FINANZA PUBBLICA FRA TASSE E TAGLI DELLA SPESA
I nodi e le incertezze della legge di stabilità – La “spending review” Pioggia di critiche sulla legge di stabilità. La sua approvazione in Parlamento, al di là delle fibrillazioni politiche sulla tenuta della maggioranza, è fortemente legata a un profondo … remake. Una manovra da 11,5 miliardi per il 2014 “disegnata” con scarso coraggio e poca fantasia. Ancora una volta, per equilibrare i conti pubblici, è stata scelta la strada di sempre, quella di un aumento delle tasse, a dispetto delle raccomandazioni della BCE che, nella famosa lettera del 2011 (dirompente per le sorti politiche del Governo Berlusconi), aveva sollecitato “riforme strutturali per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e non politiche di austerità”. E’ stato dunque accantonato ogni incisivo intervento sulla spesa con il rischio di un nuovo prelievo fiscale che il Paese (imprese e famiglie), alle prese con una persistente crisi economica, non è in grado di reggere. Dal 2015 si potrebbe infatti registrare un aumento delle imposte (aliquote e accise) e un taglio alle agevolazioni fiscali (minori detrazioni per i contribuenti) per garantire 10 miliardi in tre anni, a meno che la “spending review” non riesca a centrare lo stesso obiettivo. Una “clausola di garanzia” per i dissestati conti pubblici che potrebbe non scattare se avrà successo la “mission” di Carlo Cottorelli, rientrato a Roma da Washington, Fondo monetario, per tagliare una spesa pubblica che non si è riusciti a ridurre in trent’anni!… Da sempre, la legge di stabilità (ex legge finanziaria) è la ricerca di un complicato e delicato equilibrio fra tagli e tasse: il suo saldo ha finora privilegiato le tasse, sia per miopia (o incapacità) politica, sia per timore di toccare interessi di bottega. Il bilancio dello Stato, da questo punto, è lo specchio fedele dei vizi e delle italiche virtù della nostra democrazia parlamentare, alimentata dai compromessi tra partiti a caccia di consensi elettorali. La spesa pubblica italiana rappresenta un unicum a livello mondiale: su un totale di 807 miliardi oltre 330 sono destinati a oneri sul debito e pensioni. Secondo alcune stime di Piero Giarda, docente della Cattolica e studioso di “dinamica, struttura e governo della spesa pubblica”, sono “aggredibili” in tempi brevi almeno 100 miliardi e nel medio periodo circa 300 miliardi. La sanità è il principale imputato con una spesa annua di oltre 106 miliardi. Ma di “costi standard”, che dovevano essere la carta vincente del federalismo fiscale per rimuovere rendite e sprechi in tante regioni d’Italia, nella legge di stabilità firmata da Letta e Saccomanni non c’è traccia! Al di là delle pur lodevoli dichiarazioni d’intento esportate dal premier a Bruxelles prima e alla Casa Bianca dopo, di fatto nella sua prima manovra sui conti pubblici manca una vera “spending review”, mancano cioè quei tagli che bloccano lo sviluppo. Manca, in definitiva, una riqualificazione e riduzione della spesa che, con una necessaria semplificazione normativa, sono riforme di cui l’Italia non può fare a meno. E’ a rischio la competitività del sistema Paese e la sopravvivenza del suo tessuto socio-economico. Non è proponibile una legge di stabilità che si affida alla pressione tributaria per recuperare una manciata di euro per il cuneo fiscale, rinviando gli interventi strutturali sulla spesa alle misure… miracolistiche di Cottorelli, deus ex machina, senza peraltro azzerare la prassi dei tagli lineari. Per fare questo servono scelte condivise. Ma quando un governo discute e litiga per mesi su come cambiare… il nome di un’imposta, l’IMU, significa che la politica nel nostro Paese ha perduto la percezione della gravità della situazione e con essa la sua stessa...
