LA GOVERNANCE UE E IL NUOVO PATTO DI STABILITA’
Patto di stabilità e crescita, ovvero il “patto della discordia”, tema di grande rilevanza nella politica di bilancio dei Paesi europei. Un accordo tra i Paesi membri dell’Ue che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: il deficit (differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) che non deve superare il 3% del Pil e il debito pubblico che non deve superare il 60% del Pil. Parametri molto rigorosi, più volte terreno di scontro fra i falchi del Nord e i Paesi cicala del Sud Europa. Le norme del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi fissati con il Trattato di Maastricht del 1992, “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche e a correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi.” Il Patto divenne …di ferro nel 2012 con la firma del “Fiscal compact”, che prevede il pareggio di bilancio di ciascun Stato, con l’obbligo per i Paesi con debito superiore al 60% del Pil di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno. Di fatto si vuole evitare che gli squilibri interni e la mancanza di rigore di un singolo Stato per… allegra finanza possano mettere a rischio la sua stessa tenuta e quella dell’Ue. Per i Paesi “trasgressori” la Commissione Ue può promuovere una procedura d’infrazione che attraverso un avvertimento preventivo e una serie di raccomandazioni si conclude con una sanzione. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva proposto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica fino al 2023 per sostenere l’economia durante la crisi. Espansività della spesa secondo la teoria Keynesiana. Un principio economico confermato di recente. Al termine di un lungo e complicato travaglio durato quasi tre anni, la Commissione ha presentato una proposta di riforma del Patto di stabilità e crescita nel segno della sostenibilità del debito e della crescita. Non più l’irrealistica “regola del ventesimo” ma una “riduzione del debito pubblico in modo graduale e sostenuto”. La proposta della Commissione, che si basa su un meccanismo di vigilanza europea Paese per Paese (Commissariamento?), si fonda su regole più chiare per una crescita equa e sostenibile nel quadro di un credibile percorso di riduzione del debito. Tre sono i pilastri del nuovo Patto. Il primo riguarda la distinzione dei Paesi Ue in tre gruppi a seconda del loro livello di indebitamento per specifici percorsi di riduzione del debito con riferimento alla spesa netta primaria, ovvero la spesa pubblica annuale al netto di tasse e di interessi pagati sul debito. In particolare, per i Paesi ad alto debito (Italia compresa) la rimodulazione della spesa netta primaria, nel rispetto del 3% del Pil, andrà fatta entro 4 anni tale da consentire la riduzione del debito pubblico in un arco temporale di 10 anni. Il secondo pilastro della riforma riguarda riforme e investimenti che ogni singolo Stato “negozierà” con la Commissione: in primis la transizione verde e digitale e le infrastrutture. Il terzo pilastro è quello sanzionatorio per chi non rispetta il nuovo Patto. Le procedure per deficit e debito eccessivo comportano sanzioni pari allo 0,2% del Pil del Paese, fino ad arrivare -nei casi più gravi- alla sospensione dei fondi comunitari ai Paesi inadempienti. L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è quello di uscire dalla situazione attuale nella quale le regole sono uguali per tutti, ma si dimostrano...
