Sull’Europa

IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’

Posted by on Dic 20, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’

IL REBUS DEL NUOVO PATTO DI STABILITA’

Alle battute finali il difficile accordo sulla riforma del Patto di stabilità. Si decidono in settimana con un Ecofin straordinario (in videoconferenza) le future regole di bilancio dei Paesi Ue. Una vicenda tormentata che sta segnando fortemente i rapporti fra i 27 Stati membri dell’Unione europea. Ai ministri finanziari il compito gravoso di trovare una intesa sulla bozza di riforma proposta il 26 aprile scorso dalla Commissione europea con l’obiettivo di evitare che la riduzione del debito pubblico nei Paesi porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. E’ un negoziato molto importante: dalla definizione delle nuove regole dipenderà infatti quanto e come i vari Stati potranno spendere in funzione di debito e deficit di bilancio. Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, allora Presidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997, la Commissione della Presidente Ursula von der Leyen, dopo la sospensione nel marzo 2020 a causa della crisi economica scatenata dalla pandemia con l’attivazione della clausola di salvaguardia, propone per il ripristino del Patto dal primo gennaio 2024 una riforma delle regole di bilancio dell’Ue. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica sostenibile e duratura dell’economia fondata sulla stabilità finanziaria. Per scongiurare il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con i vincoli e le ferree misure dell’ortodossia rigorista, con un Patto realisticamente inapplicabile, la proposta di riforma della Commissione europea prevede una riduzione concordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme. Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuole quindi evitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti e della crescita.  La riforma del Patto (da negoziare con il Parlamento europeo) punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno alla riduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di aggiustamento credibili e conformi a un nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa pubblica netta, nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure per affrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, concordati con la Commissione Ue, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil, fino a che il deficit non andrà sotto il 3%, oltre ad assicurare la sostenibilità del debito attraverso un percorso in discesa in modo stabile per almeno dieci anni. La novità sostanziale del nuovo Patto disegnato a Bruxelles sta dunque nel fatto che non saranno più previste regole fisse valide per tutti gli Stati membri. Sul debito la proposta di riforma prevede la cancellazione della contestatissima regola precedente relativa al taglio del debito di un ventesimo all’anno per i Paesi fuori dai parametri nel rapporto debito/Pil. Dovrebbe...

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IL RITORNO DI MARIO DRAGHI  

Posted by on Ott 3, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su IL RITORNO DI MARIO DRAGHI  

