Sull’Europa

L’ADDIO DI MARIO DRAGHI ALLA BCE  

Posted by on Nov 7, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su L’ADDIO DI MARIO DRAGHI ALLA BCE  

L’ADDIO DI MARIO DRAGHI ALLA BCE  

Dopo otto anni Mario Draghi lascia la Banca centrale europea, la massima autorità di politica monetaria dell’Ue, unica istituzione sovranazionale. Nell’Eurotower di Francoforte, alla presidenza della Bce siederà da oggi la francese Christine Lagarde, già ai vertici del Fondo monetario internazionale. Esce di scena il difensore dell’Euro la cui politica monetaria espansiva alla guida della Bce ha rappresentato un’ancora di salvezza per la stabilità dell’Eurozona. E questo nonostante l’handicap di partenza, una moneta unica priva della governance politica di un’Europa unita.      Mario Draghi sarà ricordato per il suo forte impegno nel gestire la crisi economica e finanziaria più profonda del dopoguerra, la stessa che ha sconvolto gli equilibri mondiali, generata dallo shock finanziario dei mutui sub-prime scoppiata negli USA nell’autunno del 2008. Una leadership che ha garantito fiducia nella tenuta del sistema, superando non pochi rapporti conflittuali. Sono stati anni particolarmente difficili per l’euro. Sin dai primi mesi del suo insediamento a Francoforte, ”super Mario” si trovò ad affrontare momenti delicatissimi. Negli anni a cavallo tra il 2011 e il 2013 si parlò apertamente di possibile fallimento dell’euro, del crollo dell’Eurozona: 19 Paesi, un Pil di 11mila miliardi di euro, 350 milioni di abitanti. A rischio il progetto politico dell’Unione europea, l’azzeramento di oltre 60 anni di vita comunitaria. La globalizzazione, l’incertezza della politica economica di Bruxelles e la  speculazione dei mercati sui debiti sovrani di Grecia, Portogallo, Irlanda , Spagna e Italia minarono la stabilità e l’esistenza della moneta unica. In quegli anni si parlava di contagio, di “PIIGS”, di uscita dall’euro dei Paesi in dissesto finanziario, di default di Eurolandia. Il 26 luglio 2012, nel pieno delle turbolenze finanziarie, con Grecia, Irlanda e Portogallo già sottoposte a “bailout” (piano di salvataggio finanziario), Draghi pronuncia il famoso discorso del “whatever it takes”, l’impegno della Bce a sostenere l’euro “ad ogni costo”, con l’obiettivo di mettere fine all’ondata speculativa sulla tenuta dell’Unione monetaria che rischiava di travolgere i Paesi più deboli, a cominciare dall’Italia. E le sue parole sulla irreversibilità dell’euro contribuirono a proteggere l’Eurozona dalla speculazione e da una drammatica implosione, evitando la marginalizzazione dell’Ue.    In questa ottica, l’azione di Mario Draghi, pur nella consapevolezza che la politica monetaria non può supplire alle incertezze dei governi nazionali sulle politiche fiscali, è legata al taglio dei tassi di interesse fino a portarli in negativo, al piano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO) per sostenere la liquidità delle banche in un periodo di sofferenze e di stretta creditizia, allo sblocco del Meccanismo europeo di stabilità (ESM), il Fondo salva-Stati studiato per porre rimedio a crisi debitorie dei Paesi in crisi. Ma la carta vincente della politica monetaria dell’ex Governatore di Bankitalia è stata il “Quantitative easing” con il quale l’Eurotower acquista i titoli di Stato dalle banche, immettendo sul mercato liquidità da destinare al finanziamento di famiglie e imprese, a supporto dei consumi e della crescita. Un’operazione che dal 2015 è quantificabile in oltre 2600 miliardi di euro, pari a quasi il 20% del Pil dell’Ue. Una scelta coraggiosa in un contesto negativo dell’economia europea, il bazooka della Bce aspramente contestato dai Paesi rigoristi del Nord Europa, nonostante le sollecitazioni di riforme strutturali di Draghi ai governi nazionali per mettere in sicurezza i conti pubblici e il futuro delle nuove generazioni. La sua (pesante) eredità è racchiusa nel messaggio finale lanciato in occasione dell’ultimo direttivo della Bce: “non mollare mai”, in coerenza con quello che è stato il suo dogma di sempre: “operare con conoscenza, coraggio, umiltà”. Una lezione per una idea nuova di Europa, per un salto di qualità delle istituzioni comunitarie a sostegno di un...

