Fisco e Soldi

 ADDIO A SCONTRINI E RICEVUTE FISCALI                      

Posted by on Giu 28, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su  ADDIO A SCONTRINI E RICEVUTE FISCALI                      

 ADDIO A SCONTRINI E RICEVUTE FISCALI                      

Scontrini e ricevute fiscali addio. Dopo la fatturazione elettronica introdotta a inizio anno, prosegue la rivoluzione digitale dell’Amministrazione finanziaria. Dal 1° luglio, con il via al processo tributario telematico, scatta un altro importante obbligo: la memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei “corrispettivi” giornalieri per gli esercenti attività commerciali e assimilati (pubblici esercizi, artigiani, ecc.). Si passerà dal registratore di cassa al registratore telematico, ovvero ai nuovi strumenti tecnologici in possesso delle caratteristiche tecniche definite dall’Agenzia delle Entrate in grado di garantire l’inalterabilità e la sicurezza dei dati memorizzati. Questi nuovi registratori (per il cui acquisto è previsto un credito d’imposta pari al 50% della spesa sostenuta, con un massimo di 250 euro) consentiranno di memorizzare i dati di dettaglio e quelli di riepilogo delle operazioni effettuate e trasmetterli giornalmente all’Agenzia delle Entrate. Andranno in archivio alcuni adempimenti contabili come il “registro dei corrispettivi”, l’emissione e la conservazione dei documenti cartacei (scontrini e ricevute ) alternativi alla fattura elettronica. Il Fisco potrà così acquisire in tempo reale ogni elemento per la compilazione della dichiarazione Iva e dei redditi, con la possibilità di verificare gli importi di vendite e prestazioni di servizi e confrontarli con l’Iva pagata, velocizzando l’azione di accertamento nei confronti dei contribuenti.  L’obiettivo di fondo dell’operazione è infatti il contrasto all’evasione. L’Iva è la seconda imposta quanto a gettito tributario: oltre 130 miliardi di euro nell’ultimo anno. Ma l’Iva è anche l’imposta più evasa: circa 36 miliardi l’anno. Una perdita per le casse dello Stato tra il 26 e il 27% a cui si aggiunge il minore introito delle imposte dirette (Irpef, Ires) per chi, per evadere l’Iva, non emette fattura, scontrino o ricevuta fiscale. Una criticità tributaria facilitata dal diffuso utilizzo del contante nelle operazioni commerciali. In Italia il cash rappresenta la forma di pagamento nell’86%  delle transazioni, come ha certificato di recente il Comitato sicurezza finanziaria (Csf) che ha inserito la Provincia di Varese nella fascia di rischio medio-alto nella specifica mappa dell’uso eccessivo del contante (con Torino, Como, Sondrio, Trento, Padova, Napoli e altre città). A 36 anni dalla sua introduzione avvenuta nel 1983, lo scontrino fiscale lascia il posto allo “scontrino elettronico” che inizialmente interesserà i soggetti iva con volume d’affari 2018 superiore a 400.000 euro, dal 1° gennaio 2020 coinvolgerà l’intero comparto delle attività commerciali, con  specifici casi di esonero (tabaccai, giornalai, tassisti, distributori di carburanti e altri). Secondo le stime di Confcommercio saranno oltre due milioni gli operatori economici che dovranno transitare dalla carta al digitale. Una rivoluzione complessa che, ovviamente, riguarderà anche il consumatore al quale, in sostituzione di scontrino o ricevuta, in sede di acquisto o a seguito della prestazione di servizio, verrà rilasciato il nuovo “documento commerciale” che avrà valenza civilistica per l’esercizio di alcuni diritti (reso, cambio o garanzia). Non avrà invece valore fiscale e quindi non potrà essere utilizzato per detrazioni o deduzioni, salvo esplicita richiesta all’atto in cui è effettuata l’operazione: in tal caso, il documento dovrà essere integrato degli elementi fiscali di legge. I contribuenti (persone fisiche) che dal prossimo gennaio effettuano acquisti di beni e servizi, al di fuori dell’attività d’impresa, arte o professione, presso esercenti che trasmettono telematicamente i corrispettivi giornalieri, qualora forniscano il proprio codice fiscale all’esercente, possono partecipare alla c.d. “lotteria degli scontrini”, con possibilità di vincita raddoppiate in caso di pagamento tracciato con carta di credito o bancomat. Si volta pagina. Scontrino elettronico e transazioni cashless con la scomparsa del contante segneranno le future vicende economiche del contribuente nell’ottica di un rapporto di maggiore trasparenza con l’Amministrazione finanziaria, sotto l’attenta regia del  … Grande Fratello fiscale.          ...