Read MoreLA GUERRA DI PROPAGANDA IN UCRAINA
Orrore senza fine nella guerra della Russia di Putin in Ucraina. Dopo il massacro di Bucha, un fine settimana di atrocità: la strage alla stazione di Kramatorsk e il ritrovamento a Makariv di 132 corpi di persone torturate e uccise. Delitti contro l’umanità. Immagini satellitari e tv, testimoni diretti, video sui social rivelano ogni giorno al mondo intero i crimini di guerra in terra ucraina: fosse comuni con civili ammazzati con le mani legate dietro la schiena, cadaveri buttati lungo le strade, donne stuprate e carbonizzate, anziani torturati dopo feroci interrogatori, bambini uccisi, missili su tanti disperati in fuga. Stragi di inermi, un massacro all’insegna del terrore con città e villaggi distrutti, rasi al suolo da continui bombardamenti. Ogni singola immagine racconta una storia. Un cane veglia il cadavere di un uomo, forse il suo padrone, ucciso mentre andava in bicicletta per un riparo, una ciabatta fucsia che spunta dalla terra, la mano di una donna con le unghie smaltate, una busta di plastica con delle patate accanto a un anziano riverso al suolo. Scene di profonda disumanità. E Mosca continua a negare ogni responsabilità: “messa in scena dell’Occidente, intollerabili provocazioni di Kiev”. Uno squallido ribaltamento delle responsabilità da parte della perfetta macchina della disinformazione del Cremlino, già ben collaudata dopo il bombardamento del teatro di Mariupol. E se la negazione di ogni responsabilità non funziona a livello mediatico, si può sempre fare una chiamata in correità dicendo che gli altri, gli americani, la Nato o gli ucraini hanno fatto ben di peggio. Sull’asse Mosca-Kiev, con perfida crudeltà, si rincorrono le fake news per alimentare la fabbrica dei dubbi. Un’operazione abilmente condotta dal ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, con i suoi deliranti moniti: “una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”. Le fake news usate come armi, al pari di quelle vere sul campo. E a nulla vale la replica dell’Onu che, attraverso l’Ufficio per i diritti umani, ha rilevato che i corpi scoperti a Bucha “sollevano serie domande su eventuali crimini di guerra”. Indignazione e sgomento per la lettura che Mosca dà dell’aggressione e dei suoi misfatti bellici in Ucraina. Una lettura che trova consensi nel Belpaese da parte di impenitenti “primedonne” della scena televisiva. Con la solita spocchia è intervenuto l’ex direttore di Rai2, Carlo Freccero: “Certe immagini possono essere funzionali a un’escalation voluta del conflitto, permangono dubbi sui commenti giornalistici, non si può dir niente di definitivo sino a che non saranno svolti accertamenti”. In estrema sintesi, le stragi di Mariupol, Bucha, Kramatorsk e Makariv “è propaganda di guerra”, set cinematografici per una fiction di successo. Pura invenzione degli inviati di guerra. Allucinante. Non sono mancate proteste e reazioni nei confronti di una tesi così imbarazzante sostenuta da “uno sciacallo, disposto a qualsiasi nefandezza, anche davanti al massacro di civili inermi, per pasturare la sua pozzanghera di seguaci” (Fazzolari, FdI). Quando un noto personaggio televisivo afferma che in Ucraina sono in corso le riprese di una fiction non esprime una opinione, ma si rende protagonista di un infelice intervento, un misero tentativo di mistificazione per giustificare, attraverso contorsioni intellettuali, i crimini della Russia di Putin e del suo folle imperialismo. Un oltraggio a poveri cadaveri. Ma anche un attacco al lavoro difficile dei tanti giornalisti che in condizioni di estremo pericolo operano sul territorio rendendo un grande servizio al diritto d’informazione attraverso reportage e testimonianze puntuali. Una finestra aperta su una drammatica realtà nel cuore dell’Europa. Lasciamola sempre aperta per evitare che la guerra di propaganda faccia un’altra clamorosa vittima: il giornalismo, libero e indipendente. Sarebbe stato più opportuno mettere sotto accusa chi ha...
