MANOVRA ECONOMICA, TIMORI E SPERANZE
A pochi giorni dal via libera da parte del Consiglio dei Ministri, il disegno di legge di Bilancio per il 2024 è entrato nel vivo del dibattito politico in un clima di grande tensione e forti contrasti fra i partiti in vista dell’iter parlamentare di approvazione. Una manovra condizionata fortemente dal rallentamento dell’economia generato dalla spinta dell’inflazione, dall’aumento dei costi energetici, dall’incertezza globale causata dal conflitto russo-ucraino e dalla crisi in Medio Oriente, fra Palestina e Israele. Un quadro economico particolarmente complesso appesantito sui flussi finanziari dello Stato dagli effetti dei crediti d’imposta accumulati negli anni scorsi a causa dei bonus immobiliari, un “grande buco” da oltre 40 miliardi di euro. Banche, imprese e famiglie stanno beneficiando del mancato versamento d’imposte compensate con i numerosi bonus legati agli interventi edilizi. Un impatto negativo per le casse dello Stato con minori entrate tributarie di decine di miliardi nei primi sette mesi dell’anno. Una contrazione del gettito fuori da ogni previsione. Notizie non buone anche sul versante delle spese con una notevole progressione registrata dalla Ragioneria dello Stato. I rialzi dei tassi della Banca Centrale europea, decisi per contrastare l’inflazione, hanno determinato un aumento degli interessi pagati dal Tesoro sul debito: +16% fra gennaio e giugno 2023, rispetto allo stesso periodo di un anno fa. In soldoni, 14 miliardi di euro in meno nelle casse dello Stato che vanno ad aggiungersi ai circa 990 miliardi di euro pagati dal 2009 al 2022 su un “debito pubblico senza freni” (2.858 miliardi di euro, pari al 141% del Pil), una media di circa 76 miliardi all’anno. Rallentamento della crescita economica e il nodo del debito pubblico con interessi in aumento, oltre alle minori entrate per il Superbonus, rendono sempre più corta la coperta delle risorse disponibili da destinare alla manovra, con buona pace delle tante promesse elettorali fatte per conquistare il consenso. Una manovra che non andrà al di là dei 24 miliardi, 16 dei quali provenienti dall’extra-deficit e circa 8 miliardi che derivano dalla riduzione delle spese da parte dei vari Ministeri. Uno scostamento di bilancio necessario per recuperare risorse aggiuntive operato in deroga al principio dell’equilibrio tra entrate e spese fissato dall’art.81 della Carta costituzionale. Un extra-gettito e tagli di spesa per una “manovra seria e realistica”, nel commento della premier Giorgia Meloni, una manovra che “non disperde risorse ma le concentra su grandi priorità”. Fra queste il rinnovo nel 2024 del taglio del cuneo fiscale-contributivo, un intervento di undici miliardi a sostegno di alcune fasce della popolazione con reddito medio-basso per il peggioramento delle condizioni economiche. Atre misure sono previste per il rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione (cinque miliardi) e per uno stanziamento aggiuntivo per la sanità (tre miliardi). Bando ai provvedimenti a pioggia del passato ma interventi mirati nel segno di “un ferreo controllo della spesa che diventerà un principio non più eludibile, afferma il Ministro dell’Economia Giorgetti, alla luce delle nuove regole che si stanno delineando per la governance economica europea”, a garanzia della sostenibilità del debito agli occhi vigili delle autorità comunitarie di Bruxelles e dei mercati finanziari pronti a intervenire sul rating. Una manovra economica difficile, ”la più difficile degli ultimi anni”, ha commentato Giorgetti, oltre la metà in deficit. Dopo quella dello scorso anno con il Governo appena insediato, quest’anno è la prima vera prova per Giorgia Meloni costretta a muoversi su un “sentiero stretto” come lo chiamava, a suo tempo e in un governo di centro-sinistra, l’ex ministro dell’Economia Padoan. Cambiano i tempi, cambiano gli inquilini di Palazzo Chigi, ma il sentiero è lo stesso, a conferma degli atavici problemi della finanza...
