Il ruolo della famiglia e della scuola per arginare il disagio giovanile
Uno dei temi più dibattuti nel complesso problema del disagio giovanile è certamente quello legato al bullismo. Un fenomeno di grande impatto sociale che in Italia riguarda circa il 33% dei ragazzi in età adolescenziale. Un ragazzo su tre subisce infatti episodi di violenza verbale, psicologica o fisica. Dagli Anni Novanta, in Italia, un fenomeno in continua espansione: il numero verde istituito nel febbraio dello scorso anno dal Ministero della Pubblica Istruzione ha registrato in dodici mesi 12.874 telefonate, una media di 70 chiamate al giorno!
La questione giovanile rappresenta il nervo scoperto della società. Da tempo si è aperta una frattura profonda fra le generazioni, una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori, perfino le regole della quotidianità. Il vuoto ideologico e culturale, l’intolleranza civile e religiosa sono ormai i simboli di una società allo sbando, sempre più in balia di falsi profeti e di mercenari senza scrupoli.
I giovani rappresentano l’anello debole di un sistema attraversato da forti tensioni, sono figli di una società priva di freni inibitori, in cui l’autorevolezza, intesa come credibilità valoriale, è stata soppiantata dalla trasgressione. Senza un passato, ma in qualche modo incapace di proiettarsi verso il futuro, la “generazione invisibile” vive il presente acriticamente, adagiandosi, e spesso rifiutando con violenza quello che la società è in grado di offrire loro. Il vuoto che opprime il ragazzo dopo l’abbandono delle certezze dell’infanzia rende tutto paurosamente insignificante.
Estremamente chiara l’analisi che Umberto Galimberti, docente di Filosofia e Psicologia all’Università di Venezia, ha condotto nel suo libro “L’ospite inquietante”, Feltrinelli Editore-2008: “Il nichilismo si aggira insidioso fra i giovani, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. C’è un nulla che li pervade e che li affoga, un rifiuto del sociale: eroi del nulla”. E’ l’analfabetismo emotivo che non consente ai giovani di riconoscere i propri sentimenti fino a perdersi nel deserto della comunicazione!
A questo punto, la famiglia è vissuta come ultima spiaggia per la ricerca e l’affermazione della propria identità, per la maturazione della propria personalità. E’ proprio nella famiglia, in sinergia con la scuola, che occorre recuperare la smarrita visibilità dei giovani, la loro soggettività sociale, la capacità di percepire il loro futuro. La famiglia resta dunque l’unico plausibile centro di socializzazione del ragazzo, la risposta a ogni forma di inquietudine giovanile. Costruire cioè attorno ai ragazzi una rete di rapporti significativi.
In questa azione di recupero dei giovani è fondamentale il ruolo dei genitori: non devono divenire fattori negativi nel processo educativo dei propri figli. I genitori che non sanno dire no e che, per non essere disturbati, preferiscono disinteressarsi, non contribuiscono certo alla loro maturazione. In una società dove è vietato vietare, dove non ci si indigna più per niente, non c’è da stupirsi di comportamenti violenti di tanti giovani, allevati senza un esempio, senza una guida salda, senza regole di comportamento.
Cosa fare, dunque per sconfiggere il bullismo? Educare i giovani alla legalità, ridestare in loro i grandi ideali, la passione civile e politica per renderli protagonisti consapevoli del loro ruolo sociale attraverso il recupero della…smarrita visibilità. Coniugare la libertà con il senso del dovere per poterla vivere non come trasgressione ma come valore di grande significato.
Fino a quando la società non permetterà ai giovani di essere protagonisti nella legalità, soggetti attivi nella società, essi continueranno a vivere ai margini della strada, fuori da ogni ottica di integrazione civile e sociale. In un mutato contesto sociale, la famiglia e la scuola dovranno “insegnare ai giovani l’arte del vivere” per restituire loro l’antico ruolo di “strumento di cambiamento sociale”



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