Sull’Europa

EUROPA, SVEGLIATI !

Posted by on Feb 5, 2025 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su EUROPA, SVEGLIATI !

EUROPA, SVEGLIATI !

Da Davos a Bruxelles. Dopo il discorso incendiario del neo Presidente americano Donald Trump al Forum economico mondiale sulle Alpi svizzere, le diplomazie europee, nella capitale belga, sono al lavoro per preparare il vertice dei Capi di Stato e di governo in programma lunedi 3 febbraio nello Chateau di Limont.  In agenda “la risposta” alle relazioni transatlantiche con il nuovo inquilino della Casa Bianca, e in particolare la guerra commerciale con la minaccia dei dazi doganali e dumping fiscali, la protezione militare con l’aumento della spesa per la difesa, il 5% del Pil. Obiettivo insostenibile per i bilanci dei 32 partner della Nato. Dal tycoon newyorkese messaggi aggressivi. Sotto accusa i mali dell’Europa: le follie del “ridicolo” Green deal, la scommessa sulle rinnovabili, la burocrazia ipertrofica, le tasse troppo alte e gli scompensi commerciali con l’economia a stelle e strisce. Toni minacciosi contro il Vecchio continente che, privo di una propria identità politica, rischia ulteriormente di disunirsi non avendo argini sufficienti a frenarne unitariamente ogni impatto. L’Europa paga i ritardi accumulati lungo il difficile percorso della sua integrazione politica, rimasta intatta nei sogni di Altiero Spinelli in quel di Ventotene. La realtà è ben diversa: non una federazione disegnata nello storico “Manifesto” del 1941, ma una Unione intergovernativa dentro cui la maggior parte delle competenze è degli Stati sovrani, Stati spesso divisi per interessi diversi. Davvero Illusorio pensare, in un contesto geopolitico in crisi, a una “Europa con una voce sola” senza una costruzione di un’Europa federale con sovranità condivisa tra gli Stati nazionali e le istituzioni sovranazionali. Le dirompenti dichiarazioni di Trump a Davos sono un “campanello d’allarme” per l’Europa. “E’ una grande sveglia, è il momento di passare all’azione”, ha dichiarato il presidente della BCE Christine Lagarde. Un responsabile appello ai 27 membri dell’Unione a ritrovare unità d’azione: “collaborare e rispondere alle minacce esterne per affrontare le sfide globali e rafforzare la sicurezza comune”. E rilanciando il rapporto Draghi, Lagarde ha parlato di “crisi esistenziale dell’Ue”. “L’Europa deve superare le sue debolezze per riconquistare competitività, servono rapidità e unità.” Da soli gli Stati europei non reggono le sfide presenti. Serve una “coscienza politica di un’Europa integrata che non si riduca alla semplice sommatoria delle diverse sensibilità nazionali, ma che sia espressione di una interazione tra parlamenti nazionali e sovranazionali”.   E’ in questa ottica che s’inquadra il “Piano per la competitività Ue” presentato dalla Commissione europea alla vigilia del Consiglio europeo, una “bussola strategica” per rilanciare l’economia dell’Unione. Un documento che nasce dalla necessità di recuperare il divario accumulato dall’Ue negli ultimi vent’anni con le altre potenze economiche globali a causa di una ridotta crescita di produttività. In 21 pagine è sintetizzato il programma di legislatura, con una trentina di provvedimenti da adottare entro il 2026, con il dichiarato intento di rafforzare la sicurezza interna e la competitività industriale in un contesto globale di crescente instabilità. Riaccendere cioè il dinamismo dell’economia dell’Ue ed evitare di soccombere di fronte a Stati Uniti e Cina.  Un piano d’azione concreto ed efficace o un altro libro dei sogni? La risposta arriverà dalla reale collaborazione degli Stati membri, dalla loro volontà di superare egoismi e interessi particolari. La Commissione non lo nasconde: “La Ue deve scegliere se agire all’unisono per un futuro di prosperità sostenibile o accettare le divisioni e il declino economico”. Coordinamento, innovazione e semplificazione sono le tre parole chiave del documento. Guerra alla burocrazia e alla frammentazione delle politiche industriali per potenziare il mercato unico, in primis quello dei capitali, sviluppare progetti di interesse comune, incrementare partnership efficaci. I finanziamenti arriveranno dal bilancio Ue, da quelli nazionali e...