IL RITORNO DI MARIO DRAGHI  

Con l’Ecofin di Santiago il negoziato europeo per la riforma del Patto di Stabilità e Crescita è entrato nella sua fase cruciale. E Mario Draghi torna in Europa. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen gli ha affidato un nuovo incarico, quello di delineare una strategia sul futuro della competitività dell’economia europea. L’annuncio è arrivato in occasione dell’annuale discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento di Strasburgo, uno degli eventi politici più importanti nell’Ue, nel corso del quale vengono indicate le linee guida del lavoro delle istituzioni comunitarie, fissando obiettivi e procedure. Sono tre le sfide individuate da von der Leyen: il lavoro, l’inflazione e l’ambiente imprenditoriale. Ricercare nuove soluzioni per rimanere competitivi sul mercato globale in un momento di grandi capovolgimenti economici in cui l’Ue rischia di essere “un vaso di terracotta tra vasi di ferro, Stati Uniti e Cina”.  E l’incarico proposto all’ex presidente della Bce, “una delle grandi menti economiche europee”, riveste importanza fondamentale per il futuro del Vecchio Continente. Il tema della competitività s’intreccia tanto con il quadro geopolitico in rapida evoluzione, quanto con gli equilibri interni all’Ue. L’Europa, anche grazie al contributo di Draghi, “farà what ever it take per mantenere il suo vantaggio competitivo”, ha chiosato la Presidente della Commissione, ricordando la famosa frase dell’ex governatore della Bce a difesa dell’euro.   Il ritorno a un ruolo attivo dopo l’esperienza di governo a Palazzo Chigi rappresenta una mission dai contorni così ampi da apparire come un consulto per un paziente con gravi problemi. E per Draghi la diagnosi è chiara: la pandemia prima e la guerra in Ucraina dopo hanno prodotto la fine di un’era. “L’Unione di prima non c’è più”, perché hanno ceduto i pilastri su cui si reggeva la sua prosperità: “l’America per la sicurezza, la Cina per l’export, la Russia per l’energia”. E “non c’è ancora l’Unione di dopo”. La prospettiva di un suo allargamento ai Paesi dei Balcani e all’Ucraina, senza aver provveduto alle riforme, potrebbe portare a un esito fatale. Espandendo la periferia senza rafforzare il centro si rischierebbe cioè ripetere gli errori del passato. Si apre per l’Ue una stagione “complicata, molto complicata”, perciò Draghi ha accolto la proposta a fronte delle importanti sfide che attendono l’Europa. “Supermario” torna sulla scena europea proprio dopo aver tratteggiato in un articolo pubblicato sull’Economist il suo programma per il rilancio della zona euro. L’Unione europea ha bisogno di “nuove regole e una maggiore condivisione della sovranità” dal momento che le strategie che nel passato hanno assicurato sviluppo e sicurezza dell’Europa sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili.  Tornare ai vecchi “paletti” fiscali sarebbe deleterio. Le regole di bilancio dovrebbero essere sia rigorose, per garantire la credibilità nel medio termine, sia flessibili, per consentire ai governi di reagire a choc imprevisti. La strada tracciata da Draghi nel suo intervento sull’Economist prevede il trasferimento di maggiori poteri di spesa al centro e “federalizzare” alcune spese per investimenti in modo da raggiungere un equilibrio tra regole rigide per i singoli Stati ai quali è proibito andare in disavanzo, e scelte fiscali a livello centrale. L’Ue, nel disegno programmatico tracciato da Mario Draghi, ha bisogno di una politica fiscale europea sia per svolgere un compito di stabilizzazione economica, coordinandosi con la politica monetaria, sia soprattutto per finanziare una politica industriale basata su un ammontare di investimenti adeguato a consentire alla zona euro di mantenere il suo ruolo economico e politico nel mondo. Finchè, dopo quella monetaria, non raggiungerà una piena unificazione fiscale, l’Europa non potrà riguadagnare lo status di grande potenza nel mondo multipolare del ventunesimo secolo. In un assetto globale dominato da superpotenze, rischia...

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MES, UNA STORIA INFINITA

Posted by on Lug 11, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MES, UNA STORIA INFINITA