Read MoreIL LAVORO FRA TIMORI E SPERANZE: LA RICETTA DI PIETRO ICHINO
Il problema occupazionale e i suoi sviluppi – Il nodo della cassa integrazione guadagni – Un modello per il mercato del lavoro del futuro Possiamo sperare in un Paese in cui il lavoro sia più facile da trovare e sia valorizzato meglio? Una domanda drammaticamente attuale in un periodo di crisi economica per imprese e famiglie, con un tasso di disoccupazione giovanile schizzato al 40%. La risposta è venuta da Pietro Ichino, noto giuslavorista, già dirigente della Fiom-Cgil, intervenuto a un intermeeting lions, in provincia di Varese. Tesi di grande impatto mediatico quelle sostenute dal Senatore Ichino, dal 2002 sotto protezione: “Non si può pensare di creare lavoro per i giovani anticipando il pensionamento dei loro padri! Non si può continuare ad affrontare le crisi delle aziende mettendo i lavoratori in cassa integrazione per anni e anni, cioè fingendo che non siano disoccupati e farlo a spese dello Stato, cioè della collettività, senza preoccuparsi di ricollocarli, di aiutarli a trovare un nuovo lavoro.” Secondo Ichino è stato snaturato la funzione della cassa integrazione che ha lo scopo di “tenere il lavoratore legato all’impresa da cui dipende”, nella ragionevole prospettiva di ripresa del lavoro nella stessa azienda, evitandone la dispersione della professionalità dei lavoratori. Un efficace modello di organizzazione del mercato del lavoro, di protezione contro la disoccupazione, ha ricordato il relatore, è quello sperimentato nei Paesi scandinavi: “flexicurity”. Un mix di flessibilità delle strutture produttive con una scurezza economica del lavoratore nel caso di perdita del posto di lavoro: sostegno del reddito nel periodo di disoccupazione con un efficace meccanismo di assistenza nella ricerca della nuova occupazione (formazione, riqualificazione professionale, aiuti alla famiglia in caso di mobilità geografica) bilanciato da un’ attiva partecipazione del lavoratore nel ricollocarsi. “Un modello, ha dichiarato Ichino, che si contrappone a quello mediterraneo, ingessato, caratterizzato da una forte protezione giuridica della stabilità del posto di lavoro, nonchè dalla minore efficienza dei servizi nel mercato del lavoro e dalla conseguente maggiore difficoltà per chi viene licenziato di tornare a lavorare”. Un concetto ulteriormente ribadito in un successivo passaggio della sua relazione: “la sicurezza economica e professionale dei lavoratori non può essere basata sul mitico posto fisso, ma deve essere costruita rendendo le persone capaci di orientarsi e muoversi nel mercato e di rendersi utili per le imprese, anche attraverso nuovi profili lavorativi.”. L’Unione europea, è stato osservato, ha raccomandato agli Stati membri di adottare politiche del lavoro ispirate al modello della “flexicurity”. Dovrà cambiare però la ricerca del lavoro, soprattutto per i giovani, oggi affidata prevalentemente alla rete personale, familiare o amicale di conoscenze. Valorizzare le Agenzie di collocamento, private o pubbliche, per scelte occupazionali mirate e ben definite nel tempo, per scoraggiare la “fuga di cervelli” (“brain drain”), la fuga cioè dei nostri giovani più bravi all’estero. Di speranza il messaggio finale di Pietro Ichino: “Il futuro prossimo, riserverà occasioni di lavoro nel comparto dei servizi alla persona, alla famiglia e alle comunità locali e, passata la crisi, nel campo della ricerca, dell’istruzione, dell’informatica e telematica, dei servizi in rete”. Continueranno a esserci delle barriere che terranno separate domanda e offerta di lavoro, ma “più si diffonderà la conoscenza dei problemi del mercato del lavoro, più sarà facile superare quelle barriere!”. Ovvero: vivere senza angoscia la precarietà occupazionale ma considerarla un’occasione per riqualificarsi professionalmente e valorizzare le proprie capacità. Facile a dirlo, ma tutto da provare in tempi di … vacche...
Read MoreLA LEGGE DELLA DISCORDIA: Stabilità economica o … instabilità politica?
