
Read MoreVIOLENZA CONTRO LE DONNE, BASTA CON LE PAROLE
Da Nord a Sud celebrata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ricorrenza istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel ricordo delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica dominicana, brutalmente assassinate il 25 novembre 1960. Una giornata di mobilitazione per denunciare diritti negati e discriminazioni subite, ma soprattutto per dire basta alla violenza! Violenza sulle donne, una strage senza fine, una drammatica emergenza sociale. Ogni quarto d’ora c’è una donna che subisce violenza o maltrattamenti nel mondo, mediamente una donna su tre dai 15 anni in su. Gelosia, incapacità di gestire la rottura di un rapporto, un morboso sentimento di possesso sono i motivi che scatenano l’impeto di una mano omicida, di una mente malata. In Italia, dall’inizio dell’anno sono stati registrati 96 femminicidi, “un’agghiacciante e inaccettabile mattanza di genere”, nelle parole del presidente del Senato, Elisabetta Casellati. Ogni tre giorni si registrano almeno due casi di “omicidi di prossimità”, commessi cioè tra persone legate da vincoli affettivi. Un’escalation di violenza impressionante, violenza domestica: gli autori dei delitti, infatti, sono per lo più mariti, fidanzati, conviventi ed ex partner in crisi di identità al cospetto di donne sempre più autonome ed emancipate. Sono dati allarmanti, nonostante la Legge 119 dell’ottobre 2013 contro “la violenza di genere”, votata dal Parlamento italiano in adesione alle “prescrizioni” della Convenzione di Istanbul del 2011 sulla “prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”. Per combattere la violenza, per farla uscire dalla “normalità” occorre riconoscerla. La prevenzione cioè quale strumento per rompere il muro dell’indifferenza che sostiene il femminicidio. Ma in Italia manca una cultura della prevenzione. Sembra prevalere una cultura della rimozione e della negazione. E adottare l’atteggiamento di chi non vede, non sente e non parla serve a tacitare la propria coscienza e a solidificare il muro di omertà! E il silenzio è il migliore alleato dei predatori di sogni. Questo inquietante fenomeno sociale matura infatti lentamente nel silenzio più assordante, con la debolezza di chi subisce e con la complicità di chi non vede, non vuole vedere maltrattamenti che negano alla vittima ogni dignità, derubandola di diritti e desideri. Svaniscono nella paura le illusioni, i colori di una vita in rosa, muore nella violenza ogni sogno d’amore. Una vita spezzata da mani criminali in nome di un amore malato. Un omicidio dell’anima! Dalle violenze domestiche allo stalking, alla pubblicazione in rete di immagini intime, la vita della donna è costellata di violazioni della propria sfera personale. Spesso un tentativo di cancellarne l’identità, di minarne l’indipendenza, la libertà di scelta e, in extremis, il diritto alla vita. Non basta dunque una legge ad affermare il diritto ad essere amate e rispettate, occorre una “risposta sociale” alla rabbia distruttiva dei “perdenti”, occorre una “rivoluzione culturale” in termini di formazione, prevenzione, punizione del colpevole, protezione della vittima, per sconfiggere la posizione di dominanza e di potere di chi confonde l’amore con il possesso! Il Presidente Mattarella, nel sottolineare la gravità del fenomeno, ha parlato di “emergenza pubblica per superare la quale molto resta da fare.” Un forte appello contro gli “atti di deliberata discriminazione”. E’fondamentale aiutare la società a “vedere” il fenomeno della violenza per creare uno spazio di libertà e rifuggire dalla paura della solitudine. L’amore, quello vero, si nutre di rispetto, dialogo, coraggio: non invochiamolo più per coprire abusi e violenze! E gettiamo nel cestino della cattiva cronaca giudiziaria gli sconti di pena per “tempesta emotiva”. Basta con le...
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