BONUSI EDILIZI E MALUS POLITICI
“Un provvedimento imprudente, non replicabile, con un costo di 2000 euro per ogni italiano”. Nel giudizio tranchant del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la sintesi della telenovela tutta italiana legata al superbonus 110% con le opzioni di cessione del credito/sconto in fattura. La misura, fiore all’occhiello del governo Conte 2, è stata introdotta con il “Decreto Rilancio” nel maggio 2020 per dare ossigeno all’economia, in particolare al settore edilizio strozzato dalla pandemia da Covid 19, con l’ambizioso obiettivo del milione di nuovi posti di lavoro. La spinta c’è stata. Ma anche una speculazione senza precedenti in termini di evasione e frodi. Dai controlli svolti dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza sono stati individuati 9 miliardi di crediti d’imposta irregolari di cui circa 3,6 miliardi oggetto di sequestro da parte dell’Autorità giudiziaria. Un dato significativo che pone l’Italia in testa alla classifica dei Paesi dell’Ue con il maggiore stock di frodi al fisco, evidenziato nel primo bilancio annuale presentato dalla Procura europea. Una “legge scellerata” che ha consentito ai cittadini di spendere a totale carico dello Stato, senza alcun controllo sulla congruità e necessità della spesa e sulle diversità reddituali dei contribuenti. Una “patrimoniale alla rovescia”, l’ha definita Mario Monti sulle colonne del Corriere della Sera: un tributo a carico dello Stato tale da accrescere il valore dei beni di coloro che, in gran parte, ne posseggono di più. Inevitabile la ricaduta sui conti pubblici: scattato il codice rosso. I crediti fiscali derivanti da bonus edilizi generati dal 2020, secondo i dati forniti dal direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Ruffini in occasione della recente audizione alla VI commissione Finanze della Camera, ammontano a circa 111 miliardi di euro, di cui ben 62 miliardi derivanti dal superbonus, e il resto dalle altre agevolazioni edilizie (facciata, ristrutturazione, ecobonus, fotovoltaico, ecc.). Il primo a lanciare l’allarme per la tenuta dei conti è stato l’ex premier Mario Draghi, rimasto vittima della ferma opposizione del M5S a qualsiasi intervento modificativo. Al Governo Meloni quindi è toccato il lavoro sporco. Improvviso ma non inatteso il decreto legge del 16 febbraio che ha cancellato il sistema dei bonus, colpevolmente intossicato: stop alla cessione del credito e allo sconto in fattura. Una bomba dal punto di vista economico per le imprese del settore edilizio che hanno in portafoglio 19 miliardi di euro di crediti “incagliati” e per una vasta fascia di proprietari di immobili che, per recuperare il credito d’imposta, una ventina di miliardi, dovranno fare ricorso alla detrazione diretta con la dichiarazione dei redditi, con rate annuali. Crediti sulla carta difficili da smaltire se non a un compratore di ultima istanza (Cassa depositi e prestiti?). In tilt anche il sistema bancario con la capienza fiscale azzerata. Un provvedimento opportuno, migliorabile in sede di conversione in legge, emanato per fronteggiare un fenomeno ormai da tempo fuori controllo, con pericolose zone d’ombra diffuse in tutto il Paese. L’erogazione a piene mani di bonus di ogni genere, figlia dei malus delle passate stagioni politiche, ha avuto un impatto sui conti pubblici ben oltre le previsioni, con un surplus di 40 miliardi di euro. La conferma del danno prodotto ai saldi di finanza pubblica è arrivata dalle rilevazioni dell’Istat su Pil e sul deficit pubblico diffuse nei giorni scorsi. Per effetto della revisione dei criteri di contabilizzazione delle mancate entrate prodotte dal superbonus e dagli altri incentivi fiscali all’edilizia, concordata con Eurostat, è stato rivisto al rialzo il deficit 2021 che dal 7,2% del Pil passa al 9% e quello del 2022, previsto al 5,6% che sale all’8% del Pil. Il perdurare della telenovela “Paga lo Stato” avrebbe messo...