MES, UNA STORIA INFINITA

La telenovela continua. Presentata dalla maggioranza parlamentare la sospensiva di quattro mesi per l’esame del disegno di legge di ratifica del Mes, per “maggiori approfondimenti”. “Tanto rumore per nulla”, a distanza di oltre quattro secoli rivive in Parlamento la brillante commedia di William Shakespeare. Una vicenda tragicomica come quella del travagliato iter di approvazione da parte dell’Italia della riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Certo, il Mes rievoca i fantasmi del passato, quelli della Grecia e della Troika, e getta ombre sul presente legate alla ristrutturazione del debito per i Paesi con finanza pubblica in sofferenza. Se l’Italia, unico Paese a non averlo ancora fatto, non ratifica il nuovo Trattato del Mes la riforma non potrà entrare in vigore il primo gennaio 2024. Rischiano di azzerarsi i suoi punti principali: l’attribuzione al Mes della funzione di garanzia nelle crisi bancarie, una sorta di paracadute finale (“backstop”) del fondo salva-banche Srf, e soprattutto la cancellazione delle “linee di credito precauzionali” per accedere alle risorse finanziarie del Mes, meno rigide e vessatorie rispetto alle contestatissime “condizionalità rafforzate”, del passato. Restano sul tappeto le forti criticità del meccanismo: la semplificazione delle “clausole di azione collettiva” da parte dei creditori di uno Stato per chiederne la ristrutturazione ordinata del debito, nonché il carattere intergovernativo del Mes, un organismo autonomo che non risponde al Parlamento europeo, fuori dalle istituzioni comunitarie. Un fondo privatistico, privo di controlli, esposto ai veti dei Parlamenti nazionali. Il Mes, una storia infinita. Una diatriba fra Italia e Bruxelles che da anni anima il dibattito politico e le interlocuzioni comunitarie. E’ stato il primo governo Conte (M5S e Lega) a respingere inizialmente l’approvazione. Il Conte II (M5S e PD), nel giugno 2019, raggiunse un accordo politico preliminare sulle proposte di modifica al Trattato che, grazie anche alla generosità del Recovery fund, si concretizzò nel voto a favore nell’Eurogruppo del gennaio 2021. Con Mario Draghi alla guida di Palazzo Chigi la strada per la ratifica parlamentare sembrava ormai in discesa, ma nella sua variegata compagine governativa non fu mai trovata una comune linea d’azione. E così la patata bollente della ratifica del Mes è finita nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi: Giorgia Meloni. Alla vigilia del Consiglio europeo, la premier ha ribadito in Parlamento la linea politica del suo Governo: ”L’interesse dell’Italia è affrontare il negoziato sulla governance europea, prima ancora di una questione di merito, c’è una questione di metodo.” Chiaro il riferimento ai dossier aperti a livello comunitario: il Patto di stabilità, l’Unione bancaria, il Pnrr, l’escalation dei tassi d’interesse. In particolare, per il nuovo Patto di stabilità e i relativi parametri deficit-debito/Pil ci sono forti contrasti sulle future regole europee di bilancio per la riduzione del debito rapportata al taglio della spesa pubblica. Un tema delicato per la nostra finanza pubblica legato al capitolo dello spread: per rispondere alle spinte inflazionistiche, la BCE ha intrapreso un percorso di rialzo dei tassi d’interesse che sta mettendo sotto pressione il debito pubblico italiano, con ricadute sulla nostra economia. Ecco perché intorno alla riforma dell’ex fondo salva Stati, al quale l’Italia ha contribuito con un capitale sottoscritto di 125 mld di euro, c’è un reticolo complicato di questioni aperte. La premier Meloni vorrebbe usare il Mes come “strumento negoziale” per ottenere passi avanti sul Patto di stabilità (esclusione dai vincoli di bilancio delle spese per investimenti relativi a Pnrr, transizione energetica e digitale). L’Italia richiede maggiore flessibilità per trasformare il Mes da strumento per la protezione dalle crisi del debito sovrano e bancarie a un volano per gli investimenti e il sostegno contro le recessioni economiche. Un’impresa non facile...

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MES, RATIFICA STUPIDA O NECESSARIA?

Posted by on Giu 16, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MES, RATIFICA STUPIDA O NECESSARIA?

MES, RATIFICA STUPIDA O NECESSARIA?

“Ratifica stupida senza sapere cosa prevede il nuovo Patto di stabilità e crescita”. Giorgia Meloni, dal profondo Sud, ospite di Bruno Vespa a Manduria, al “Forum in masseria”, ha lanciato un messaggio chiaro a Bruxelles sul futuro del Mes, alzando ancor più l’asticella della tensione politica in vista di una ratifica che sembra ancora lontana. “Non ha senso, secondo la premier, ratificare la riforma in assenza di un quadro chiaro di ordinamento regolatorio europeo in materia di governance”.  Alla base del messaggio, in particolare, c’è la riforma del Patto di stabilità con una richiesta ben precisa: scomputare gli investimenti legati a Pnrr, transizione energetica e digitale dal calcolo del rapporto debito-Pil, il macigno che pesa da sempre sulla nostra finanza pubblica. Il Mes rischierebbe di tenere bloccate delle risorse in un momento di crescente fabbisogno finanziario, in primis per il problema dei salari e il relativo taglio del cuneo fiscale. L’ex “fondo salva Stati”, al quale l’Italia ha contribuito con 14 mld di capitale versato e 125 mld di capitale sottoscritto (terzo maggiore socio dopo Germania e Francia), viene messo come elemento di negoziazione in vista del restyling della governance europea. Il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria (Mes) è la “cassaforte” dell’Eurozona, istituito nel 2012 per dare sostegno ai Paesi in caso di crisi finanziaria e di rischio default attraverso prestiti economici, acquisti di titoli di Stato, interventi per la ricapitalizzazione di banche in crisi. Hanno finora beneficiato del programma di aiuti Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo e Irlanda. Con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori costituito dai ministri dell’economia dell’Eurozona e da un Consiglio di Amministrazione. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per rafforzare la coesione dell’Eurozona nell’affrontare le crisi e a tutelarne la stabilità finanziaria. La riforma ridisegna gli aiuti tradizionali del Mes con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate, con i programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes. L’intento della riforma è rafforzare l’uso degli strumenti a disposizione del Mes prima del ripescaggio di un Paese, cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La riforma elimina il contestatissimo “memorandum” (le cosiddette “condizionalità”), quello passato alla storia per aver imposto alla Grecia condizioni rigidissime, sostituendolo con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. La ristrutturazione del debito pubblico interviene soltanto in condizioni estreme (“condizionalità rafforzate”), quando il Paese è sul baratro del fallimento, mentre non è una precondizione per aderire agli aiuti del Mes quando il Paese non ha perso ancora l’accesso ai mercati finanziari. Le proposte di modifica al Trattato, dopo un “accordo politico preliminare” nel giugno 2019, sono state approvate dall’Eurogruppo nel gennaio 2021. La riforma intende inoltre attribuire al Mes una funzione di garanzia, un paracadute finanziario (“backstop”) al fondo salva-banche Srf, il fondo unico di risoluzione bancaria alimentato dalle banche stesse, qualora, in casi estremi, dovessero finire le risorse a disposizione per completare il recupero delle banche in difficoltà. Una misura per rendere il settore bancario più resistente alle crisi contro gli attacchi della speculazione, in grado di sostenere l’economia reale. Il Mes è uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria. Rappresenta un momento importante nel processo d’integrazione economica e finanziaria dell’Eurozona. Una rete da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi del sistema bancario europeo, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario.  Ma perché l’Italia, unico Paese dell’Eurozona,...

