Pattugliamento dei confini marittimi dell’Ue per l’emergenza migranti – Clandestinità e legalità.
A un anno dalla tragedia di Lampedusa dove persero la vita 366 persone, il 1° novembre ha preso il via la nuova missione europea nel Mediterraneo: “Triton”. E’ il risultato dell’accordo tra l’Italia e Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, con sede in Polonia.
Si è aperto così un nuovo capitolo per fronteggiare sul piano umanitario le conseguenze drammatiche dell’instabilità politica e dei sanguinosi conflitti civili in Africa: i viaggi della speranza sulle carrette del mare di tanti disperati in fuga dalla violenza e dalla fame verso una vita degna di essere vissuta. E’ la (tardiva!) risposta dell’Europa all’operazione italiana “Mare nostrum” che, in dodici mesi, è riuscita a trarre in salvo circa 100 mila persone e ad arrestare più di 500 scafisti.
L’operazione Triton, è stato chiarito a Bruxelles, non è propriamente un’operazione di soccorso e non sostituirà gli sforzi italiani di Mare Nostrum, come avrebbe voluto il Governo italiano. Presidierà le frontiere europee nel Mediterraneo, “area Schengen”, con operatività decisamente ridotta rispetto a “Mare nostrum” che ha cessato ogni attività il 31 ottobre. Nonostante i limiti e le incertezze, “Triton” è un segnale importante, se rapportato alle lentezze e alle carenze della politica europea in materia di immigrazione e asilo. Il suo successo dipenderà non solo dalle risorse messe a disposizione degli Stati membri. E’ importante che la legislazione comunitaria in materia diventi la cornice di supporto all’operazione. Da questo punto di vista, il rispetto degli Accordi di Dublino, mirati a individuare rapidamente lo Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo, potrebbe rappresentare il primo importante contributo per un’azione efficace. E’ però auspicabile arrivare a una responsabilità condivisa: oggi ci sono sei Paesi che accolgono il 75% dei rifugiati (Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Italia e Belgio).
Il decollo dell’operazione non è stato facile. Si è partiti con un budget mensile stimato pari a 2,9 milioni di euro per tutto il 2014, a fronte dei 9,5 milioni spesi dall’Italia con Mare nostrum. “Triton” schiererà ogni mese due navi d’altura, due navi di pattuglia costiera, due motovedette, due aerei e un elicottero. Otto i Paesi fornitori di equipaggiamento tecnico e personale: Finlandia, Spagna, Portogallo, Islanda, Olanda, Spagna, Francia e Malta. Ancora più ridotta la pattuglia di quelli impegnati finanziariamente nell’operazione: Francia, Spagna e Germania. Un futuro, dunque, sul piano operativo tutto ancora da disegnare.
“Triton”, comunque, non sarà la soluzione al problema migratorio nel Mediterraneo. Un problema che presenta inquietanti risvolti correlati alla legalità e cioè alla immigrazione irregolare. Il tema della sicurezza è da tempo nell’occhio del ciclone con controlli non sempre efficaci. Dell’immigrato si perde spesso ogni traccia. Cresce nell’opinione pubblica europea l’intolleranza verso flussi migratori privi di una necessaria regolamentazione in entrata, tale da rafforzare la lotta alla clandestinità e ai mercanti di morte che alimentano questo mercato. Secondo Europol, sono in aumento i clandestini che girano indisturbati per il territorio dell’Unione e che, in assenza di condizioni di vita accettabili, finiscono nella rete della malavita con tutti i fenomeni a essa collegati: microcriminalità, sfruttamento e prostituzione, traffico di armi e droga.
Per neutralizzare gli effetti di una immigrazione selvaggia, si attende da anni un intervento legislativo a livello comunitario per assicurare canali più sicuri e legali per l’accesso dei rifugiati alla protezione. Una risposta umanitaria da conciliarsi con la sicurezza internazionale, il quadro economico-occupazionale e i valori storici dell’Unione europea. Arriverà con il semestre dell’UE a guida italiana?
(Ott. 2014)



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