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QUALE  EUROPA  PER  IL  FUTURO? 

Posted by on Ott 28, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su QUALE  EUROPA  PER  IL  FUTURO? 

QUALE  EUROPA  PER  IL  FUTURO? 

In attesa dell’insediamento a Bruxelles della Commissione di Ursula von der Leyen, slittato al 1° dicembre, l’Ue prova a uscire dalla impasse in cui è finita per le molteplici sfide esterne generate dal contesto internazionale (dazi americani, ingerenza russa, pressioni cinesi, flussi migratori, Brexit) e per le forti tensioni interne legate alla conflittualità presente nel Consiglio europeo fra governi “sovranisti” e  governi “unionisti”. Una situazione di grande criticità, un quadro politico incerto all’interno del quale si colloca la proposta di una “Conferenza europea sul futuro dell’Europa” avanzata dal Presidente francese  Emmanuel Macron nella sua “Lettera ai cittadini europei” del 4 marzo scorso, da convocarsi entro la fine del 2019. Obiettivo ambizioso: la rifondazione del sistema europeo in linea con le aspettative di partecipazione dei cittadini al cambiamento delle istituzioni per gettare le basi di un consenso condiviso sul progetto europeo. La Conferenza sarà l’occasione per affrontare alcuni dei problemi sul tappeto: governance, ripartizione delle competenze fra i livelli nazionali ed europeo, creazione di un’autonomia fiscale dell’Uem nel quadro del suo completamento (bilancio federale), piano di sviluppo sostenibile, creazione di un mercato del lavoro europeo(contro il dunping salariale), ruolo dell’Ue nel mondo globalizzato. Uno spazio pubblico da riservare all’incontro fra democrazia rappresentativa (sistemi parlamentari) e democrazia partecipativa (società civile e cittadini) per un dialogo finalizzato al rafforzamento del processo di formazione di una comune identità europea. Sulla base di una dichiarazione interistituzionale (Parlamento, Commissione, Consiglio), la Conferenza, senza sostituirsi al ruolo delle istituzioni, servirà da stimolo al dibattito sul futuro dell’Europa nella prospettiva di un generale consenso sulle scelte politiche. Una costituente per sciogliere i nodi delle debolezze dell’Ue attraverso la riforma dei Trattati e cancellare prerogative e regole (diritto di veto) che bloccano l’integrazione dell’Unione. Un passaggio particolarmente delicato per il futuro dell’Europa. Lo rileva con puntuali argomentazioni Luisa Trumellini, Segretaria nazionale del Movimento Federalista Europeo (MFE), nell’ultimo numero della rivista politica “Il Federalista”. “Il primo confronto che dovrà aprirsi all’interno della Conferenza sarà innanzitutto politico-culturale, tra le due visioni diverse del mondo e della politica, e quindi dell’Europa. L’Europeismo del XXI secolo ha una visione molto più politica, e punta a superare la limitata prospettiva europea del XX secolo che si è costruita dopo Maastricht e dopo la riunificazione tedesca.” In discussione, secondo la Trumellini, “il concetto del modello che teorizza una politica, intesa in termini decisionali, confinata all’interno dello Stato nazionale per accompagnare il gioco delle forze della libera competizione economica e commerciale sui mercati globali, pur in un quadro di cooperazione tra partner a livello europeo”. In un mondo globalizzato, in cui arretrano le democrazie e l’apertura dei mercati è messa sotto pressione dalla politica di potenza, l’Europeismo del XXI secolo rivendica un’Europa che diventi un vero soggetto politico, un’istituzione sovrana capace di fare politica, di decidere e di agire. “In questa visione l’Europa rappresenta il solo livello di governo con il quale sarà possibile per i cittadini europei  recuperare il controllo dei processi storici, economici e tecnologici in atto e rilanciare il ruolo della politica, dello Stato e quello dell’identità, propedeutica alla coesione sociale.” Il punto dirimente prioritario da affrontare, secondo il MFE, dovrà essere quello della rifondazione dell’Unione europea su due livelli di integrazione, fondati sulla diversa volontà degli Stati membri di partecipare a un’unione politica sovranazionale che emergerà dal dibattito (“Europa a più velocità”). Un’Unione più stretta tra gli Stati a un centro di gravità politico di natura federale che la rafforzi e la stabilizzi.      La sovranità europea condivisa e l’interdipendenza delle politiche, economiche e sociali,  devono costituire i pilastri di una governance responsabile e competente, presupposto di ogni progetto unitario...