Read MoreL’UNIONE EUROPEA E LA GUERRA AI RUBLI DELLO ZAR
Kiev chiama, Bruxelles risponde. In un clima di grande compattezza, linea d’azione unitaria tra gli alleati della Nato, nel G7 e tra i Paesi Ue nei tre vertici tenuti nella capitale belga, con l’intervento del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Tante le implicazioni belliche ed economiche, unico l’obiettivo: dare una svolta all’aggressione russa in Ucraina, potenziando -a oltre un mese dall’invasione- il coordinamento nella politica sanzionatoria contro Mosca per “ripristinare la pace e la stabilità e sostenere il diritto internazionale”. S’inquadra in tale ottica la conferma del forte sostegno militare e umanitario all’Ucraina e il rafforzamento dell’Alleanza a Est, oltre agli interventi sulle forniture energetiche per azzerare gradualmente la dipendenza di gas, petrolio e carbone russi, fino a giungere al totale boicottaggio bloccando ogni importazione dalla Russia e, di conseguenza, il flusso miliardario di dollari. Uscire cioè da ogni forma di ricatto. Ma il punto cruciale rimane la reale efficacia delle sanzioni finora decise contro il Cremlino quale deterrente dell’azione bellica. Di forte impatto finanziario risulta il congelamento delle riserve valutarie detenute all’estero (oltre 643 mld di dollari) da Bank Rossii, la Banca centrale della Federazione Russa, per rendere impossibile all’istituto monetario di liquidare i suoi asset, venderli per difendere il rublo, crollato del 42% a seguito dell’invasione e delle sanzioni imposte da Ue e USA. Nessuna possibilità per Mosca di finanziarsi sui mercati internazionali. Una misura degli alleati occidentali finalizzata a fare aumentare l’inflazione, paralizzare il potere d’acquisto e ridurre gli investimenti. Quello economico è il secondo fronte che si è aperto nel momento in cui Putin ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina. Un fronte insidioso per la tenuta del regime che ha generato in Europa il timore che Mosca potesse aggirare le sanzioni usando il proprio oro. Nei forzieri della banca moscovita ci sono circa 2.300 tonnellate d’oro, volumi raddoppiati dopo l’invasione della Crimea nel 2014: tesoro che vale circa 140 miliardi di dollari, difficile però da monetizzare per le restrizioni che hanno colpito la Russia. I lingotti fusi nel Paese non sono più accettati nelle maggiori piazze finanziarie, a cominciare dalla City londinese, precludendo così ogni canale di rifornimento valutario. Una situazione finanziaria che si è ulteriormente aggravata per la Russia dopo l’intervento del consorzio internazionale Swift che, su indicazione della Bce, ha inibito alle maggiori banche russe (oltre il 70% del mercato bancario del Paese) l’uso dei codici di sicurezza necessari per gli scambi Internazionali. Difficoltà a eseguire transazioni per le imprese e le istituzioni russe, con rilevanti danni economici. Bloccate le esportazioni e le importazioni per la impossibilità della regolamentazione dei relativi pagamenti. Da qui “la mossa da pokerista” di Vladimir Putin per ridare forza alla moneta nazionale e rintuzzare le sanzioni: pagamenti del gas in rubli. Gli “Stati ostili” colpiti dal provvedimento dello zar di San Pietroburgo (Italia compresa) dovranno comprare rubli prima di ottenere in cambio gas russo. Il rublo, rinfrancato, ha recuperato (parzialmente) terreno rispetto al dollaro, favorendo così maggiori profitti nelle vendite energetiche e, quindi, più mezzi per sostenere lo sforzo bellico. Un “fuoco di paglia”, secondo gli analisti, perchè non supportato da una credibile politica monetaria e da una adeguata sostenibilità economica. Per i leader europei quello di Putin è un bluff, “una violazione contrattuale” (Draghi), i contratti in euro e dollari si rispettano. Le società russe che vendono gas hanno avuto finora in cambio moneta forte, euro o dollari, rischiano di ricevere in futuro solo rubli e con il tasso galoppante d’inflazione non sarà proprio un affare. Secondo la società di rating Moody’s, il rischio di insolvenza e le potenziali perdite per gli investitori rimangono molto elevati,...
