AGENZIA DELLE ENTRATE, SI CAMBIA!
E’ partito il restyling dell’Agenzia delle Entrate. “Meno burocrazia, meno adempimenti, meno balzelli, meno distacco dalla vita reale di chi produce, perché dobbiamo rendere più leggero lo sforzo di chi ogni mattina alza la saracinesca della propria impresa”. E’ l’impegno preso dal nuovo direttore dell’Agenzia Ernesto Maria Ruffini in audizione in Commissione Finanze alla Camera dei deputati. Un’operazione ambiziosa attraverso la riorganizzazione delle strutture centrali dell’Agenzia, che “risponde non tanto a esigenze finanziarie, quanto a un ripensamento, a livello internazionale, del rapporto fisco-contribuenti”. Un messaggio di cambiamento per evitare la deriva in cui sta pericolosamente scivolando il sistema fiscale del Belpaese fra inefficienze, incapacità gestionali e … proroghe a tempo scaduto! Il fondo si è toccato le scorse settimane con lo “spesometro” con invio dei dati delle fatture di dubbia utilità: un mix di cervellotiche complicazioni, incertezze normative e improvvisazioni che hanno causato negli operatori grande disagio. Alla crescente richiesta di rottamare il caos fiscale risponde Ruffini disegnando un fisco dal volto nuovo. A distanza di sedici anni dalla sua istituzione, avvenuta nel 2001, per l’Agenzia delle Entrate è tempo di manutenzione: intervenire sull’attività di controllo e accertamento per potenziare la tax compliance e prevenire i rischi di evasione ed elusione, anziché tentare di reprimerli. Più consulenza al cittadino attraverso un “servizio di assistenza e trasparenza nell’ottica di un dialogo continuo, per un contribuente più informato”. Impegno, pazienza e responsabilità sono le tre parole invocate dal direttore Ruffini per far crescere “il rispetto dell’obbligo tributario, perché l’evasione blocca la crescita, perché un sistema fiscale più efficiente crea e attrae nuovi investimenti, anche internazionali”. Progetto di grande respiro per realizzare il quale Ruffini ha tracciato la strada (sperando non sia un nuovo libro dei sogni!): norme chiare e ordinate, istruzioni tempestive, adempimenti più semplici con strumenti moderni, accertamenti non fantasiosi ma basati sulla sostanza. Nessuna caccia alle streghe! Novità significativa del nuovo assetto organizzativo è la creazione di due divisioni centrali: una denominata Servizi per la realizzazione e lo sviluppo innovativo dei servizi telematici e delle procedure di assistenza all’utenza, l’altra denominata Contribuenti con lo scopo di realizzare un approccio per tipologia di contribuente con un’azione più mirata del passato (non solo attività di accertamento e controllo, ma anche consulenza, interpello, contenzioso). Domanda: saranno realmente sufficienti queste linee guida e le modifiche organizzative di alcuni uffici centrali per realizzare l’obiettivo di un fisco moderno, efficiente e vicino al cittadino? Manca un disegno strategico collegato a una profonda revisione del sistema per una drastica semplificazione dell’ ordinamento tributario, oggi “inquinato” da adempimenti e scadenze. Una riforma fiscale attesa da molto tempo. Senza ignorare che il nuovo fisco va costruito anche sul territorio investendo sulla formazione del personale e sulla adeguatezza dei mezzi. Sarebbe sufficiente dare voce a contribuenti, imprese e professionisti che ogni giorno si rivolgono agli uffici locali dell’Agenzia per capire che i veri problemi, con le lamentele e le irritazioni, non riguardano soltanto le strutture centrali ma gli uffici territoriali dell’Amministrazione. Scollamento fra centro e periferia, diversità operativa fra un ufficio e un altro, latente spirito collaborativo per prevenire fastidiosi e onerosi contenziosi. Sono queste situazioni che minano il fragile rapporto fisco-contribuente alimentando un clima di sfiducia e di forte disagio. Al di là delle dichiarazioni d’intento, se pur lodevoli, e delle variazioni organizzative in alto loco, all’Amministrazione viene richiesto a livello locale un comportamento uniforme, coerente, non lasciato all’occasionalità o alla buona sorte dell’incontro con il funzionario di turno. La strada del rinnovamento è anche...
