LA TRAGICOMMEDIA DI DONALD TRUMP
Continua la tragicommedia trumpiana. Annunciata con la solita enfasi da novello Napoleone del XXI secolo, Donald Trump aveva parlato nei giorni scorsi di una tregua di una settimana negli attacchi russi sull’Ucraina concordata con Vladimir Putin, zar di Russia, in considerazione di un’ondata di forte gelo in arrivo. Il tutto tristemente smentito dai fatti: sul fronte, e non solo, si continua a combattere e i droni kamikaze continuano a uccidere. Una nuova mattana da parte di chi, secondo il Wall Street Journal, “ha spinto gli Usa in una fase nella quale un unico grande potere domina il globo e crea un nuovo ordine mondiale”. Si allunga la lista delle “stramberie”: aperta con la guerra commerciale dei dazi, a seguire le spese per la difesa della Nato, l’intervento contro il nucleare di Teheran e l’ostilità verso gli ayatollah iraniani, l’attacco al regime venezuelano con la cattura di Maduro, le ambizioni di annessione della Groenlandia, le ripetute “scaramucce” contro l’Unione europea con insolenti attacchi ai Paesi del Vecchio Continente. Un anacronistico unilateralismo guerriero che, in un solo anno di amministrazione, ha cambiato il corso della storia, azzerando il faticoso equilibrio postbellico a livello mondiale con le sue reti di difesa alle democrazie faticosamente costruite: dall’Onu alla Nato. Scompare dopo ottant’anni un Occidente più o meno stabile con l’ombrello di protezione della Casa Bianca, a Washington. Per l’Europa sono finiti i tempi della protezione incondizionata, della storica alleanza, delle relazioni internazionali speciali con l’ “amico americano”. Il mondo è cambiato, nuovi scenari geopolitici all’orizzonte che richiedono una diversa azione politica per nuove alleanze per vincere i deliri di onnipotenza del tycoon d’oltreoceano e sconfiggere il suo ingiustificato antagonismo nei confronti della leadership europea. Un rapporto difficile che, al di là di apparenti “capricci”, rivela una strategia ben precisa: sconvolgere gli equilibri esistenti e “allineare” i Paesi. A Washington siede un governo ostile a noi europei. Ma Donald Trump dal suo scriteriato disegno geopolitico non potrà mai cancellare le memorabili pagine di storia con le ondate di emigranti che l’Europa della miseria e delle persecuzioni ma anche della laboriosità e dell’intelligenza ha riversato per decenni sull’altra sponda dell’Atlantico contribuendo alla grande crescita economica degli Usa. I presidenti e i governi passano, i popoli restano e saranno i testimoni della storia. A condizione che restino uniti: se l’Occidente si divide, l’Europa è perduta. Particolarmente significativo a riguardo l’appello lanciato da un gruppo di docenti di storia europei, primo firmatario Eric Bussiere, docente emerito della Sorbonne Universite’: “L’Europa deve rafforzare il proprio modello: la situazione attuale, priva di ogni equilibrio, è senza precedenti. Nessuno dei Paesi che compongono l’Unione europea è oggi in grado di garantire da sola la propria sicurezza e il futuro della propria economia. E’ in gioco la stabilità e il futuro dell’Europa, è imperativo dotarsi dei mezzi per bloccare i processi distruttivi in tempo utile e di manifestare la volontà politica di farlo, sviluppando ogni possibile cooperazione con tutti i partener europei, in primo luogo il Regno Unito.” Sarebbe la risposta migliore all’arroganza di Trump, agli obiettivi dichiarati in campagna elettorale: disfare l’ordine mondiale, rinnegare ogni alleanza, compresa quella transatlantica, demolire l’integrazione europea, affermare una nuova politica di potenza prescindendo dalle regole codificate nel tempo, favorire un processo di progressiva trasformazione autocratica del sistema americano, utilizzare i dazi come randello sull’economia mondiale. Con la rottura dell’ordine mondiale è finita una bella storia e inizia una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Il diritto internazionale basato sulle regole sta svanendo. S’impone un nuovo ordine che punti su un multilateralismo paritario, riducendo alla...