Read MoreLEGGE DI BILANCIO, CONTI IN ROSSO
Conto alla rovescia per la presentazione alle Camere della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NaDEF), propedeutica alla legge di Bilancio. Entro il 27 settembre il Governo Meloni dovrà scoprire le carte e definire le linee guida delle misure da adottare nella Manovra del prossimo anno. Nel corso degli ultimi decenni, per effetto dei continui e rapidi cambiamenti di politica economica, i documenti programmatici hanno assunto sempre di più un ruolo chiave nella rielaborazione degli obiettivi del Paese, in relazione alla maggiore disponibilità di dati e informazioni sull’andamento del quadro macroeconomico e di finanza pubblica. Un passaggio chiave per definire risorse e misure da adottare a seguito di scelte politiche ben precise. E per Palazzo Chigi sarà una corsa ad ostacoli. Conti pubblici da far quadrare tra deficit, Pil e debito con una crescita economica relativamente bassa e un’emergenza di spesa da affrontare. Una strada decisamente in salita. Prudenza, realismo e sostenibilità: sarà questo il leitmotiv del dibattito politico sulla legge di Bilancio, il “piccolo manifesto politico” con cui i partiti cercano di stabilire una relazione sociale con il loro elettorato reale e potenziale. La “lista della spesa” è lunga. La nuova manovra economica dovrà mirare a sostenere le famiglie per contrastare il caro vita e gli effetti della inflazione. Obiettivo primario sarà confermare il taglio del cuneo fiscale-contributivo per un aiuto concreto nella busta paga dei lavoratori con redditi medio-bassi. Con la Manovra si dovrà anche andare incontro alle esigenze delle imprese e degli imprenditori alle prese con il rincaro dei costi di produzione, il rallentamento del fatturato causato dalle condizioni di mercato e dalla maggiore difficoltà di accesso al credito, sempre più costoso per il rialzo dei tassi d’interesse. Nella speranza di non leggere un altro capitolo dell’italico libro dei sogni, si disegna una politica economica di sostegno per indirizzare il Paese, in una strategia di lungo termine, verso una prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile. Situazione complessa. La questione ruota attorno al reperimento delle risorse necessarie per coprire le novità che saranno introdotte dalla Manovra, che richiede almeno 30 miliardi di euro, di cui 11 miliardi esclusivamente per mantenere il taglio del cuneo fiscale anche nel 2024. Almeno 4 miliardi saranno necessari per finanziare il primo modulo dell’Irpef previsto dalla Riforma fiscale. Nuove coperture vanno inoltre individuate per sanità, previdenza e spese indifferibili. Il prelievo del 40% sugli extraprofitti delle banche ha aperto di fatto la caccia alle risorse che riguarderà anche la spending review e il riordino delle agevolazioni fiscali, misure comunque insufficienti a far fronte all’intero ammontate della Manovra. La coperta è corta. Il Ministro dell’Economia Giorgetti non ha ancora un quadro chiaro delle risorse disponibili. A causargli il “mal di pancia” c’è il Superbonus 110% con le nuove stime di costo per lo Stato che superano i 100 miliardi di euro, con un maggior peso derivante dalla diversa classificazione in Bilancio indicata da Eurostat. Una variabile indefinita che rischia di avere un forte impatto sui conti pubblici e quindi sulla legge di Bilancio. Un devastante effetto domino: sull’indebitamento di quest’anno potrebbero scaricarsi fino a 60 miliardi di euro, e il deficit potrebbe salire ben oltre il 6%. Altra variabile incerta, nel quadro programmatico degli obiettivi, è quella legata alle sorti del Pnrr, che il Governo ha chiesto alla Commissione europea di modificare, e al margine di flessibilità consentito dal nuovo Patto di stabilità che sarà in vigore il prossimo anno. In un simile contesto, in attesa di elementi di maggiore chiarezza sia sul versante europeo che su quello nazionale, anche in considerazione di previsioni non positive sulla crescita...
