RECOVERY FUND, AIUTI EUROPEI PER L’ITALIA
Fervono intensi sotto il cielo d’Europa negoziati e contatti politici a pochi giorni dall’importante vertice del Consiglio europeo di Bruxelles del 17-18 luglio dedicato al nuovo bilancio comunitario a cui dovrebbe essere associato il Recovery Fund. E’ il piano “Next Generation EU” varato dalla Commissione europea per supportare la ripresa economica dell’Ue: 750 miliardi di euro fra prestiti (250 mld) e contributi a fondo perduto (500 mld) destinati ai Paesi e ai settori più colpiti dall’impatto economico del Covid-19. Nessuno assistenzialismo, nessuna torta da spartire. Gli aiuti europei saranno vincolati alla realizzazione di riforme e investimenti indicati nei Piani nazionali degli Stati membri in linea con le “raccomandazioni” Ue. Negoziati difficili per la presenza sul tappeto di interessi contrastanti e temi a forte impatto per il futuro dell’Unione in termini di integrazione. Si tratta di trovare il giusto equilibrio fra prestiti e sussidi, fra budget comunitario e controllo dell’uso delle risorse comunitarie. Un’operazione che alimenta forti tensioni fra i governi nazionali sempre più divisi fra il rigore di alcuni (i Paesi “frugali” del Nord e i “sovranisti” del gruppo di Visegrad) e le necessità di altri (i Paesi colpiti dalla pandemia). Una situazione complessa che, nonostante le sollecitazioni del premier Conte e del suo collega spagnolo, difficilmente troverà un accordo definitivo in settimana fra i 27 Capi di Stato e di Governo. E’ in gioco uno dei principi fondanti dell’Ue, la solidarietà. Un principio completamente stravolto dal Covid-19 nel segno della diffidenza fra i Paesi Ue e della miope convergenza di interessi immediati, condizionata dai consensi elettorali. La battaglia sui numeri del bilancio 2021-2027 e sulla dotazione del Recovery Fund farà chiarezza sulle opzioni politiche dell’Unione del futuro per evitare pericolose fughe in avanti. Un chiarimento istituzionale tra quegli Stati membri a cui basterebbero il mercato unico, il dumping fiscale e gli egoismi nazionali e gli altri che, attraverso una “fiscalità europea coordinata”, si battono per una politica economica comune a supporto di una moneta unica, nell’ottica di un reale processo di integrazione. Dallo scorso 1° luglio la Germania ha assunto la presidenza di turno dell’Ue. Per sei mesi la leadership europea sarà nelle mani del governo tedesco in un momento particolarmente tumultuoso nella vita delle istituzioni comunitarie. La congiuntura politica, economica e sociale è tra le più drammatiche della storia europea: spetterà alla granitica “ragazza dell’Est” Angela Merkel, nella parte finale del suo lungo mandato di 15 anni alla Cancelleria federale, contribuire a dare una risposta concreta alla profonda crisi dell’Unione europea già segnata dalla vicenda Brexit e ora dalla pandemia, con l’economia inceppata come neppure la crisi finanziaria del 2008 aveva fatto. Un quadro complesso in un contesto internazionale connotato dall’ambiguità politica degli Stati Uniti di Trump e dall’aggressività economica della Cina di Xi Jinping. Secondo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale (FMI), il Prodotto interno lordo è in caduta libera attorno al 10% nell’Ue e al 12% in Italia; i debiti pubblici degli Stati membri in continua ascesa, con l’Italia sulla soglia del 160% sul Pil. Le conseguenze sociali sono da brivido. Vi è perciò una grande aspettativa sul semestre tedesco e su una leadership strategica che, promuovendo una governance politica dell’Ue più solidale e inclusiva con minore rigorismo finanziario, sappia finalmente rilanciare il ruolo sovranazionale con tratti federali dell’Ue e prendere decisioni cruciali di ampio respiro storico sul futuro economico-sociale europeo. E la prima sfida per Angela Merkel, superando ostilità e veti incrociati, è l’approvazione del Recovery Fund. Una road map comune per il rilancio dell’Ue in nome dei suoi principi fondanti: solidarietà, coesione e convergenza. Un Piano di recupero del quale l’Italia...