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TRUMP E L’EUROPA, QUALE FUTURO?         

Posted by on Nov 21, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su TRUMP E L’EUROPA, QUALE FUTURO?         

TRUMP E L’EUROPA, QUALE FUTURO?         

A due mesi dall’ “inauguration day” il dibattito politico gira attorno al nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ai tanti interrogativi sulla sua futura Amministrazione, dalla politica economica alla politica estera, dai rapporti con l’Europa a quelli con la Nato. Tutto è di nuovo in gioco.  Il voto americano traghetta le relazioni degli Stati Uniti in un mare di incertezza.  La seconda Amministrazione Trump dal 20 gennaio 2025, dopo il solenne giuramento del tycoon sulla Costituzione a Capitol Hill, sulla scalinata dei giardini, affronterà un mondo in grande subbuglio, fra focolai di guerra e forti tensioni territoriali. La mappa politica è disegnata. “Trump respinge il vecchio modello del liberalismo economico guidato da democrazie aperte e liberali, di cui l’America è stata il grande portabandiera nel Dopoguerra, ora cavalca quello della superpotenza che pretende molto e concede il minimo”. In prima battuta, il conflitto commerciale con la Cina e con l’Europa con l’adozione delle annunciate misure protezioniste (dazi all’importazione dal 20 al 40%), finalizzate ad arginare il deficit import/export. L’America importa molto più di quanto esporta a conferma di un mercato di rilevanza mondiale. Significativi i dati della bilancia europea dei pagamenti in relazione all’economia americana: lo scorso anno l’Ue ha accumulato un surplus di 157 miliardi di euro nello scambio di beni, con un surplus italiano di circa 40 miliardi di euro (manifatturieri, alimentari, medicamenti). Per Trump, la questione dei dazi, è stata una carta vincente (“America first”) nella corsa presidenziale. Con un marcato protezionismo economico potrebbe tramontare la posizione di rendita dell’Europa nell’interscambio con l’America, un protezionismo che farà molto male a tutti e che metterà il nuovo Presidente USA in una posizione negoziale fortissima, anche per la preminenza dell’economia americana nel mondo. E sarebbero di scarsa portata sul mercato interno le conseguenze dell’inflazione eventualmente generate da una politica commerciale improntata sui dazi.      Altro tema scottante è la riduzione dell’impegno militare americano nel mondo, in primis nell’area atlantica, in particolare con un minore sostegno all’Ucraina.  Campanello d’allarme per la Nato. Fa discutere la richiesta di Trump agli alleati fatta nella campagna elettorale di spendere di più nella difesa per integrare l’ombrello di protezione americano. In gioco, con la visione dell’alleanza transatlantica, la sicurezza dell’Europa oggi fortemente minacciata ad est dall’espansionismo aggressivo di Putin. Negli Stati Uniti la sensazione è che la Nato sia una sorta di coperta americana per l’Europa ma per la quale l’Europa non paga abbastanza. Certamente meno del 2% del Pil fissato per il 2024 dagli accordi dell’Alleanza, mentre gli USA versano il 5%. L’Unione europea verrebbe messa di fronte, in maniera anche violenta, a una delle sue grandi debolezze, cioè l’assenza di una politica di difesa comune, invano auspicata da De Gasperi negli Anni Cinquanta. Un passaggio molto delicato che trova impreparata Bruxelles, in forte ritardo nella costruzione di una precisa identità politica. Oltre due anni di guerra alle frontiere non sono bastati ai (litigiosi) Stati membri ad assemblare una parvenza credibile di difesa comune europea. Sempre più debole l’Europa sotto tutti i profili, incluso quello politico, con i sistemi di governo di Francia e Germania profondamene in crisi, percorsi da una instabilità che non si vedeva da decenni. Il trionfo elettorale di Donald Trump coglie l’Unione europea nel suo momento di massima fragilità istituzionale. Un progetto unitario in perenne costruzione. E notizie poco rassicuranti anche per la crescita economica che viaggia poco sopra lo zero, con valori al ribasso in Germania, a rischio di recessione. Un quadro, quello dell’Unione europea, particolarmente complesso che dovrà fare i conti con la presidenza Trump. Muteranno in profondo i rapporti tra gli Stati Uniti e...