Read MoreFLAT TAX E RISPARMI FISCALI
Nella calza della Befana una norma della Legge di bilancio particolarmente gradita da autonomi e professionisti: dal 1° gennaio si è elevata da 65mila a 85mila euro la soglia dei ricavi o compensi che consente di entrare o rimanere nel regime forfettario e beneficiare della flat tax. Una opzione che, secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, sarà esercitata da circa 60mila soggetti Iva, pari a circa il 33% degli appartenenti alla classe di fatturato interessata. In arrivo risparmi fiscali in termini di carico impositivo che il regime forfettario generalmente garantisce rispetto al regime ordinario Irpef, da cui si discosta sia nelle modalità di calcolo del reddito imponibile (applicazione di un coefficiente di redditività standard, differenziato in base all’attività svolta) che in quelle di liquidazione dell’imposta (applicazione di una aliquota proporzionale 15% al reddito, al netto dei contributi previdenziali versati). Coloro che conseguiranno nel corso dell’anno ricavi/compensi superiori a 100mila euro usciranno dal forfettario nello stesso periodo d’imposta con conseguente applicazione del regime ordinario Irpef. La liquidazione dell’Iva avverrà a partire dalle operazioni che hanno determinato il superamento del suddetto limite. Il meccanismo di forfettizzazione del reddito con applicazione della “tassa piatta” favorisce imprenditori (individuali) e professionisti con strutture “leggere”, dotati cioè di organizzazioni poco onerose, mentre penalizza coloro che investono nell’attività e sostengono rilevanti costi di funzionamento, non detraibili nel regime forfettario. Per gli iscritti alla gestione artigiani e commercianti dell’Inps la convenienza viene ulteriormente amplificata per effetto del previsto sconto contributivo del 35%. Il beneficio medio dell’adesione alla flat tax di coloro che scelgono l’opzione è pari a circa 7.700 euro, di cui 5.900 euro derivano dal passaggio dall’Irpef alla imposta sostitutiva, circa 1.050 euro dalla riduzione dei contributi e circa 750 euro dall’esenzione dal regime Iva. In particolare, scorporando i dati per categoria, i professionisti ne beneficeranno in media per circa 9.600 euro contro i 5.600 euro delle imprese. E per il 2023 Fisco più leggero anche sul reddito in aumento: “tassa piatta” per la parte “incrementale” di reddito riservata a professionisti e autonomi in regime ordinario. L’imposta del 15% si applicherà su una base imponibile non superiore a 40mila euro, determinata considerando i redditi dichiarati nell’ultimo triennio. L’allargamento della platea delle partite Iva interessate alla nuova soglia di reddito ridurrà il gettito dell’Irpef e delle sue addizionali di 266 milioni per il 2023 e di altri 942 milioni per l’anno prossimo. Uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano ha analizzato l’impatto della misura del Governo inserita nella Legge di bilancio confermando il continuo svuotamento dell’Irpef, una tendenza costante della legislazione tributaria. Una quota sempre più ampia di reddito viene assoggettata a una tassazione cedolare più vantaggiosa rispetto all’imposta progressiva, propria dell’Irpef, accentuando il divario impositivo fra redditi da lavoro dipendente e redditi da lavoro autonomo con forti ripercussioni sulla equità del prelievo fiscale. Un dato che sarà valutato dalla Commissione Ue per il rilascio della deroga della direttiva comunitaria 2020/285 che prevede all’interno dell’Unione, in presenza di precise e inderogabili condizioni di finanza pubblica, l’innalzamento del limite di reddito a 85mila euro per la flat tax con l’intento di rendere il Fisco comunitario più omogeneo, ma soltanto a partire dal 1° gennaio 2025. E proprio sul controverso fronte fiscale, da sempre terreno di un delicato confronto con le autorità europee, sono arrivati da Bruxelles rilievi critici al termine dell’esame della Finanziaria 2023. Un giudizio in bianco e in nero sul bilancio programmatico del Governo Meloni: censurata la scarsa attenzione riservata alla lotta all’evasione fiscale, in particolare dell’Iva, quale strumento di recupero di risorse finanziarie necessarie per compensare il minor gettito tributario causato...