Read MoreRECOVERY FUND, IL RISVEGLIO DELL’EUROPA
La “bella addormentata nel bosco” si è svegliata. L’Europa, superando ogni colpevole ritardo, quasi una latitanza, ha preso atto dei guasti prodotti dal coronavirus sui sistemi sanitari ed economici. Dalla Commissione europea di Ursula von der Leyen è arrivato un messaggio chiaro: “trasformare l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando la ripresa economica, ma anche investendo nel nostro futuro”. Riparare e preparare per la prossima generazione. E il Piano europeo “Next Generation EU”, con il potenziamento mirato del bilancio a lungo termine dell’Ue, è la risposta ambiziosa di Bruxelles a una crisi senza precedenti: 750 miliardi di euro fra prestiti (250 mld) e contributi a fondo perduto (500 mld) destinati ai Paesi e ai settori più colpiti dall’impatto economico del Covid-19. Tre gli ambiti dell’intervento comunitario: sostegno agli Stati membri per strategie di sviluppo e riforme strutturali, impulso agli investimenti privati, contributo ai programmi di prevenzione, alla ricerca e all’approvvigionamento di materiale sanitario. Il tutto per un’Europa green, digitale e resiliente. Misure economiche importanti che si aggiungono a quelle in materia di politiche di bilancio (stop al Patto di stabilità) e di aiuti di Stato alle imprese per rafforzare il ruolo trainante che l’Unione europea è intenzionata a svolgere nel promuovere un diffuso ed equilibrato sviluppo economico e sociale. Nessuno assistenzialismo, nessuna torta da spartire. Gli aiuti europei saranno vincolati alla realizzazione di riforme e investimenti indicati dagli Stati membri nei Piani nazionali in linea con le “raccomandazioni” Ue e saranno erogati in tranche legate ai target raggiunti nel periodo 2021-2024. Miliardi di euro in sussidi e prestiti non saranno cioè distribuiti senza che vi sia un controllo sulla spesa e una sorveglianza sui risultati ottenuti, e questo per “evitare un ulteriore allargamento delle disparità tra le regioni e tra i Paesi”. Obiettivo di fondo la ripresa economica dell’Ue nell’ambito di un processo di modernizzazione proiettato verso un futuro di importanti passaggi internazionali. Per poter finanziare il Recovery Fund, sub iudice del Consiglio europeo il prossimo 18 giugno, la Commissione procederà alla emissione di titoli di debito a lunga scadenza (2028-2058) garantiti dall’Ue: eurobond emessi non per mutualizzare vecchi debiti dei vari Stati, ma per fronteggiare le nuove spese del bilancio comunitario, espressione di una “embrionale” finanza pubblica federale. Il debito obbligazionario, secondo la proposta della Commissione, sarà coperto da un aumento delle risorse comunitarie fino al 2% del reddito nazionale lordo con entrate in arrivo dalla plastic tax, dalla web tax, dalle tasse sulle emissioni e dalle grandi multinazionali. Del “Piano di recupero” europeo l’Italia è il Paese maggiore beneficiario: la quota fondi ammonta a 172,7 mld di euro, di cui circa 82 versati come aiuti a fondo perduto, a fronte di un contributo finanziario di 56 mld di euro al bilancio Ue. Il trasferimento netto dall’Europa sarà quindi di 26 mld di euro, pari all’1,5% del Pil, in tre anni. Un sussidio che al di là della sua esiguità rispetto ai danni del virus ha un preciso significato sul piano politico (è stata accolta a Bruxelles la richiesta dell’Italia) e su quello economico-finanziario (è diminuito sui mercati il costo del debito italiano). Spetta ora al nostro Governo, dopo aver risolto la querelle del Mes, elaborare il Piano nazionale per la ripresa da sottoporre entro settembre a Bruxelles per la sua approvazione. Diversi gli spazi di azione: riguarderanno il sistema sanitario, il mondo del lavoro e relative protezioni, la liquidità delle imprese, la digitalizzazione, il green, la ricerca, l’innovazione, i trasporti pubblici, la gestione dei rifiuti, le infrastrutture. Dulcis in fundo, il sistema giudiziario, la riforma fiscale e l’efficienza della pubblica amministrazione con tagli alla...
Read MoreBREXIT DAY, LONDRA ADDIO.