Legge di stabilità economica o …. d’instabilità politica? Una legge nata male che rischia di finire peggio sotto un’alluvione di proteste, di emendamenti e di censure. In settimana è arrivata anche la bocciatura da Bruxelles: “l’Italia potrebbe non rispettare le regole su deficit contenute nel Patto di stabilità con alto rischio di sforamento dei parametri”. Alla base del giudizio negativo della Commissione europea i “progressi limitati sulle riforme strutturali” e i timori dell’ “annacquamento” della bozza di bilancio in Parlamento in sede di approvazione. Dal Commissario agli Affari economici Olli Rehn la raccomandazione di sempre per la nostra politica economica : “ridurre il debito intervenendo sulla spending review”. Uno stop imprevisto per le precarie finanze pubbliche del Bel Paese: non sarà concessa alcuna flessibilità sugli investimenti, il cosiddetto “bonus Ue”. Salvo aggiustamenti, l’Italia -a causa delle condizioni del suo debito- non potrà chiedere alla Commissione Ue di fare uso della “clausola sugli investimenti” del Patto di stabilità. Uno spazio di manovra che si era aperto con la recente uscita dalla procedura per deficit eccessivo e che si sarebbe trasformato nel 2014 in circa tre miliardi di investimenti! Ora andati miseramente in fumo nonostante le assicurazioni … postume del Ministro Saccomanni. Secondo le stime Ue il debito italiano, quest’anno attestato a quota 133% del Pil (contro il 60% previsto dai parametri di Maastricht!), salirà al 134% l’anno prossimo, non essendo prevedibile alcun miglioramento. Per questo “la Commissione invita le autorità italiane a prendere le necessarie misure all’interno del processo interno di gestione di bilancio per assicurarsi che i conti del 2014 siano in linea con i vincoli europei”. Avviare cioè senza indugi un percorso virtuoso di riqualificazione della spesa pubblica con drastici tagli a quella improduttiva e riduzione del prelievo fiscale per favorire la ripresa economica. Questo è il verdetto di Bruxelles, una mossa inevitabile che apre un buco pericoloso anche a livello politico, difficile da colmare con la (debole) difesa d’ufficio del Tesoro: “Nessuna bocciatura: i rischi segnalati dalla Commissione sono già considerati nell’azione del Governo, anche se non formalmente inseriti nella Legge di stabilità”. Una difficile traversata del deserto attende ora il Governo per legittimare tale dichiarazione. “La confusione regna sovrana”, ha esclamato il Ministro Saccomanni nell’intervista rilasciata domenica al Corriere. Una confusione che è incertezza: cittadini, famiglie, imprese sempre più alle prese con un presente difficile e con un futuro che non si percepisce! La crisi economica continua a mordere. Consumi ancora in calo con l’aumento dell’IVA che ha gelato la ripresa, boom di fallimenti che toccano un nuovo record: nei primi nove mesi dell’anno sono stati quasi diecimila, in aumento del 12% rispetto allo stesso periodo del 2012. E la Lombardia accusa il maggiore numero di default aziendale: 2.250 (+13%). Una situazione di estrema fragilità economica dagli imprevedibili rischi di crisi sociale in presenza di un “fisco insostenibile” con una pressione tributaria che, secondo la denuncia di Confcommercio, resterà fissa al 44% fino al 2016: “un fatto incompatibile con qualsiasi ipotesi di ripresa”. Tutta colpa di una Legge di stabilità che, secondo il Presidente Sangalli, “non ha operato alcun taglio alle spese e alle tasse e che ha continuato a far quadrare i conti dello Stato attraverso la leva fiscale”. Un campanello d’allarme: ignorarlo diventa estremamente pericoloso. L’Italia è fra i Paesi sotto osservazione da parte delle istituzioni comunitarie: la povertà e l’esclusione sociale sono aumentate in modo significativo. Bruxelles infatti ha annunciato nel recente rapporto sugli squilibri macroeconomici la decisione di aprire un’analisi approfondita sul nostro Paese per i rischi connessi al persistere di squilibri come il debito elevato, la disoccupazione giovanile e la perdita...