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ADDIO AL “ PATTO DI STUPIDITA’ ”

Posted by on Mag 8, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su ADDIO AL “ PATTO DI STUPIDITA’ ”

ADDIO AL “ PATTO DI STUPIDITA’ ”

Addio al “Patto di stupidità”. A distanza di oltre vent’anni da quando nel 2002 Romano Prodi, allora Presidente della Commissione europea, definì “stupido” il Patto di stabilità varato nel 1997, Bruxelles propone una riforma delle regole di bilancio dell’Ue. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria. Obiettivo del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, era quello di garantire la disciplina di bilancio degli Stati dell’Ue per evitare disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi e contribuire così alla stabilità monetaria. Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascuno Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno per non mettere a rischio la tenuta monetaria dell’Ue. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva attivato la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica fino al 2023 per sostenere l’economia durante la crisi. Espansività della spesa secondo i canoni Keynesiani. Per scongiurare nel 2024 il rischio autolesionistico di un ritorno al passato con le ferree misure dell’ortodossia rigorista, e quindi con un Patto realisticamente inapplicabile, la proposta di riforma della Commissione europea prevede una riduzione concordata del debito per i Paesi più indebitati e la possibilità di percorsi di recupero più graduali in caso di riforme. La riforma del Patto punta ad attribuire una forte titolarità nazionale nell’impegno alla riduzione del debito pubblico. Ogni Stato membro sarà chiamato a preparare piani di aggiustamento credibili e conformi a un nuovo quadro comune europeo basati sulla spesa pubblica netta, nei quali dovranno definirsi gli obiettivi di bilancio, le misure per affrontare gli squilibri macroeconomici, le riforme e gli investimenti prioritari. Questi Piani, da negoziare con la Commissione Ue, della durata di quattro anni estendibile a sette anni, dovranno garantire un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil, fino a che il deficit non andrà sotto il 3%, oltre ad assicurare un percorso in discesa del debito in modo stabile per almeno dieci anni. Niente regimi di favore per investimenti, inclusi quelli tipici del Pnrr su digitali e green deal, come aveva invece richiesto il Ministro dell’Economia Giorgetti. Le nuove norme mirano a ridurre gli elevati indici di debito pubblico in modo realistico, graduale e sostenuto. “La riforma, ha dichiarato il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, intende semplificare la governance economica, sviluppare la responsabilità nazionale, mettendo maggiore enfasi sul medio termine e rafforzando l’applicazione delle norme, all’interno di un quadro comune trasparente.” Attraverso nuove regole, adattabili alle esigenze dei singoli Paesi, si vuole quindi evitare che la riduzione forzata del debito, priva di flessibilità, porti a una contrazione degli investimenti e della crescita. Progetto ambizioso nel solco della rivoluzione del Nex Generation Eu, il mega fondo comunitario per modernizzare e rendere più competitiva l’economia europea finanziato per la prima volta con l’emissione di debito comune. L’approvazione entro la fine dell’anno (il dibattito entrerà nel vivo nell’Eurogruppo e nell’Ecofin di giugno) non sarà semplice, sarà un negoziato in salita: le proposte della Commissione non soddisfano i falchi...