Dopo 47 anni di vita comunitaria, non sempre facili, è giunto il giorno dell’addio del Regno Unito dalla Unione europea. Allo scoccare della mezzanotte di oggi 31 gennaio la Manica separerà anche politicamente la Gran Bretagna dall’Europa. Fra passato e presente, la storia ci consegna due volti: quello di Sir Winston Churchill, illuminato premier britannico degli Anni Quaranta, ideatore degli Stati Uniti d’Europa (discorso all’Università di Zurigo-1946) e quello di Boris Johnson, gigionesco uomo politico del Terzo Millennio, contestato “artefice” del divorzio. Dalla lungimiranza storico-politica dello statista, Premio Nobel nel 1953, alla miopia ciarlatana dell’ex Sindaco di Londra per far rivivere, nel nome di un anacronistico sovranismo, lo “splendido isolamento della perfida Albione”. L’orologio della storia porta indietro nel tempo le lancette della ragionevolezza e dello spirito unitario dei Padri fondatori dell’Europa che, dopo i lutti e le distruzioni della seconda guerra mondiale, disegnarono per i popoli del Vecchio Continente un comune percorso di pace e di progresso, lontano dalle divisioni del passato segnate da sanguinosi nazionalismi e totalitarismi. Era l’alba di un’Europa unita, l’Europa delle comuni radici storiche e culturali, espressione degli stessi ideali e degli stessi principi di una millenaria civiltà. Bye bye London. Niente sarà come prima, il grigio fumo di Londra si avvia a ingiallire il quadro geopolitico che aveva preso forma con i colori della speranza nel secondo dopoguerra. Una brutta pagina di storia per l’Europa, una brutta eredità per le future generazioni. ...
Read MoreBREXIT, ADDIO A ERASMUS?
“Rien ne va plus”. I giochi sono fatti: a fine mese sarà divorzio fra Regno Unito e Unione europea. Finisce, fra accuse e polemiche, una storia d’amore mai iniziata. La notte del 31 gennaio, una volta completato l’iter di ratifica parlamentare, il Big Ben suonerà a festa allo scoccare della Brexit, per la gioia del bizzarro premier britannico Boris Johnson che, dopo l’addio, intende chiudere entro il 2020 il periodo di transizione. “Salvo totale fallimento del buonsenso”, sul tappeto tanti problemi da risolvere: accordo di partenariato fra UK e Ue, circolazione dei cittadini europei, condizioni di mercato (dazi, dumping), confini irlandesi, controlli doganali, quota di budget Ue di 39 miliardi di sterline da versare a Bruxelles. Non ultima fra le questioni in sospeso c’è Erasmus, lo storico programma comunitario nato nel 1987 che offre la possibilità agli studenti universitari europei di effettuare in un altro Paese dell’Unione un periodo di studio, dai 3 ai 12 mesi, legalmente riconosciuto dalla propria Università. Dalla sua nascita ha coinvolto circa nove milioni di persone e nell’ultimo bilancio pluriennale comunitario, che va dal 2014 al 2020, è stato finanziato con 14,7 miliardi di euro. Ogni anno 400.000 persone tra studenti, insegnanti e altro personale girano per l’Europa grazie a Erasmus, “una svolta per 5 milioni di studenti europei, perché ha migliorato la loro vita personale e professionale, rendendo le università più innovative”. Nei giorni scorsi, mentre il mondo era distratto dagli stucchevoli annunci di Harry e Meghan, a Londra, la Camera dei Comuni ha confermato la volontà del governo britannico di mettere fine a Erasmus. Un voto che, per quanto atteso, ha suscitato reazioni di protesta sui social media da parte di studenti e accademici del Regno di Sua Maestà. “Una decisione miserabile, un furto alle giovani e future generazioni”, secondo il giudizio dello storico inglese Simon Shama. “Solo lo scambio e l’integrazione faranno il cittadino europeo di domani, non certo le chiusure e gli arroccamenti.” Un giorno molto triste, il commento generale, perché “se il progetto europeo in questi anni è cresciuto, se l’Unione, soprattutto tra le giovani generazioni, si è fatta concreta, lo si deve anche a iniziative di integrazioni culturale come l’Erasmus.” Il Governo britannico, in evidente caduta d’immagine per i furiosi commenti degli utenti online, ha ridimensionato la notizia, smentendo per ora l’addio a Erasmus, nonostante la secca bocciatura in Parlamento della mozione liberal-democratica a favore della sua regolare prosecuzione dopo Brexit: “l’accordo con l’Ue andrà rinegoziato”. Stando al comunicato ufficiale di Downing Street, il programma continuerà come previsto per il 2020, nessuna conseguenza sugli scambi in corso o su quelli che inizieranno a breve, poi si vedrà. Il timore è che Erasmus possa servire a Boris Johnson come “merce di scambio” nell’accordo commerciale con l’Ue. Sarebbe una rappresentazione squallida della integrazione culturale del Vecchio Continente attraverso i negoziati che dovranno regolamentare i futuri rapporti commerciali fra Uk e Ue. Un futuro ancora tutto da scrivere. Al post Brexit e al destino di Erasmus oltre Manica guardano con attenzione i due Atenei della provincia di Varese, molto attivi nel programma Erasmus. Dal 2000, 1300 studenti dell’Università degli Studi dell’Insubria (Varese e Como) hanno varcato il confine per un periodo di studio all’estero, lasciando il posto a 575 universitari europei. Per l’anno accademico in corso l’Università Insubrica ha offerto ai propri studenti più di 500 posti in quasi 200 Università dell’Ue. E aria europea si respira anche a Castellanza, alla LIUC che nel dicembre 2013 ha ottenuto dall’Unione europea l’ ”Erasmus Charter for Higher Education” (ECHE). Numerosi sono i partner universitari della LIUC in 22 Paesi dell’Unione per “offrire...