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BYE  BYE  LONDRA, UN DIVORZIO DIFFICILE

Posted by on Ott 14, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su BYE  BYE  LONDRA, UN DIVORZIO DIFFICILE

BYE  BYE  LONDRA, UN DIVORZIO DIFFICILE

Dolcetto o scherzetto? Si avvicina il 31 ottobre, il giorno di Halloween. E sarà il Brexit Day, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sancita dal referendum del 2016. Fra analisi, proclami e tempestosi ultimatum continua il lungo braccio di ferro fra Londra e Bruxelles per scongiurare lo spettro del no-deal. La Commissione europea ha respinto le “inaccettabili” proposte di accordo formulate dal bizzarro premier inglese Boris Johnson, irremovibile anche dinanzi al tentativo di negoziazione delle ultime ore del Presidente del Parlamento di Strasburgo Sassoli, in trasferta a Londra. Si va verso la rottura, un divorzio senza un accordo, senza un negoziato sui tanti problemi sul tappeto: la questione dei confini irlandesi, i controlli doganali, la quota di budget Ue di 39 miliardi di sterline. Nè dolcetto, né scherzetto. Forti saranno le ripercussioni della hard Brexit sulla sterlina, sul settore immobiliare, sui costi dei vincoli doganali, sui diritti dei cittadini, sul turismo. Un day after da incubo per il Regno di Sua Maestà, un macigno sulla storia dell’Europa. Il paradosso è che Brexit, con le sue conseguenze negative sull’economia reale, finirà per impoverire ancora di più quegli stessi soggetti che nel voto referendario contro l’Unione europea hanno riposto le speranze  di un riscatto sociale ed economico. La povertà e le disuguaglianze che persistono anche nel Regno Unito richiedono sicuramente un responsabile ripensamento delle politiche nazionali, ma questi problemi, in un’epoca di grandi interdipendenze economiche,  possono essere affrontati meglio se non ci si isola dalla più grande economia con cui si confina. “Uscire dall’Unione europea è un azzardo sciagurato”, dichiarò all’indomani del referendum l’ex Presidente Giorgio Napolitano. Pensare che per arginare ogni asimmetria socio-economica le soluzioni nazionali funzionino meglio di quelle europee significa alimentare uno sterile  populismo. Il superamento  del diffuso disagio sociale nell’Ue passa attraverso il rilancio dell’Europa, delle sue istituzioni comunitarie, delle sue austere politiche economiche per una governance della sovranità condivisa.  L’Unione europea non ha ancora trovato un’architettura istituzionale capace di creare stabilità e sicurezza, di garantire crescita e sviluppo. E l’euro ha generato quegli stessi conflitti che l’integrazione avrebbe dovuto prevenire. L’Europa però non può essere il capro espiatorio  di ogni male, la causa delle rovine sociali ed economiche nazionali. La stragrande maggioranza delle decisioni politiche viene presa dal Consiglio europeo, l’istituzione comunitaria che definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione  della quale fanno parte i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri. E’ pretestuoso affermare “L’Europa ci impone”. Si vota a favore di questioni importanti a Bruxelles per poi tornare euroscettici appena scesi dall’aereo. Significa alimentare un demagogico euroscetticismo per catturare consensi elettorali. Conto alla rovescia dunque per la Brexit. La Gran Bretagna ha scelto di liberarsi dei lacci e laccioli comunitari, l’Unione europea  si libera di un Paese che è sempre stato con un piede dentro e con un altro fuori dall’Unione, un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane e che, colpevolmente, ha dimenticato il pensiero illuminato di Winston Churchill, ideatore degli Stati Uniti d’Europa. Un divorzio nel segno di un anacronistico nazionalismo e di una inquietante miopia storico-politica. Per Londra, in un mondo globale, un ritorno allo “splendido isolamento” di fine Ottocento.  Dov’è finito il “senso della storia” ? E’ sparito all’ombra di...

