Fisco e Soldi

LA RIFORMA DEL FISCO  

Posted by on Mar 22, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su LA RIFORMA DEL FISCO  

LA RIFORMA DEL FISCO  

Ci risiamo! Si torna a parlare di semplificazioni fiscali, il solito tormentone di ogni Governo per rendere più trasparente il difficile rapporto fra Fisco e contribuente nell’ottica di un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti. Da tempo si avverte la necessità di un fisco semplificato che, oltre a ridurne la pressione, sostenga la crescita fronteggiando  un’inflazione legislativa che produce incertezza e confusione. Tante norme (più di centodiecimila in vigore!) che, a volte in modo contraddittorio, regolano la stessa materia. Una proliferazione della normativa  che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione tributaria ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Tanti ostacoli sulla strada della trasparenza fiscale: problemi interpretativi, incertezze operative e scorie burocratiche accompagnano quotidianamente contribuenti e professionisti. Interventi spot, proroghe estemporanee, a conferma di un sistema tributario imperfetto nei suoi meccanismi operativi, nelle sue procedure, nei suoi strumenti di controllo. La lotta all’evasione passa attraverso un Fisco semplice e non attraverso fastidiosi adempimenti in costante aumento che causano spesso un dispendioso contenzioso.   Un sistema tributario da ricostruire nei suoi principi fondanti: semplicità, certezza ed equità per l’affermazione del dovere fiscale inteso come “dovere di solidarietà che, come ha osservato di recente Enrico De Mita, costituisce il fondamento sul quale si regge l’organizzazione dello Stato moderno”, il dovere cioè di concorrere alle spese pubbliche in base alla capacità contributiva, principio sancito dall’art. 53 della Costituzione. “Senza una giustizia fiscale la democrazia muore”. In attesa di una seria riforma che spazzi via anacronistici balzelli (erariali, regionali e comunali) e conferisca chiarezza e credibilità all’ordinamento tributario, l’esecutivo gialloverde prova a snellire la burocrazia, semplificando alcuni obblighi amministrativi. In Commissione Finanze alla Camera è stata presentata una proposta di legge che dovrebbe azzerare alcuni adempimenti comunicativi e stravolgere il calendario delle dichiarazioni fiscali. Un tentativo di razionalizzazione del ginepraio fiscale, una “bonifica” sempre promessa e mai realizzata! I dubbi sull’esito finale dell’operazione non mancano per i soliti paletti ministeriali. Sarà il “new deal” o  l’ennesimo ballon d’essai, un misero dejavu? Sarebbe un’altra beffa per imprese e professionisti sempre più tartassati da scadenze, moduli e adempimenti vecchi e nuovi, ultimo dei quali la fatturazione elettronica con le infinite complicazioni operative. E’ particolarmente ricco il pacchetto delle modifiche fiscali proposte. Si va dall’abolizione delle comunicazioni dei dati delle liquidazioni Iva alla cadenza annuale dello “spesometro”, dalla eliminazione del modello 770 dei sostituti d’imposta all’ampliamento dell’ambito operativo del versamento con il modello F24, con l’ inclusione delle imposte indirette (registro, successione, donazione, ipocatastale). Dulcis in fundo il regime alternativo delle dichiarazioni d’intento Iva per gli esportatori abituali e lo slittamento dal 31 ottobre al 31 dicembre del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi. Un mix di modifiche la cui approvazione è legata all’iter parlamentare e quindi ai tempi lunghi della discussione e ai rischi di “annacquamento”. Il buonsenso imporrebbe l’immediata cancellazione di norme e adempimenti inutili nella consapevolezza che semplificare il fisco significa ridurre l’impatto asfissiante della burocrazia, rispettare i contribuenti nei loro diritti di operare in un quadro normativo chiaro e definito, ma soprattutto significa legittimare  all’interno del sistema tributario il necessario rapporto di fiducia e collaborazione tra cittadino e fisco, cardine del vituperato “statuto del contribuente”. Una sfida di civiltà...