Read MoreEUROPA, QUALE FUTURO ?
Il 2026 si è aperto su uno scenario di forte incertezza geopolitica, un mondo fuori controllo in un ordine globale in trasformazione, un mondo più frammentato e più conflittuale in cui la (cattiva) politica ha preso il primato sull’economia. Una stagione particolarmente difficile per l’Unione europea da tempo persa nella nebbia dei contrasti e delle divisioni, avendo smarrito la bussola della storia, quella della straordinaria avventura di riunificazione continentale che aveva dato speranza a un’Europa in macerie dopo le due tragiche guerre mondiali del XX secolo. Una Unione europea debole con un ruolo marginale nei negoziati con l’Ucraina, balbettante nei confronti del tycoon della Casa Bianca, assente sulla Striscia di Gaza. Colpa della scarsa coesione economica e sociale, della mancanza di una politica estera e di difesa comuni, della evidente asimmetria tra la moneta unica e la politica economica e fiscale con mercati finanziari tuttora confinati in ambiti nazionali. Una situazione aggravata dalla deriva nazional-populista, in particolare dal “triangolo di Visegrad”, con Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia di freno per l’integrazione ma pronti a servirsi dell’Europa come mucca da mungere. L’Ue è figlia di un’altra era geopolitica: non ha un modello istituzionale, né regole adatte a un rapido auto-rinnovamento, né omogeneità culturali, non ha leader carismatici, né democrazie e governi stabili quindi decisionisti ma quasi tutti di coalizione con problemi di estremismi politici e aggregazione del consenso popolare. Complici i lacci e lacciuoli di iper-regolamentazioni, il declino industrial-tecnologico e l’immigrazione incontrollata, l’Ue ha perso la competitività della sua industria e del suo modello di sviluppo. E quando cerca una via d’uscita per recuperare posizioni, dalla difesa all’energia, alla competitività, lo fa su basi nazionali e nazionalistiche penalizzando la dimensione europea dello sforzo. Tanta confusione, tante contraddizioni, tanti ritardi. Il vero tabù europeo è la crescita. Per anni si è preferito parlare di debito, regole fiscali e vincoli, evitando la questione centrale. L’Europa ha scambiato la stabilità con l’inerzia. Senza innovazione e un forte aumento della produttività il modello sociale europeo è insostenibile. E con la crisi demografica il welfare è a rischio. Sullo sfondo di una situazione di forte stallo c’è la trappola del voto all’unanimità, il nodo primario per l’affermazione della identità europea. E’ il vincolo dell’unanimità che, a “difesa delle sovranità nazionali”, impedisce all’Ue di avere un’autorevole posizione condivisa, generando velenosi contrasti fra i 27 Stati membri. Un vincolo che condiziona le decisioni del Consiglio europeo dei ventisette capi di governo nelle politiche strategiche (sicurezza, difesa, esteri, asilo politico, fiscalità). Mentre nelle politiche regolatorie del mercato l’integrazione procede attraverso istituzioni che si bilanciano, nelle politiche strategiche l’integrazione procede (se procede) attraverso il coordinamento volontario tra i governi nazionali. Le decisioni hanno una natura politica così da escludere il Parlamento europeo dal processo decisionale e la Corte europea di giustizia dalla supervisione delle decisioni prese, con la Commissione europea ridotta ad esercitare il ruolo di segretariato dei Governi nazionali. Così, ogni governo nazionale può opporre il proprio veto, se ritiene che una decisione possa mettere in discussione la sovranità del suo Paese. Rompere dunque il dogma dell’unanimità: il consenso permanente ha prodotto paralisi, non coesione. L’Europa sta perdendo il suo ruolo, la sua natura e, in definitiva, la sua identità. Un’Europa senza anima che sembra svuotata di ogni originario valore ideale. Meglio un’Europa a più velocità (“cooperazioni rafforzate”) che un’Europa ferma, perfettamente regolata, ma perfettamente inutile. Regolare non sempre equivale a governare. Regolare senza investire, normare senza scalare, difendere senza produrre è una strategia perdente. Da tempo si auspica il superamento del coordinamento volontario che ispira quelle politiche per liberarle dal monopolio decisionale dei governi nazionali. La...