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URSULA, LA SIGNORA DELLA NUOVA EUROPA    

Posted by on Set 26, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su URSULA, LA SIGNORA DELLA NUOVA EUROPA    

URSULA, LA SIGNORA DELLA NUOVA EUROPA    

Sta per nascere la nuova Europa, quella di Ursula von der Leyen, la prima donna  a presiedere la Commissione europea. La neo presidente, esponente di punta della CdU, delfina della cancelliera Angela Merkel, ha presentato a Strasburgo la sua “squadra” di 27 commissari che, dopo l’imprimatur dell’Europarlamento, entrerà in carica a Bruxelles il prossimo 1° novembre, subentrando a quella di Jean-Claude Junker. Al via una legislatura con priorità ridisegnate nella consapevolezza di un cambio di passo dell’Europa, una necessità legata in particolare alla riforma del sistema decisionale e di governance dell’Unione per modificare i rapporti di potere, oggi fortemente sbilanciati, tra gli Stati membri e le istituzioni europee. Molte le questioni aperte che attendono radicali risposte. In primis, il  completamento dell’unione bancaria che, con la regolazione delle politiche economiche nazionali, realizzi finalmente l’unione economica e politica a fianco di quella monetaria. E inoltre, la fiscalità europea che elimini ogni forma di distorsione concorrenziale e affronti il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali e dei differenti regimi tributari dell’Eurozona che hanno generato veri e propri paradisi fiscali (Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo). Nel discorso d’investitura a Strasburgo, un richiamo di Ursula von der Leyen ai valori della millenaria civiltà europea e allo Stato di diritto, “il nostro strumento migliore per difendere la libertà, l’indipendenza e proteggere i più deboli.” Ha tracciato la “via europea” per creare un’Unione più giusta ed egualitaria, per riavvicinare i cittadini europei al progetto comunitario: “Voglio che la mia Commissione segni il cammino dell’Europa con determinazione, offrendo risposte alle domande dei cittadini chiamati a svolgere un ruolo attivo nella costruzione del futuro dell’Unione”. Un’articolata agenda programmatica tesa a favorire crescita, innovazione e sostenibilità sociale con l’obiettivo di rafforzare nel mondo la centralità dell’Europa come leader globale e fattore di stabilità. Un programma ambizioso. E’ il nuovo che avanza. Ma la strada per la Signora della nuova Europa sarà in salita, dovendo fare i conti con una maggioranza parlamentare frammentata. Il consenso alla sua candidatura è stato molto risicato, le sono mancati non pochi voti del suo potenziale “elettorato” (Popolari, Socialisti e Liberali), oltre a quelli dei Verdi che non è riuscita a sedurre, nonostante significative aperture sull’ambiente, rimediando per la sua elezione una stentata vittoria ai punti grazie ai voti dei grillini italiani e dei sovranisti polacchi, in rotta di collisione con i sovranisti di casa nostra. Voti che avranno un peso specifico nel corso della legislatura. Il problema di fondo rimane il Patto di stabilità e crescita, croce e delizia della nostra finanza pubblica. Viene invocata una maggiore flessibilità delle regole di bilancio adottate nel 1997, modificarne cioè la rigida applicazione a favore della crescita per un’economia più forte e competitiva. Chiaro sul tema il messaggio inviato dal Presidente Mattarella al recente Forum Ambrosetti di Cernobbio: “Coesione e crescita sono gli obiettivi ai quali guardare e il necessario riesame delle regole del Patto di stabilità può contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca.” Una “golden rule” (regola d’oro) sugli investimenti ritenuti necessari per la crescita economica in un momento di prossima recessione dell’economia tedesca (e di stagnazione di quella italiana). Rafforzare cioè l’Europa, il suo futuro, la sua unità “per percorrere insieme la via europea, perché se siamo uniti all’interno, nessuno ci dividerà dall’esterno.” Parole di Ursula von der Leyen.  Auguri, Signora...