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20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA

Posted by on Mar 10, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su 20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA

20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA

Era il 1 gennaio 1999 quando in undici Paesi dell’Unione europea, sulla base dei parametri fissati dal Trattato di Maastricht del 1992, entrò ufficialmente in vigore l’euro come unità di conto virtuale per il settore bancario. Tre anni dopo, con il festoso changeover, arrivò nelle nostre tasche, salutato come il simbolo della integrazione monetaria del Vecchio Continente, preludio alla costruzione politica della comune casa europea. Oggi è la moneta ufficiale di 340 milioni di cittadini europei in 19 Paesi  ed è la seconda valuta più importante a livello  internazionale.              Sono stati vent’anni non sempre facili, una corsa ad ostacoli iniziata all’insegna della diffidenza dei mercati e dello scetticismo di alcuni economisti e culminata con la crisi finanziaria dei debiti sovrani europei del 2011-2012. Fu messo a nudo la sua criticità: essere una moneta senza un governo, senza uno Stato, senza una banca, prestatrice di ultima istanza, capace di garantire un intervento in caso di difficoltà. E’ l’anomalia di un’Europa unita sotto il segno della moneta, con la Banca centrale europea, unica istituzione federale, priva del sostegno di una politica economica comune e di un coordinamento delle politiche fiscali e previdenziali. E senza una reale unione economica, ogni Paese risponde da solo dei debiti del suo Governo, delle sue banche, delle sue imprese con la conseguenza che l’assenza di misure protettive (al netto del “quantitative easing” della Bce) provoca l’aumento dei tassi d’interesse, la rarefazione del credito, l’arresto della crescita. Paesi forti sempre più forti, Paesi deboli sempre più deboli in un  frastagliato quadro economico: le singole economie nazionali troppo diverse fra loro, i cicli economici troppo asimmetrici e il fattore di mobilità molto basso. In tale situazione la moneta unica avvantaggia i Paesi entrati nell’Eurozona in condizioni ottimali (debiti pubblici moderati, migliore organizzazione della produzione e del lavoro, amministrazione pubblica e giustizia più efficienti) e danneggia quei Paesi con finanza pubblica allegra e in forte ritardo sulle riforme. La clamorosa conferma è venuta da uno studio del Centro di politica per l’Europa (Cep) presentato in questi giorni a Berlino, secondo il quale, dall’introduzione dell’euro, In Italia si sommano perdite complessive per 4.325 miliardi euro, e cioè 73.605 euro pro capite! Con noi, la Francia con perdite per 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite. La prima della classe, ovviamente, è la Germania: dal 1999 al 2017, avrebbe guadagnato 1.893 miliardi di euro, circa 23.116 euro per abitante. L’Italia, senza più svalutazioni monetarie, con riforme strutturali annunciate e mai realizzate, non ha trovato alcuna possibilità di diventare competitiva nell’Eurozona a causa anche dell’alto cambio lira-euro imposto a Prodi e a Ciampi dalla Germania a difesa delle proprie esportazioni. Un perverso sistema di cambi fissi che impone ai Paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento dei propri conti pubblici, a danno della crescita, e non chiede alcun impegno di solidarietà ai Paesi in surplus commerciale (Germania). Nel 2002 il nostro reddito pro capite era del 20% superiore alla media dell’area euro, oggi è sceso sensibilmente sotto la media,  con aumento della disoccupazione. Euro, opera incompiuta. E’ il motore di crescita dell’economia europea, ma per funzionare al meglio deve trovare una governance economica e finanziaria, un’unione bancaria, una comune politica fiscale e riforme condivise.  Un passaggio obbligato per mettere al riparo la moneta unica dagli atti di pirateria dei mercati e l’Europa dal contrasti economici  e quindi dai rischi per la coesione sociale e la stessa democrazia. Ma soprattutto per azzerare la follia economica di chi pensa di difendere l’interesse nazionale tornando alla lira, ignorandone le drammatiche conseguenze per investitori e risparmiatori, e cioè  per la sovranità...

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BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE

Posted by on Feb 18, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE

BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE

In vendita l’oro di Bankitalia? Le riserve auree della Banca d’Italia tornano sotto i riflettori della politica e accendono suggestioni e polemiche. Di forte impatto mediatico la proposta di legge del leghista Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera per “chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro, perché non esiste una legge che lo affermi  esplicitamente.” Una proposta che nasconde aspetti controversi. La nostra banca centrale è il quarto detentore di riserve auree al mondo dopo la Fed, la Bundesbank e il Fondo monetario internazionale (FMI): un patrimonio di 2452 tonnellate di lingotti e monete d’oro, di cui solo 1100 tonnellate (poco più del 44%) è in Italia, nei caveau di Palazzo Koch di Via Nazionale, a Roma. Il resto è al sicuro altrove: il 43,29% negli Usa, il 6,09% in Svizzera, il 5,76% nel Regno Unito. Valore stimato a fine gennaio pari a 91,8 miliardi di euro. Un asset importante per la tenuta del sistema finanziario del Paese contro crisi valutarie e rischio sovrano. La sua gestione è vincolata agli indirizzi adottati dal Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e dalla Bce a salvaguardia della politica monetaria unica per la quale la Banca di Francoforte, in base al Trattato sul funzionamento dell’Ue, ha il compito di “detenere e gestire  le riserve ufficiali” dei Paesi aderenti all’Eurozona che quindi non ne hanno la libera disponibilità.       Una lettura del Trattato poco gradita a chi guarda alle riserve auree di Bankitalia come a una possibile soluzione di emergenza ai problemi dei conti pubblici. Usare cioè le riserve per evitare una manovra correttiva e scongiurare l’aumento dell’Iva nella Legge di bilancio del prossimo anno. Vendere parte dell’oro per incassare 15-20 miliardi di euro e allontanare i fantasmi di un pesante deficit di bilancio con i relativi problemi di mercato. La proposta di legge di Borghi, al vaglio del Governo, è generata dal rallentamento dell’economia che influirà sugli impegni della maggioranza di rispettare le stime crescita/deficit e le promesse sulla tenuta dei conti pubblici. Nessuno assalto alla diligenza, assicurano a Palazzo Chigi, nessuno attacco a Bankitalia la cui governance è stata in questi giorni più volte delegittimata per la mancata vigilanza sui crac bancari degli ultimi anni. Ma cosa nasconde il richiesto azzeramento dei vertici della banca, la sua discontinuità di azione? Nasconde forse l’inquietante insofferenza della sua indipendenza, il disegno di un ritorno sotto l’ombrello del Tesoro per renderla funzionale al “piano B” dei sovranisti di casa nostra: uscire dall’euro, nazionalizzare il debito svalutandolo nella nuova moneta. Fantapolitica o, con gli scongiuri del caso, il folle disegno di riportare indietro nel tempo le lancette della storia economica italiana? Azzerare cioè gli effetti della moneta unica e quelli del divorzio fra Tesoro e Bankitalia, sottoscritto nel luglio 1981 da Andreatta e Ciampi, per avere mani libere nella politica monetaria. La Banca d’Italia, per contenere l’inflazione, fu liberata dall’obbligo di comprare i buoni del tesoro rimasti invenduti sul mercato per finanziare, con emissione di nuova moneta, il disavanzo. Si vuole ora replicare, fuori da ogni vincolo europeo, per garantire un “quantitative easing” alle finanze pubbliche, surrogando quello europeo di Draghi, in scadenza. E’ il passato che ritorna … nel nome del cambiamento! Sarebbe un’operazione  scellerata, espressione di  una politica economica sull’orlo del precipizio che rischia di consegnare il futuro dell’Italia alle speculazioni del mercati e ai ricatti dei poteri forti.      ...

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FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA!

Posted by on Dic 19, 2018 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA!

FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA!