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L’ EUROPA DI MARIO DRAGHI                                                     

Posted by on Ott 1, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’ EUROPA DI MARIO DRAGHI                                                     

L’ EUROPA DI MARIO DRAGHI                                                     

Quo vadis Europa? E’ forte il grido d’allarme lanciato da Mario Draghi a Bruxelles in occasione della presentazione del suo rapporto sulla competitività dell’economia europea. Un chiaro messaggio per un’Europa più forte per continuare ad esistere, un appello alla leadership europea a uscire dalla sua paralisi e rilanciare le istituzioni europee nel segno di un maggiore coordinamento e di una più efficace cooperazione. Impietoso lo spaccato della situazione economica evidenziato nel rapporto, nei numeri il declino dell’Europa. Il divario di crescita fra Stati Uniti ed Unione europea, a causa del rallentamento della produttività, è passato dal 15% nel 2002 al 30% nel 2023. La quota di settori nei quali la Cina compete con l’Ue è salita dal 25% al 40%. E’ drasticamente diminuita l’incidenza dell’Unione europea nel pil globale. Non ci sono più le condizioni che hanno finora garantito la prosperità ai cittadini europei. La mancanza di competitività è la principale debolezza dell’Unione, con ricadute economiche e sociali rilevanti. “Se l’Europa non riesce a diventare più produttiva, ammonisce Draghi, non potremo diventare attore indipendente sulla scena mondiale, non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale, dovremo ridimensionare le nostre ambizioni.” Siamo di fronte a una emergenza esistenziale, sono in gioco i valori fondanti dell’Unione: modello sciale inclusivo e crescita sostenibile. L’obiettivo del report è quello di delineare una nuova strategia industriale per l’Europa per superare gli ostacoli, anche burocratici, che la frenano. “Urgenza e concretezza” sono per Mario Draghi le due parole che sintetizzano il suo rapporto sul rilancio della competitività dell’Ue. Servono enormi investimenti, “doppi rispetto al Piano Marshall”. Quelli in ricerca e sviluppo sono tornati ai livelli di 20 anni fa. “Dobbiamo investire ogni anno tra i 750-800 miliardi di euro”, da indirizzare in tre settori chiave: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza. “L’Europa ha il compito di colmare il gap creatosi con la Cina e soprattutto quello con gli Stati Uniti.” In particolare, il divario di produttività con gli Usa è in gran parte spiegato dal settore tecnologico: solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche del mondo sono europee. Ecco perché l’innovazione rappresenta il pilastro centrale del rapporto, il volano per la produzione e commercializzazione di tecnologia, funzionale a recuperare il dinamismo dell’economia europea e a competere con quella americana e con quella cinese. Ma non è facile la strada da percorrere. Gli strumenti per il “cambiamento radicale”, secondo l’ex Presidente della Bce, devono essere a livello europeo per poter usufruire dei vantaggi su larga scala in termini di efficienza e di costi. Un approccio che presuppone una governance dell’Ue adeguata, flessibile ed efficiente tale da prevalere su interessi nazionali contrastanti. Una nuova visione della cooperazione sia nella rimozione degli ostacoli che nell’armonizzazione di regole e leggi, così come nel coordinamento delle politiche. In tale ottica si pone la necessità di completare il mercato unico, rendere più coerenti tra loro politiche industriali, commerciale e della concorrenza, finanziare in comune beni pubblici europei. “Emissione regolare di strumenti di debito comune per consentire progetti di investimento congiunti tra gli Stati membri e contribuire alla integrazione dei mercati dei capitali”.  L’Ue deve cioè continuare sulla strada intrapresa per il programma Next Generation Eu, i Pnrr, messo in cantiere dopo il Covid per sostenere sia gli investimenti privati che quelli pubblici. Una proposta, questa del “debito pubblico comune” particolarmente controversa, nella consapevolezza che senza una mobilitazione di risorse comuni le politiche d’innovazione prospettate nel rapporto non hanno gambe per camminare.  Un mix che dovrà trovare attuazione nella revisione dei processi decisionali dell’Ue, fortemente condizionati dal meccanismo dell’unanimità. Il rapporto Draghi sarà discusso dai Paesi membri dai quali, in un momento...