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SOTTO IL CIELO D’EUROPA IL RISIKO DELLE NOMINE COMUNITARIE   

Posted by on Lug 11, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su SOTTO IL CIELO D’EUROPA IL RISIKO DELLE NOMINE COMUNITARIE   

SOTTO IL CIELO D’EUROPA IL RISIKO DELLE NOMINE COMUNITARIE   

A poco più di un mese dalle elezioni europee del 26 maggio, i 28 capi di Stato e di Governo dell’Ue hanno disegnato a Bruxelles i vertici della nuova Europa: la presidenza della Commissione europea alla democristiana tedesca Ursula von der Leyen e la presidenza della Banca centrale europea alla francese Christine Lagard. Due donne alla guida delle due più importanti istituzioni comunitarie, in un ideale intreccio politico-economico. Ma quanto è accaduto nelle estenuanti trattative in seno al Consiglio europeo ha sollevato dubbi e perplessità per il metodo seguito. Si trattava di comporre un puzzle complicato nel rispetto del risultato elettorale, ma l’ingerenza dei governi nazionali ha di fatto cestinato, dopo appena una legislatura, il “sistema degli spitzenKandidaten” (candidati di punta), utilizzato per la prima volta nel 2014 per nominare Jean-Claude Junker presidente della Commissione europea. In base a tale meccanismo, la presidenza dell’esecutivo comunitario viene assegnata al candidato principale del partito politico europeo che ha ottenuto il maggior numero di seggi al Parlamento Ue. Obiettivo del sistema, frutto di un accordo fra Consiglio, Parlamento e gruppi politici, è quello di rafforzare la legittimità democratica dell’esecutivo comunitario. In tale ottica, il Ppe aveva incoronato lo scorso novembre a Helsinki come suo candidato di punta per guidare la prossima Commissione Ue Manfred Weber, 46 anni, deputato bavarese della Csu, convinto europeista (“riportare l’Europa alle persone”). Sul fronte socialista, l’olandese Franz Timmermans (“equità e lavoro”), classe 1961, primo vice presidente di Junker, è stato ufficialmente investito della candidatura dal Congresso del Pse, a Lisbona nei mesi scorsi.    Accordi e patti della vigilia clamorosamente smentiti dai fatti. Il Consiglio europeo, anche per il veto incrociato dei Paesi di Visegrad assecondati dai sovranisti di casa nostra sulla figura di Timmermans, ha rimescolato le carte trovando un’intesa, ispirata dal presidente francese Macron, per chiudere un negoziato che rischiava di avvitarsi su se stesso. Per il Parlamento europeo è una sconfitta che conferma il peso preponderante dei governi nelle decisioni europee. Ha prevalso ancora una volta la linea franco-tedesca per una discutibile distribuzione politica e geografica degli incarichi, tutti collocati nella parte occidentale dell’Ue, compreso quello del liberale belga Charles Michel, neo presidente del Consiglio europeo, e dello spagnolo Josep Borrel, nel ruolo di Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza. Ma la partita non è ancora chiusa. Martedi 16 luglio il Parlamento europeo dovrà votare sulla scelta di Ursula von der Layen alla presidenza della Commissione, ed esprimere il gradimento o meno dei candidati Commissari. Non ci sarà quindi da stupirsi se i parlamentari di Strasburgo, nel rivendicare la loro autonomia istituzionale, presenteranno il conto per la rottura del patto. Eloquente la dichiarazione del presidente uscente del Consiglio europeo Tusk: “l’esito del voto parlamentare  è un enorme punto interrogativo, una vera incognita”. L’accordo raggiunto a Bruxelles dai Ventotto difficilmente verrà accettato dai principali partiti, in primis i socialisti. E malumore serpeggia anche fra i verdi e parte degli stessi popolari, “tristi per una decisione poco trasparente, per niente rispettosa dello “Spitzenkandidat” e del voto degli elettori. La presidenza del Parlamento europeo affidata al socialista italiano Davide Sassoli non basterà certo a far rientrare le critiche dell’Assemblea di Strasburgo tenuta ai margini del “pacchetto” confezionato dall’asse Berlino-Parigi. Un inizio tutto in salita per la nuova Europa alla ricerca di una legittimazione democratica della sua leadership.       ...

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DALLE  URNE,  QUALE  EUROPA ?

Posted by on Mag 31, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su DALLE  URNE,  QUALE  EUROPA ?