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CONTI PUBBLICI  FRA SOGNI E … BUGIE   

Posted by on Apr 28, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su CONTI PUBBLICI  FRA SOGNI E … BUGIE   

CONTI PUBBLICI  FRA SOGNI E … BUGIE   

Conti pubblici, problemi di sempre! Il Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei Ministri ha ridisegnato il quadro macroeconomico italiano riproponendo le incertezze e i vincoli di finanza pubblica per la prossima Legge di bilancio. Un documento che nell’aridità di numeri e tabelle certifica che l’Italia, al di là dei roboanti proclami del vice premier Di Maio nella “notte del balcone”, è ferma. Maxi taglio delle stime di crescita fissate per l’anno corrente allo 0,2% rispetto all’1,5% di dicembre, poi corretto all’1% in sede europea. Una previsione che si avvicina a quella dell’Ocse (-0,2%). Un quadro dunque fortemente critico. Lo ha ribadito  il Commissario Ue per gli affari economici Moscovici: “L’Italia sta soffrendo una situazione di stagnazione, se non di recessione, fonte di incertezza per tutta l’Eurozona”. Il deficit dal 2% del Pil sale al 2,4% con ripercussioni sul debito pubblico che invece di ridursi come promesso continua ad aumentare, toccando a febbraio il record di 2.354 mld di euro, pari al 132,8% del Pil. E’ il macigno strutturale che paralizza l’economia italiana sul quale pesa la spesa per interessi che dai 64 mld di euro di quest’anno crescerà ai 73,7 del 2022. In valore assoluto, il conto aggiuntivo accumula 17,4 mld in tre anni. E’ la conseguenza delle incertezze politiche, è scritto con chiarezza nelle pagine del Def: a spingere sullo spread “sono state le forti tensioni sul mercato dei titoli di Stato alimentate dalle vicende politiche che hanno caratterizzato la formazione e l’elaborazione del programma del nuovo governo. Il debito toglie risorse importanti alla finanza pubblica, in quanto allocate al pagamento degli interessi, e rappresenta un fardello per le generazioni future.” Ma sul bilancio pesano anche gli effetti di “quota 100” che solo quest’anno costerà 8,6 mld, per crescere poi di 10 mld l’anno. Con gli effetti del “reddito di cittadinanza” (6 mld quest’anno), i costi delle due riforme arrivano a 38 mld in tre anni.     La strada verso la manovra d’autunno appare tutta in salita. Secondo le stime del Sole 24 Ore, per centrare gli obiettivi programmatici di finanza pubblica occorrono misure extra che “fra quest’anno e il prossimo anno devono portare 46,6 mld alla causa di deficit e debito, senza i quali tutti i parametri punterebbero decisamente in alto aprendo rischi ulteriori per l’accoglienza dei nostri conti pubblici in Europa e soprattutto sui mercati.” Per sterilizzare le clausole di salvaguardia Iva, neutralizzandone l’aumento delle aliquote, il Governo, con non poco ottimismo (e qualche bugia di troppo!), punta a reperire le relative risorse di 23 mld da spending review, tax expenditures e revisione di sconti e bonus fiscali. Le stesse che dovrebbero assicurare la copertura di 12-15 milioni anche per la flat tax al 15% per le famiglie con redditi fino a 50 mila euro. Il libro dei sogni si arricchisce di nuove pagine. La campagna elettorale non è mai finita, caccia al voto!    In attesa del “boom economico” e dell’ “anno bellissimo” disegnato dal premier Conte, il ministro dell’Economia Tria, con maggiore realismo,  non nasconde le difficoltà della manovra di bilancio con rischi di ribasso della crescita: “il profilo delineato per l’indebitamento netto richiederà l’individuazione di coperture di notevole entità”. Tradotto dal politichese: manovra correttiva, aumento Iva anticipato a luglio, patrimoniale?  Il Governo smentisce, ma la fragilità del Paese rischia di tradursi in instabilità fuori controllo in presenza di una fantasiosa programmazione economica e finanziaria. I mercati finanziari non...