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 LUNA DI MIELE FINITA FRA GOVERNO E UE?

Posted by on Dic 21, 2022 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su  LUNA DI MIELE FINITA FRA GOVERNO E UE?

 LUNA DI MIELE FINITA FRA GOVERNO E UE?

Luna di miele finita fra Governo e Ue? Il richiamo di Christine Lagarde, presidente della Bce, con l’invito rivolto all’Italia a “ratificare velocemente la riforma del Mes” in concomitanza con la stretta sui tassi di mezzo punto che, con effetto a catena ha causato il crollo della Borsa (Piazza Affari ha perso il 3,45%) e un’impennata dello spread a quota 207, ha gettato ombre su una difficile tregua. Immediate le reazioni dell’Esecutivo di Giorgia Meloni con la piccata replica del Ministro della Difesa Crosetto (“decisioni prese con leggerezza e distacco”) e del Ministro dell’Economia Giorgetti (“auspici comunitari legittimi, ma sul Mes decide il Parlamento nazionale”). Si preannunciano giorni inquieti nei palazzi romani della politica. Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto “fondo salva Stati”, da tempo monopolizza il dibattito politico e alimenta lo scontro fra i partiti. Il Mes è la “cassaforte” dell’Eurozona, istituito nel 2012 per dare sostegno ai Paesi in caso di crisi finanziaria e di rischio default previa l’attuazione di un piano di riforme strutturali della finanza pubblica “sorvegliato” dalla “Troika” (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale). Hanno finora beneficiato del programma di aiuti Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo e Irlanda. Con sede in Lussemburgo, il Mes è gestito dal Consiglio dei Governatori costituito dai ministri dell’economia dell’Eurozona e da un Consiglio di Amministrazione. L’Italia è il terzo maggiore socio del Mes (17,8%), dopo Germania e Francia, con 14 mld di capitale versato e 125 mld di capitale sottoscritto su un totale di circa 700 mld. Dal 2017 si parla di riforma del Mes per rafforzare la coesione dell’Eurozona nell’affrontare le crisi e a tutelarne la stabilità finanziaria. Una ipotesi che in Italia ha dato il via a un profondo dibattito per le “condizioni di accesso” alle linee di credito giudicate particolarmente rigide: non essere in procedura d’infrazione, rapporto deficit/Pil inferiore al 3% da almeno due anni, rapporto debito/Pil inferiore al 60% (o con una sua riduzione di almeno 1/20 negli ultimi due anni). Per i dieci Paesi della zona euro (Italia compresa) fuori dai parametri di Maastricht l’obbligo di sottoscrivere un gravoso “memorandum”, un dettagliato accordo di riforme impopolari, non ultima la “ristrutturazione del debito sovrano”, con i conseguenti rovinosi effetti sui risparmiatori privati che hanno investito nei titoli di Stato. Una “calamità immensa” che generebbe distruzione di risparmio, fallimento di banche (detengono il 70% del debito pubblico) con ripercussione sui correntisti per effetto del “bail in”, crisi economica, disoccupazione di massa e un generale impoverimento sociale. La riforma del Trattato ridisegna gli aiuti tradizionali del Mes, con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che intervenire drasticamente una volta scoppiate, con i programmi di salvataggio che sono costati la cattiva fama al Mes. L’intento della riforma è rafforzare e semplificare l’uso degli strumenti a disposizione del Mes prima del ripescaggio di un Paese, cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati. La riforma elimina il contestatissimo “memorandum” (le cosiddette “condizionalità”), quello passato alla storia per aver imposto alla Grecia condizioni rigidissime, sostituendolo con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. La riforma del Mes è uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria fortemente voluto dall’Italia. Rappresenta un momento importante nel processo d’integrazione istituzionale, economica e finanziaria dell’Eurozona. Una rete finanziaria da usare sia in caso di crisi dei debiti sovrani, sia in caso di crisi del sistema bancario europeo, nell’ottica della “mutualizzazione” del rischio e di una maggiore trasparenza dell’ordinamento monetario. Ma perché l’Italia, unico Paese dell’eurozona, non ha...

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