“L’Europa deve lottare per un continente che viva in pace, libero e indipendente. Oggi lancio un appello all’unità tra gli Stati membri, tra le istituzioni dell’Ue, tra le forze democratiche europeiste di questo Parlamento per il nostro futuro, a difesa dei nostri valori, delle nostre democrazie.”
E’ questo il passaggio chiave del discorso pronunciato dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen sullo stato dell’Unione davanti all’emiciclo dell’Europarlamento, a Strasburgo. In un contesto internazionale sempre più incerto, dove si profila minaccioso uno scontro per un nuovo ordine mondiale basato sul potere, deve emergere una “nuova Europa” padrone del proprio destino. Un’Europa necessaria “per ricostruire la centralità del diritto internazionale”, ritrovare la prospettiva del multilateralismo e non soccombere ai regimi autocratici. Parole di grande effetto per rilanciare il progetto di un’Europa unita, pieno di idealismo ma anche di concretezza, disegnato dai Padri fondatori dell’Europa dopo i lutti e le distruzioni della seconda guerra mondiale. Ma sono parole lontane da una realtà comunitaria particolarmente difficile e disomogenea a livello istituzionale.
Non c’era bisogno di aspettare l’ondata di proteste che ha preso di mira Ursula Von der Leyen sulla questione dei dazi per sapere che l’Unione europea è nella fase di maggiore difficoltà della sua storia. Per anni l’Unione europea, come ha osservato Mario Draghi al recente Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e forza contrattuale nelle relazioni commerciali internazionali. Abbiamo dovuto rassegnarci ai diktat imposti dal tycoon americano, compreso l’aumento della spesa militare, abbiamo dato il maggiore contributo finanziario alla guerra in Ucraina in cambio di un ruolo abbastanza marginale nei negoziati di pace. Europa spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Non sorprende quindi il crescente scetticismo nei confronti di un’ “Europa sonnambula” che sembra non ricordare i suoi principi fondanti: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Una Unione di 27 Paesi a volte allo sbando, in cui ognuno va per conto suo per i propri interessi: dall’Ungheria del filorusso Viktor Urban alla Slovacchia del premier Robert Fico fotografato felice e orgoglioso in Cina, alla cerimonia per l’80mo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, con il sanguinario Putin.
Europa, svegliati! L’Unione è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento ispirano le relazioni commerciali internazionali. E’ fortemente precario l’assetto istituzionale con la sua burocrazia, con i suoi vincoli, senza meccanismi di decisione a maggioranza. Distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze. Non più inermi spettatori ma comprimari sulla scena mondiale. Per affrontare le sfide di oggi l’Ue deve progredire nell’integrazione bancaria e finanziaria, mutare la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria: da quella del mercato interno con la rimozione delle tante barriere e degli ostacoli normativi a quella tecnologica con forme sempre maggiori di integrazione, ricorrendo a un finanziamento comune per obiettivi condivisi (“cooperazioni rafforzate”). In un mondo che ha smarrito la bussola della storia, serve un’Europa che non sia solo una sommatoria di Stati membri, ma un corpo politico con una sua precisa identità, capace di agire. E’ ora di dire basta alla fiction della sovranità per giustificare un pericoloso immobilismo. Inaccettabile giocare con 27 bandierine e zero decisioni a causa di un anacronistico diritto di veto. Un Risiko da cestinare. Il rischio è semplice da spiegare, ma drammatico da accettare: o cambiamo paradigma (modificare velocemente i Trattati) o vedremo, indifesi, da bordo campo le scorribande di chi vuole cambiare la storia del XXI secolo. Siamo diventati campioni del “frammentismo”, dell’eterna indecisione spacciata per pluralismo, perdendo sempre più forza negoziale. Non si cresce con la cultura della lentezza, con la complessità normativa, con la morsa della burocrazia. Senza un quadro politico-istituzionale l’Unione a 27 è ormai un freno: è impensabile immaginare una politica estera, fiscale o industriale comune fra Paesi che hanno visioni divergenti e interessi in continuo conflitto. L’unanimità è la tomba di ogni responsabilità. Non si può continuare a vivere nel ricordo nostalgico dell’europeismo di Schuman, De Gasperi e Adenauer e delle loro folgoranti intuizioni storiche. Il mondo è cambiato, non lo consentono la brutale contemporaneità dei mercati, della tecnologia e della competizione globale. E camminare da soli, a briglia sciolta, non si va da nessuna parte se non incontro a un sicuro naufragio.



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