Read MoreEUROPA, SVEGLIATI!
“L’Europa deve lottare per un continente che viva in pace, libero e indipendente. Oggi lancio un appello all’unità tra gli Stati membri, tra le istituzioni dell’Ue, tra le forze democratiche europeiste di questo Parlamento per il nostro futuro, a difesa dei nostri valori, delle nostre democrazie.” E’ questo il passaggio chiave del discorso pronunciato dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen sullo stato dell’Unione davanti all’emiciclo dell’Europarlamento, a Strasburgo. In un contesto internazionale sempre più incerto, dove si profila minaccioso uno scontro per un nuovo ordine mondiale basato sul potere, deve emergere una “nuova Europa” padrone del proprio destino. Un’Europa necessaria “per ricostruire la centralità del diritto internazionale”, ritrovare la prospettiva del multilateralismo e non soccombere ai regimi autocratici. Parole di grande effetto per rilanciare il progetto di un’Europa unita, pieno di idealismo ma anche di concretezza, disegnato dai Padri fondatori dell’Europa dopo i lutti e le distruzioni della seconda guerra mondiale. Ma sono parole lontane da una realtà comunitaria particolarmente difficile e disomogenea a livello istituzionale. Non c’era bisogno di aspettare l’ondata di proteste che ha preso di mira Ursula Von der Leyen sulla questione dei dazi per sapere che l’Unione europea è nella fase di maggiore difficoltà della sua storia. Per anni l’Unione europea, come ha osservato Mario Draghi al recente Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e forza contrattuale nelle relazioni commerciali internazionali. Abbiamo dovuto rassegnarci ai diktat imposti dal tycoon americano, compreso l’aumento della spesa militare, abbiamo dato il maggiore contributo finanziario alla guerra in Ucraina in cambio di un ruolo abbastanza marginale nei negoziati di pace. Europa spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Non sorprende quindi il crescente scetticismo nei confronti di un’ “Europa sonnambula” che sembra non ricordare i suoi principi fondanti: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Una Unione di 27 Paesi a volte allo sbando, in cui ognuno va per conto suo per i propri interessi: dall’Ungheria del filorusso Viktor Urban alla Slovacchia del premier Robert Fico fotografato felice e orgoglioso in Cina, alla cerimonia per l’80mo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, con il sanguinario Putin. Europa, svegliati! L’Unione è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento ispirano le relazioni commerciali internazionali. E’ fortemente precario l’assetto istituzionale con la sua burocrazia, con i suoi vincoli, senza meccanismi di decisione a maggioranza. Distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze. Non più inermi spettatori ma comprimari sulla scena mondiale. Per affrontare le sfide di oggi l’Ue deve progredire nell’integrazione bancaria e finanziaria, mutare la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria: da quella del mercato interno con la rimozione delle tante barriere e degli ostacoli normativi a quella tecnologica con forme sempre maggiori di integrazione, ricorrendo a un finanziamento comune per obiettivi condivisi (“cooperazioni rafforzate”). In un mondo che ha smarrito la bussola della storia, serve un’Europa che non sia solo una sommatoria di Stati membri, ma un corpo politico con una sua precisa identità, capace di agire. E’ ora di dire basta alla fiction della sovranità per giustificare un pericoloso immobilismo. Inaccettabile giocare con 27 bandierine e zero decisioni a causa di un anacronistico diritto di veto. Un Risiko da cestinare. Il rischio è semplice da spiegare, ma drammatico da...
