Così vicina, ma sempre più lontana. Dopo oltre un decennio di negoziati con l’Unione europea per concludere una sorta di mini adesione allo spazio comunitario, la Svizzera ha deciso, in via unilaterale, di lasciare il tavolo delle trattative. E’ saltato l’accordo istituzionale per riorganizzare il complesso mosaico di 120 accordi bilaterali che regolano le relazioni fra Bruxelles e Berna dal 1992, da quando cioè la Svizzera decise di non entrare nello Spazio Economico Europeo a seguito del no espresso sia dalla popolazione che dai cantoni. Importanti i punti sui quali è mancata l’intesa: dal dumping salariale alla libera circolazione delle persone, da intendere per la Svizzera “condizionata”, soltanto per i dipendenti e le loro famiglie, per l’Ue estesa a tutti i cittadini. “Un cambio di paradigma nella politica migratoria svizzera, con conseguenze per l’accesso all’assistenza sociale”, ha affermato il ministro degli esteri della Confederazione elvetica, il ticinese Ignazio Cassis.
Fumata nera dunque per un accordo quadro che aveva lo scopo di “rafforzare e sviluppare” per il futuro l’accesso della Svizzera al mercato interno dell’Ue in termini di equità e certezza del diritto, con il rispetto delle stesse regole e degli stessi obblighi degli altri partner europei. Un cambiamento radicale nelle relazioni con l’Europa grazie alla prevista introduzione del principio del recepimento dinamico del diritto e all’istituzione di una procedura di composizione delle controversie assegnata a un tribunale arbitrale, con l’assistenza della Corte di Giustizia Ue. Restano in vigore l’Accordo di libero scambio siglato 50 anni fa e gli accordi bilaterali che hanno garantito a Berna una certa autonomia a fronte di un accesso privilegiato al mercato unico. Ma si tratta, secondo il commento della Commissione europea, di una relazione destinata a “erodersi”, perché “man mano che cambieranno le regole europee o andranno a scadenza i vecchi accordi decadranno gli accordi medesimi nei settori specifici senza possibilità di essere rinnovati”. In particolare, settori a rischio per Berna sono quelli agroalimentare e dell’energia.
Al rammarico espresso a Bruxelles per la rottura dei negoziati, a Berna si conferma la volontà di non interrompere il dialogo affinchè la Svizzera possa continuare a cooperare in ambiti come la ricerca che non riguardano l’accesso al mercato comune. “La Svizzera, ha precisato Cassis, farà la sua parte in ambiti di interesse comune, come la migrazione, la difesa dei diritti umani, la protezione del clima, la tutela dell’ambiente, la lotta alla povertà nel segno della solidarietà.” Rilanciare, in mancanza di un accordo quadro, la “via bilaterale” attraverso un dialogo politico su problemi specifici nella consapevolezza che la politica europea figura in cima alla lista delle priorità della politica estera della Svizzera. Ma al di là delle pur lodevoli dichiarazioni d’intento, permangono sul tappeto i problemi di sempre: la libera circolazione delle persone senza attività lucrativa, la protezione dei salari, gli aiuti di Stato, il recepimento della legislazione europea nell’ordinamento giuridico svizzero, il ruolo arbitrale della Corte di Giustizia, lo svilimento della sovranità. Problemi rilevanti che anni di negoziato non hanno rimosso del tutto.
Il Consiglio federale è consapevole che la mancata conclusione dell’accordo porterà con sé effetti negativi. Le ripercussioni vanno dal piano economico ai programmi di ricerca passando per il mercato energetico, con forti ricadute anche nei rapporti con l’Italia. L’Ue è il primo partner commerciale per Berna con un valore pari al 42% delle sue esportazioni e al 50% delle sue importazioni. A livello europeo gli scambi con la Svizzera sono stimati intorno al miliardo al giorno. Il Consiglio federale ha da tempo pianificato misure di attenuazione volte a mitigare le conseguenze negative, tra cui quelle relative ai dispositivi medici per la sicurezza degli approvvigionamenti e alla protezione dell’infrastruttura delle Borse attivata nel giugno 2019 con la quale la Svizzera ha reagito alla revoca del riconoscimento dell’equivalenza delle Borse svizzere da parte dell’Ue, in primis quella di Zurigo, la quarta a livello europeo.
Una controversa pagina di cronaca politica scritta con grande miopia storica. Cosa ci riserverà Berna per il futuro? Una pausa di riflessione o una risposta isolazionista?



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