Conto alla rovescia per il popolo delle partite iva: il 1 gennaio 2019 entrerà in vigore la nuova procedura obbligatoria di fatturazione elettronica, nell’ambito di una normativa comunitaria che entro il 2021 si armonizzerà tra tutti gli Stati membri. Un cambiamento radicale, con rilevanti implicazioni tecniche, gestionali e organizzative per imprese e professionisti. Per il legislatore un passo in avanti sulla strada dell’efficienza amministrativa, intrapresa nel 2014 con la “e-fattura” con la PA.  Si volta pagina: per le cessioni di beni e le prestazioni di servizio effettuate tra soggetti residenti (anche consumatori finali) saranno emesse solo fatture elettroniche utilizzando il Sistema di interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate. E’ questo lo snodo dell’operazione, svolgerà il ruolo di “postino” (e archivio), con il compito di verificare il formato (XML) del documento ricevuto  e la completezza dei dati inseriti, prima di “recapitarlo” al soggetto cui è indirizzato.    Ma, cos’è la fatturazione elettronica? E’ un sistema digitale di emissione, trasmissione e conservazione delle fatture che permette di abbandonare per sempre il supporto cartaceo e tutti i  relativi costi di stampa, spedizione e conservazione. Comporta la riduzione (o eliminazione, in certi casi)  di alcuni adempimenti fiscali, consentendo all’Agenzia delle Entrate tempi e modalità più rapidi per eventuali controlli. Addio alla carta! Addio alla fattura tradizionale compilata per anni con penna, macchine da scrivere o fogli di calcolo con l’uso di software. Addio al … piccione viaggiatore: servizi postali e telematici. Addio alla conservazione del documento in formato cartaceo. Il tutto viene ora demandato allo SdI, salva conservazione sostitutiva a cura del singolo operatore Iva. Insomma, sarà un diverso modo di lavorare.   Una operazione complessa sulla quale, a pochi giorni dall’avvio, regna però tanta confusione per le incognite e le incertezze operative che l’accompagnano. La vigilia del D-Day è infatti caratterizzata da proteste politiche e prese di posizione delle associazioni di categoria per la “fastidiosa complicazione”. Dal Consiglio nazionale dei commercialisti è stato lanciato un nuovo allarme: “Rischio caos, il  sistema non è pronto!”  “Molti passaggi della “e-fattura” sembrano decisi a tavolino seguendo le formule astratte della burocrazia, e non assecondando l’operatività quotidiana delle imprese.” Le problematiche, in particolare, sono riconducibili a significativi aspetti della procedura: la privacy, l’assenza di copertura internet in vaste aree del Paese, il disagio crescente delle piccole e micro imprese. Si chiede una modulazione graduale dell’adempimento, ma la risposta del Governo è quella dell’impossibilità di una proroga per evidenti esigenze di cassa, visto che dalla fatturazione elettronica si attende, quale risultato della lotta all’evasione, un maggior gettito tributario di circa due miliardi di euro. Sulla epocale rivoluzione fiscale grava comunque lo stop del Garante della privacy che lo scorso novembre, con un inusuale provvedimento indirizzato all’Agenzia delle Entrate, ha rilevato forti criticità per la protezione dei dati personali. I rilievi riguardano la trasmissione e memorizzazione di una sproporzionata mole di informazioni non direttamente utili ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, sia personale che aziendale. Un perentorio invito a cambiare la procedura, adeguando tutto il sistema di trasmissione, conservazione e gestione della fatturazione elettronica al quadro normativo italiano ed europeo riguardo il trattamento dei dati. Ma al Mfe di Via XX Settembre, a Roma, tutto tace: non un buon segnale per assicurare all’operazione chiarezza e trasparenza, nel rispetto dei diritti del contribuente. Il solito zibaldone all’italiana!...

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L’ “ORA X” PER  LA  DICHIARAZIONE  DEI  REDDITI 

Posted by on Dic 19, 2018 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su L’ “ORA X” PER  LA  DICHIARAZIONE  DEI  REDDITI 

L’ “ORA X” PER  LA  DICHIARAZIONE  DEI  REDDITI 

Per trenta milioni di contribuenti è scattata l’“ora X”. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate è disponibile da qualche giorno la dichiarazione dei redditi precompilata che dal prossimo 2 maggio potrà essere modificata e inviata entro il 24 luglio, nel caso del modello 730 (pensionati o lavoratori dipendenti), o entro il 2 ottobre, nel caso del modello Redditi PF (redditi d’impresa, di lavoro autonomo, diversi, ecc.). Se il 730 precompilato viene accettato senza modifiche non ci saranno controlli sui documenti relativi alle spese inserite. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre 2017.  Quest’anno la dichiarazione precompilata contiene un maggior numero di elementi inseriti d’ufficio che vanno  ad aggiungersi a quelli già presenti nel 2016 (redditi di lavoro dipendente e pensione, ritenute, acconti, premi assicurativi, interessi su mutui, contributi previdenziali e assistenziali, spese sanitarie, universitarie e funebri). Nel terzo anno di sperimentazione, entrano nella precompilata le spese per l’acquisto di farmaci e per le prestazioni rese da ottici, psicologi, infermieri, ostetriche, le spese veterinarie e quelle per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica degli edifici. Sono circa 900 milioni le informazioni presenti nella precompilata 2017, di cui 690 milioni si riferiscono a spese sanitarie riguardanti 53 milioni di cittadini, per un ammontare di circa 29 miliardi di euro, il doppio dello scorso anno. Secondo quanto comunicato dall’Agenzia, i dati inseriti comprendono più di 61 milioni di Certificazioni uniche relative a lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati, quasi 94 milioni di premi assicurativi, circa 16 milioni di bonifici per ristrutturazioni. E ancora, quasi 8,4 milioni di dati per interessi passivi, 3,3 milioni per contributi per lavoratori domestici e altri 3,4 milioni per le spese universitarie.  Una mole notevole di informazioni  che, ove ce ne fosse bisogno, conferma la complessità del nostro ordinamento tributario. Un unicum europeo! Soltanto nell’ultimo anno si sono registrate altre quaranta new entry tra agevolazioni, proroghe e modifiche. Un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione che, alla vigilia del nuovo appuntamento fiscale, hanno richiesto un intervento  chiarificatore dell’Agenzia delle Entrate su deduzioni, detrazioni e credito d’imposta con la recente circolare del 4 aprile u.s. di ben 324 pagine! Migliaia di parole che si aggiungono a centinaia di pagine di istruzioni ufficiali ai modelli di dichiarazioni. Una situazione aberrante che crea confusione e scarsa trasparenza. Ancora inascoltato l’appello di Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta, per “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e  un proliferare della normativa  che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti.  Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di stagnante ripresa economica, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale (stimata per l’anno in corso    al  42,3%) sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico fermo al 132,5% del Pil. Resta sul tavolo del Governo l’ipotesi...

