Sull’Europa

I MURI DELL’ EUROPA, UN RITORNO AL PASSATO

Posted by on Nov 24, 2021 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su I MURI DELL’ EUROPA, UN RITORNO AL PASSATO

I  MURI  DELL’ EUROPA, UN RITORNO AL PASSATO

                                           Un dramma umanitario quello che si sta consumando, in un clima di incredulità, al confine tra Bielorussia e Polonia, nel cuore dell’Europa. Da alcuni mesi il governo di Minsk spinge con sempre maggiore pressione migliaia di migranti verso la frontiera polacca, con il raccapricciante obiettivo di alimentare tensioni e pressioni non solo sulla vicina Polonia, ma sull’Unione europea. Un popolo di disperati provenienti dal Medio Oriente, dall’Afghanistan o dalla Siria, viene usato come un’arma, una barbara ritorsione, come risposta della Bielorussia alle sanzioni europee dovute al non riconoscimento della vittoria elettorale di Lukashenko nell’agosto 2020 e del suo regime autoritario, artefice di una dura repressione esercitata senza tregua nei confronti dell’opposizione.    E’ stata creata una rotta migratoria artificiale percorsa da migliaia di migranti che, scortati dalle guardie di frontiera bielorusse, raggiungono il confine con la Polonia, porta d’ingresso dell’Unione europea, con la speranza di una vita migliore. Ma la frontiera polacca è ermeticamente chiusa e protetta con una recinzione di filo spinato a difesa della quale sono stati schierati oltre 12.000 soldati, 4.500 guardie di frontiera, 2.000 agenti di polizia. Varsavia ha proclamato lo stato di emergenza, respingendo i migranti con pratiche contrarie al regolamento di Dublino e al diritto internazionale. In questa striscia di terra di frontiera si sta dipanando una profonda crisi umanitaria, si sta giocando una tragica partita sulla pelle di persone, uomini, donne e bambini, vittime di un gioco politico al massacro: prima illuse dalla Bielorussia e poi umiliate e scacciate da Varsavia. Unico loro torto quello di fuggire dai conflitti e dalla morte e di aver creduto in un futuro diverso. Una vicenda disumana, dai toni aberranti. Il governo polacco sta di fatto cercando di utilizzare il flusso migratorio dalla Bielorussia in maniera strumentale, non solo per accrescere il consenso politico all’interno del gruppo di Visegrad, ma -erigendosi a paladina dei confini dell’Ue- anche per allentare le forti tensioni con Bruxelles sullo stato di diritto. Superare cioè il profondo solco giurisprudenziale causato dalla recente sentenza della Corte costituzionale polacca che, stabilendo che alcune disposizioni del Trattato sull’Unione europea (Teu) sono illegittime perché incompatibili con la Costituzione della Polonia, ha clamorosamente respinto il primato del diritto comunitario sulla legislazione nazionale. In particolare, secondo i giudici costituzionali polacchi, gli organi dell’Ue, in primis la Corte di giustizia, non dispongono del potere di stabilire come debba essere organizzato il potere giudiziario negli Stati membri dell’Unione. Varsavia ha voluto sfidare la visione sovranazionale dell’Ue che sta alla base del Trattato istitutivo: ”l’Unione è una comunità di valori e di diritto”, si fonda sulla condivisione da parte degli Stati membri degli stessi principi e assetti costituzionali. Lo ha ribadito con una dura presa di posizione la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, sottolineando come lo stato di diritto sia “il collante della democrazia europea”. Per la Polonia, che non ha sospeso l’applicazione della riforma (politica) della magistratura, è stata attivata una procedura d’infrazione, oltre a gravose sanzioni e al congelamento dei fondi comunitari. E’ in atto una guerra istituzionale fra Bruxelles e Varsavia. E a farne le spese in questa guerra sono i tanti migranti che bussano alle porte dell’Europa per trovare un rifugio sicuro. Ma è buio fondo. Mentre Minsk spinge a destabilizzare l’Ue con una strategia aggressiva ai suoi confini, Varsavia rilancia con particolare sprezzo dei diritti umani, sempre più calpestati e negati, una politica di rigida chiusura a ogni flusso migratorio. E invece di campi profughi costruisce muri. Un muro frontaliero di oltre 200 chilometri, alto quasi sei metri, per fermare, in nome del “superiore interesse nazionale”, tanti disperati. La costruzione del...