Read MoreBREXIT, L’ANNO ZERO DEL REGNO UNITO E DELL’ UNIONE EUROPEA
La Gran Bretagna ha deciso. Boris Johnson, con il voto del 12 dicembre scorso, ha vinto la sua scommessa: rinnovare il Parlamento per superare ostilità e incertezze e portare finalmente fuori dall’Unione europea il Regno di Sua Maestà Britannica, dopo il referendum del 23 giugno 2016. Il voto per la Brexit ha cancellato le gaffe e le contraddizioni di un personaggio gigionesco che, con una campagna elettorale di basso profilo, a volte di dubbio gusto, ha fatto sparire i tagli alla sanità e ai servizi fatti dai governi tories negli ultimi anni. Johnson ha “confezionato” l’euroscetticismo con una velenosa irriverenza, strombazzando con accenti populistici colpe reali o immaginarie nella tormentata relazione del Regno Unito con l’Ue. E ha catturato il consenso della gente terrorizzata dallo spauracchio di un europeismo federalista. Si chiude dunque la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Con un Pil alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee (Comunità economica europea) che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi spesso in crisi: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose e deflagranti la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa, con buona pace del pensiero di Winston Churchill, nonché l’opt-out dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter, caro a Jacques Delors, Presidente della Commissione europea. Una presenza ingombrante nell’Ue quella del Regno Unito, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico della Germania, uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione. Con l’uscita della Gran Bretagna l’Europa perde la più antica democrazia del mondo, la sua seconda economia, il 25% del suo Pil, perde la City, la sua prima piazza finanziaria, una grande potenza militare. Un difficile momento storico, sul quale pende minacciosa la richiesta del Parlamento scozzese di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. Una implicita richiesta di indipendenza della Scozia dal Regno Unito alla quale potrebbe seguire quella dell’Irlanda del Nord che preme per ricongiungersi con l’Irlanda. Un percorso in salita per i fragili equilibri politici interni all’Unione europea. L’incertezza regna sovrana! Come risponderanno i mercati? Quali gli effetti sull’import-export? Quale sarà l’andamento dei tassi di crescita? Per l’Europa un difficile banco di prova: selezionare priorità e interessi condivisi, rafforzare il debole spirito unitario, individuare un credibile assetto istituzionale, disegnare un equilibrato sviluppo economico per azzerate il diffuso euroscetticismo. Ma anche oltre Manica non mancano i problemi. L’accordo con Bruxelles sulla secessione è già stato firmato, sarà il nuovo Parlamento a maggioranza conservatore a doverlo approvare. Salvo imprevisti, il Regno Unito uscirà dall’Ue il 31 gennaio del 2020 e fino al 31 dicembre del prossimo anno dovrà sottostare alle regole europee. Undici mesi di tempo per negoziare con Bruxelles il futuro rapporto commerciale con l’Europa. Problemi spinosi sul tappeto: agricoltura, pesca, sicurezza, servizi finanziari. Oltre a quelli di carattere finanziario: una cambiale di 40 mld di euro da onorare per i contratti sottoscritti quale Stato membro dell’Unione per finanziare il bilancio comunitario, compresi i programmi di coesione e le spese amministrative. Non si esauriranno presto le conseguenze delle elezioni del Regno Unito...