Read MoreLA RIFORMA DEL PROCESSO TRIBUTARIO
Giustizia tributaria, anno zero. Sta muovendo i primi (faticosi) passi la riforma del processo tributario a distanza di 30 anni dall’originario impianto normativo fissato dai Decreti legislativi 545 e 546 del dicembre 1992. Una riforma a lungo attesa, importante per le esigenze di cittadini e imprese, legata agli impegni assunti dall’Italia per l’attuazione del Pnrr a sostegno dell’intero sistema Paese in termini di competitività e richiamo degli investitori esteri. Si volta pagina sotto il profilo ordinamentale e processuale per velocizzare i tempi della giustizia tributaria e abbattere la rilevante mola di contenzioso pendente: oltre 60mila ricorsi giacenti a fine 2021, per un valore di circa 37,6 miliardi di euro. Obiettivi incentrati sul miglioramento della qualità delle sentenze attraverso la revisione dell’ordinamento degli organi speciali di giustizia tributaria e sullo sviluppo di istituti processuali (contraddittorio, autotutela) volti non solo a deflazionare il contenzioso esistente ma anche a incentivare l’uniformità dei giudizi in materie analoghe. L’ampio ricorso alla giurisdizione per dirimere le dispute tra contribuente e Fisco, peculiarità dell’ordinamento italiano, è causato da una normativa fiscale di difficile applicazione perché soggetta a continui mutamenti e non sempre di buona qualità sul piano legislativo. Una giungla di oltre 800 leggi fiscali, non coordinate fra loro, che si sovrappongono a danno della certezza del diritto. Dai bonus edilizia, croce e delizia degli operatori, la massima conferma. Tra le diverse novità la riforma istituisce una nuova magistratura tributaria professionale che, progressivamente, sostituirà gli attuali magistrati onorari (non togati): un ruolo autonomo e professionale della magistratura tributaria, con 576 giudici tributari reclutati tramite concorso per esami. Le Commissioni tributarie provinciali e regionali sono diventate Corti di giustizia di primo e secondo grado. Sul piano processuale, in primo grado, le controversie di modico valore (importo del tributo, al netto di interessi e sanzioni, fino a 3000 euro) vengono devolute a un giudice monocratico. Si rafforza la conciliazione giudiziale: per le controversie soggette a reclamo la Corte di giustizia potrà formulare una proposta conciliativa, in udienza o fuori udienza. Risulta potenziato il giudizio di legittimità con la creazione in Cassazione di una sezione civile deputata esclusivamente alla trattazione delle controversie tributarie. La partecipazione “da remoto” costituisce la modalità “naturale” di svolgimento delle udienze tenute dalla Corte di giustizia tributaria di primo grado in composizione monocratica, salva la richiesta presentata da ciascuna delle parti di partecipazione “in presenza”. In giudizio spetterà all’Amministrazione finanziaria provare le violazioni contestate con l’atto impugnato.Un’espressione di principio giuridico di grande rilevanza che presuppone un’adeguata motivazione dell’atto impositivo. L’onere della prova, dunque, si sposta a carico dell’Amministrazione e rende la giustizia tributaria conforme ai principi del giusto processo. La decisione della Corte, basata sugli elementi di prova emersi dal giudizio, si concluderà con l’annullamento se la prova della fondatezza della pretesa manca, è contraddittoria o è insufficiente a dimostrare in modo puntuale le ragioni della pretesa impositiva e dell’irrogazione delle sanzioni. La Corte di giustizia, altra novità rilevante, anche senza l’accordo delle parti, potrà ammettere la prova testimoniale in forma scritta. Cambiano inoltre i tempi di discussione della istanza di sospensione: viene stabilito in 30 giorni dalla presentazione della relativa istanza il termine entro il quale il Presidente fissa la trattazione della sospensione la quale non potrà coincidere con l’udienza di merito per la controversia. Viene così rimosso il contestato termine di 180 giorni che spesso coincideva con la trattazione del ricorso. In conclusione, un significativo restyling del processo tributario che, al di là di alcune omissioni (modalità di accesso alle fonti giurisprudenziali), rappresenta uno strumento di miglioramento del sistema che a regime dal 2027, con la definitiva composizione dell’organico della giurisdizione tributaria, “solennizzerà”...