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LA RIFORMA DEL FISCO  

Posted by on Mar 22, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su LA RIFORMA DEL FISCO  

LA RIFORMA DEL FISCO  

Ci risiamo! Si torna a parlare di semplificazioni fiscali, il solito tormentone di ogni Governo per rendere più trasparente il difficile rapporto fra Fisco e contribuente nell’ottica di un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti. Da tempo si avverte la necessità di un fisco semplificato che, oltre a ridurne la pressione, sostenga la crescita fronteggiando  un’inflazione legislativa che produce incertezza e confusione. Tante norme (più di centodiecimila in vigore!) che, a volte in modo contraddittorio, regolano la stessa materia. Una proliferazione della normativa  che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione tributaria ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Tanti ostacoli sulla strada della trasparenza fiscale: problemi interpretativi, incertezze operative e scorie burocratiche accompagnano quotidianamente contribuenti e professionisti. Interventi spot, proroghe estemporanee, a conferma di un sistema tributario imperfetto nei suoi meccanismi operativi, nelle sue procedure, nei suoi strumenti di controllo. La lotta all’evasione passa attraverso un Fisco semplice e non attraverso fastidiosi adempimenti in costante aumento che causano spesso un dispendioso contenzioso.   Un sistema tributario da ricostruire nei suoi principi fondanti: semplicità, certezza ed equità per l’affermazione del dovere fiscale inteso come “dovere di solidarietà che, come ha osservato di recente Enrico De Mita, costituisce il fondamento sul quale si regge l’organizzazione dello Stato moderno”, il dovere cioè di concorrere alle spese pubbliche in base alla capacità contributiva, principio sancito dall’art. 53 della Costituzione. “Senza una giustizia fiscale la democrazia muore”. In attesa di una seria riforma che spazzi via anacronistici balzelli (erariali, regionali e comunali) e conferisca chiarezza e credibilità all’ordinamento tributario, l’esecutivo gialloverde prova a snellire la burocrazia, semplificando alcuni obblighi amministrativi. In Commissione Finanze alla Camera è stata presentata una proposta di legge che dovrebbe azzerare alcuni adempimenti comunicativi e stravolgere il calendario delle dichiarazioni fiscali. Un tentativo di razionalizzazione del ginepraio fiscale, una “bonifica” sempre promessa e mai realizzata! I dubbi sull’esito finale dell’operazione non mancano per i soliti paletti ministeriali. Sarà il “new deal” o  l’ennesimo ballon d’essai, un misero dejavu? Sarebbe un’altra beffa per imprese e professionisti sempre più tartassati da scadenze, moduli e adempimenti vecchi e nuovi, ultimo dei quali la fatturazione elettronica con le infinite complicazioni operative. E’ particolarmente ricco il pacchetto delle modifiche fiscali proposte. Si va dall’abolizione delle comunicazioni dei dati delle liquidazioni Iva alla cadenza annuale dello “spesometro”, dalla eliminazione del modello 770 dei sostituti d’imposta all’ampliamento dell’ambito operativo del versamento con il modello F24, con l’ inclusione delle imposte indirette (registro, successione, donazione, ipocatastale). Dulcis in fundo il regime alternativo delle dichiarazioni d’intento Iva per gli esportatori abituali e lo slittamento dal 31 ottobre al 31 dicembre del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi. Un mix di modifiche la cui approvazione è legata all’iter parlamentare e quindi ai tempi lunghi della discussione e ai rischi di “annacquamento”. Il buonsenso imporrebbe l’immediata cancellazione di norme e adempimenti inutili nella consapevolezza che semplificare il fisco significa ridurre l’impatto asfissiante della burocrazia, rispettare i contribuenti nei loro diritti di operare in un quadro normativo chiaro e definito, ma soprattutto significa legittimare  all’interno del sistema tributario il necessario rapporto di fiducia e collaborazione tra cittadino e fisco, cardine del vituperato “statuto del contribuente”. Una sfida di civiltà...

