LA  SOLITUDINE  DI  ANZIANI  E  BAMBINI

LA  SOLITUDINE  DI  ANZIANI  E  BAMBINI

I mali e le contraddizioni della società contemporanea. Nella famiglia il recupero affettivo per una precisa identità sociale.

Anziani e bambini: un binomio suggestivo, ricco di fascino, carico di significato sociale!   Un binomio che, pur nella diversità dei soggetti, nasconde a volte  un’amara comune condizione: la solitudine, a conferma che la solitudine non ha un’età. Nell’era della comunicazione globale ci si interroga spesso su questa inquietante forma di “disagio”, espressione delle tante contraddizioni in cui  vive la società contemporanea, sensibile  alle sagre dell’effimero e del futile ma incapace di alimentare un rapporto umano vero e profondo con i più deboli e bisognosi di ascolto. La solitudine è isolamento, mancanza di affetti, di sostegno concreto e psicologico, tanto più grave perché subita.

E’ solitudine  quella dell’anziano abbandonato che non ha risorse economiche per farcela da solo, che non ha più progetti da realizzare, che è da ostacolo all’edonismo della famiglia. Senza uno “status sociale” la persona tende inesorabilmente a isolarsi, a escludersi  da un mondo che non gli appartiene, così diverso dal  “piccolo mondo antico”  dei suoi ricordi, abitato da uomini e donne con un cuore e con un progetto d’amore da condividere.

La vecchiaia è fra le prime emergenze sociali in Italia. Secondo i dati forniti dall’ Osservatorio della Terza età (Ote), un anziano su due è disabile e ben dieci milioni di essi non ha un reddito sufficiente per vivere. E’ un anziano che sconta la  nuova  struttura della famiglia  che, da patriarcale e numerosa che era nella società contadina, si è ridotta in generale a un mononucleo,  disgregata e poco unita, e comunque poco attenta alla figura del “nonno”. Privo di amicizie che il tempo e le contingenze hanno cancellato e senza una vera copertura affettiva a livello familiare, l’anziano, con l’aumentare degli anni, con il declinare delle forze e con il sopraggiungere di malattie debilitanti, sente sempre più incombente la fragilità fisica, il peso della vita, la sottile voglia di …togliere il disturbo! Una desolante sconfitta per una società che non ha saputo soddisfare i suoi bisogni di protezione, di sicurezza e di appartenenza, calpestandone la memoria storica, la ricchezza interiore di valori, l’identità sociale.

Ma solitudine è anche quella del bambino derubato della propria infanzia, senza  possibilità di  dialogare  in famiglia con genitori…latitanti,  “scaricato” per lunghe ore  dinanzi alla televisione o a un videogiochi. Si fanno pagare all’anello debole della famiglia errori, egoismi, incomprensioni, contingenze economiche. Un modo anomalo per tracciare un percorso educativo e formativo, la strada  per un equilibrio psichico. Tutto gira attorno a modelli comportamentali falsi, inconsistenti che  minano il fragile stato d’animo del più indifeso in famiglia, ne acuiscono le sofferenze esistenziali, causando un vuoto affettivo che nessun dispendioso regalo potrà mai colmare. L’amore di un bambino non si acquista con un consumismo sfrenato, con le “prigioni dorate”, ma si conquista con la forza dei sentimenti e dei ragionamenti. Giorno dopo giorno, nella responsabile consapevolezza che la solitudine, se non prevenuta o curata in tempo, può diventare  patologia e generare profonda insicurezza. E per il bambino che diventa adolescente, dopo il rifiuto di ogni relazione interpersonale, ci sarà una sola drammatica via d’uscita: cercare rifugio in pericolose forme di dipendenza.

Quale futuro nella solitudine?  Come curare questa insidiosa malattia sociale? Di fronte  alle paure della vecchiaia  per l’anziano  e ai rischi di  salti nel vuoto per il bambino l’antidoto è comune:  la famiglia. Alla  cellula base della società spetta il gravoso compito di saldare il rapporto affettivo fra i due fondamentali anelli della stessa catena, attraverso una “soggettività sociale” che le istituzioni devono proteggere e consolidare. La famiglia deve poter affermare il suo ruolo in piena autonomia, anche economico, divenendo soggetto attivo nelle politiche sociali e non più impotente spettatore, misera  pedina di scambio nei processi di sviluppo del Paese o nelle campagne elettorali!

Nella famiglia va “esaltata” la centralità dell’anziano capace di garantire la magica continuità  generazionale fra passato, presente e futuro. La Terza età non deve più essere l’età delle  paure, ma un’età da vivere, pur nei suoi limiti oggettivi, nella certezza di sentimenti che genera fiducia, sicurezza e integrazione. E il recupero sociale ma anche familiare del  “nonno” significa assicurare assistenza, protezione affettiva e crescita sicura al bambino. Una presenza vigile e costante che affianca o sostituisce quella dei genitori, in grado di abbattere qualsiasi muro di isolamento e prevenire stati comportamentali a forte rischio. Un prezioso canale di trasmissione di esperienze di vita per disegnare per ogni bambino  un futuro di serenità fatto di certezze  e non di fragilità psicologiche.

Un ritorno al passato per un futuro di speranza.

 

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