Read MoreBASTA RITARDI NEI PAGAMENTI
Direttiva della Commissione europea per ridurre i tempi di regolamentazione – Entro il 16 marzo 2013 dovrà essere recepita nella Legislazione nazionale – Una vera rivoluzione nelle transazioni. L’Europa in soccorso delle imprese. La Commissione europea ha lanciato la “Campagna contro i ritardi di pagamento” che si svolgerà nei 27 Paesi dell’Unione da ottobre 2012 fino a dicembre 2013. L’obiettivo: far conoscere alle imprese, in particolare a quelle medio-piccole, e alle amministrazioni pubbliche i nuovi diritti riconosciuti ai creditori dalla direttiva 2011/7/UE. Una vera rivoluzione nelle transazioni commerciali. In pratica, il provvedimento, che dovrà essere recepito dai Paesi membri nelle rispettive legislazioni nazionali entro il 16 marzo 2013, stabilisce che la Pubblica Amministrazione dovrà pagare i suoi fornitori entro 30 giorni, con limitate eccezioni fino a 60 giorni (settore sanitario), pena interessi di mora dell’8%! La direttiva riguarda anche i pagamenti tra imprese private che, salvo diverse pattuizioni fra le parti, devono avvenire entro 60 giorni. Chiara la motivazione di fondo della direttiva: dare ossigeno alle asfittiche casse delle imprese e accendere il motore della produttività, riducendo i tempi di attesa dei pagamenti e il conseguente rischio di fallimento delle imprese. In tutta l’Unione europea i fornitori sono pagati in ritardo con effetti gravi e dannosi! Si perdono posti di lavoro, si esce dal mercato, peggiora la crisi. Una prassi che costa non poco in termini di liquidità finanziaria, con ricaduta sui costi di gestione e sulla stessa competitività. Pagare in ritardo significa creare ostacoli alla libera circolazione di merci e servizi nel mercato unico alterando la concorrenza. Gli oneri amministrativi e finanziari che ne derivano intralciano il commercio transfrontaliero. Le PMI e il settore artigiano sono i più vulnerabili, i primi a chiudere i…battenti. Particolarmente eloquente il rapporto fra gli operatori commerciali e la P.A. Finlandia 24, Germania 36, Francia 65, Portogallo 139, Spagna 160, Grecia 174, Italia 180. Nessun riferimento allo spread! I numeri indicano i giorni che in media la Pubblica Amministrazione impiega in Europa per pagare i propri fornitori. Emblematica la situazione del Belpaese. In tempi in cui il dibattito politico ruota attorno all’austerity, al taglio delle spese, alla lotta all’evasione può apparire paradossale ricordare che lo Stato è il primo a essere fortemente moroso con i suoi fornitori, un debitore di lungo termine! L’indebitamento commerciale della Pubblica amministrazione in Italia a fine 2011, secondo le ultime stime della Banca d’Italia, ammonta a circa 80 miliardi, pari cioè al 5% del PIL! Una situazione abnorme. Qualsiasi politica seria per uscire dalla crisi e rilanciare la competitività delle nostre imprese deve partire, prima di tutto, proprio dall’eliminazione di questa stortura economica. La Commissione europea sta fornendo alle imprese gli strumenti necessari per…voltare pagina. Attraverso la “campagna contro i ritardi di pagamento” intende promuovere un’azione di sensibilizzazione su un fenomeno che sta minando alla base il corretto funzionamento del mercato. Gli eventi in programma (giornate d’informazione, convegni, tavole rotonde, interventi sugli organi di stampa), con la partecipazione di operatori e relatori comunitari, offriranno un’occasione di scambio delle migliori pratiche e aiuteranno le imprese ad affrontare i problemi. La Campagna europea si rivolge in primis alle organizzazioni che rappresentano le PMI, ai responsabili politici nazionali o regionali, alle camere di commercio, alle associazioni di categoria, alle autorità giudiziarie per far conoscere in concreto una direttiva che conferisce nuovi e importanti diritti alle imprese europee nelle transazioni commerciali. Certezza dei pagamenti, riduzione dei costi di gestione, maggiore trasparenza nella competitività. Un atto di civiltà giuridica che uniforma le regole di mercato in Europa a tutela soprattutto delle medie e piccole imprese. Una risposta ai troppi silenzi del Legislatore nazionale!...