Read MoreI DAZI: LE CAUSE DI UNA STUPIDA GUERRA
I giochi sono fatti, “rien ne va plus”. Si è fermata sul 15 la roulette dei dazi nel resort di Donald Trump a Turnberry, in Scozia. Dopo settimane di trattative febbrili, condotte sul filo di ricatti, minacce e bluff spudorati, il tycoon americano ha imposto alla malconcia e arrendevole Unione europea la legge del più forte: un balzello del 15% per le importazioni europee oltreoceano. Dal 7 agosto scatteranno le nuove misure. Una “doccia scozzese” per l’economia del Vecchio continente. Un macigno accettato senza alcuna reale giustificazione economica, a difesa di una presunta stabilità dal prezzo altissimo per imprese e lavoratori di tutta Europa. Il patto smaschera la ipocrisia di chi, a parole, difende il multilateralismo, ma di fatto impone un accordo che viola le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto). “La più stupida guerra commerciale della storia”, secondo l’autorevole giornale economico Wall Street Journal. Una guerra proclamata con il “Liberation Day” del 5 aprile che parte da lontano e che nasconde cause profonde e diverse: da arma geopolitica di pressione e di negoziato con Messico, Canada e India sul variegato fronte dei flussi migratori, del narcotraffico e della politica estera (veri diktat) a strumento di difesa del protezionismo in risposta ai guasti della globalizzazione che nel 2008 aveva causato la crisi finanziaria dei subprime con le banche salvate da Bush e Obama a spese dei contribuenti, e in primis della classe operaia americana. La parabola politica di Trump con la sua contestata “logica della reciprocità” in materia commerciale affonda le sue radici in quei traumi sociali di massa. Tecnocrati e accademici da allora sono stati percepiti come inaffidabili, venduti agli interessi dei veri vincitori della globalizzazione, quelle grandi imprese che continuano a volere le frontiere aperte a merci e persone (nel caso dell’immigrazione, per sfruttare la manodopera straniera a buon mercato).Ma dietro al ricatto all’Europa, con un accordo totalmente asimmetrico, si nasconde la causa di fondo della strategia economico-politica di Donald Trump: l’enorme debito USA. Problema di grande dimensione che poco si concilia con il suo slogan sbandierato nella sua campagna elettorale del 2016 e quella del 2024: Make America Great Again – MAGA (“Rendiamo l’America di nuovo grande”). Dall’inizio del secondo mandato, l’inquilino della Casa Bianca si sta dimostrando profondamente consapevole della grande vulnerabilità americana con il punto estremo al quale è giunto il ciclo del debito dell’ultimo quarto di secolo. Il governo federale è passato da conti in attivo alla fine dell’amministrazione Clinton (2001) a un deficit sempre più profondo prodotto ad ogni svolta della storia di questi tre decenni: la recessione con lo scoppio della bolla di Internet (“Nasdaq”) e l’11 settembre, il costo delle guerre in Iraq e Afghanistan, la recessione per il crash di Lehman e i costi della crisi bancaria, gli effetti conseguenti al Covid, infine le politiche industriali di Joe Biden. Ogni situazione straordinaria genera nuovi deficit. Sui conti pubblici si scaricano le contraddizioni del Paese.Quasi due terzi di tutto il debito pubblico esistente oggi al mondo, in valore, è debito pubblico americano (37mila miliardi di dollari su 59mila miliardi), con rinnovi e nuove emissioni di titoli per circa 10mila miliardi all’anno: un livello pari al 30% del pil. Allarmante l’ultimo rapporto dell’Ocse sul debito pubblico nel mondo: gli Stati Uniti hanno di gran lunga la maggiore necessità di rifinanziamento fra le 38 democrazie avanzate del club. Metà dei titoli emessi per coprire nuovo deficit nel mondo nel 2025 saranno titoli del Tesoro americano. Ma come evitare una crisi del debito senza chiedere sacrifici agli elettori, senza toccare gli interessi delle oligarchie economiche e dei grandi finanziatori dei repubblicani? Da qui...