Read MoreIL MISTERO BUFFO DEL FISCO
In scena in questi giorni, nel variegato panorama fiscale italiano, l’ultimo atto del … “Mistero buffo”. La famosa opera teatrale di Dario Fo rivive nella rappresentazione della “semplificazione” sceneggiata dall’Agenzia delle Entrate. Un copione … buffo, un misero dejà vu! Contribuenti e professionisti alle prese con un nuovo adempimento: lo “spesometro”, ossia l’invio telematico entro il prossimo 28 settembre dei dati delle fatture emesse e ricevute, bollette doganali e note di variazione relative al primo semestre dell’anno in corso. Un vero rompicapo nella selva delle norme inutili e fastidiose. “Basta un click, secondo l’Agenzia, per trasmettere all’ Amministrazione finanziaria i dati già presenti presso il soggetto d’imposta in forma informatizzata”. Pubblicità … ingannevole soltanto se si pensa alla miriade di ricevute/fatture fiscali emesse dai pubblici esercizi e dettaglianti anche di minimo importo, e registrate riepilogativamente nei corrispettivi giornalieri. Si tratta ora di recuperare per ogni singola ricevuta/fattura i dati anagrafici del cliente, completi di codice fiscale e partita Iva, fidando nella corretta acquisizione dei dati prodotti dal cliente. Siamo davvero al capolinea … E questo dovrebbe essere lo “spesometro a costo zero” per il contribuente: in realtà, un adempimento peggiorativo rispetto ad analoghi obblighi del passato (non sono previsti limiti di esonero), dispendioso e di scarsa utilità. Tutto da verificare infatti il reale utilizzo da parte dell’Amministrazione finanziaria di questa gran mole di informazioni, molte delle quali già arrivano al Fisco attraverso altri canali. Una ennesima prova di un sistema tributario che naviga a vista senza una precisa progettualità, causando proteste fra gli operatori e rendendo sempre più difficile il dialogo fra fisco e contribuente. Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali con un basso rapporto costo-beneficio in termini di lotta all’evasione. L’assenza di una pur minima visione strategica e della reale capacità di governare l’ordinamento tributario genera grande confusione anche sul piano normativo. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare di leggi e leggine che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di timida ripresa economica, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico. In attesa della riforma tributaria, a conferma di una legislazione fiscale spesso incerta, quasi sempre incompleta e caotica, si procede con le … proroghe, perché la necessità di prorogare si lega infatti alla quantità eccessiva di adempimenti che gravano sui contribuenti. E le proroghe altro non sono che il tentativo estremo di rimediare a qualcosa che in sede legislativa non ha funzionato, conseguenza ed effetto di inquietante estemporaneità. Il 2017 di proroghe ne ha registrate finora ben 19: dalla rottamazione delle cartelle alle liquidazioni periodiche, dai versamenti di imprese e lavoratori autonomi alla presentazione delle dichiarazioni, alla voluntary disclosure 2.0. Proroghe che, nonostante la sbandierata ricerca della semplificazione, a volte arrivano addirittura dopo la scadenza del termine peggiorando, se possibile,la situazione in uno dei sistemi fiscali più complicati d’Europa. Senza ignorare la forma dei rinvii, anticipati con un “comunicato-legge”per poi diventare legge...