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EUROPA, OPERA INCOMPIUTA. QUALE FUTURO?                                                                  

Posted by on Lug 18, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su EUROPA, OPERA INCOMPIUTA. QUALE FUTURO?                                                                  

EUROPA, OPERA INCOMPIUTA. QUALE FUTURO?                                                                  

Con la rielezione (plebiscitaria) di Roberta Metsola a Presidente del Parlamento e di Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione, l’assemblea plenaria di Strasburgo ha dato il via alla nuova legislatura dell’Europarlamento, la decima dal 1979 a oggi. Diverso profilo politico, come determinato dal variegato voto del 9 giugno, diversa composizione numerica, con i deputatati che da 705 sono passati a 720 in rappresentanza dei 27 Paesi membri dell’Unione. Tanti e complessi i problemi da affrontare. Sul tappeto l’Agenda strategica 2024-2029 adottata dal recente Consiglio europeo di fine giugno con la quale sono stati stabiliti gli orientamenti e le priorità dell’Ue per il prossimo ciclo istituzionale. Un vademecum operativo che segnerà il futuro dell’Europa. Tre i pilastri fondamentali: un’Europa libera e democratica (sostenendo e rispettando i valori europei), un’Europa forte e sicura (rafforzando la sicurezza e la difesa dell’Ue e proteggendo i suoi cittadini, preparandosi per un’unione più grande con un approccio condiviso per la migrazione e la gestione delle frontiere), un’Europa prospera e competitiva (sviluppando la competitività dell’Ue, realizzando con successo le transizioni verde e digitale e promuovendo l’innovazione per crescere insieme). Il problema di fondo resta la crisi di fiducia dei cittadini europei nei confronti della politica comunitaria lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno, confermata dalla bassa affluenza ai seggi per l’elezioni di giugno. Insicurezza economica e disagio sociale rafforzano la domanda di sovranità nazionale, quella che Luigi Einaudi definì il “mito funesto”. Nessuna traccia di un progetto di rinnovamento del sistema economico, ma una sfrenata corsa alla regolamentazione che ha generato un diffuso malessere. I vincoli europei sono entrati in rotta di collisione. Questa Europa non fa più sognare, alimenta inquietudini. Si sta sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori e con esso la stessa coscienza europea. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. Da anni l’Europa non riesce a fare alcun passo decisivo per diventare una entità sovranazionale con una politica estera comune, una difesa comune, una fiscalità comune, per potersi cioè relazionare sullo scenario geopolitico mondiale con una propria identità.   A Bruxelles si confronteranno sempre più esplicitamente due diversi progetti strategici sulla governance dell’Unione: uno di tipo federativo (nel segno dello storico Manifesto di Ventotene) e uno di tipo confederativo. Da una parte il disegno di una maggiore integrazione economica e giuridica per l’adozione di soluzioni comuni alle grandi sfide di oggi (il clima, le minacce di Putin, la concorrenza con la Cina, il futuro dei giovani), dall’altra un incisivo ridimensionamento dei poteri dell’Ue, circoscrivendoli il più possibile alle competenze esclusive (unione doganale, concorrenza, moneta e commercio con l’estero). Nuale essuno Stato europeo può però garantire, da solo, l’effettiva indipendenza delle proprie scelte, affrontare le sfide economiche, sociali e ambientali che interessano tutti i Paesi del mondo e trovare una soluzione alle tensioni nei rapporti tra i blocchi d’interesse, presenti e quelli futuri. Nessun ritorno alle antiche sovranità, agli antichi nazionalismi potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, e benessere. Più Europa dunque per assicurare un sostenibile modello di crescita, sintesi politica di un partenariato tra istituzioni, mondo delle imprese ed economia sociale. Un passo che la storia impone, una sfida per la futura Commissione europea. Fondamentale nel processo decisionale la centralità delle istituzioni comunitarie, ma la sua realizzazione sarà assicurata solo se gli Stati membri saranno in grado di...

