Intervista a Marcello Veneziani, giornalista e scrittore di successo.
“Si è persa la capacità di comprendere le reali condizioni di vita di chi vive da tempo in una situazione di diffusa precarietà. Occorre reagire! Recuperare la nostra identità nazionale, il nostro passato, la nostra cultura riaffermando la centralità della politica per una dimensione nuova della società”. Con questa dichiarazione, Marcello Veneziani, giornalista e scrittore di successo, ha introdotto il suo intervento a Varese, ospite di alcuni Club della Città Giardino. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
-Nel Suo ultimo libro “DIO, PATRIA E FAMIGLIA”, Lei affronta il tema della deriva etica della società contemporanea, analizzando -fra passione e ragione- la disgregazione dei suoi valori fondamentali, valori non negoziabili. Si potrà davvero superare l’analfabetismo emotivo e scacciare, soprattutto nei giovani, quell’ospite inquietante che il filosofo Umberto Galimberti ha definito “nichilismo”?
Non so se si potrà superare e debellare l’analfabetismo emotivo e il nichilismo diffuso, e se dovessi fare una previsione direi che sarà assai difficile. Nondimeno bisogna provare, perchè è giusto, anzi necessario farlo, per rendere la vita degna di essere vissuta, e avendo davanti a sé una duplice prospettiva: nella peggiore delle ipotesi adoperandoci per superare questo degrado avremo reso migliori noi stessi e coloro che sono più strettamente vicini a noi; nella migliore delle ipotesi avremo concorso a rianimare una svolta spirituale e culturale, civile e sociale, prima che politica.
-La crisi economica originata nel 2008 negli Stati Uniti con la finanza speculativa si è poi propagata nel Vecchio Continente minando alla base il difficile processo di integrazione politica. Quale futuro attende l’Europa: un’Europa dei popoli, come la disegnarono i suoi Padri fondatori o un’Europa dei mercanti?
Continuo a sostenere che la radice della crisi economica in atto non sia di natura economica e se vogliamo davvero affrontarla dobbiamo risalire a quella scelta pre-economica che la sostanzia. Di conseguenza, occorre avere il coraggio, sì rivoluzionario, di rovesciare la tavola dei valori dominanti e dire che l’economia non può dirigere il nostro destino, e l’economia finanziaria in modo particolare. Che l’economia, come la tecnologia, è uno straordinario mezzo ma non può diventare uno scopo. E che se si tratta di scegliere tra l’assetto contabile degli stati e la vita reale dei popoli bisogna optare per i popoli.
-In un passaggio di un Suo articolo su Libero Lei scrive “quest’epoca odora troppo di morte e di declino, canta e balla sul ciglio del burrone, avverte di essere a un passo dal paradiso e a due dall’inferno”. E’ possibile alimentare l’ottimismo e non il pessimismo della ragione per un nuovo modello di sviluppo socio-culturale?
Ho due convinzioni che servono a bilanciare l’inevitabile pessimismo a cui ci induce la situazione. La prima è che altre epoche hanno vissuto la stessa percezione di essere sull’orlo di una catastrofe o hanno avuto la sventura di vivere dentro la burrasca, di una guerra, di una carestia, della peste o di un’invasione… Non abbiamo il privilegio di vivere alla fine del mondo, il mondo finisce e si rigenera di continuo… La seconda è che confido nella realtà, nella forza delle cose, nell’impulso naturale (e per chi crede soprannaturale) che regola la vita e penso che alla lunga il vuoto sarà riempito, E noi dobbiamo adoperarci per riempirlo al meglio o per evitare che si riempia in senso deteriore.
-In un recente intervento, commentando l’immobilismo politico nazionale, ha dichiarato: “Altro che legge di stabilità, in Italia vige la legge di staticità senza stabilità!”. Un’espressione che la dice lunga sull’attuale momento politico del Paese, con fibrillazioni quotidiane nella maggioranza di Governo. Come si esce da questa situazione? Collasso o salvezza?
Si, penso che in questa fase abbiamo messo in campo più terapie placebo che risposte strutturali e culturali alla crisi e che confondiamo l’inerzia con l’equilibrio, e dunque la staticità con la stabilità. L’attuale situazione è caratterizzata dall’ inagire o dal poco agire perchè si sommano spinte opposte, in governi di larghe divergenze, e il risultato è il rinvio o il nulla di fatto. Penso che il primo, ma non l’unico, rimedio pratico alla situazione sia una svolta istituzionale come il passaggio a una democrazia decisionista dove il capo del governo viene eletto dal popolo resta in carica per tutto il suo mandato senza dipendere da labili e inaffidabili maggioranze parlamentari e agisce con piena facoltà per mutare il paese e viene infine giudicato al termine del suo mandato.
-Nel corso di un recente incontro politico a Roma Lei ha dichiarato: “Ci vorrebbe una destra per svegliare l’Italia. Reagire e testimoniare un dissenso, la voglia di aria pulita e di idee forti”. A quale destra, in particolare, fa riferimento?
E’ finita la seconda repubblica, anche se viviamo nell’interminabile agonia del suo disfacimento, ora si tratta di proiettarsi in una terza repubblica, che dovrà avere – anche diversamente nominata – una terza destra, diversa dalla prima destra missina o ex, e da quella berlusconiana o “similberlusconiana”. La terza destra come ogni destra non dovrà però essere solo figlia del futuro ma dovrà richiamarsi a una tradizione, anzi alla tradizione come principio di riferimento. Una destra che tuteli la sovranità nazionale e popolare, che chieda all’Europa di rinegoziare le strettoie economiche e di essere più coesa sul piano della politica internazionale, militare e culturale, che esiga nel nostro paese una svolta presidenziale e meritocratica, una destra che sostenga il principio comunitario, tramite la famiglia e l’amor patrio, e l’importanza del sacro, del mito, della religione nelle società anche per compensare al dominio planetario della tecnica e del mercato…



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