Read MoreLA FLAT TAX, IL FISCO CHE CAMBIA
Con luglio finisce un mese particolarmente “caldo” per i contribuenti. Un ingorgo di scadenze fiscali, oltre cento, fra cartelle esattoriali da rottamare, acconti e versamenti , dichiarazioni dei redditi, rientro dei capitali (“voluntary bis”), cedolare secca per gli affitti brevi, trasmissione e comunicazioni varie. L’ennesima conferma di un ordinamento tributario che da tempo è sotto accusa per la sua inefficienza, per la sua iniquità, ma soprattutto per la sua complessità. Basti pensare alle 124 pagine (da 5.500 battute ciascuna) di istruzioni del modello Redditi 2017! Un vero rompicapo. Un tema sul quale è in corso un acceso dibattito nella prospettiva di una riforma strutturale del Fisco e, in particolare, della tassazione delle persone fisiche. Su proposta dell’Istituto Bruno Leoni di Milano, condivisa da alcune forze politiche, si ipotizza un sistema fiscale non progressivo orientato alla “flat tax”, la tassa piatta, e cioè una sola aliquota pari al 25% per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (Irpef, Ires, Iva, imposta sostitutiva sui redditi da attività finanziarie), correlata al “minimo vitale” per nucleo familiare. E inoltre, abolizione dell’Irap e dell’Imu, ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (sanità) attraverso una redistribuzione del relativo costo. Obiettivo: stimolare investimenti e sviluppo, semplificare il rapporto fisco-contribuente, ridurre evasione ed elusione. Un progetto ambizioso, molto articolato, che scaturisce dalla consapevolezza che l’imposta personale sul reddito omni-comprensiva tende sempre più a scomparire nel gettito tributario. Nel tempo, sono stati infatti esclusi dall’imponibile i redditi fondiari, i redditi di capitale, i redditi immobiliari derivanti dalla prima casa di abitazione, tutti ormai assoggettati a imposta proporzionale o esenti. Più di recente, ulteriori componenti di reddito sono state sottratte al principio della progressività: redditi derivanti dalle locazioni immobiliari per i quali trova applicazione la “cedolare secca” , redditi di lavoro autonomo inclusi a certe condizioni nel regime forfettario, redditi delle imprese individuali e delle società di persone tassabili in misura proporzionale con la nuova Iri (imposta sul reddito delle imprese). Di fatto, l’attuale imposta sul reddito delle persone fisiche colpisce in prima battuta i redditi da lavoro e da pensione e, in misura residuale, quelli non tassati con imposta proporzionale. Un’imposta dunque non più aderente alla realtà socio-economica del Paese e alla sue mutate condizioni di crescita, sempre più diverse rispetto a quelle degli Anni Settanta, gli anni post Vanoni. L’Irpef ipotizzata dal Centro studi Bruno Leoni prevede l’estensione della base imponibile fino a ricomprendere i redditi attualmente soggetti a cedolare secca sui canoni di locazione e i redditi catastali di tutti gli immobili non locati, comprese le abitazioni di residenza. Per i redditi da lavoro dipendente e da pensione sono previste specifiche deduzioni con la corrispondente eliminazione delle “spese fiscali” (detrazioni d’imposta). La nuova imposta garantirebbe un equo trattamento ai contribuenti meno abbienti con una revisione della “no tax area” (esenzione da imposta) , bilanciata da un prevedibile aumento del gettito derivante dalla emersione di base imponibile in conseguenza della riduzione della pressione fiscale. Per i ricercatori milanesi si tratterebbe di un cambiamento epocale del Fisco nel segno della semplificazione e della trasparenza. Una proposta di riforma radicale che, com’era facile immaginare, ha alimentato sulle pagine de Il Sole 24 Ore un acceso dibattito con pareri contrapposti, anche in termini politici. L’accusa di fondo è la violazione del principio costituzionale della progressività: “la proposta della flax tax persegue un obiettivo politico attraverso la discutibile strada tecnica, ignorando che il concorso alla spesa pubblica deve essere commisurato alla capacità contributiva. Questa proposta di riforma con un’aliquota unica del 25% potrebbe non mantenere i conti pubblici in ordine con il rischio di aumenti al 35-40% ,...