Read MoreL’UOVO DI PASQUA DELLA CASA BIANCA
Tempo di Pasqua. Tempo di colomba, simbolo di pace, di riconciliazione. Tempo di uova pasquali, segno di speranza, di rinascita. E un uovo di Pasqua, con sorpresa, è stato quello che, simbolicamente, è stato aperto a Washington, nello Studio Ovale della Casa Bianca, in occasione dell’incontro tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump per rilanciare il dialogo sui dazi tra Italia, Ue e Stati Uniti e rafforzare le relazioni commerciali rese difficili dopo il “Liberation Day”. Molte le nubi della vigilia. Una vigilia carica di tensione con botta e risposta tra Ue e Usa con toni per niente concilianti. Una situazione fortemente critica per le bellicose dichiarazioni americane a favore di una politica protezionistica: l’Europa che propone un accordo ma minaccia ritorsioni con la web tax, gli Usa che fanno muro, alternando annunci, rettifiche e smentite. “Un momento difficile”, commenta la Premier prima della partenza. La partita in gioco è doppia: c’è l’Italia e la bilancia commerciale da difendere (67 miliardi di euro), c’è l’Europa e Meloni che, con il beneplacito di Ursula von der Leyen, si pone come “pontiere” tra le due sponde dell’Oceano. “L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più, con gli Stati Uniti c’è una relazione complicata”, ha dichiarato la Presidente della Commissione europea. Da Bruxelles quindi particolare attenzione per la missione americana di Giorgia Meloni: “ogni canale di dialogo aperto con gli Usa viene visto in modo positivo”. Nelle parole della Premier il filo conduttore della missione: “servono concretezza, pragmatismo e lucidità”. Un faccia a faccia con Trump che si annunciava difficile, non privo di insidie per i dossier in discussione, a difesa dell’interesse nazionale all’interno della cornice europea, e per la imprevedibilità del padrone di casa. Giorgia Meloni è il primo Capo di governo europeo a incontrare il Presidente degli Stati Uniti dopo la tempestosa dichiarazione del 2 aprile che tanto subbuglio ha creato nei mercati finanziari di tutto il mondo. Dall’esito dell’incontro un test per la Premier in termini di autorevolezza internazionale ma anche per Trump, per interpretarne le prossime mosse. E il viaggio istituzionale a Washington di Meloni, anche se non ha portato a risultati immediati, ed era prevedibile, è stato utile sul piano diplomatico per accantonare le schermaglie e riavvicinare le due sponde dell’Atlantico. Un bilancio positivo: toni distesi, sorrisi e abbracci, dichiarazioni concilianti, “un confronto leale e costruttivo”. Fiducia per un futuro accordo Usa e Ue per porre fine alla guerra commerciale e recuperare le relazioni transatlantiche nell’intento di arrivare a tariffe doganali “zero a zero” e a quella grande area di libero scambio vagheggiata dalla Premier. Nonostante qualche nota stonata (Ucraina), un importante riconoscimento politico da parte di Trump per l’Italia, “uno dei nostri più stretti alleati, non solo in Europa”. Un rapporto destinato a rafforzarsi con la visita del tycoon a Roma a seguito dell’invito di Giorgia Meloni, “great person”, una persona eccezionale, per un eventuale incontro con i vertici Ue. Obiettivo geostrategico: convincere Bruxelles a raffreddare i rapporti con la Cina e tenerla lontana dal Vecchio Continente. Rapportata ai volumi di produzione la Cina ha superato gli Stati Uniti di oltre un quarto nel 2024, produce il 54% dell’acciaio mondiale (contro il 4,5% degli Usa), quasi un terzo della manifattura mondiale (contro il 15% degli Usa) e il 90% delle terre rare lavorate. Il suo potere politico globale è prossimo a quello americano. Per Usa e Ue, dunque, una comune necessità di puntare su un Occidente unito e forte con una lungimirante visione strategica. Un’autarchia rispetto al resto del mondo è follia. La guerra commerciale globale non è...