Read MoreLO SPREAD: IL NOSTRO INCUBO QUOTIDIANO
Il conflitto valutario e le politiche macroeconomiche – I misteri della finanza internazionale. “Operazione verità: per non morire tra le macerie di un’Europa tedesca”. Interessante e ricco di spunti il recente saggio di Renato Brunetta sulla crisi dell’euro e del processo d’integrazione politica, economica e sociale del Vecchio Continente. Sul tappeto, a tre anni dall’inizio della crisi finanziaria che ha sconvolto i precari equilibri finanziari nel mondo, restano alcune questioni irrisolte: a)il coordinamento delle politiche macroeconomiche tra le tre grandi potenze economiche mondiali: Stati Uniti, Europa e “Paesi emergenti” (Cina, Brasile, India) ;b)la crisi dei debiti sovrani di molti paesi europei avanzati; c)il permanere degli squilibri globali che sono all’origine della crisi in un contesto di sostegno alla crescita. La soluzione di queste questioni, secondo l’economista, richiede una convergenza nelle politiche di tutti i paesi coinvolti, nella consapevolezza che il quadro macroeconomico internazionale, che condiziona ogni accordo, rimane caratterizzato da una ripresa economica a due velocità. In particolare, si registra una crescente divergenza tra le politiche di austerità dell’Europa, alle prese con la crisi dei debiti sovrani, e quelle anti-deflattive degli Stati Uniti, decisi a non far mancare il sostegno macroeconomico alla ripresa, soprattutto attraverso la creazione illimitata di moneta impiegata per l’acquisto di titoli del debito pubblico da parte della Federal Reserve. Nel frattempo prosegue la crescita più rapida nei paesi emergenti. Il conflitto valutario in atto è dunque una conseguenza della mancanza di meccanismi di aggiustamento degli squilibri globali in presenza di un sistema monetario internazionale e di un sistema di tassi di cambio disordinati. E l’Europa, con effetti dirompenti, ha palesato nel corso della crisi le sue debolezze strutturali con una moneta unica che non ha alle spalle una vera e propria banca centrale. La globalizzazione degli ultimi anni ha stravolto le regole del gioco e messo a nudo la fragilità dell’euro. Una moneta che aspira ad essere una valuta di riserva internazionale ma che non dispone di una banca centrale in grado di fissare il cambio o di agire come prestatore di ultima istanza per evitare la crisi di liquidità del sistema, è una valuta … sacrificale nello scontro di potere mondiale. Una moneta chiamata a convivere con una moltitudine di curve di tassi di interesse a scadenza. Praticamente una per ogni paese membro. Fin quando i differenziali, cioè gli spread, tra i vari tassi nazionali erano “fisiologici” l’essere una “moneta artificiosa” non appariva in tutta la sua criticità. Poi è scoppiata la crisi da sostenibilità dei debiti pubblici europei e i differenziali si sono sempre più allargati! Sono diventati talmente ampi da rendere davvero eccezionale la situazione prodotta dall’euro: una moneta unica che esprime tante curve di rendimento sui titoli emessi in quella stessa valuta dai vari emittenti. Si passa dal 2% dei Bund tedeschi al 3,7% degli OAT francesi, al 7% dei Btp italiani! E’ dallo scorso luglio che i cittadini italiani vivono in una sorta di grande fratello della finanza, dove le news sullo spread e l’andamento degli indici di borsa vengono pubblicate senza soluzione di continuità. Lo spread, premio per un rischio specifico, dovrebbe sintetizzare la probabilità di fallimento della controparte. Nel caso italiano, lo spread non ha, né può averlo, tutto il significato che gli si attribuisce. Il suo valore complessivo è meno importante di quanto non si creda per decifrare i rischi futuri. Nel caso degli Stati sovrani, infatti, gli stessi possono imporre nuove imposte, nazionalizzare beni privati, privatizzare società pubbliche, vendere o dare in concessione in blocco asset di cui hanno la proprietà, inclusi i beni culturali, creare inflazione monetizzando parte del debito. Tutti elementi difficilmente quantificabili da...