Read MoreL’EUROPA E L’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA
Riscrivere la storia del nuovo millennio e ridisegnare la carta geografica dell’Europa. E’ chiaro, nella sua drammaticità, l’obiettivo di fondo dell’invasione russa in Ucraina nella folle strategia di Putin. Al di là di ogni fallace giustificazione legata all’allargamento della Nato a Est e alle origini dell’Ucraina, “una Nazione inventata da Lenin”, la Federazione Russa del novello zar di San Pietroburgo agisce da tempo militarmente per alterare gli equilibri territoriali formatisi negli ultimi trent’anni. E’ il risultato di una precisa visione politica basata su un imperialismo che ha il “diritto” di ricostruire l’area continentale che era stata sotto il dominio dell’Unione Sovietica, la “grande Russia” pre-bolscevica. Dopo l’invasione della Georgia del 2008 e l’annessione della Crimea del 2014, l’aggressione all’Ucraina (Nazione indipendente dal 1991 grazie al 91% del voto popolare) si inserisce nella sanguinosa coerenza imperiale, in attesa di nuovi teatri di guerra nelle repubbliche del post 1990. E poco importa se per un malcelato delirio di onnipotenza del suo Presidente, la Russia continua a violare molti principi che reggono l’Onu: il rispetto della sovranità degli Stati, la regola dell’autodeterminazione dei popoli, l’obbligo di risolvere in modo pacifico le controversie e di non interferire con le competenze interne di altri Stati. Violati importanti accordi multilaterali regolarmente sottoscritti, come quelli istitutivi del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). Per il diritto internazionale, la Federazione russa è uno Stato fuori legge. Ma come reagire a uno “Stato canaglia”? Uno Stato che, sconfessando la visione Kantiana della “pace perpetua” diffusa nelle leadership politiche ed economiche europee con la fine della Guerra fredda e la caduta del Muro, ha messo a nudo la realpolitik dell’Ue con i suoi errori per non aver saputo riconoscere il “senso di insicurezza” creatosi a Mosca con la fine dell’Unione Sovietica, per non aver intercettato le frustrazioni dell’ex agente del Kgb, soverchiato dalla potenza cinese e sottovalutato dalla diplomazia occidentale, e il suo desiderio di riscatto geopolitico. Un revanscismo che con il sangue e le distruzioni in Ucraina, con il ricatto energetico ai “Paesi ostili” e la minaccia nucleare segna la sconfitta dell’Unione europea. In primis, della ex cancelliere tedesca Angela Merkel la cui politica di acquiescenza nei confronti di Mosca, avallata a livello comunitario, ha portato per quindici anni a ignorare il quadro strategico dell’Europa con i suoi limiti e le sue debolezze strutturali. Prioritaria la Russia, un “vicino di oltreconfine” da pacificare con la tecnologia e le merci tedesche e con la costruzione di Nord Stream 1 e 2, il gasdotto Russia-Germania di 1234 km sui fondali del Mar Baltico, aggirando e indebolendo Ucraina, Bielorussia e Polonia, in spregio delle richieste americane di irrobustire la spesa militare. Una politica miope che ha colpevolmente ignorato i rigurgiti nazionalistici all’ombra del Cremlino, l’ostinata determinazione di Putin di tornare alla dimensione imperiale rivendicata con fermezza alla Conferenza per la sicurezza di Monaco nel 2007 (riunificazione del “Mondo Russo” smembrato dallo scioglimento dell’URSS). Anni di apparente pacificazione, autocompiacimenti nelle cancellerie europee, ospitalità dorata allo zar (Berlusconi docet), il suo coinvolgimento nel G8, con la discussione di un partenariato. Uno scenario avvolto in un velo di ipocrisia. E ora, la guerra nel cuore dell’Europa! Inaspettata, imprevista, incomprensibile. Sanguinaria. Strage di civili, donne e bambini in fuga, città devastate, obiettivi sensibili colpiti, corridoi umanitari violati, carri armati all’assalto delle istituzioni. Putin sta giocando le sue carte con cinica freddezza. L’Unione europea si è risvegliata dal torpore che l’aveva indebolita, riscoprendo i suoi principi fondanti, la sua vocazione al dialogo, all’accoglienza, alla solidarietà, nel segno della condivisione, figlia della sofferenza e del sangue europeo del Novecento. Compatta,...