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20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA

Posted by on Mar 10, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su 20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA

20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA

Era il 1 gennaio 1999 quando in undici Paesi dell’Unione europea, sulla base dei parametri fissati dal Trattato di Maastricht del 1992, entrò ufficialmente in vigore l’euro come unità di conto virtuale per il settore bancario. Tre anni dopo, con il festoso changeover, arrivò nelle nostre tasche, salutato come il simbolo della integrazione monetaria del Vecchio Continente, preludio alla costruzione politica della comune casa europea. Oggi è la moneta ufficiale di 340 milioni di cittadini europei in 19 Paesi  ed è la seconda valuta più importante a livello  internazionale.              Sono stati vent’anni non sempre facili, una corsa ad ostacoli iniziata all’insegna della diffidenza dei mercati e dello scetticismo di alcuni economisti e culminata con la crisi finanziaria dei debiti sovrani europei del 2011-2012. Fu messo a nudo la sua criticità: essere una moneta senza un governo, senza uno Stato, senza una banca, prestatrice di ultima istanza, capace di garantire un intervento in caso di difficoltà. E’ l’anomalia di un’Europa unita sotto il segno della moneta, con la Banca centrale europea, unica istituzione federale, priva del sostegno di una politica economica comune e di un coordinamento delle politiche fiscali e previdenziali. E senza una reale unione economica, ogni Paese risponde da solo dei debiti del suo Governo, delle sue banche, delle sue imprese con la conseguenza che l’assenza di misure protettive (al netto del “quantitative easing” della Bce) provoca l’aumento dei tassi d’interesse, la rarefazione del credito, l’arresto della crescita. Paesi forti sempre più forti, Paesi deboli sempre più deboli in un  frastagliato quadro economico: le singole economie nazionali troppo diverse fra loro, i cicli economici troppo asimmetrici e il fattore di mobilità molto basso. In tale situazione la moneta unica avvantaggia i Paesi entrati nell’Eurozona in condizioni ottimali (debiti pubblici moderati, migliore organizzazione della produzione e del lavoro, amministrazione pubblica e giustizia più efficienti) e danneggia quei Paesi con finanza pubblica allegra e in forte ritardo sulle riforme. La clamorosa conferma è venuta da uno studio del Centro di politica per l’Europa (Cep) presentato in questi giorni a Berlino, secondo il quale, dall’introduzione dell’euro, In Italia si sommano perdite complessive per 4.325 miliardi euro, e cioè 73.605 euro pro capite! Con noi, la Francia con perdite per 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite. La prima della classe, ovviamente, è la Germania: dal 1999 al 2017, avrebbe guadagnato 1.893 miliardi di euro, circa 23.116 euro per abitante. L’Italia, senza più svalutazioni monetarie, con riforme strutturali annunciate e mai realizzate, non ha trovato alcuna possibilità di diventare competitiva nell’Eurozona a causa anche dell’alto cambio lira-euro imposto a Prodi e a Ciampi dalla Germania a difesa delle proprie esportazioni. Un perverso sistema di cambi fissi che impone ai Paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento dei propri conti pubblici, a danno della crescita, e non chiede alcun impegno di solidarietà ai Paesi in surplus commerciale (Germania). Nel 2002 il nostro reddito pro capite era del 20% superiore alla media dell’area euro, oggi è sceso sensibilmente sotto la media,  con aumento della disoccupazione. Euro, opera incompiuta. E’ il motore di crescita dell’economia europea, ma per funzionare al meglio deve trovare una governance economica e finanziaria, un’unione bancaria, una comune politica fiscale e riforme condivise.  Un passaggio obbligato per mettere al riparo la moneta unica dagli atti di pirateria dei mercati e l’Europa dal contrasti economici  e quindi dai rischi per la coesione sociale e la stessa democrazia. Ma soprattutto per azzerare la follia economica di chi pensa di difendere l’interesse nazionale tornando alla lira, ignorandone le drammatiche conseguenze per investitori e risparmiatori, e cioè  per la sovranità...