Read MoreIL GOVERNO MELONI E IL CARO ENERGIA
“Siamo nella tempesta ma siamo la nave più bella del mondo, supereremo le onde che si infrangono su di noi.” Le parole del premier Giorgia Meloni nell’ intervento alla Camera in occasione della fiducia al Governo rappresentano la stella polare della manovra economica 2023: realismo e ottimismo per contrastare la frenata dell’economia e finanziare le misure per il contrasto ai prezzi dell’energia. Va in questa direzione la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NaDEF) approvata dal Consiglio dei Ministri che, rivedendo e integrando quella deliberata lo scorso settembre dal Governo Draghi, ha aggiornato le previsioni macroeconomiche e tendenziali di finanza pubblica con i relativi parametri (Pil, rapporto deficit-Pil, debito pubblico-Pil). La Nadef rappresenta il passo preliminare della “manovra di bilancio”, la sua cornice, alla quale seguirà la presentazione a Bruxelles del Documento programmatico di bilancio (Dpb) con indicazione del saldo di bilancio, delle misure contenute nella manovra e delle correlazioni con le raccomandazioni formulate dalle istituzioni europee. Punto d’arrivo sarà la legge di Bilancio, con approvazione del Parlamento entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. E’ una manovra che punta su oltre 30 miliardi, finanziata per 21 miliardi in deficit, con un disavanzo per il 2023 al 4,5% del Pil (3,6% nel 2024 e 3,3% nel 2025). Uno scostamento di bilancio di circa 11 miliardi rispetto al 3,9% di indebitamento netto previsto per l’anno prossimo dal quadro programmatico precedente. Questo incremento di deficit, misura espansiva anti-recessione, sarà il pilastro principale per il finanziamento della manovra che dovrebbe contare anche sulla riscrittura della tassa sugli extra profitti e su una consistente spending review ministeriale per un totale di circa 10 miliardi che porterebbero quindi il tetto di bilancio a 31 miliardi, il 75% dei quali destinati al caro energia. Alle misure non legate alla emergenza energetica resterà un quarto della manovra per gestire in primis il dossier previdenziale complicato dalla spesa per le indicizzazioni pensionistiche e dall’esigenza di evitare il ritorno pieno alla legge Fornero. La “linea responsabile” rivendicata dal Ministro dell’Economia consolida la discesa del rapporto debito/Pil calcolato per quest’anno al 145,7% con una previsione di riduzione al 144,6% per il prossimo, al 142,3% per il 2024 e al 141% nel 2025. Il tutto però resta condizionato dai rischi di una recessione temuta da più parti a livello globale ed europeo. Una nota di prudenza è venuta da Giorgetti: “Siamo consapevoli che fare previsioni a lungo termine in questo momento può essere un esercizio di pura accademia.” In un contesto economico di grande incertezza, nella legge di Bilancio troveranno spazio anche interventi collegati al programma di governo. In campo fiscale grande attesa per l’ampliamento della Flat tax per gli autonomi con l’aumento da 65 mila a 85 mila euro della soglia di ricavi e compensi entro la quale si potrà optare per la tassa piatta, con aliquota del 15%. In cantiere anche un primo round di correttivi al reddito di cittadinanza e al Superbonus con riduzione al 90% per condomini e villette (un risparmio fiscale di circa 20 miliardi per i prossimi cinque anni). La politica economica che il Governo ha adottato si basa sull’esigenza di rispondere all’impennata dell’inflazione e all’impatto del caro energia sui bilanci delle famiglie, specialmente quelle più fragili, e di garantire la sopravvivenza e la competitività delle imprese italiane nel contesto europeo e a livello globale, anche in considerazione dei corposi interventi recentemente annunciati da altri Paesi membri dell’Ue ed extra europei. Un forte impegno sarà anche dedicato all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e delle riforme da cui dipendono ingenti investimenti per rilanciare la crescita sostenibile dell’economia...