Read MoreLA RIFORMA DEL PATTO DI STABILITA’
Unione europea, work in progress. Dopo il Recovery Plan for Europe con l’ambizioso progetto Next Generation EU varato per fronteggiare la recessione pandemica, due nuovi capitoli si aggiungeranno nel 2022 alla complessa storia comunitaria: l’atto finale della Conferenza sul futuro dell’Europa in corso dallo scorso 9 maggio e la riforma del Patto di stabilità e crescita. Un tema quest’ultimo di grande rilevanza nella politica di bilancio dei Paesi europei. Un accordo tra i Paesi membri dell’Ue che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: il deficit pubblico (differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) che non deve superare il 3% del Pil e il debito pubblico che non deve superare il 60% del Pil. Parametri molto rigorosi, più volte terreno di scontro fra i falchi del Nord e i Paesi cicala del Sud Europa. Le norme del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi contenuti nel Trattato di Maastricht del 1992, “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche e a correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi.” Di fatto si vuole evitare che gli squilibri interni e la mancanza di rigore di un singolo Stato per allegra finanza possano mettere a rischio la sua stessa tenuta e quella dell’Ue. Per i Paesi “trasgressori” la Commissione Ue può promuovere una procedura d’infrazione che attraverso un avvertimento preventivo e una serie di raccomandazioni si conclude con una sanzione. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva proposto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di raccomandazioni correttive o di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica per sostenere l’economia durante la crisi, tutelando imprese e famiglie. Nella previsione di condizioni economiche dell’Ue ante crisi per il 2023, il Meccanismo europeo di stabilità (MES) lo scorso ottobre è intervenuto nel dibattito lanciato dalla Commissione europea per la revisione del Patto di stabilità con una importante proposta: tetto del deficit sempre al 3%, ma limite del rapporto tra debito pubblico e Pil al 100% (invece dell’attuale 60%). In un panorama economico radicalmente stravolto dalla crisi pandemica, il MES sostiene che nel medio termine il nuovo parametro del Patto, con un allentamento ragionato e motivato dei vincoli sul debito, possa favorire la graduale eliminazione delle misure fiscali discrezionali legate alla pandemia, rilanciare l’economia e nel lungo termine rafforzare l’impegno del singolo Stato verso posizioni di bilancio sostenibili. Ridurre cioè l’indebitamento senza ricorrere a tasse più alte e a tagli alla spesa sociale. Tornare all’obiettivo pre-crisi di debito del 60% del Pil potrebbe minare la ripresa economica e potenzialmente indebolire l’impegno verso le regole comunitarie. “Abbiamo bisogno di più spazio di manovra e di margini di spesa sufficienti per prepararci al futuro e per garantire la nostra piena sovranità.” Lo hanno scritto di recente in una lettera congiunta sul Financial Times il premier Draghi e il presidente francese Macron. A distanza di anni, arriva dunque la conferma di un parametro, quello del debito al 60% del Pil, “irrealistico”, reso ancor più inaccettabile dagli effetti devastanti della crisi. A certificare il flop dell’austerità è il MES e cioè il suo direttore generale, il tedesco Klaus Peter Regling, il “falco della Troika”. Con buona pace della Grecia e di tutti quei Paesi, Italia di Mario Monti compresa, che hanno dovuto fare i conti in passato con i severi diktat di Bruxelles: misure lacrime...
Read MoreQUALE EUROPA DOPO IL TRATTATO ITALO-FRANCESE ?