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BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE

Posted by on Feb 18, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE

BANKITALIA, L’ORO DI ZIO PAPERONE

In vendita l’oro di Bankitalia? Le riserve auree della Banca d’Italia tornano sotto i riflettori della politica e accendono suggestioni e polemiche. Di forte impatto mediatico la proposta di legge del leghista Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera per “chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro, perché non esiste una legge che lo affermi  esplicitamente.” Una proposta che nasconde aspetti controversi. La nostra banca centrale è il quarto detentore di riserve auree al mondo dopo la Fed, la Bundesbank e il Fondo monetario internazionale (FMI): un patrimonio di 2452 tonnellate di lingotti e monete d’oro, di cui solo 1100 tonnellate (poco più del 44%) è in Italia, nei caveau di Palazzo Koch di Via Nazionale, a Roma. Il resto è al sicuro altrove: il 43,29% negli Usa, il 6,09% in Svizzera, il 5,76% nel Regno Unito. Valore stimato a fine gennaio pari a 91,8 miliardi di euro. Un asset importante per la tenuta del sistema finanziario del Paese contro crisi valutarie e rischio sovrano. La sua gestione è vincolata agli indirizzi adottati dal Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e dalla Bce a salvaguardia della politica monetaria unica per la quale la Banca di Francoforte, in base al Trattato sul funzionamento dell’Ue, ha il compito di “detenere e gestire  le riserve ufficiali” dei Paesi aderenti all’Eurozona che quindi non ne hanno la libera disponibilità.       Una lettura del Trattato poco gradita a chi guarda alle riserve auree di Bankitalia come a una possibile soluzione di emergenza ai problemi dei conti pubblici. Usare cioè le riserve per evitare una manovra correttiva e scongiurare l’aumento dell’Iva nella Legge di bilancio del prossimo anno. Vendere parte dell’oro per incassare 15-20 miliardi di euro e allontanare i fantasmi di un pesante deficit di bilancio con i relativi problemi di mercato. La proposta di legge di Borghi, al vaglio del Governo, è generata dal rallentamento dell’economia che influirà sugli impegni della maggioranza di rispettare le stime crescita/deficit e le promesse sulla tenuta dei conti pubblici. Nessuno assalto alla diligenza, assicurano a Palazzo Chigi, nessuno attacco a Bankitalia la cui governance è stata in questi giorni più volte delegittimata per la mancata vigilanza sui crac bancari degli ultimi anni. Ma cosa nasconde il richiesto azzeramento dei vertici della banca, la sua discontinuità di azione? Nasconde forse l’inquietante insofferenza della sua indipendenza, il disegno di un ritorno sotto l’ombrello del Tesoro per renderla funzionale al “piano B” dei sovranisti di casa nostra: uscire dall’euro, nazionalizzare il debito svalutandolo nella nuova moneta. Fantapolitica o, con gli scongiuri del caso, il folle disegno di riportare indietro nel tempo le lancette della storia economica italiana? Azzerare cioè gli effetti della moneta unica e quelli del divorzio fra Tesoro e Bankitalia, sottoscritto nel luglio 1981 da Andreatta e Ciampi, per avere mani libere nella politica monetaria. La Banca d’Italia, per contenere l’inflazione, fu liberata dall’obbligo di comprare i buoni del tesoro rimasti invenduti sul mercato per finanziare, con emissione di nuova moneta, il disavanzo. Si vuole ora replicare, fuori da ogni vincolo europeo, per garantire un “quantitative easing” alle finanze pubbliche, surrogando quello europeo di Draghi, in scadenza. E’ il passato che ritorna … nel nome del cambiamento! Sarebbe un’operazione  scellerata, espressione di  una politica economica sull’orlo del precipizio che rischia di consegnare il futuro dell’Italia alle speculazioni del mercati e ai ricatti dei poteri forti.      ...