Read MoreIL PNRR, BANCO DI PROVA DEL NUOVO GOVERNO
Corsa contro il tempo per il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dall’Italia per superare l’impatto del Covid-19 con i suoi devastanti effetti. Nel 2020 il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione europea del 6,2. E’ partito da questi dati macroeconomici il quadro strategico di riforme strutturali da realizzarsi entro giugno 2026 per accedere alle risorse del Next Generation EU. Un volano per stimolare in modo significativo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata, premessa della ripresa economica. Per l’Italia una ricca dotazione: circa 209 miliardi di euro, di cui 81,4 in sussidi. Il pagamento dei fondi comunitari è legato agli impegni che il governo Draghi ha preso in Europa. Impegni per le “riforme verticali” (nei singoli settori, come la giustizia, la scuola, la pubblica amministrazione) e per le “riforme orizzontali” (che interessano più settori). In particolare, uno degli obiettivi espliciti del Pnrr è quello di ridurre i divari territoriali. Per questo è prevista una specifica “clausola”, per cui almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente è destinato al Mezzogiorno dove, secondo un recente studio della Sda Bocconi, si registrano ritardi nell’utilizzo dei fondi stanziati “a causa della bassa qualità delle istituzioni locali”. Un campanello d’allarme che potrebbe pericolosamente suonare anche in altre zone del Paese a causa delle pastoie burocratiche. L’Italia, dopo l’incasso del primo esborso di 21 miliardi in aprile, ha ricevuto nei giorni scorsi il via libera dalla Commissione Ue per l’esborso della seconda rata di finanziamenti: 24,1 miliardi collegati ai 45 obiettivi previsti dal Pnrr per il primo semestre 2022, il cui raggiungimento è stato certificato da Bruxelles. Lo sguardo della politica è però già focalizzato sui prossimi 55 obiettivi, in scadenza il 31 dicembre, dal conseguimento dei quali dipende lo sblocco della prossima tranche, che vale 21,8 miliardi. In cantiere riforme strutturali, leggi delega, decreti attuativi. Sarà il primo vero esame europeo per il nuovo governo per la continuazione della politica attuativa del Pnrr, la verifica cioè dell’impatto del cambio di maggioranza sul cronoprogramma concordato a livello comunitario. Ci sarà spazio per rinegoziare il Pnrr come ipotizzato durante la campagna elettorale? Sul tappeto le variabili economiche innescate dal conflitto russo-ucraino: l’aumento dei prezzi dei materiali da costruzione, la crisi energetica e la forte inflazione. Extra costi che rischiano di causare rilevanti ritardi nell’assegnazione dei lavori. Procedura di revisione abbastanza complessa con valutazione da parte della Commissione e successiva approvazione del Consiglio europeo. Da Palazzo Chigi si precisa che i tempi di attuazione del Pnrr stanno rispettando la tabella di marcia. La prima fase di attuazione del Piano, dedicata soprattutto al disegno e all’approvazione delle riforme, si sta esaurendo. “Nei prossimi mesi e anni, ha commentato Mario Draghi, occorre attuare queste riforme sul campo, monitorando continuamente i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi quantitativi indicati nel Pnrr.” Centrati gli obiettivi fissati da Bruxelles, puntare ora senza indugi sugli investimenti. Passare cioè dalla programmazione all’attuazione concreta. Sono i “compiti da fare” che il premier uscente lascia alla nuova maggioranza, e più in generale alla forze politiche a pochi giorni dall’apertura della XIX Legislatura, con un preciso appello alla collaborazione: “la politica italiana sa ottenere grandi risultati quando collabora tra forze politiche di colori diversi ma anche tra Governo centrale ed enti territoriali.” Il banco di prova è il Pnrr che, sottolinea Draghi, “non è il Piano di un governo, ma di tutta l’Italia, e ha bisogno dell’impegno di tutti per garantire la riuscita nei tempi e con gli obiettivi previsti.” E senza riforme e senza Pnrr, ha avvertito l’Agenzia Moody’s, il rating dell’Italia...
