A meno di tre mesi dal voto del 26 maggio, le elezioni europee sono avvolte in una cortina di incertezze, fra timori e speranze per quello che sarà il futuro Parlamento europeo. Un voto che sarà fortemente condizionato da suggestioni sovraniste e rigurgiti nazionalistici generati da un diffuso malessere riconducibile alle disuguaglianze crescenti, alla precarietà del lavoro, ai problemi della sicurezza e del welfare. Azzerata ogni discriminante ideologica del passato fra destra e sinistra, risulta netta la divisione degli schieramenti politici in campo: da una parte chi crede in un’Europa unita, pur con i suoi limiti istituzionali da rimuovere, dall’altra parte partiti e movimenti anti-sistema che soffiano sul fuoco di una protesta antistorica per un sovranismo senza futuro. Lo Stato-nazione è divenuto la stella polare, la nuova identità politica dei novelli “padri della patria” che rigettano l’idea stessa di Europa, divenuta capro espiatorio dei problemi nazionali.
Un rigetto che affonda le sue radici nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia, nelle difficoltà dei giovani sul mercato del lavoro. Ed è in questo spazio di insofferenza sociale, dalla Francia alla Germania, dall’Ungheria alla Polonia, all’Italia, che i movimenti nazional-populisti si alimentano, azzerando di fatto quella solidarietà che nel Vecchio Continente aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui, con lo storico Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, era stato disegnato il sogno di una nuova Europa. Ma questa Europa non fa più sognare, alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si sta sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori e con esso la stessa coscienza europea. Si pagano i tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un vero governo capace di rispondere alle attese dei cittadini.
Il problema di fondo resta infatti la crisi di fiducia degli europei nei confronti di Bruxelles e della politica comunitaria lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno. E’ la politica dei Palazzi, delle Banche, della finanza internazionale! L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante.
Prima che scivoli nell’oblio, l’Europa deve valorizzare la propria identità culturale, rilanciare politiche economiche espansive e di crescita, recuperare, in un momento di grandi tensioni sullo scacchiere internazionale, la centralità politica del suo ruolo in termini di efficacia d’azione. Un salto di qualità per fermare gli egoismi nazionali, cancellare la miopia politica di chi, avendo perso ogni memoria storica, dimentica i lutti e le distruzioni dei nazionalismi del XX secolo.uale Illuminante la dichiarazione del Presidente Mattarella per i 60 Anni dei Trattati di Roma: “Nessun Paese europeo può garantire, da solo, l’effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità, agli antichi nazionalismi causa di lutti e distruzioni nel XX secolo, potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità.” Avere tutti la consapevolezza che, al di là dei facili e demagogici proclami per catturare consensi o speculare sul disagio sociale, l’alternativa alla integrazione fra i popoli non sarà il ritorno alla sovranità nazionale, ma la balcanizzazione dell’Europa con il dilagare di piccole patrie regionali incapaci di incidere sulle dinamiche continentali e di fronteggiare i guasti della globalizzazione. L’illusione della sovranità, il “mito funesto” di Luigi Einaudi, è una promessa che non si può mantenere perché il potere è altrove! E i numerosi Trattati internazionali firmati dall’Italia lo dimostrano.
La sovranità europea condivisa e l’interdipendenza delle politiche, economiche e sociali, devono costituire i criteri fondamentali di una governance responsabile e competente, presupposto di ogni progetto unitario di una equilibrata integrazione politica. “L’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente cambiato.” Un sussulto di coscienza per evitare che il sogno di un’Europa unita si trasformi miseramente nell’incubo del XXI secolo!



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