Read MoreEUROPA, DA DE GASPERI A… MACRON
Promosso dalla Fondazione De Gasperi in occasione dei 70 anni dalla morte dello statista trentino, si è tenuto a Bruxelles, presso l’Istituto italiano di cultura, il Convegno “De Gasperi e il futuro della nostra patria Europa”. Con il contributo di autorevoli relatori è stato ripercorso il cammino politico e umano di uno dei protagonisti indiscussi della storia d’Italia, del suo contributo alla costruzione dell’Europa unita. Un lascito storico alle nuove generazioni di grande attualità in una fase particolarmente tormentata della integrazione europea. Venti di guerra soffiano minacciosi sul Vecchio Continente, schiacciato dall’aggressività imperialista di Putin e dal violento scisma nazionalista dell’America di Donald Trump e dal conseguente strappo delle relazioni euro-atlantiche. Una pericolosa mina vagante aleggia sui fragili equilibri geopolitici mondiali. Cancellata brutalmente la storia del XX secolo, riaffiorano i fantasmi del passato che offuscano il futuro. “L’Europa sicura e prospera è a rischio, certezze vecchie di decenni stanno crollando, i tempi sono turbolenti”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, presentando “ReArmEurope Plan”, il piano di riarmo europeo, al vertice straordinario dei Capi di Stato e di governo dei Ventisette. Dopo dubbi e incertezze (e forti tensioni al Parlamento di Strasburgo), l’Europa si prepara ad assumere l’onere della propria sicurezza, disegnando un’architettura di difesa fuori dall’ombrello americano. Non una difesa comune che, in un’Europa priva di soggettività politica, richiederebbe lunghi e difficili negoziati istituzionali con una catena di comando estremamente complicata, ma un più rapido riarmo coordinato dagli Stati. Investimenti militari per 800 miliardi di euro in quattro anni, di cui 150 finanziati con debito comune, uso discrezionale dei fondi di coesione, deroga al Patto di stabilità con la grande incognita legata alla sostenibilità dei bilanci nazionali dei Paesi più indebitati, come l’Italia. Spese aggiuntive da compensare aumentando le tasse o riducendo i servizi (sanità, istruzione, infrastrutture). A distanza di settant’anni, la tragicommedia firmata da Putin e Trump richiama alla memoria il progetto lungimirante del “visionario e costruttore” Alcide De Gasperi: la Comunità europea di difesa (CED) il cui Trattato istitutivo, nell’aprile 1954, non venne ratificato dall’Assemblea nazionale francese, cioè proprio da quel Paese il cui Presidente Macron, novello paladino, si erige oggi a difesa dell’Europa proponendo un esercito europeo e uno scudo nucleare. Amnesie francesi, fra contraddizioni, grandeur e senso di colpa con un pensiero alla clamorosa bocciatura referendaria nel 2005 del Trattato istitutivo della Costituzione europea, firmato a Roma nell’ottobre 2004. Per la Francia “corsi e ricorsi storici” di vichiana memoria. De Gasperi con Robert Schuman e Konrad Adenauer, come è stato ricordato a Bruxelles nel corso del Convegno, è stato uno dei padri fondatori dell’Europa, “un europeo prestato all’Italia”. Ha scritto una delle pagine di storia più importanti del XX secolo, contribuendo a ricucire le sanguinose lacerazioni del passato fra gli Stati del Vecchio Continente e a gettare il seme per una “comunità spirituale di valori e di civiltà”. Il suo fu un europeismo illuminato che seppe bene interpretare le aspirazioni di pace e di democrazia dei popoli europei dopo i lutti e le distruzioni della guerra. L’integrazione comunitaria trovò nello statista trentino, nella sua lungimiranza storica uno strenuo fautore. Era convinto che il superamento dei nazionalismi e dei totalitarismi passasse attraverso valori condivisi per la costruzione di una comune casa europea. Per l’Europa non ci sarebbe stato un futuro se non si fossero spenti i focolai degli egoismi nazionali, se non si fosse avviato un processo di unificazione politica. E le travagliate vicende comunitarie di questi ultimi tempi, segnate da una forte miopia politica con sussulti antieuropei e fughe sovraniste, ne confermano la veridicità. Comincia alla Conferenza di Pace di...
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