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FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA!

Posted by on Dic 19, 2018 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA!

FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA!

Conto alla rovescia per il popolo delle partite iva: il 1 gennaio 2019 entrerà in vigore la nuova procedura obbligatoria di fatturazione elettronica, nell’ambito di una normativa comunitaria che entro il 2021 si armonizzerà tra tutti gli Stati membri. Un cambiamento radicale, con rilevanti implicazioni tecniche, gestionali e organizzative per imprese e professionisti. Per il legislatore un passo in avanti sulla strada dell’efficienza amministrativa, intrapresa nel 2014 con la “e-fattura” con la PA.  Si volta pagina: per le cessioni di beni e le prestazioni di servizio effettuate tra soggetti residenti (anche consumatori finali) saranno emesse solo fatture elettroniche utilizzando il Sistema di interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate. E’ questo lo snodo dell’operazione, svolgerà il ruolo di “postino” (e archivio), con il compito di verificare il formato (XML) del documento ricevuto  e la completezza dei dati inseriti, prima di “recapitarlo” al soggetto cui è indirizzato.    Ma, cos’è la fatturazione elettronica? E’ un sistema digitale di emissione, trasmissione e conservazione delle fatture che permette di abbandonare per sempre il supporto cartaceo e tutti i  relativi costi di stampa, spedizione e conservazione. Comporta la riduzione (o eliminazione, in certi casi)  di alcuni adempimenti fiscali, consentendo all’Agenzia delle Entrate tempi e modalità più rapidi per eventuali controlli. Addio alla carta! Addio alla fattura tradizionale compilata per anni con penna, macchine da scrivere o fogli di calcolo con l’uso di software. Addio al … piccione viaggiatore: servizi postali e telematici. Addio alla conservazione del documento in formato cartaceo. Il tutto viene ora demandato allo SdI, salva conservazione sostitutiva a cura del singolo operatore Iva. Insomma, sarà un diverso modo di lavorare.   Una operazione complessa sulla quale, a pochi giorni dall’avvio, regna però tanta confusione per le incognite e le incertezze operative che l’accompagnano. La vigilia del D-Day è infatti caratterizzata da proteste politiche e prese di posizione delle associazioni di categoria per la “fastidiosa complicazione”. Dal Consiglio nazionale dei commercialisti è stato lanciato un nuovo allarme: “Rischio caos, il  sistema non è pronto!”  “Molti passaggi della “e-fattura” sembrano decisi a tavolino seguendo le formule astratte della burocrazia, e non assecondando l’operatività quotidiana delle imprese.” Le problematiche, in particolare, sono riconducibili a significativi aspetti della procedura: la privacy, l’assenza di copertura internet in vaste aree del Paese, il disagio crescente delle piccole e micro imprese. Si chiede una modulazione graduale dell’adempimento, ma la risposta del Governo è quella dell’impossibilità di una proroga per evidenti esigenze di cassa, visto che dalla fatturazione elettronica si attende, quale risultato della lotta all’evasione, un maggior gettito tributario di circa due miliardi di euro. Sulla epocale rivoluzione fiscale grava comunque lo stop del Garante della privacy che lo scorso novembre, con un inusuale provvedimento indirizzato all’Agenzia delle Entrate, ha rilevato forti criticità per la protezione dei dati personali. I rilievi riguardano la trasmissione e memorizzazione di una sproporzionata mole di informazioni non direttamente utili ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, sia personale che aziendale. Un perentorio invito a cambiare la procedura, adeguando tutto il sistema di trasmissione, conservazione e gestione della fatturazione elettronica al quadro normativo italiano ed europeo riguardo il trattamento dei dati. Ma al Mfe di Via XX Settembre, a Roma, tutto tace: non un buon segnale per assicurare all’operazione chiarezza e trasparenza, nel rispetto dei diritti del contribuente. Il solito zibaldone all’italiana!...

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