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ADDIO IMU, ADDIO TASI, SI CAMBIA

Posted by on Dic 7, 2018 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su ADDIO IMU, ADDIO TASI, SI CAMBIA

ADDIO IMU, ADDIO TASI, SI CAMBIA

Addio Imu, addio Tasi! E’ il generoso regalo di Babbo Natale ai proprietari di casa grazie alla … intercessione del leghista Alberto Gusmeroli, vice presidente della Commissione Finanze della Camera. Peccato però che i due balzelli comunali, pur scomparendo dalla finanza locale, lascino il posto a un nuovo (analogo) tributo: Tuc, tassa unica sulle costruzioni! Lo prevede, su richiesta dell’Anci, l’emendamento della Lega alla Legge di bilancio 2019 per unificare i  tributi locali sul mattone, eliminando le oltre 200 mila diverse aliquote applicate dai Comuni del Belpaese. Norme e regolamenti difformi che hanno generato dal 2014 un variegato panorama di aliquote che si sono accavallate in un complicato groviglio di regole, rendendo la vita difficile ai contribuenti. Si vuole così evitare a chi è proprietario di seconde case, di due o più garage , negozi e capannoni una doppia imposizione, con doppi calcoli e versamenti per una stessa unità immobiliare. Un nuovo restyling, l’ennesimo per la tassa sulla casa, dopo la conflittuale stagione dell’Ici. S’imbocca finalmente la strada della semplificazione (e del buon senso!) con bollettini precompilati da parte dei Comuni, come già avviene per la Tari,  per facilitarne il pagamento.   Ma se l’intento appare lodevole, la beffa per i contribuenti si nasconde in uno dei 13 articoli dell’emendamento. Si prevede infatti per la nuova Imu  un’aliquota massima dell’11,40 per mille rispetto a quella attualmente in vigore del 10,6 per mille,  come somma delle aliquote di Imu e Tasi. Un “aumento ingiustificato” denuncia Confedilizia che parla di “tassazione sugli immobili giunta alla cifra monstre di 50 miliardi di euro l’anno con danni all’intera economia.” Mercato immobiliare in forte affanno nonostante la stazionarietà dei prezzi delle compravendite. Il mattone ancora una volta “riserva di caccia” per l’imposizione comunale. E la pressione tributaria degli enti locali potrebbe ancora aumentare per effetto della Legge di bilancio, all’esame del Parlamento, che non proroga il blocco delle addizionali locali (Regioni e Comuni) introdotte nel 2015, e avviato dal Governo Renzi nel 2016. Scatterebbe così l’aumento dell’addizionale Irpef correlata al reddito imponibile dichiarato. I Comuni avranno carta bianca per ritoccare l’aliquota fino al livello massimo, e cioè dello 0,8% in più. Un’opportunità che verrà colta da cinque sindaci su sei: sono 6782 i Comuni che hanno finora applicato un’aliquota inferiore a quella massima, fra i quali -secondo i dati del Mfe- ben 4151 con addizionale Irpef ad oggi pari a zero. Il prelievo fiscale, per la Cgia di Mestre, costerà mediamente circa 130 euro alle famiglie che si troveranno a fare i conti con la nuova Imu e con l’addizionale Irpef. Nel 2019 più ossigeno nelle casse dei  Comuni, ma meno liquidità nelle tasche dei contribuenti. Taglio di imposte e tasse?  La telenovela...

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