Read MoreFISCAL COMPACT DA ROTTAMARE
Indietro tutta! Il Fiscal compact con le sue regole ferree sulla disciplina di bilancio siglato nel gennaio 2012 è da “rottamare”. E’ la sfida che Matteo Renzi lancia all’Ue dalle pagine del suo libro “Avanti”, uscito in questi giorni con non poco clamore mediatico. “Ritornare per cinque anni ai parametri di Maastricht con deficit di bilancio al 2,9% per avere a disposizione almeno 30 miliardi di euro per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita in funzione del debito, perché di Fiscal compact e di austerity si muore!” Fu infatti un “patto scellerato”, secondo Renzi, quello sottoscritto dai Governi europei (Gran Bretagna e Repubblica Ceca esclusi) in conseguenza della crisi economica dei debiti sovrani. Un patto di bilancio che consolidò la politica del rigore imponendo alle asfittiche economie dei Paesi del Sud Europa, Italia in testa, vincoli ancor più rigidi rispetto a quelli del Patto di stabilità del 1997: obbligo di non superare la soglia del deficit strutturale caso di deficit eccessivo. E inoltre, la clausola capestro per i nostri conti pubblici, la “regola del debito”: obbligo di ridurre il rapporto debito/Pil superiore al 60% di 1/20 all’anno, ovvero un esborso di 50 miliardi di euro ogni dodici mesi! Una misura insostenibile. Dulcis in fundo, la “regola d’oro” del pareggio del bilancio dello Stato, sancito con norma costituzionale che in Italia fu approvata quasi all’unanimità da Camera e Senato nel dicembre 2012, con la riformulazione dell’art. 81 della Costituzione. Sulla legittimità del Fiscal compact si sono sollevati nel tempo critiche e forti riserve. Non è stato sottoscritto nel quadro di un Trattato europeo, ma al di fuori. Si tratta cioè di un accordo intergovernativo, non avente valore costituzionale, che non potrebbe in alcun modo modificare i Trattati dell’Ue, in primis quello di Maastricht che non prevede né il pareggio di bilancio, né l’abbattimento annuale del debito di 1/20! Modifiche che richiederebbero il varo di un nuovo Trattato da sottoporre al vaglio delle varie Assemblee parlamentari. Ed è proprio su questo punto che Matteo Renzi gioca la sua sfida. Per recuperare al patto di bilancio ogni legittimità ed evitare quindi che possa essere impugnato davanti alle sedi competenti, uno specifico impegno assunto a livello comunitario dai Paesi firmatari del 2012 prevede l’inserimento del Fiscal compact nei Trattati europei con relativa ratifica dei singoli Parlamenti nazionali entro il prossimo dicembre. Da qui la pressione dell’ex premier sul Parlamento affinchè non sia dato semaforo verde alla ratifica che di fatto potrebbe ipotecare pesantemente lo sviluppo economico e la crescita del Paese. “Rottamare” dunque il Fiscal compact e recuperare la visione keynesiana della politica economica del Trattato di Maastricht, ammettendo un deficit pari al 2,9% del Pil e quindi l’idea che sia possibile finanziare con l’indebitamento la spesa per l’investimento e, in prospettiva, ridurre il debito. E’ il principio della “flessibilità virtuosa” ideato dall’ex ministro del Tesoro Guido Carli, figura centrale nel varo del Trattato. Ma la ricetta renziana “più deficit, meno debito” è stata clamorosamente bocciata a Bruxelles. “Vogliamo un’Italia credibile, che rispetta le regole di bilancio dell’unione monetaria nell’interesse del Paese e delle future generazioni”, ha dichiarato Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici. Netta la replica di Renzi: “Ma è possibile che l’Europa ci dica cosa fare e poi non è in grado di mantenere gli impegni per la relocation dei migranti?” E’ appena iniziato un difficile confronto fra Italia e Ue su un tema strettamente legato al futuro della nostra economia e quindi della prossima legislatura. Un braccio di ferro che nasconde molte insidie, non ultima quella di carattere elettorale. Quale che sia la sorte della...
Read MoreADDIO EQUITALIA !
Conto alla rovescia per l’addio di Equitalia: il 1° luglio si volta pagina. Dopo circa dieci anni, finisce l’era della riscossione coattiva dei tributi affidata a un soggetto privato (sottoposto a controllo pubblico) che aveva sostituito nell’ottobre 2006 il tanto chiacchierato e controverso sistema dei concessionari, in alcune regioni del Paese al servizio dei potentati locali. Nasce la ”super Agenzia” delle Entrate-Riscossione che gestirà tutta la complessa filiera del Fisco: dai servizi al contribuente all’accertamento, fino alla riscossione. Una poderosa macchina amministrativa con oltre 47 mila dipendenti in campo, compresi quelli finora in forza a Equitalia. Tutti i rapporti giuridici pendenti, compreso il contenzioso tributario in corso, si trasferiranno in capo al nuovo ente pubblico economico che opererà in continuità d’azione con il passato sia nelle funzioni che nelle procedure, con poteri accresciuti rispetto a Equitalia. Con gli stessi strumenti di indagine patrimoniale oggi accordati all’Agenzia delle Entrate e all’INPS, il nuovo soggetto avrà la possibilità di accedere direttamente sui conti correnti bancari e postali dei contribuenti al fine della riscossione delle somme inevase. In particolare, se nonostante la notifica di un avviso di accertamento esecutivo o di una cartella di pagamento il contribuente decidesse di non versare le somme intimate, la “super Agenzia” potrà acquisire facilmente dalle banche dati, in tempi rapidi, ogni informazione necessaria per procedere in via cautelare o esecutiva nei suoi confronti. Avrà quindi il potere di procedere al pignoramento di stipendi, salari e altre indennità, nonché al pignoramento dei conti correnti in modo diretto, recuperando ogni credito erariale senza dover richiedere l’apposita autorizzazione al giudice, oggi prescritta. Il “grande fratello” bussa alla porta. L’Agenzia delle Entrate-Riscossione si preannuncia più aggressiva di Equitalia, croce e delizia di tanti contribuenti, con clamorosi e drammatici fatti di cronaca registrati negli ultimi tempi. Non ci sarà la promessa riduzione, né tantomeno l’eliminazione della riscossione coattiva. Anzi aumenta l’incubo per ogni contribuente. L’ente comunque dovrà operare nel rispetto della trasparenza e della pubblicità ma soprattutto, come assicura la legge istitutiva n. 225/2016, dovrà non derogare dai principi di legalità e imparzialità. Basterà tutto questo per vincere le riserve già manifestate da più parti circa l’accentramento di poteri in un unico soggetto? Grazie agli accresciuti poteri del nuovo ente collegati all’utilizzo delle banche dati, l’obiettivo dichiarato del Fisco è quello di arrivare a una inversione di tendenza nei risultati finora deludenti delle procedure esecutive, con un tasso di recupero del 18% registrato nel 2015. Per l’anno in corso si vorrebbe arrivare all’85%! Autunno caldo … in arrivo! E’ pur vero che, come in ogni procedura di liquidazione che si rispetti, con la “chiusura” di Equitalia, un regalo ai contribuenti è stato fatto. Anche l’evasione fiscale è stata … scontata con la “rottamazione” delle cartelle di pagamento. “Sconti pazzi a tutti!”: cancellati sanzioni e interessi di mora. Il Ministro Padoan ringrazia. Resta comunque senza risposta una domanda: perché mantenere ancora in vita l’odioso medievale aggio della riscossione in un servizio non più gestito da una società privata? Retaggi del passato, duri a scomparire! Ma, al di là di ogni pur legittima riserva, c’è da augurarsi che la nuova Agenzia Entrate-Riscossione rispetti il regime di “cooperative compliance” operativo fra Fisco e contribuente nel corso dell’ultimo triennio che ha dato buoni risultati, con una diminuzione significativa del contenzioso. Un Fisco collaborativo e ragionevole che comprenda le difficoltà dei contribuenti, abbandonando ogni carattere vessatorio. Un Fisco che operi all’interno di “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni il contribuente italiano è chiamato a fare i conti con un proliferare della normativa fiscale che è causa non solo di uno...