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L’EREDITA’ POLITICA DIFFICILE DI ANGELA MERKEL

Posted by on Ott 10, 2021 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’EREDITA’ POLITICA DIFFICILE DI ANGELA MERKEL

L’EREDITA’ POLITICA DIFFICILE DI ANGELA MERKEL

Con il rinnovo del Bundestag, Angela Merkel, “la ragazza venuta dall’Est”, si avvia a uscire di scena. Si chiude un’era. Una storia politica da manuale, una statista di grande capacità che, in sedici anni di cancellierato, ha saputo attraversare tempi difficili, impersonando per la Germania la rinascita della nazione dopo la caduta del muro di Berlino e per l’Unione europea una preziosa bussola di riferimento. Dopo un’infanzia trascorsa nella Ddr, figlia di un pastore luterano, laurea in fisica a Lipsia, Angela Dorothea Kasner, alle prime elezioni post riunificazione nel dicembre 1990, a soli 36 anni, si guadagna un posto al Bundestag. E’ l’inizio di una travolgente ascesa politica. Nel 1994, su designazione del potente cancelliere Helmut Kohl, è nominata ministro per la Famiglia e poi dell’Ambiente, nel 1998, a seguito degli scandali finanziari e della sconfitta elettorale di Kohl di fronte all’avanzata della Spd di Gerhard Schroder, assume la presidenza della Cdu. Nel novembre 2005 il grande salto: sfida e vince, anche se di misura, il cancelliere uscente Schroder, ripristinando quella “Grosse Koalition” , che la Germania Federale aveva già sperimentato negli anni Sessanta, per garantire la stabilità istituzionale in una fase politica di grandi crisi e di profonde trasformazioni sociali ed economiche.  Inizia una esaltante stagione politica e con essa la trasformazione dell’ambiziosa ragazzina dell’Est: diventa “Mutti”, la madre severa ma rassicurante, silenziosa sovrana, quasi invisibile nelle sue mise scialbe e anonime, che “sotto la scorza mite e accomodante è fatta dello stesso acciaio con cui i Krupp fabbricavano cannoni e locomotive per tutti gli imperi d’Europa”. Ne fanno le spese gli alleati di governo. Prima la Spd, che crolla alle elezioni del 2009, quindi i liberali, che collassano nel 2013. Da qui il poco invidiabile soprannome guadagnato sul campo di “Schwarze Witve” (Vedova nera). Conservatrice con l’aria di sembrare progressista, Angela Merkel ha navigato con perizia per quattro mandati. Precisi i segni caratteristici della sua politica, prudente e riflessiva: abilità nel compromesso, tenacia nelle battaglie, capacità di manipolare l’agenda dei suoi interlocutori (alleati, avversari, leader stranieri). Ha affrontato non poche bufere politiche, dall’emergenza profughi all’ambiente, dai rapporti con Cina e Russia agli estremismi di destra. Senza ignorare le trattative sul nucleare iraniano, i discussi accordi fra Ue e Turchia, l’autorevole contributo al Recovery Fund per salvare l’Europa devastata dal Covid. Il suo cancellierato ha coinciso con un riposizionamento della Germania sul piano internazionale con un ruolo ancora più forte e consapevole. La leadership di Angela Merkel ha così contrassegnato un’epoca politica da rendere la sua eredità piena di incognite. Lascia una Germania che sta vivendo il suo secondo miracolo economico, molto diversa da quella avuta in consegna nel 2005 dal suo predecessore, considerata “il malato d’Europa”. Nonostante la pandemia, oggi la disoccupazione è la metà di quella di sedici anni fa, il pil pro-capite è cresciuto due volte più velocemente di quello inglese, francese o giapponese. Importante l’azione svolta da Angela Merkel anche per l’Europa. Ha salvato il Trattato costituzionale sottoscritto a Roma nell’ottobre 2004 dai capi di Stato o di governo dei 25 Paesi dell’Ue, bocciato dagli elettori francesi e olandesi, trasferendone una buona parte nel Trattato di Lisbona. Ha garantito la copertura politica del “whatever it takes” dell’allora presidente della Bce Mario Draghi, per contrastare la speculazione contro l’euro, evitando il collasso finanziario di alcuni Paesi fortemente indebitati, fra cui l’Italia. Un forte europeismo non disgiunto da un convinto multilateralismo. Tante luci, ma anche alcune ombre nel lungo cancellierato di Angela Merkel. Non promuove riforme significative dell’economia tedesca, beneficiando di quelle introdotte da Schroeder attraverso i quattro Piani Hartz, limitandosi a consolidarle. In realtà, il...

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SVIZZERA-UE, ACCORDO SALTATO: ISOLAZIONISMO?

Posted by on Giu 29, 2021 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su SVIZZERA-UE, ACCORDO SALTATO: ISOLAZIONISMO?

SVIZZERA-UE, ACCORDO SALTATO: ISOLAZIONISMO?

Così vicina, ma sempre più lontana. Dopo oltre un decennio di negoziati con l’Unione europea per concludere una sorta di mini adesione allo spazio comunitario, la Svizzera ha deciso, in via unilaterale, di lasciare il tavolo delle trattative. E’ saltato l’accordo istituzionale per riorganizzare il complesso mosaico di 120 accordi bilaterali che regolano le relazioni fra Bruxelles e Berna dal 1992, da quando cioè la Svizzera decise di non entrare nello Spazio Economico Europeo a seguito del no espresso sia dalla popolazione che dai cantoni.  Importanti i punti sui quali è mancata l’intesa: dal dumping salariale alla libera circolazione delle persone, da intendere per la Svizzera “condizionata”, soltanto per i dipendenti e le loro famiglie, per l’Ue estesa a tutti i cittadini. “Un cambio di paradigma nella politica migratoria svizzera, con conseguenze per l’accesso all’assistenza sociale”, ha affermato il ministro degli esteri della Confederazione elvetica, il ticinese Ignazio Cassis.   Fumata nera dunque per un accordo quadro che aveva lo scopo di “rafforzare e sviluppare” per il futuro l’accesso della Svizzera al mercato interno dell’Ue in termini di equità e certezza del diritto, con il rispetto delle stesse regole e degli stessi obblighi degli altri partner europei. Un cambiamento radicale nelle relazioni con l’Europa grazie alla prevista introduzione del principio del recepimento dinamico del diritto e all’istituzione di una procedura di composizione delle controversie assegnata a un tribunale arbitrale, con l’assistenza della Corte di Giustizia Ue. Restano in vigore l’Accordo di libero scambio siglato 50 anni fa e gli accordi bilaterali che hanno garantito a Berna una certa autonomia a fronte di un accesso privilegiato al mercato unico. Ma si tratta, secondo il commento della Commissione europea, di una relazione destinata a “erodersi”, perché “man mano che cambieranno le regole europee o andranno a scadenza i vecchi accordi decadranno gli accordi medesimi nei settori specifici senza possibilità di essere rinnovati”. In particolare, settori a rischio per Berna sono quelli agroalimentare e dell’energia. Al rammarico espresso a Bruxelles per la rottura dei negoziati, a Berna si conferma la volontà di non interrompere il dialogo affinchè la Svizzera possa continuare a cooperare in ambiti come la ricerca che non riguardano l’accesso al mercato comune. “La Svizzera, ha precisato Cassis, farà la sua parte in ambiti di interesse comune, come la migrazione, la difesa dei diritti umani, la protezione del clima, la tutela dell’ambiente, la lotta alla povertà nel segno della solidarietà.” Rilanciare, in mancanza di un accordo quadro, la “via bilaterale” attraverso un dialogo politico su problemi specifici nella consapevolezza che la politica europea figura in cima alla lista delle priorità della politica estera della Svizzera. Ma al di là delle pur lodevoli dichiarazioni d’intento, permangono sul tappeto i problemi di sempre: la libera circolazione delle persone senza attività lucrativa, la protezione dei salari, gli aiuti di Stato, il recepimento della legislazione europea nell’ordinamento giuridico svizzero, il ruolo arbitrale della Corte di Giustizia, lo svilimento della sovranità. Problemi rilevanti che anni di negoziato non hanno rimosso del tutto. Il Consiglio federale è consapevole che la mancata conclusione dell’accordo porterà con sé effetti negativi. Le ripercussioni vanno dal piano economico ai programmi di ricerca passando per il mercato energetico, con forti ricadute anche nei rapporti con l’Italia. L’Ue è il primo partner commerciale per Berna con un valore pari al 42% delle sue esportazioni e al 50% delle sue importazioni. A livello europeo gli scambi con la Svizzera sono stimati intorno al miliardo al giorno. Il Consiglio federale ha da tempo pianificato misure di attenuazione volte a mitigare le conseguenze negative, tra cui quelle relative ai dispositivi medici per la sicurezza degli approvvigionamenti...

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LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA

Posted by on Apr 18, 2021 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA

LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA

Quale futuro per l’Europa? In un mondo in radicale trasformazione, alle prese con la crisi provocata dalla pandemia, un’Unione Europea che invecchia e che ancora non riesce a parlare con una sola voce sullo scacchiere internazionale e fatica a trovare la propria identità istituzionale, il proprio posto nel nuovo ordine mondiale in via di costruzione. Un orizzonte politico incerto in uno scenario segnato dall’espansionismo economico della Cina che insidia la supremazia globale degli Stati Uniti, dalla presenza minacciosa di Russia e Turchia in zone calde del Nord Africa e in Medio Oriente, dagli ingovernabili flussi migratori legati a condizioni di libertà e di povertà, oltre che dai tanti focolai di guerra.      A distanza di quasi vent’anni dal tentativo di Valery Giscard d’Estaing di varare una “Costituzione europea” per la riforma dell’Unione, miseramente fallito con il doppio no referendario in Francia e in Olanda, a Bruxelles, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente di turno dell’Ue, il portoghese Antonio Costa, hanno firmato la dichiarazione congiunta che promuove la Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFuE). E’ l’avvio formale a un processo di consultazione tra i cittadini europei per conoscere, attraverso conferenze plenarie e panel nazionali e locali nei prossimi dodici mesi, “come costruire un’Europa più resiliente”. Un percorso comunitario non facile, tutto in salita, all’ombra di striscianti compromessi istituzionali, con tanti equilibri da salvaguardare, a cominciare dalla presidenza della Conferenza. L’idea dell’Europarlamento era di affidarla al liberale Guy Verhofstadt ma, per le sue propensioni troppo federaliste non gradite agli Stati nazionali, si è preferito puntare sui vertici comunitari. Il vero “punto dolente” resta da sempre la questione della sovranità nazionale. Illuminante a riguardo il discorso del premier Draghi al Senato in occasione del suo insediamento. “Non c’è sovranità nella solitudine, la sovranità non garantisce l’autosufficienza in quanto le norme non sostituiscono la realtà, soprattutto in un’epoca di interdipendenze. Si può essere (formalmente) sovrani ma (materialmente) dipendenti da altri.” Costruire cioè un’Europa federale con sovranità divisa tra gli Stati nazionali e le istituzioni sovranazionali. “Gli Stati nazionali, secondo la visione di Draghi, rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa.” In definitiva, non si tratta di opporre lo stato europeo allo stato nazionale, ma di comporre, all’interno di un unico quadro istituzionale e legale, sovranità diverse esercitate democraticamente ai diversi livelli di governo. Le conclusioni della Conferenza, previste per la primavera del 2022, tracceranno la strada dell’Europa del futuro, chiarendo dubbi e contrasti di pensiero. Inedita nel suo genere, la Conferenza, che si aprirà ufficialmente il 9 maggio in occasione della Festa dell’Europa, “è un esercizio democratico panaeuropeo ambizioso, che crea un nuovo spazio pubblico per un dibattito aperto, inclusivo e trasparente su una serie di priorità e sfide importanti. Una serie di dibattiti e discussioni avviati su iniziativa degli stessi cittadini che consentiranno a chiunque in Europa di condividere le proprie idee e contribuire a plasmare il nostro futuro comune.” L’obiettivo di fondo è quello di portare l’Europa oltre le sue capitali, raggiungendo tutti gli angoli dell’Ue per rafforzare il legame tra i cittadini europei e le istituzioni al loro servizio attraverso una moltitudine di eventi organizzati in tutta l’Unione tramite una piattaforma digitale interattiva multilingue. Vasto il ventaglio dei possibili argomenti da trattare: salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’Ue nel mondo, il rafforzamento dei processi democratici che governano l’Unione, i flussi migratori, la sicurezza, i diritti e lo Stato di diritto, la solidarietà intergenerazionale, l’economia al servizio dei cittadini.  Si punta in alto: conferire...

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L’UNIONE EUROPEA E IL VOTO AMERICANO

Posted by on Nov 17, 2020 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’UNIONE EUROPEA E IL VOTO AMERICANO

L’UNIONE EUROPEA E IL VOTO AMERICANO

In attesa che la parola fine venga scritta sullo psicodramma delle elezioni presidenziali americane, l’Europa s’interroga sul futuro rapporto con il 46esimo presidente degli Stati Uniti, il democratico Joe Biden. Sta per iniziare una nuova stagione politica dopo la presidenza Trump caratterizzata da un unilateralismo conflittuale senza precedenti che ha segnato le relazioni internazionali con politiche incerte e aggressive, insofferenti al dialogo multilaterale. Negli ultimi quattro anni, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale un presidente degli Stati Uniti ha messo in dubbio il suo supporto, non solo militare, al sistema di difesa collettiva della Nato, ha trattato l’Unione europea come un avversario in ambito commerciale con la “guerra dei dazi”, ha indebolito le istituzioni e gli accordi multilaterali che sono la colonna portante del diritto internazionale. Con l’uscita di scena di Donald Trump e la sconfitta del populismo nazionalista, quale alba sta spuntando su Washington? Quale sarà il futuro corso della storia fra Stati Uniti e Vecchio Continente? Da qui al 20 gennaio, quando il presidente eletto presterà giuramento e si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca, ci sarà spazio per approfondire i temi della campagna elettorale e capire in concreto il ruolo strategico che gli Stati Uniti intendono svolgere nei prossimi anni sullo scacchiere mondiale. Gli analisti si aspettano una riaffermazione delle alleanze tradizionali, ma in una versione al passo con i tempi, di modo che siano “un po’ meno reliquie della guerra fredda del passato, e più strumenti internazionali da difendere contro l’intero spettro delle sfide in materia di sicurezza del XXI secolo”. E la pandemia da coronavirus dovrebbe insegnare qualcosa. Joe Biden ha più volte chiarito nei suoi interventi elettorali di voler rovesciare quattro anni di politica estera isolazionista degli Stati Uniti sotto un nuovo slogan: “Ripristinare la leadership americana”, nel tentativo di ricucire strappi e rapporti anche con l’Europa lacerati dal nazionalismo trumpiano. Rapporti che plausibilmente non avranno più i caratteri di un tempo.   Ristabilire multilateralismo e internazionalismo e accantonare il protezionismo non sarà impresa facile, anche se si percepisce qualche elemento positivo. Nell’impostazione programmatica dell’ex vice di Barack Obama c’è l’idea che l’Occidente debba affrontare unito le sfide globali, dai problemi legati al riscaldamento alle tante criticità nella gestione più ordinata dell’economia e della globalizzazione, oltre ai problemi di sempre: migrazioni e terrorismo internazionale. Dovrà dunque cambiare la strategia americana verso i tradizionali alleati europei per rilanciare con forza una leadership mondiale in termini di credibilità offuscata dal trampismo. “America First” ha reso l’America sola, isolata, non ascoltata. Un’eredità difficile quella lasciata da Trump al futuro inquilino della Casa Bianca: il recupero dei rapporti con l’Ue e con la Nato, il rientro negli accordi internazionali come quello di Parigi sul clima e quello sul nucleare iraniano, il rientro nelle Agenzie dell’Onu (l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Unesco, la Commissione sui diritti umani), oltre ai temi caldi della politica mediorientale (processo di pace fra Israele e Palestina), i focolai di guerra in Iran e Arabia Saudita, la questione libica e, dulcis in fundo, la crisi della Turchia di Erdogan. La storia dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa è una storia articolata e complessa, lunga di secoli, iniziata con un protagonismo europeo cui si è progressivamente sostituito quello americano nel secolo scorso con l’intervento militare nelle due guerre mondiali per ristabilire la pace e la democrazia, sostenendo con il Piano Marshall degli Anni 50 la ricostruzione del Vecchio Continente finito in macerie e il suo processo di pacifica integrazione quale argine occidentale alle minacce sovietiche. Dopo le tensioni e le oscillazioni isolazioniste dello “zio matto d’America”, si tratta ora di riprendere il...