Read MoreQUALE EUROPA PER IL FUTURO?
In attesa del problematico insediamento a Bruxelles della Commissione di Ursula von der Leyen, slittato al prossimo 1° dicembre, l’Ue prova a uscire dalla impasse in cui è finita per le molteplici sfide esterne generate dal contesto internazionale (dazi americani, ingerenza russa, pressioni cinesi, flussi migratori, Brexit) e per le tensioni interne legate alla conflittualità nel Consiglio europeo fra governi “sovranisti” e governi “unionisti”. Una situazione di grande criticità, un quadro politico incerto nel quale si colloca la proposta del Presidente francese Emmanuel Macron di una “Conferenza sul futuro dell’Europa” da convocarsi entro la fine dell’anno, illustrata nella “Lettera ai cittadini europei” del 4 marzo scorso. L’obiettivo è la “rifondazione del sistema comunitario in linea con le aspettative di partecipazione dei cittadini al cambiamento delle istituzioni per un consenso condiviso sul progetto europeo”. La Conferenza sarà l’occasione per affrontare alcuni dei problemi sul tappeto: governance, ripartizione delle competenze fra i livelli nazionali ed europeo, autonomia fiscale dell’Uem nell’ambito di un bilancio federale, piano di sviluppo sostenibile, mercato del lavoro europeo (contro il dunping salariale), ruolo dell’Ue nel mondo globalizzato. Uno spazio pubblico da riservare all’incontro fra democrazia rappresentativa (sistemi parlamentari) e democrazia partecipativa (società civile) per un dialogo finalizzato al rafforzamento del processo di formazione di una comune identità europea. La risposta al protagonismo delle sovranità nazionali. Sulla base di una dichiarazione congiunta del “triangolo istituzionale” (Parlamento, Commissione, Consiglio), la Conferenza, senza sostituirsi al ruolo delle istituzioni comunitarie, servirà da stimolo al dibattito sul futuro dell’Europa nella prospettiva di un generale consenso sulle scelte politiche. Un “processo costituente” per sciogliere i nodi delle debolezze dell’Ue attraverso la riforma dei Trattati e cancellare prerogative e regole (diritto di veto) che bloccano l’integrazione dell’Unione. Sarà un passaggio particolarmente delicato per il futuro dell’Europa. Lo rileva con puntuali argomentazioni Luisa Trumellini, Segretaria nazionale del Movimento Federalista Europeo (MFE), nell’ultimo numero della rivista politica “Il Federalista”. “Il primo confronto che dovrà aprirsi all’interno della Conferenza sarà politico-culturale, tra le due visioni diverse del mondo e della politica, e quindi dell’Europa. L’Europeismo del XXI secolo ha una visione molto più politica, e punta a superare la limitata prospettiva europea del XX secolo che si è costruita dopo Maastricht e dopo la riunificazione tedesca.” In discussione, secondo la Trumellini, “il concetto del modello che teorizza una politica, intesa in termini decisionali, confinata all’interno dello Stato nazionale per accompagnare il gioco delle forze della libera competizione economica e commerciale sui mercati globali, pur in un quadro di cooperazione tra partner a livello europeo”. In un mondo globalizzato, in cui arretrano le democrazie e vacillano i mercati liberi sotto la spinta di manovre aggressive, l’Europeismo del XXI secolo rivendica un’Europa che diventi un vero soggetto politico, un’istituzione sovrana capace di fare politica, di decidere e di agire. “In questa visione l’Europa rappresenta il solo livello di governo con il quale sarà possibile per i cittadini europei recuperare il controllo dei processi storici, economici e tecnologici in atto e rilanciare il ruolo della politica, dello Stato e quello dell’identità, propedeutica alla coesione sociale.” Il punto dirimente prioritario da affrontare, secondo il MFE, dovrà essere quello della rifondazione dell’Unione europea su due livelli di integrazione, fondati sulla diversa volontà degli Stati membri di partecipare a una unione politica sovranazionale che emergerà dal dibattito (“Europa a più velocità”). Una Unione coesa attorno a un centro di gravità politico di natura federale che la rafforzi e la stabilizzi nella consapevolezza che l’antidoto alle derive nazionaliste e alle pericolose fughe in avanti è il rilancio dell’integrazione europea, che deve assumere presto uno slancio politico diverso. ualeLa sovranità europea condivisa e l’interdipendenza...
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