Read MoreFINANZA LOCALE: CANCELLATO IL FEDERALISMO FISCALE?
L’impatto della manovra finanziaria sui bilanci dei Comuni “Autonomia” e “Responsabilità”, i cardini del federalismo fiscale invocati per rendere efficienti i bilanci comunali sono stati cancellati dalla manovra “Salva Italia” sotto l’effetto dell’emergenza crisi. E l’impatto sulla finanza locale delle misure adottate dal Governo dei tecnici è notevole! E’ ulteriormente aumentato il contributo alla manovra finanziaria imposto agli enti territoriali in termini di tagli ai trasferimenti e di obiettivi rigorosi del Patto di stabilità interno. A questo drenaggio di risorse che fa saltare ogni equilibrio di finanza locale si aggiungono altre misure che devastano i conti degli enti locali, limitandone ogni margine gestionale. Istituzione dell’IMU, Imposta municipale unica, in sostituzione dell’ICI, riforma della TARSU, provvedimenti sul Fondo perequativo, tesoreria unica: con queste novità legislative per i Comuni italiani è scattata l’operazione Bilancio 2012, con termine prorogato al 30 giugno. Dalla tassazione immobiliare le innovazioni più importanti. Con l’IMU vengono tassati tutti gli immobili, comprese le prime case. Aliquote base del 4 e del 7,6 per mille oltre a un aumento dell’imponibile per effetto dei nuovi moltiplicatori delle rendite catastali. Il maggiore gettito previsto è pari a 12,2 miliardi, ma di questo incremento nelle casse comunali non resterà un euro! Infatti lo Stato da un lato chiede ai Comuni di accreditargli 9 miliardi, pari alla metà del maggiore gettito a esclusione delle prime case, e dall’altro taglia i trasferimenti erariali erogati ai Comuni a titolo di Fondo perequativo per la restante differenza! Analoga operazione di sterilizzazione è prevista per il miliardo in più previsto dalla riforma della TARSU. I Comuni sono chiamati cioè a far da esattori per lo Stato sul suo maggiore prelievo! Una “supertassa” dai Comuni, con i soldi che però finiscono allo Stato. Dalla revisione dei tributi comunali prevista dalla manovra Monti non cambierà nulla in termini di risorse disponibili, ma pesante sarà il “costo politico-elettorale” per i Sindaci che, in caso di variazioni in aumento delle aliquote base, dovranno darne ragione ai cittadini alle prese con un’ alta pressione fiscale. La manovra inoltre stringe i cordoni della finanza locale con un’altra sforbiciata dei trasferimenti statali sul fondo perequativo, senza alcuna compensazione di maggiori gettiti. Significativa la dichiarazione resa dal Sindaco di Reggio Emilia e Presidente ANCI, Graziano Delrio, “L’introduzione dell’IMU richiede a noi Comuni di metterci la faccia di fronte a imprese e famiglie; vogliamo capire se è solo una situazione dovuta allo stato di emergenza dei conti pubblici e quali sono le prospettive, è necessario ripensare qualcosa nel rapporto tra Stato e Comuni”. I Comuni sono cioè partite di giro, corpi inerti usati per prelevare risorse e cassa a servizio dello Stato centrale e il Patto di stabilità non revisionato costituisce un argine a ogni possibilità di reagire a questi attentati all’autonomia federale, peraltro fortemente minata dalla istituzione della Tesoreria Unica che ne condiziona la gestione finanziaria. Di fatto, una gestione commissariale! E’ dunque opportuno mettere mano alla complessa materia della finanza locale con una riforma che ne semplifichi le norme, ribadendo il principio del vincolo di bilancio in pareggio come architrave della finanza locale ed eliminando lacci e laccioli. Se c’è la necessità di ridurre le risorse degli enti locali, meglio agire sui trasferimenti erariali piuttosto che interferire con l’autonomia locale. Il federalismo fiscale, ancor prima di partire, è già cancellato?… (apr....
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