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L’ EUROPA DEL POST COVID

Posted by on Lug 29, 2020 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’ EUROPA DEL POST COVID

L’ EUROPA DEL POST COVID

La quiete dopo la tempesta. Al termine di un burrascoso negoziato sul “Piano per la ripresa” post Covid-19, l’Europa ha voltato pagina. Fra luci e ombre, raggiunto a Bruxelles un faticoso compromesso, l’ennesimo nella tormentata storia dell’Ue, racchiuso in 67 pagine firmate dai 27 Capi di Stato e di Governo del Consiglio europeo, dense di speranze per il futuro, ma con incognite giuridiche e politiche che certamente segneranno il dibattito comunitario sul piano istituzionale nei prossimi anni. Due i nodi più controversi del negoziato: da una parte l’ammontare delle risorse finanziarie a carico di un debito comune, articolato fra sussidi e prestiti, e dall’altra le condizioni per il controllo della spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse.  Confermata la dotazione originaria di 750 mld di euro del Fondo proposta dalla Commissione ma con una nuova ripartizione: 390 mld di sussidi a fondo perduto (non più 500) e 360 di prestiti (non più 250). In particolare l’Italia, la maggiore beneficiaria del Recovery Fund, e per questo “osservata speciale” a livello comunitario, porterà a casa in totale 208,8 miliardi di euro, di cui 127,4 come prestiti (rispetto ai 90,9 proposti dalla Commissione) e 81,4 miliardi di euro come sussidi a fondo perduto (poco meno rispetto ai 90 iniziali).  Per tacitare ogni protesta, ai Paesi “frugali” del Nord sono stati concessi ulteriori sconti (“rebates”) alla contribuzione del bilancio europeo. Per la governance della spesa collegata ai “Piani nazionali di ripresa” degli Stati membri, respinta la richiesta olandese del “diritto di veto” all’interno di un complesso meccanismo di controllo.    “Una intesa storica all’insegna della solidarietà e non dell’austerità”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel. C’è la nascita di un “debito europeo comune” e di nuovi strumenti di politica economica per fronteggiare la profonda crisi economica provocata dalla pandemia. L’Unione europea si avvia a diventare un’entità “statuale” che si indebita, distribuisce fra i suoi cittadini le risorse che raccoglie sul mercato e ha potere di prelievo fiscale nella previsione di una inderogabile autonoma fiscalità per liberarsi da una governance intergovernativa inefficiente, non trasparente e divisiva blindata dal Consiglio europeo. Restano sul tappeto le incertezze legate alla tempistica degli interventi reali. L’accordo dovrà superare tre importanti step: la ratifica nazionale da parte degli Stati membri dell’Unione, il negoziato comunitario dei Piani nazionali in linea con le “raccomandazioni” Ue, il voto di approvazione del bilancio da parte del Parlamento di Strasburgo. Un percorso tutto in salita. Il Fondo per la ripresa distribuirà risorse tra il secondo semestre 2021 e il 2023, e rimarrà in vita fino al 2026. Il rimborso dei prestiti deve iniziare l’anno successivo. I Ventisette dovranno mettersi d’accordo per garantire al bilancio comunitario nuove risorse proprie (imposta sugli imballaggi in plastica non riciclati, digital tax europea, imposta sulle transazioni finanziarie). Per l’Unione europea un passaggio delicato in attesa di prendere il largo verso un orizzonte politico nuovo che faccia finalmente pulizia del dumping fiscale in qualche Paese “frugale” (Olanda) e delle infrazioni allo Stato di diritto in qualche Paese di Visegrad (Ungheria). E sarà il D-Day della nuova Europa. Sarà la risposta a un sovranismo che “continua a non comprendere il funzionamento di un sistema ad alta interdipendenza come l’Unione europea per raggiungere obiettivi convergenti”, ha commentato il politologo Sergio Fabbrini sulle colonne del Sole24Ore. “Ogni leader sovranista guarda all’Ue dal buco della sua serratura nazionale. Per i sovranisti al governo nei Paesi dell’Europa dell’Est, si tratta di preservare la quota di aiuti europei che ricevono, per gestirli in piena autonomia, per i sovranisti all’opposizione nel resto dell’Europa, si tratta di denunciare ogni accordo come tradimento degli interessi...

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