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ASTENSIONISMO, UN VIRUS PERICOLOSO

Posted by on Nov 1, 2021 in La nostra Società | Commenti disabilitati su ASTENSIONISMO, UN VIRUS PERICOLOSO

ASTENSIONISMO, UN VIRUS  PERICOLOSO

Il secondo turno dell’election day di ottobre ha confermato nell’ astensionismo  il vero protagonista di questa tornata elettorale amministrativa. I ballottaggi hanno riproposto la forte disaffezione alle urne dove si è recato soltanto il 43,9% dei circa 5 milioni di potenziali elettori. Un ulteriore calo di votanti rispetto al già desolante dato del primo turno (54,7%). Meno della metà, la partecipazione più bassa di sempre. Emblematica la flessione registrata a Roma (9,5%), ancora di più quella di Torino (12,3%). