NOVEMBRE, IL FISCO BATTE CASSA!
In attesa dell’approvazione della Legge di bilancio con le relative novità fiscali, per imprese e famiglie è arrivato il mese delle tasse con una lunga lista di scadenze e numerosi adempimenti. Il Fisco batte cassa! Tra Iva periodica, contributi INPS, ritenute d’imposta, addizionali e acconti di Irpef, Ires e Irap i contribuenti sono chiamati a versare all’erario entro novembre circa 55 miliardi di euro. Un gettito tributario che, secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, sarà assicurato dall’ imposta sul reddito delle società di capitali (Ires) con 14 miliardi di euro, dall’ IVA dei lavoratori autonomi e imprese con 13 miliardi di euro, dalle ritenute Irpef di lavoratori dipendenti e collaboratori con 10,9 miliardi di euro, dall’acconto Irpef con 7,7 miliardi di euro, Irap con 6,8 miliardi di euro e infine dall’addizionale regionale Irpef e dalle ritenute dei lavoratori autonomi con circa 2 miliardi di euro. Una girandola impressionante di entrate per alimentare la spesa pubblica, in primis gli interessi sul crescente debito pubblico e la previdenza. La “longa manus” del Fisco colpisce soprattutto le imprese il cui carico fiscale non ha pari nel resto d’Europa: nel 2015, circa il 15% del gettito fiscale totale (490 miliardi) rispetto al 14,8% dell’Irlanda, al 12,9 del Belgio, al 12,7 dell’Olanda, all’11,8% della Spagna, all’11,6% della Germania e dell’Austria. La media dell’Ue si attesta all’11,5%. A fronte del gravoso prelievo tributario, le imprese lamentano da tempo la inadeguatezza dei servizi erogati dallo Stato, il debito della Pubblica amministrazione nei confronti dei propri fornitori (oltre 64 miliardi di euro) e soprattutto il peso economico del deficit infrastrutturale e della cattiva burocrazia che incide fortemente sulla competitività internazionale a livello di costi di produzione. Un impatto che frena anche gli investimenti stranieri nel nostro Paese. Dopo il caos di ottobre legato allo spesometro e alle sue difficoltà operative (si sta ora rimediando con la Legge di bilancio), per le partite IVA in particolare è iniziato un mese impegnativo sul piano della liquidità, con crediti in bilancio non facilmente esigibili e rapporti bancari sempre più precari, senza ignorare la stretta sulle compensazioni d’imposta in via di drastico rafforzamento. In pieno clima pre-elettorale non mancano promesse di tagli di imposte e tasse: la solita fantasiosa rincorsa verso il libro dei sogni in presenza di un ingombrante debito pubblico. La realtà è ben diversa, è sotto gli occhi di tutti. Ogni anno, già con le vecchie Leggi finanziarie, ai contribuenti vengono chiesti nuovi sacrifici attraverso nuove imposizioni , a volte cambiando il nome del balzello. Si opera senza una politica fiscale improntata a una tassazione di equità. Conciliare gettito tributario e capacità contributiva del contribuente sarebbe fondamentale per l’affermazione dei principi di civiltà giuridica e per contenere la diffusa “evasione da sopravvivenza”. E’ stretta la strada da percorrere per arrivare a una reale diminuzione della pressione fiscale a causa dei vincoli europei imposti ai nostri dissestati conti pubblici. Nel Belpaese un taglio delle tasse, se pur minimo, resta strettamente legato alla spending review, alla moralizzazione della vita pubblica, a una finanza pubblica trasparente, non inquinata dal malaffare a qualsiasi livello, istituzionale e territoriale. Il quadro macroeconomico e finanziario del Paese non consente errori: il rischio è che potremmo essere “costretti” a ripianare buchi di bilancio con manovre correttive dure da assorbire. Si impongono scelte serie e coraggiose, proiettate nel futuro. Non misure tampone, ma finalmente una rigorosa politica di risanamento della finanza pubblica e di sviluppo della nostra economia con una organica riforma fiscale. Vorremmo condividere l’ottimismo del Ministro Padoan: “l’Italia è nel mezzo del treno della crescita europea, in un paio d’anni saremo in...
Read MoreLEGGE DI BILANCIO 2018
“Snella e utile alla nostra economia per favorire crescita e occupazione”. E’ la manovra di bilancio 2018, secondo la definizione del premier Gentiloni, che dopo una serie infinita di emendamenti in commissione Bilancio al Senato è arrivata in aula a Palazzo Madama per l’approvazione parlamentare. Un iter particolarmente complesso (si concluderà a Montecitorio) che ha registrato in sede referente il classico “assalto alla diligenza” da parte dei vari gruppi politici per portare a casa non solo modifiche sui grandi temi in discussione ma anche sconti e agevolazioni in singoli settori. E’ iniziata la campagna elettorale con la caccia al voto! Presentati oltre 700 emendamenti: dagli aiuti alle famiglie (bonus bebè, voucher babysitter per le madri lavoratrici, contributi per l’assistenza ai familiari malati o disabili) alle misure fiscali (cedolare secca del 10% su affitti brevi, web tax per imprese italiane, crediti d’imposta per le librerie, alleggerimento del superticket sanitari.), agli interventi sulle pensioni (lavori usuranti esclusi dallo scatto dell’età pensionabile previsto nel 2019) e sul codice della strada (giro di vite per l’utilizzo di cellulari durante la guida). Un mix di emendamenti approvati nell’ottica di una manovra di bilancio leggera che punta alla coesione sociale e alla crescita economica, grazie anche alla limitazione del deficit strutturale di bilancio allo 0,3% del Pil in luogo dello 0,8% fissato dal Documento di economia e finanza dello scorso aprile. Com’era prevedibile, sul Ministro dell’Economia Padoan (candidato alla guida dell’Eurogruppo) sono piovute richieste di maggiori spese, ma non tutte correlate alla realtà della precaria finanza pubblica italiana. Cifre alla mano, la Legge di bilancio 2018 “pesa” 20,4 miliardi: la copertura è assicurata per 10,9 miliardi dal deficit aggiuntivo sul Pil e per gli altri 9,5 da maggiori entrate (60%) e tagli di spesa (40%). In particolare, le entrate riguarderanno ”misure strutturali”, come concordato con la Commissione europea (lotta all’evasione) e, solo in parte “misure una tantum” (rottamazione bis delle cartelle, introiti dall’asta delle frequenze per la banda larga mobile) che comunque non potranno impattare sul deficit strutturale. Obiettivo principale della Legge di bilancio 2018, quello più pesante che assorbe circa i tre quarti dell’impegno finanziario della manovra, è il blocco degli aumenti fiscali legati soprattutto all’Iva (aliquota ordinaria dal 22 al 25%) previsti dalle clausole di salvaguardia introdotte dalla Legge di stabilità del 2015. La promozione degli investimenti (5,1%), industriali e pubblici, completa l’elenco degli obiettivi della manovra insieme alla spinta dell’occupazione. Tutto ok? Non proprio. Dalla Commissione Ue è già arrivata la pagella sui conti pubblici italiani: “debito troppo alto, rischio di inadempienza”. Il giudizio definitivo, per non interferire sulla prossima scadenza elettorale, non arriverà prima delle elezioni politiche di primavera. La “lettera di richiamo” pervenuta da Bruxelles parla di debito elevato e di un deficit che migliora ma solo marginalmente. Una richiesta implicita di aggiustamento dei conti con una manovra correttiva (che Padoan esclude) per evitare l’apertura di una procedura d’infrazione. Con il richiamo a un più rigoroso controllo della finanza pubblica, la Commissione ha ammonito il governo italiano a evitare “una retromarcia su importanti riforme strutturali di bilancio, specificatamente sulle pensioni che garantiscono la sostenibilità a lungo termine del debito”. Anche perché “la ripresa appare fragile, la disoccupazione è alta e il sistema bancario resta vulnerabile”. Tutti i nostri mali, al di là di ogni facile (e irresponsabile) promessa elettorale,, sono sempre riconducibili alla entità del debito pubblico (salito a novembre a 2283 miliardi di euro, circa il 133% del Pil!). Quando finirà la finanza allegra nel...
Read MoreAGENZIA DELLE ENTRATE, SI CAMBIA!
E’ partito il restyling dell’Agenzia delle Entrate. “Meno burocrazia, meno adempimenti, meno balzelli, meno distacco dalla vita reale di chi produce, perché dobbiamo rendere più leggero lo sforzo di chi ogni mattina alza la saracinesca della propria impresa”. E’ l’impegno preso dal nuovo direttore dell’Agenzia Ernesto Maria Ruffini in audizione in Commissione Finanze alla Camera dei deputati. Un’operazione ambiziosa attraverso la riorganizzazione delle strutture centrali dell’Agenzia, che “risponde non tanto a esigenze finanziarie, quanto a un ripensamento, a livello internazionale, del rapporto fisco-contribuenti”. Un messaggio di cambiamento per evitare la deriva in cui sta pericolosamente scivolando il sistema fiscale del Belpaese fra inefficienze, incapacità gestionali e … proroghe a tempo scaduto! Il fondo si è toccato le scorse settimane con lo “spesometro” con invio dei dati delle fatture di dubbia utilità: un mix di cervellotiche complicazioni, incertezze normative e improvvisazioni che hanno causato negli operatori grande disagio. Alla crescente richiesta di rottamare il caos fiscale risponde Ruffini disegnando un fisco dal volto nuovo. A distanza di sedici anni dalla sua istituzione, avvenuta nel 2001, per l’Agenzia delle Entrate è tempo di manutenzione: intervenire sull’attività di controllo e accertamento per potenziare la tax compliance e prevenire i rischi di evasione ed elusione, anziché tentare di reprimerli. Più consulenza al cittadino attraverso un “servizio di assistenza e trasparenza nell’ottica di un dialogo continuo, per un contribuente più informato”. Impegno, pazienza e responsabilità sono le tre parole invocate dal direttore Ruffini per far crescere “il rispetto dell’obbligo tributario, perché l’evasione blocca la crescita, perché un sistema fiscale più efficiente crea e attrae nuovi investimenti, anche internazionali”. Progetto di grande respiro per realizzare il quale Ruffini ha tracciato la strada (sperando non sia un nuovo libro dei sogni!): norme chiare e ordinate, istruzioni tempestive, adempimenti più semplici con strumenti moderni, accertamenti non fantasiosi ma basati sulla sostanza. Nessuna caccia alle streghe! Novità significativa del nuovo assetto organizzativo è la creazione di due divisioni centrali: una denominata Servizi per la realizzazione e lo sviluppo innovativo dei servizi telematici e delle procedure di assistenza all’utenza, l’altra denominata Contribuenti con lo scopo di realizzare un approccio per tipologia di contribuente con un’azione più mirata del passato (non solo attività di accertamento e controllo, ma anche consulenza, interpello, contenzioso). Domanda: saranno realmente sufficienti queste linee guida e le modifiche organizzative di alcuni uffici centrali per realizzare l’obiettivo di un fisco moderno, efficiente e vicino al cittadino? Manca un disegno strategico collegato a una profonda revisione del sistema per una drastica semplificazione dell’ ordinamento tributario, oggi “inquinato” da adempimenti e scadenze. Una riforma fiscale attesa da molto tempo. Senza ignorare che il nuovo fisco va costruito anche sul territorio investendo sulla formazione del personale e sulla adeguatezza dei mezzi. Sarebbe sufficiente dare voce a contribuenti, imprese e professionisti che ogni giorno si rivolgono agli uffici locali dell’Agenzia per capire che i veri problemi, con le lamentele e le irritazioni, non riguardano soltanto le strutture centrali ma gli uffici territoriali dell’Amministrazione. Scollamento fra centro e periferia, diversità operativa fra un ufficio e un altro, latente spirito collaborativo per prevenire fastidiosi e onerosi contenziosi. Sono queste situazioni che minano il fragile rapporto fisco-contribuente alimentando un clima di sfiducia e di forte disagio. Al di là delle dichiarazioni d’intento, se pur lodevoli, e delle variazioni organizzative in alto loco, all’Amministrazione viene richiesto a livello locale un comportamento uniforme, coerente, non lasciato all’occasionalità o alla buona sorte dell’incontro con il funzionario di turno. La strada del rinnovamento è anche...