Read MorePACE FISCALE E CACCIA AI VOTI
Ci risiamo. Un mini condono, una “pace fiscale” per contribuenti con debiti fino a 30mila euro, che preveda il pagamento solo di una parte del dovuto. E’ la proposta formulata dal vicepremier Salvini, arrivata mentre il Parlamento è impegnato nell’approvazione della Legge delega di Riforma fiscale. Del tutto inattesa e inopportuna perché mette a serio rischio il successo finale della “rottamazione quater”: quasi quattro milioni di richieste di adesione arrivate all’Agenzia delle Entrate per la cancellazione di sanzioni e interessi (circa 20 miliardi di euro), per un gettito previsto di oltre 15 miliardi di euro. Resta da vedere, però, chi pagherà le rate della definizione agevolata di cui le prime due pari al 10% dell’importo liquidato scadono a ottobre e novembre. L’annuncio di un condono che, oltre all’abbuono di sanzioni e interessi, azzera anche una parte rilevante delle imposte condiziona ogni più ottimistica previsione legata alla rottamazione delle cartelle. Sono circa quindici milioni gli italiani con un debito fiscale fino a 30mila euro. Una grande massa, circa il 97% dei contribuenti che hanno pendenze con l’erario, anche se la maggior parte dell’evasione accertata viene da quel 3% con i debiti più elevati. Più di 7 milioni sono gli italiani che ogni anno, e da anni, ricevono almeno una cartella esattoriale per debiti pregressi non pagati. Ed è mostruoso il debito erariale accumulato nel tempo: alla fine dell’anno scorso ammontava a ben 1.153 miliardi di euro. Il 90% di questa somma viene considerata di recupero difficile, se non impossibile dalla stessa Agenzia delle Entrate Riscossione. Si tratta di debiti che fanno capo a società e ditte individuali fallite, contribuenti nullatenenti, debitori irreperibili o deceduti. Alla fine, solo il 10%, circa 114 miliardi di euro. Il tormentone in pieno luglio sulla pace fiscale ha scatenato ovviamente reazioni diverse nei palazzi romani della politica. Se per Matteo Salvini “l’obiettivo è liberare milioni di italiani in ostaggio del Fisco mostrando un volto dello Stato diverso da quello aggressivo e punitivo”, per il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, “il contrasto all’evasione non è volontà di perseguitare qualcuno, è un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che le tasse anno dopo anno le pagano”. Sulla stessa lunghezza d’onda il viceministro dell’Economia Maurizio Leo: “le tasse vanno pagate”. Sul fronte della opposizione politica, molteplici sono le voci contrarie alla tregua fiscale proposta dal leader leghista. Qualcuno parla di “caccia ai voti” in vista delle elezioni europee di primavera. Il problema di fondo legato ai condoni, come più volte ha avvertito la Corte dei Conti, è “il minore introito di risorse finanziarie nelle casse dello Stato con il conseguente aumento dell’evasione stimolata dalle continue misure agevolative”. Un sistema perverso che si autoalimenta: più i contribuenti sono consapevoli di una sostanziale impunità, più si allarga la platea degli evasori, più il sistema dei condoni priva di risorse indispensabili e costringe a tagli di spese e servizi Stato, Regioni, Province e Comuni. Un costo insostenibile per l’intera comunità. E’ chiaro che sulla riscossione il sistema è andato in tilt, lo Stato ha permesso l’accumulo di milioni e milioni di cartelle per lunghi anni senza successo. La via d’uscita? La pax fiscale. L’inefficienza dello Stato al servizio dei furbetti. Vecchia storia in un Paese che ha praticato una lunga serie di condoni, concordati, scudi, rottamazioni, voluntary disclosure. Nulla di nuovo sotto il cielo del Belpaese, un copione più volte recitato. Una creatività normativa altrove sconosciuta. Se le discriminazioni sociali sono sempre detestabili, ancora di più lo è quella che divide i cittadini fra chi paga le tasse e chi le tasse le evade, o non le...
Read MoreOPERAZIONE REDDITI AL VIA
Con il via all’operazione 730 è cominciata la maratona fiscale 2023. Un lungo percorso di passione fra scadenze e versamenti di imposte. Da alcuni giorni è disponibile online nel sito dell’Agenzia delle Entrate la dichiarazione dei redditi precompilata che da nove anni rappresenta una tappa decisiva sul cammino della semplificazione fiscale e della trasparenza nel difficile rapporto con il contribuente. La precompilata è partita nel 2015 con 160 milioni di informazioni trasmesse al Fisco da banche, Inps e altri operatori. I contribuenti che trasmettono il 730 con il fai-da-te son passati dagli iniziali 1,4 milioni a 4 milioni l’anno scorso. Alto indice di gradimento. Il paniere di informazioni pre-caricate dall’Agenzia supera quest’anno 1,3 miliardi su 18 voci, + 8% rispetto al 2022. Oltre un miliardo di dati relativi a spese sanitarie, 99 milioni di premi assicurativi, 73 milioni di certificazioni uniche di lavoratori dipendenti e autonomi, 11 milioni di bonifici per ristrutturazioni, 8,5 milioni di dati relativi agli interessi passivi su mutui e 6,5 milioni relativi a spese scolastiche. New entry 2023 tra le altre, le spese per canoni di locazione e quelle di intermediazione per l’acquisto di immobili adibiti a “prima casa”. Nella precompilata sono riportati anche i dati relativi alle spese di anni precedenti, da ripartire su diverse annualità, derivanti dalla dichiarazione presentata per l’anno precedente (bonus ristrutturazioni edilizie, risparmio energetico, bonus verde, superbonus 110%, bonus facciate). L’accesso alla precompilata e ai dati utilizzati dal Fisco è possibile dall’area riservata dell’Agenzia delle Entrate tramite Spid, Carta nazionale dei servizi (Cns) e Carta d’identità elettronica (Cie). Una volta avuto accesso alla dichiarazione precompilata il contribuente potrà accettare in toto la dichiarazione beneficiando della esenzione dai controlli documentali da parte dell’Agenzia (addio alla conservazione degli scontrini per le spese mediche) o potrà apportare modifiche con correzione dei dati, suscettibili di controlli. C’è tempo fino al 2 ottobre (il 30 settembre è sabato) per l’invio della dichiarazione, ricordando che prima si presenta, prima vengono effettuati gli eventuali rimborsi, a partire dal mese di agosto o settembre. Dipendenti e pensionati riceveranno i rimborsi emersi dal 730 direttamente dai datori di lavoro e dagli enti pensionistici. Stesse modalità per le trattenute Irpef relative a debiti con il fisco. Possono utilizzare il modello 730, precompilato o ordinario, i dipendenti, pensionati e collaboratori che, oltre alla retribuzione o pensione, devono dichiarare uno o più dei seguenti redditi: da terreni e/o fabbricati, anche dati in affitto, da lavoro autonomo occasionale (cioè senza partita Iva), redditi di capitale non soggetti alla ritenuta d’imposta, redditi diversi (cessione di terreni edificabili, redditi di fabbricati esteri, attività commerciali occasionali), alcuni redditi assoggettabili a tassazione separata (rimborsi di imposte e/o spese dedotte o detratte in anni precedenti). Da gennaio 2022 sono state applicate le nuove aliquote Irpef che hanno rimodulato la distribuzione dei redditi nei vari scaglioni. Cambiano quindi le detrazioni per il lavoro dipendente, per la pensione e per il lavoro autonomo. Per i pensionati la “no tax area”, cioè la soglia di reddito sotto la quale non deve essere pagata l’Irpef, è fissata a 8.500 euro. Con l’introduzione inoltre dallo scorso marzo dell’assegno unico universale per i figli erogato dall’Inps a seguito di apposita richiesta, non spetta più la detrazione per figli a carico e si modifica così il prospetto dei “Familiari a carico”. Resta in vigore solo la detrazione pari a 950 euro per ciascun figlio a carico solo se di età pari o superiore a 21 anni. Tutto ok? Non proprio. Sul tappeto il problema di sempre: la complessità del nostro ordinamento tributario con un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione. Basti pensare...
Read MoreOPERAZIONE VERITA’ PER IL PNRR
Conto alla rovescia per l’ “Operazione verità”. Italia sotto esame per la terza tranche di 19 miliardi dei fondi del Pnrr, il pilastro del programma europeo Next Generation Eu, varato nel 2020 per un’Europa più unita e solidale. Entro la fine di aprile Palazzo Chigi dovrà inviare a Bruxelles la proposta di revisione degli investimenti in termini realizzativi. Pochi giorni per il Governo per fare un check up e decidere quali progetti vanno modificati o addirittura eliminati dal Piano di ripresa e resilienza. La trattativa con la Commissione europea riguarda la rimodulazione di alcune parti del Piano sollecitata dal Ministro Raffaele Fitto, dovuta al lievitare dei costi delle materie prime e alla consapevolezza che alcuni capitoli di spesa possono entrare in una fase critica e non essere attuati entro la scadenza, prevista a giugno del 2026. “La priorità è non perdere i fondi, ma c’è bisogno di realismo, ha osservato il Ministro, bisogna prendere atto di quello che è possibile fare e di quello che non si può fare”. Spostare cioè gli investimenti in ritardo su altri percorsi, non in scadenza nel 2026, per evitare il rischio di perdere le prossime sette rate di finanziamento europeo. Sono in gioco i 209 miliardi, tra sovvenzioni a fondo perduto e prestiti ultra agevolati, concessi all’Italia dall’Ue dopo la tragedia della pandemia: un’occasione irripetibile per il rilancio di un Paese fermo da tempo, una straordinaria opportunità per affrontare i problemi strutturali attraverso riforme profonde e investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata. Il nodo da sciogliere è quello di sempre: burocrazia, deficit di infrastrutture, carenza di personale adeguato. Rilevante la distanza tra la capacità di spesa chiesta dal Pnrr e quella permessa dalla obsoleta struttura della pubblica amministrazione. L’abbondanza di risorse destinate al piano di ripresa si scontra con la povertà (cronica) di capacità realizzative dello Stato. Le disfunzioni del nostro apparato politico-amministrativo sono profondamente radicate e costituiscono un serio ostacolo per l’utilizzo dei fondi comunitari. Si rischia di azzerare un’opportunità storica, una sorta di “Piano Marshall bis”. Sprecarla sarebbe un clamoroso autogol economico-sociale, oltre che un duro colpo all’immagine del sistema Italia. Accelerare dunque ogni procedura, perché, ha commentato l’economista Francesco Giavazzi, “spostare in là delle scadenze del Pnrr è da evitare, non è nel nostro interesse”. La crescita del 2023 sarà infatti determinata in gran parte dagli investimenti del Pnrr che genereranno un impulso alla domanda pari a 2-3 punti di Pil in un solo anno, portando la crescita al 3%. Il punto di non ritorno è la recente relazione presentata alla Camera dalla Corte dei Conti, con la rivelazione che del tesoretto del Pnrr, alla fine del 2022, l’Italia ha speso solo 21 miliardi, legati a 107 delle 285 misure elencate nel Piano. Ma in realtà, al netto dei crediti d’imposta automatici per le imprese e l’edilizia, sono soltanto 10 miliardi, con un tasso di realizzazione del 6%. Nella eloquenza dei numeri il quadro appare chiaro: la spesa effettiva ha viaggiato ai minimi termini con conseguente modesta accelerazione data finora al Piano. Trasparenza, responsabilità e serietà. La Commissione europea attende dalla rinnovata task force di Palazzo Chigi una proposta concreta per negoziare una tempistica del Piano meno rigida. Restano sul tappeto polemiche e accuse politiche. L’emergere dei ritardi nell’attuazione del Piano ha dato il via al balletto del “tutti contro tutti”: la solita sagra dei rimpalli delle responsabilità, sullo sfondo di emergenze congiunturali e problemi strutturali. Sul banco degli imputati, in primis, l’ex premier Giuseppe Conte reo di “aver fatto man bassa” dell’intera quota europea spettante, fra sussidi e prestiti, senza una valutazione della oggettiva possibilità di...