Read MoreRIFORMA FISCALE, UN’OPERA INCOMPIUTA
Dopo mesi di scontri e di rinvii, la irrequieta maggioranza di governo ha trovato un faticoso accordo per far ripartire l’iter legislativo del fisco del futuro. Un compromesso al ribasso sui 10 articoli del disegno di legge delega per la riforma fiscale che, nell’intento del premier Draghi, “punta ad abbassare la pressione fiscale, razionalizzare e semplificare il sistema tributario preservando la progressività impositiva e riducendo i fenomeni di evasione ed elusione fiscale”. Il 20 giugno il disegno di legge approderà in aula, alla Camera, successivamente in Senato. Dopo l’approvazione del Parlamento, la legge delega tornerà al governo che avrà 18 mesi di tempo per emanare i decreti di attuazione. A rendere operativa la riforma potrà essere l’attuale esecutivo di Palazzo Chigi o il governo che uscirà dalle elezioni politiche in primavera, con tutte le variabili e le incertezze del caso. I principi dettati nella delega riguardano sia la riforma dell’Irpef, per alleggerire il prelievo sui redditi medio-bassi, sia quelle delle imposte sulle imprese, Ires e Irap, con il graduale superamento di quest’ultima. L’intesa tra partiti e governo archivia le addizionali comunali, sostituite da una sovraimposta. Non è stato un cammino facile. Il fisco è da sempre terreno politicamente esplosivo e divisivo, un terreno di proclami, slogan e bandierine. Un terreno per shopping elettorale. Particolarmente forti i contrasti registrati all’interno della maggioranza sul catasto, con il governo più volte sull’orlo della crisi. L’abbandono dell’originaria idea di attribuire a ogni immobile un “valore patrimoniale”, allineato ai valori di mercato, ha sgomberato dai nuvoloni neri l’orizzonte della riforma fiscale. Il “nuovo” catasto che scatterà nel 2026, al di là dei discorsi di facciata di alcuni partiti, non presenta quindi grandi novità ai fini di un riequilibrio della tassazione sugli immobili, in particolare per una pressione fiscale sulle abitazioni più equa. Il contestato “valore patrimoniale” ha lasciato il posto a una “rendita catastale ulteriore, suscettibile di periodico aggiornamento” da affiancare a quella già presente nella visura catastale. Questo “valore parallelo”, salvo sorprese legislative del futuro, non influenzerà il calcolo dell’Imu e delle altre imposte immobiliari. Non si passa dunque da un regime catastale a uno patrimoniale basato su valori reali di mercato. Resta così l’incongruenza tra le rendite e i valori commerciali, e quindi l’iniquità della tassazione in presenza di immobili accatastati in passato in zone centrali delle grandi città, con rendite da case popolari, che pagano meno rispetto a immobili di recente costruzione in periferia con rendite aggiornate. Senza ignorare gli edifici residenziali degli Anni 40 trasformati attraverso migliorie in case di lusso e ville con piscina. Ancora più deludenti i risultati sull’obiettivo di “una progressiva revisione del trattamento fiscale dei redditi personali derivanti dall’impiego del capitale”, sia mobile che immobile, verso un sistema compiutamente duale, mettendo ordine nel ginepraio delle aliquote attuali, che vanno dal 10% e dal 21% della cedolare secca sugli affitti al 26% sui capital gain, passando per il 12,5% su titoli di Stato e risparmio postale. Restano invariati quindi i regimi alternativi all’Irpef: nessuna “tassa piatta” unica, sopravvive la parcellizzazione delle imposte sostitutive che ripropone non poche disparità di trattamento di cui è davvero difficile predicare la compatibilità con i principi di uguaglianza e capacità contributiva di cui agli articoli 3 e 53 della Costituzione. Con lo svuotamento della riforma del catasto e il depotenziamento del sistema duale, sono non pochi i dubbi sulla reale idoneità di questa legge delega, privata dai partiti di buona parte della sua carica innovativa, a riportare ordine e a raggiungere quindi risultati positivi almeno nel medio periodo. Il rischio è che il sistema fiscale, nella sostanza, resti così com’è, lasciando...
Read More



Commenti recenti