Read MoreIL MISTERO BUFFO DEL FISCO
In scena in questi giorni, nel variegato panorama fiscale italiano, l’ultimo atto del … “Mistero buffo”. La famosa opera teatrale di Dario Fo rivive nella rappresentazione della “semplificazione” sceneggiata dall’Agenzia delle Entrate. Un copione … buffo, un misero dejà vu! Contribuenti e professionisti alle prese con un nuovo adempimento: lo “spesometro”, ossia l’invio telematico entro il prossimo 28 settembre dei dati delle fatture emesse e ricevute, bollette doganali e note di variazione relative al primo semestre dell’anno in corso. Un vero rompicapo nella selva delle norme inutili e fastidiose. “Basta un click, secondo l’Agenzia, per trasmettere all’ Amministrazione finanziaria i dati già presenti presso il soggetto d’imposta in forma informatizzata”. Pubblicità … ingannevole soltanto se si pensa alla miriade di ricevute/fatture fiscali emesse dai pubblici esercizi e dettaglianti anche di minimo importo, e registrate riepilogativamente nei corrispettivi giornalieri. Si tratta ora di recuperare per ogni singola ricevuta/fattura i dati anagrafici del cliente, completi di codice fiscale e partita Iva, fidando nella corretta acquisizione dei dati prodotti dal cliente. Siamo davvero al capolinea … E questo dovrebbe essere lo “spesometro a costo zero” per il contribuente: in realtà, un adempimento peggiorativo rispetto ad analoghi obblighi del passato (non sono previsti limiti di esonero), dispendioso e di scarsa utilità. Tutto da verificare infatti il reale utilizzo da parte dell’Amministrazione finanziaria di questa gran mole di informazioni, molte delle quali già arrivano al Fisco attraverso altri canali. Una ennesima prova di un sistema tributario che naviga a vista senza una precisa progettualità, causando proteste fra gli operatori e rendendo sempre più difficile il dialogo fra fisco e contribuente. Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali con un basso rapporto costo-beneficio in termini di lotta all’evasione. L’assenza di una pur minima visione strategica e della reale capacità di governare l’ordinamento tributario genera grande confusione anche sul piano normativo. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare di leggi e leggine che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di timida ripresa economica, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico. In attesa della riforma tributaria, a conferma di una legislazione fiscale spesso incerta, quasi sempre incompleta e caotica, si procede con le … proroghe, perché la necessità di prorogare si lega infatti alla quantità eccessiva di adempimenti che gravano sui contribuenti. E le proroghe altro non sono che il tentativo estremo di rimediare a qualcosa che in sede legislativa non ha funzionato, conseguenza ed effetto di inquietante estemporaneità. Il 2017 di proroghe ne ha registrate finora ben 19: dalla rottamazione delle cartelle alle liquidazioni periodiche, dai versamenti di imprese e lavoratori autonomi alla presentazione delle dichiarazioni, alla voluntary disclosure 2.0. Proroghe che, nonostante la sbandierata ricerca della semplificazione, a volte arrivano addirittura dopo la scadenza del termine peggiorando, se possibile,la situazione in uno dei sistemi fiscali più complicati d’Europa. Senza ignorare la forma dei rinvii, anticipati con un “comunicato-legge”per poi diventare legge...