Indifferenza e tanto scetticismo stanno caratterizzando la Conferenza sul futuro dell’Europa proposta per rilanciare il progetto democratico europeo con il coinvolgimento diretto dei cittadini e porre le basi di una nuova architettura istituzionale. Obiettivo di fondo è la revisione dei Trattati fondanti perché l’Unione europea ha bisogno di profondi cambiamenti per rispondere al meglio alle necessità di una realtà socio-economica profondamente cambiata rispetto a quella del 2007, l’anno del Trattato di riforma firmato a Lisbona. Attraverso dibattiti, panel, incontri e seminari di studio la Conferenza, iniziata lo scorso 9 maggio, mira a rendere l’Europa più democratica, a diminuire la distanza tra Bruxelles e i cittadini europei potenziando gli strumenti di consultazione. Ma è allarme rosso sul destino della Conferenza che chiuderà i lavori il prossimo maggio: è molto scarsa la partecipazione dei cittadini. In sette mesi una percentuale irrilevante si è iscritta alla piattaforma comunitaria online per contribuire a riscrivere i Trattati. Si rischia di far cadere nel vuoto temi importanti come quelli della salute, dello stato di diritto, della difesa, dell’ambiente, sempre più minacciato dai cambiamenti climatici, e quello drammatico dell’immigrazione. Senza ignorare quelli più strettamente istituzionali legati al funzionamento della complessa macchina comunitaria, in particolare il potere di veto derivante dalla normativa attuale che prevede un voto unanime di tutti i 27 Paesi membri presenti nel Consiglio europeo sulle principali decisioni. Soliti compromessi al ribasso nelle votazioni con malcelato compiacimento di quei governi europei ostinatamente contrari a ogni significativo cambiamento, da Austria a Malta, dai Paesi baltici a Olanda e Svezia. Proprio sullo sfondo di un incerto futuro dell’Ue si colloca il recente Trattato italo-francese firmato a Roma dal Presidente Macron e dal premier Draghi per istituzionalizzare i rapporti tra i due Paesi nel segno di una “cooperazione rafforzata”, finalizzata a realizzare una più stretta collaborazione su specifici temi e aree (istruzione, difesa, gestione economica, lotta al terrorismo e criminalità organizzata, politica migratoria, transizione ecologica, sviluppo sociale). La dinamica dell’integrazione europea è stata spesso alimentata da contrasti tra coalizioni di stati membri, divise dagli interessi (Paesi frugali contro i Paesi dell’Europa del Sud) oppure dai valori (Paesi sovranisti contro i Paesi europeisti). Il Trattato del Quirinale fra Roma e Parigi, rafforzando in maniera strutturale una coalizione bilaterale, mira a promuovere le basi di una integrazione europea più ampia, estesa ad altri Stati per costruire un’originale sovranità europea. Una sovranità intesa come capacità di indirizzare il futuro attraverso la gestione condivisa delle sfide comuni. Il Trattato si pone sulla scia di quello franco-tedesco dell’Eliseo firmato nel 1963 da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer, rinnovato nel 2019 ad Aquisgrana dalla Cancelliera Angela Merkel e dal Presidente Emmanuel Macron. Dopo anni di negoziati iniziati a Lione nel 2019, segnati spesso da incomprensioni, rivalità, errori di comunicazione, la complessa storia comunitaria si arricchisce di un capitolo strategico per la reale unificazione del Vecchio continente, nella consapevolezza che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un pool di Paesi egemoni. Una visione geopolitica comune, espressione di una identità di valori e di legami storico-culturali, a difesa dei valori fondanti del progetto europeo. “Un risultato importante, un testo di ampio respiro, ha dichiarato il Presidente della Repubblica Mattarella, che servirà a costruire un’Unione europea più forte.” E in questa ambiziosa prospettiva, l’auspicio è che si rafforzi ora una intesa con la Germania del dopo-Merkel per completare quel triangolo Roma-Parigi-Berlino grazie al quale rilanciare, con ritrovata unità d’intenti, il progetto di Europa unita nel solco delle storiche origini dell’Ue. Sempre che i bilateralismi si mettano al servizio di un’Unione più integrata, superando ogni anacronistico modello intergovernativo. E’...
Read More



Commenti recenti