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 IL  FUTURO  DELL’  EUROPA  

Posted by on Mar 12, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su  IL  FUTURO  DELL’  EUROPA  

 IL  FUTURO  DELL’  EUROPA  

A tre mesi dal voto di giugno, le elezioni europee sono avvolte in una cortina di incertezze, fra timori e speranze per quello che sarà il futuro Parlamento europeo in un mutato contesto geopolitico. Il voto del 6-9 giugno segnerà fortemente la storia dell’Unione, i cittadini europei avranno la possibilità di far sentire la propria voce su questioni fondamentali che qualificheranno l’attività parlamentare dei vari gruppi politici: il sostegno all’Ucraina, i problemi climatici, l’allargamento dell’Unione, la riforma dei Trattati (revisione del diritto di veto, bilancio e debito comune, difesa europea).  Un voto per fare uscire l’Europa dal porto delle nebbie di fronte all’ascesa di estremismi e populismi, non solo di destra, che potrebbero cancellare il lungo (e faticoso) cammino comunitario fin qui percorso. Sullo sfondo il diffuso malessere riconducibile alle disuguaglianze crescenti, alla precarietà del lavoro, ai problemi della sicurezza e del welfare, al surplus di burocrazia di Bruxelles. Un malessere che affonda le sue radici nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia, nelle difficoltà dei giovani sul mercato del lavoro. Ed è in questo spazio di insofferenza sociale, dalla Francia alla Germania, dall’Ungheria alla Polonia, all’Italia, che i movimenti nazional-populisti si alimentano, azzerando di fatto quella solidarietà che nel Vecchio Continente aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui, con lo storico Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, era stato disegnato il sogno di una nuova Europa. Ma questa Europa non fa più sognare, alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si sta sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori e con esso la stessa coscienza europea. Si pagano i tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un vero governo capace di rispondere alle attese dei cittadini. Il problema di fondo resta infatti la crisi di fiducia degli europei nei confronti di Bruxelles e della politica comunitaria lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno, come la recente protesta degli agricoltori ha dimostrato. E’ la politica dei Palazzi, delle Banche, della finanza internazionale! L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. Prima che scivoli nell’oblio, l’Europa deve valorizzare la propria identità culturale, rilanciare politiche economiche espansive e di crescita, recuperare, in un momento di grandi tensioni sullo scacchiere internazionale, la centralità politica del suo ruolo in termini di efficacia d’azione. Un salto di qualità per fronteggiare i guasti della globalizzazione, fermare gli egoismi nazionali, cancellare la miopia politica di chi, avendo perso ogni memoria storica, dimentica i lutti e le distruzioni dei nazionalismi del XX secolo.uale  Nessun Paese europeo può garantire, da solo, l’effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità, agli antichi nazionalismi potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità. La vera sfida attuale è “evitare che il presente uccida il futuro”!  E’ in gioco la sostenibilità del sistema europeo. La centralità delle istituzioni comunitarie nel processo decisionale è fondamentale, ma la sua realizzazione sarà assicurata solo se gli Stati membri saranno in grado di esprimere una ritrovata coesione. Ognuno dovrà fare la sua parte per l’Europa del futuro, un’Europa “unita nella diversità”. La sovranità europea condivisa e l’interdipendenza delle politiche, economiche e sociali, devono costituire i criteri primari di una governance responsabile e competente, presupposto di ogni progetto unitario di una equilibrata integrazione politica. “L’obiettivo non è conservare...