Read MoreLA FLAT TAX, IL FISCO CHE CAMBIA
Con luglio finisce un mese particolarmente “caldo” per i contribuenti. Un ingorgo di scadenze fiscali, oltre cento, fra cartelle esattoriali da rottamare, acconti e versamenti , dichiarazioni dei redditi, rientro dei capitali (“voluntary bis”), cedolare secca per gli affitti brevi, trasmissione e comunicazioni varie. L’ennesima conferma di un ordinamento tributario che da tempo è sotto accusa per la sua inefficienza, per la sua iniquità, ma soprattutto per la sua complessità. Basti pensare alle 124 pagine (da 5.500 battute ciascuna) di istruzioni del modello Redditi 2017! Un vero rompicapo. Un tema sul quale è in corso un acceso dibattito nella prospettiva di una riforma strutturale del Fisco e, in particolare, della tassazione delle persone fisiche. Su proposta dell’Istituto Bruno Leoni di Milano, condivisa da alcune forze politiche, si ipotizza un sistema fiscale non progressivo orientato alla “flat tax”, la tassa piatta, e cioè una sola aliquota pari al 25% per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (Irpef, Ires, Iva, imposta sostitutiva sui redditi da attività finanziarie), correlata al “minimo vitale” per nucleo familiare. E inoltre, abolizione dell’Irap e dell’Imu, ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (sanità) attraverso una redistribuzione del relativo costo. Obiettivo: stimolare investimenti e sviluppo, semplificare il rapporto fisco-contribuente, ridurre evasione ed elusione. Un progetto ambizioso, molto articolato, che scaturisce dalla consapevolezza che l’imposta personale sul reddito omni-comprensiva tende sempre più a scomparire nel gettito tributario. Nel tempo, sono stati infatti esclusi dall’imponibile i redditi fondiari, i redditi di capitale, i redditi immobiliari derivanti dalla prima casa di abitazione, tutti ormai assoggettati a imposta proporzionale o esenti. Più di recente, ulteriori componenti di reddito sono state sottratte al principio della progressività: redditi derivanti dalle locazioni immobiliari per i quali trova applicazione la “cedolare secca” , redditi di lavoro autonomo inclusi a certe condizioni nel regime forfettario, redditi delle imprese individuali e delle società di persone tassabili in misura proporzionale con la nuova Iri (imposta sul reddito delle imprese). Di fatto, l’attuale imposta sul reddito delle persone fisiche colpisce in prima battuta i redditi da lavoro e da pensione e, in misura residuale, quelli non tassati con imposta proporzionale. Un’imposta dunque non più aderente alla realtà socio-economica del Paese e alla sue mutate condizioni di crescita, sempre più diverse rispetto a quelle degli Anni Settanta, gli anni post Vanoni. L’Irpef ipotizzata dal Centro studi Bruno Leoni prevede l’estensione della base imponibile fino a ricomprendere i redditi attualmente soggetti a cedolare secca sui canoni di locazione e i redditi catastali di tutti gli immobili non locati, comprese le abitazioni di residenza. Per i redditi da lavoro dipendente e da pensione sono previste specifiche deduzioni con la corrispondente eliminazione delle “spese fiscali” (detrazioni d’imposta). La nuova imposta garantirebbe un equo trattamento ai contribuenti meno abbienti con una revisione della “no tax area” (esenzione da imposta) , bilanciata da un prevedibile aumento del gettito derivante dalla emersione di base imponibile in conseguenza della riduzione della pressione fiscale. Per i ricercatori milanesi si tratterebbe di un cambiamento epocale del Fisco nel segno della semplificazione e della trasparenza. Una proposta di riforma radicale che, com’era facile immaginare, ha alimentato sulle pagine de Il Sole 24 Ore un acceso dibattito con pareri contrapposti, anche in termini politici. L’accusa di fondo è la violazione del principio costituzionale della progressività: “la proposta della flax tax persegue un obiettivo politico attraverso la discutibile strada tecnica, ignorando che il concorso alla spesa pubblica deve essere commisurato alla capacità contributiva. Questa proposta di riforma con un’aliquota unica del 25% potrebbe non mantenere i conti pubblici in ordine con il rischio di aumenti al 35-40% ,...