DALLE  URNE,  QUALE  EUROPA ?

Quale Europa è uscita dalle urne? Chi ha vinto le elezioni europee di domenica 26 maggio? Il voto per il rinnovo del Parlamento europeo ha visto l’inedito scontro tra europeisti e sovranisti, un referendum sul progetto europeo. In gioco il futuro stesso dell’Ue, la sua integrazione o la sua polverizzazione con il dilagare di piccole patrie regionali incapaci di incidere sullo scacchiere internazionale. A urne chiuse, sul Vecchio Continente non è spuntata l’alba populista e sovranista: non c’è stata la temuta ondata antieuropeista, il massiccio atto di sfiducia nei confronti di Bruxelles, dei suoi vincoli di bilancio e della sua eurocrazia.  Al di là dei successi registrati in Italia con Matteo Salvini e in Francia con Marine Le Pen, non saranno i sovranisti a dettare il gioco per i prossimi cinque anni. Il dichiarato “capovolgimento dell’Europa” è rinviato! E’ prevalso il buon senso, la voglia dei popoli europei di continuare a fare strada uniti per costruire un’Europa più forte, allontanando suggestioni e fantasmi del passato.      Finito il tempo degli spot elettorali, è iniziato il day after. E non sarà facile. I due storici gruppi dei popolari e dei socialisti europei che hanno “controllato” l’attività parlamentare negli ultimi vent’anni perdono 72 seggi e non possono più contare sulla maggioranza assoluta. Esce di scena Angela Merkel, la “ragazza venuta dall’est”, la Cancelliera che di fatto ha governato l’Europa per quindici anni, erigendosi contro ogni forma di nazionalismo e, sul piano economico, di finanza allegra. Si apre ora una nuova stagione, irta di incognite per i futuri equilibri istituzionali. Il voto comporterà a Strasburgo una ricomposizione della coalizione di maggioranza, cambierà il meccanismo politico e diventerà più complesso. Porte aperte per il blocco liberale, a cui si aggiungerà La Republique en Marche di Emmanuel Macron, di cui il presidente francese vorrebbe farne il perno della governance comunitaria per il rilancio della nuova Europa, con l’eventuale contributo dei Verdi in forte ascesa in molti Paesi.   L’europarlamento diventa ora il crocevia del ricambio nelle istituzioni comunitarie. In vista del debutto ufficiale previsto per il 2 luglio a Strasburgo, prendono avvio i negoziati per costruire i gruppi politici che daranno l’impronta al nuovo emiciclo per il prossimo quinquennio. Seguirà quindi la sessione per la delicata elezione del presidente della Commissione Ue, il futuro capo dell’esecutivo, figura cruciale nei rapporti con gli Stati membri dell’Unione. A seguire, dopo la pausa estiva, l’individuazione dei nuovi commissari, per finire in ottobre con la nomina del Presidente del Consiglio europeo e della Banca centrale europea di Francoforte. Sul tappeto ci sono importanti dossier aperti, tra cui l’unione di bilancio, l’unione bancaria, l’armonizzazione fiscale, la riforma di Dublino sui migranti, la crescita economica. Sono questi i temi di fondo che segneranno la futura agenda europea per creare strumenti efficaci di coesione sociale e di stabilizzazione dei cicli economici. Rilanciare cioè il ruolo dell’Europa nel contesto politico-economico mondiale e dare all’Unione una precisa soggettività giuridica nei rapporti internazionali per fronteggiare la globalizzazione dei mercati, arginare i dazi americani e la politica economica espansiva della Cina che estende sempre più la propria influenza in Europa con imponenti risorse finanziarie. E l’Italia, nell’anno di decisioni particolarmente importanti, quale ruolo avrà nel futuro Parlamento europeo? Il rischio è la marginalizzazione, l’irrilevanza della maggioranza dei nostri eurodeputati (47 su 73), perché espressione di gruppi parlamentari di minoranza. In Europa non paga il successo dei sovranisti nostrani. Speriamo in un ruolo di prestigio nella Commissione europea. Lo ha chiesto al Governo senza mezzi termini il Presidente di Confindustria Boccia, intervenuto all’Assemblea Univa di Malpensafiere: “Vogliamo un Commissario Ue di rango, di serie A:...

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