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MES, IL FLOP DI FINE ANNO

Posted by on Gen 9, 2024 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MES, IL FLOP DI FINE ANNO

MES, IL FLOP DI FINE ANNO

Consegnato alla storia il 2023. Un anno che, a livello comunitario, si è chiuso con non poche contraddizioni politiche e convulsioni economiche in particolare, che hanno segnato i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Prima la forte onda d’urto della stretta monetaria voluta dalla Bce, poi la tormentata riforma del Patto di stabilità con le future regolare di bilancio dei Paesi Ue, infine la kafkiana vicenda del Mes, il fondo salva-Stati, chiusa senza botti finali, ma con un clamoroso flop per la mancata ratifica dell’Italia, con maggioranza e opposizione parlamentare spaccate al loro interno.      Il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (Mes) è la “cassaforte” dell’Eurozona, l’embrione di un Fondo monetario europeo, istituito nel 2012 per dare sostegno ai singoli Stati in caso di crisi finanziaria e di rischio default attraverso prestiti economici, acquisti di titoli di Stato. Organizzazione intergovernativa, con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori (i ministri di Ecofin) e da un Consiglio di Amministrazione. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per potenziare la coesione dell’Eurozona e tutelarne la stabilità finanziaria. La riforma ridisegna l’azione del Mes con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate con programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes in Grecia. Rafforzare cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La ristrutturazione del debito pubblico (tagli alla spesa, privatizzazioni, liberalizzazioni, fisco) è richiesta soltanto in condizioni estreme (“condizionalità rafforzate”), quando il Paese è sul baratro del fallimento, mentre non è una precondizione per aderire agli aiuti del Mes quando il Paese, con parametri deficit-debito in linea, non ha perso l’accesso ai mercati finanziari. Le proposte di modifica al Trattato, dopo un “accordo politico preliminare” nel giugno 2019, sono state approvate dall’Eurogruppo nel gennaio 2021. La riforma intendeva inoltre attribuire al Mes un paracadute finanziario (“backstop”) per il fondo salva-banche Srf, il fondo unico di risoluzione bancaria alimentato dalle banche stesse, qualora, in casi estremi, fossero finite le risorse a disposizione per completare il recupero delle banche in difficoltà. E’ uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria nel processo d’integrazione economica e finanziaria dell’Eurozona: la garanzia europea sui depositi nelle banche che tuttora grava sui sistemi nazionali. Una rete, quella del Mes, dunque da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi sistemiche bancarie, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario. Per l’Italia il Mes è stata una storia infinita. Una diatriba fra Roma e Bruxelles che per anni ha animato il dibattito politico e le interlocuzioni comunitarie. E’ stato il primo governo Conte (M5S e Lega) a respingere inizialmente l’approvazione. Il Conte II (M5S e PD), nel giugno 2019, raggiunse un accordo politico preliminare sulle proposte di modifica al Trattato che, grazie anche alla generosità del Recovery fund, si concretizzò nel voto a favore nell’Eurogruppo del gennaio 2021. Con Mario Draghi alla guida di Palazzo Chigi la strada per la ratifica parlamentare sembrava ormai in discesa, ma nella sua variegata compagine governativa non fu mai trovata una comune linea d’azione. E così la patata bollente della ratifica del Mes è finita nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, con i problemi e le riserve del passato. Intorno alla riforma dell’ex fondo salva Stati, al quale l’Italia ha contribuito con un capitale sottoscritto di 125 mld di euro, si è nel tempo materializzato un reticolo di questioni legate tutte alla governance europea, prima...

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