Read MoreFISCAL COMPACT DA ROTTAMARE
Indietro tutta! Il Fiscal compact con le sue regole ferree sulla disciplina di bilancio siglato nel gennaio 2012 è da “rottamare”. E’ la sfida che Matteo Renzi lancia all’Ue dalle pagine del suo libro “Avanti”, uscito in questi giorni con non poco clamore mediatico. “Ritornare per cinque anni ai parametri di Maastricht con deficit di bilancio al 2,9% per avere a disposizione almeno 30 miliardi di euro per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita in funzione del debito, perché di Fiscal compact e di austerity si muore!” Fu infatti un “patto scellerato”, secondo Renzi, quello sottoscritto dai Governi europei (Gran Bretagna e Repubblica Ceca esclusi) in conseguenza della crisi economica dei debiti sovrani. Un patto di bilancio che consolidò la politica del rigore imponendo alle asfittiche economie dei Paesi del Sud Europa, Italia in testa, vincoli ancor più rigidi rispetto a quelli del Patto di stabilità del 1997: obbligo di non superare la soglia del deficit strutturale caso di deficit eccessivo. E inoltre, la clausola capestro per i nostri conti pubblici, la “regola del debito”: obbligo di ridurre il rapporto debito/Pil superiore al 60% di 1/20 all’anno, ovvero un esborso di 50 miliardi di euro ogni dodici mesi! Una misura insostenibile. Dulcis in fundo, la “regola d’oro” del pareggio del bilancio dello Stato, sancito con norma costituzionale che in Italia fu approvata quasi all’unanimità da Camera e Senato nel dicembre 2012, con la riformulazione dell’art. 81 della Costituzione. Sulla legittimità del Fiscal compact si sono sollevati nel tempo critiche e forti riserve. Non è stato sottoscritto nel quadro di un Trattato europeo, ma al di fuori. Si tratta cioè di un accordo intergovernativo, non avente valore costituzionale, che non potrebbe in alcun modo modificare i Trattati dell’Ue, in primis quello di Maastricht che non prevede né il pareggio di bilancio, né l’abbattimento annuale del debito di 1/20! Modifiche che richiederebbero il varo di un nuovo Trattato da sottoporre al vaglio delle varie Assemblee parlamentari. Ed è proprio su questo punto che Matteo Renzi gioca la sua sfida. Per recuperare al patto di bilancio ogni legittimità ed evitare quindi che possa essere impugnato davanti alle sedi competenti, uno specifico impegno assunto a livello comunitario dai Paesi firmatari del 2012 prevede l’inserimento del Fiscal compact nei Trattati europei con relativa ratifica dei singoli Parlamenti nazionali entro il prossimo dicembre. Da qui la pressione dell’ex premier sul Parlamento affinchè non sia dato semaforo verde alla ratifica che di fatto potrebbe ipotecare pesantemente lo sviluppo economico e la crescita del Paese. “Rottamare” dunque il Fiscal compact e recuperare la visione keynesiana della politica economica del Trattato di Maastricht, ammettendo un deficit pari al 2,9% del Pil e quindi l’idea che sia possibile finanziare con l’indebitamento la spesa per l’investimento e, in prospettiva, ridurre il debito. E’ il principio della “flessibilità virtuosa” ideato dall’ex ministro del Tesoro Guido Carli, figura centrale nel varo del Trattato. Ma la ricetta renziana “più deficit, meno debito” è stata clamorosamente bocciata a Bruxelles. “Vogliamo un’Italia credibile, che rispetta le regole di bilancio dell’unione monetaria nell’interesse del Paese e delle future generazioni”, ha dichiarato Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici. Netta la replica di Renzi: “Ma è possibile che l’Europa ci dica cosa fare e poi non è in grado di mantenere gli impegni per la relocation dei migranti?” E’ appena iniziato un difficile confronto fra Italia e Ue su un tema strettamente legato al futuro della nostra economia e quindi della prossima legislatura. Un braccio di ferro che nasconde molte insidie, non ultima quella di carattere elettorale. Quale che sia la sorte della...
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