Read MoreRIFORMA FISCALE, LUCI E OMBRE
Dopo oltre cinquant’anni dalla riforma di Bruno Visentini dell’ottobre 1971, il sistema tributario si avvia verso un profondo cambiamento strutturale. Nel disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri sono fissati i principi cardine della riforma 2023: riduzione della pressione fiscale (oggi al 43,5%) per cittadini e imprese, lotta all’evasione, rapporto tra Stato e contribuente meno vessatorio e più collaborativo con una semplificazione degli obblighi dichiarativi e uno sfoltimento della normativa, nel rispetto dello Statuto del contribuente e della certezza del diritto. L’asse portante della legge delega, divisa in 4 parti e 21 articoli, è rappresentato dalla flat tax per tutti entro la fine della legislatura, anticipata da quella “incrementale” solo per i dipendenti. Un’imposta sostitutiva dell’Irpef in luogo delle aliquote per scaglioni di reddito per garantire l’equità orizzontale con aliquota unica di prelievo, come nei Paesi dell’Est, sull’imponibile delle persone fisiche (autonomi, dipendenti e pensionati). Una misura contestata da Sindacati (“subito il taglio del cuneo fiscale”) e opposizione, perché ritenuta lesiva del principio costituzionale di progressività dell’imposta, a tutela dei redditi più bassi. Un principio che sarà garantito, assicurano a Palazzo Chigi, modulando detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta che saranno inversamente proporzionali al reddito. La tassa piatta sarà preceduta da una fase transitoria con la riduzione delle aliquote da quattro a tre: aliquota al 23% per i redditi fino 28mila euro, 35% per i redditi fino a 50mila euro e 43% per i redditi oltre i 50mila euro. In cantiere l’unificazione della no tax area tra dipendenti e pensionati (8.500 euro). Per le società è prevista la modifica dell’Ires con un’aliquota agevolata al 15% per investimenti in beni strumentali e in occupazione, la trasformazione dell’Irap in sovrimposta sull’Ires. Particolarmente significative altre misure della riforma: la razionalizzazione delle tax expenditures, ovvero delle agevolazioni fiscali (una giungla di circa 600 voci, con una perdita di gettito di 165 miliardi l’anno), la revisione delle aliquote Iva e dei suoi presupposti impositivi in funzione dei panieri di beni e servizi. Saranno velocizzate le procedure relative ai rimborsi. Novità anche per le imposte indirette minori con la sostituzione dell’imposta di bollo, delle imposte ipocatastali e dei tributi speciali con un tributo unico, in misura fissa. Previsti interventi legislativi per i tributi regionali ai fini dell’attuazione del federalismo fiscale e per quelli locali, con l’attribuzione del gettito Imu dei capannoni industriali e produttivi direttamente ai Comuni. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, con il superamento graduale degli indicatori sintetici di affidabilità (Isa), viene istituito il “concordato preventivo biennale”. Si tratta di un rafforzamento dell’adempimento collaborativo con l’idea di riscrivere le regole della lotta all’evasione fiscale che diventa preventiva e non più repressiva. Ai fini delle imposte, si paga quanto pattuito in anticipo con l’Agenzia delle Entrate per due anni, senza rischi di accertamenti, nel segno della trasparenza e del dialogo per recuperare l’inefficienza del sistema legato a sanzioni e riscossione (i crediti non riscossi sono circa 153 miliardi di euro). Obiettivo del Governo, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, è di “riordinare tutto il sistema tributario per rendere il nostro ordinamento coerente con quelle che sono le regole dell’Ue e internazionali e rilanciare l’Italia sul piano economico e sociale”. I decreti delegati, che conterranno la disciplina attuativa dei principi espressi nella delega, saranno adottati entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della Legge delega. Sul tappeto restano le tante incognite sui risultati finali dell’operazione “Fisco nuovo”, legati ai temi più controversi della riforma: dalla lotta all’evasione (un buco di circa 100 miliardi di euro annui) alla spending review, dalla riforma dei bonus e delle tax expenditures alla tassazione dei...
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