Read MoreECONOMIA ITALIANA AL BIVIO
Dal Convegno dei giovani imprenditori di Confindustria svoltosi lo scorso fine settimana a Rapallo giungono notizie positive per la nostra economia in vista della Legge di stabilità che, precarietà politica permettendo, dovrà essere presentata dal Governo al Parlamento entro il 15 ottobre. “Non sarà una manovra di lacrime e sangue e potrebbe arrivare anche un taglio del cuneo fiscale per i giovani.”Lo ha assicurato il vice ministro dell’economia, Enrico Morando, garantendo che si riuscirà a scongiurare anche l’aumento dell’IVA previsto dalle clausole di salvaguardia. Quale la ragione di tanto ottimismo? La risposta è nell’apertura di credito in arrivo dall’Unione europea: uno sconto di circa 9 miliardi sul deficit strutturale, ossia una riduzione da 0,8 a 0,3 punti di deficit della manovra di bilancio 2018, come richiesto dal Ministro Padoan. Il nulla osta è atteso per il prossimo giovedi in occasione della riunione a Lussemburgo di Eurogruppo ed Ecofin. Ad anticipare l’attenzione “benevola” della Ue nei confronti dei conti pubblici italiani, in perenne apnea, è intervenuto da Bruxelles il Commissario agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici: ”la nostra valutazione sarà guidata dalla volontà di non fare nulla che possa costituire un ostacolo alla crescita del Paese”. Sarebbero quindi sufficienti, secondo le stime del Ministero dell’Economia, sei miliardi di intervento, e non più quindici, per sterilizzare l’aumento dell’IVA con le temute ricadute negative sui consumi e sulla produzione. Scelta tecnica? Non soltanto, è anche politica. E’ una scelta che serve a superare il diffuso euroscetticismo nel Belpaese alla vigilia elettorale già intrisa di veleni, ma serve soprattutto a dare una mano al neo presidente francese Macron che per il 2018 ha bisogno di un allentamento temporaneo delle richieste di contenimento di deficit (superiore al 3%) e debito, rinviando ogni misura di austerità. Una partita tutta in salita. Uno sconto all’Italia potrebbe aprire nuove prospettive anche per la Francia. A Rapallo, a spegnere qualche facile entusiasmo sulle previsioni della nostra economia è intervenuto con la sua abituale chiarezza il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia che ha inviato un ….“pizzino telematico” al Presidente Gentiloni e al suo Governo: “agisci come se fosse l’ultimo giorno!” Fortemente critico sull’azione riformatrice che va al rilento. “Si è parlato troppo di legge elettorale, parlare di economia significa parlare di vita del Paese e del futuro dei cittadini italiani, ma capisco che parlare di macroeconomia è una cosa difficile per cui penso che uno prima di entrare in politica dovrebbe fare un corso”! Troppi i ritardi, troppe le lungaggini nel portare a termine i provvedimenti necessari per la competitività delle imprese e per il rilancio degli investimenti pubblici e privati. Le misure urgenti per la ripresa economica non possono essere sacrificate sull’altare dell’instabilità politica, o peggio degli equilibri interni al governo. Una severa presa di posizione quella del Presidente di Confindustria che aveva già tuonato in occasione delle “considerazioni finali” del settennato del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, a Palazzo Koch, lo scorso fine maggio. In sintonia con le parole del Governatore che aveva invocato un “salto di qualità e il consenso convinto di tutti per una stagione di corresponsabilità”, Vincenzo Boccia aveva dichiarato: “noi siamo per la stabilità e la governabilità, precondizione per un piano economico di medio-lungo termine. Non è solo la legge di stabilità che ci interessa, ma è cosa vogliamo fare nei prossimi anni della politica economica italiana e della questione industriale”. Il nodo centrale è la produttività che è la strada da percorrere per salvare il lavoro. Tra il 1995 e il 2016 il tasso d’incremento del Pil è stato pari allo 0,5% in media d’anno, contro l’1,5% della Francia e...
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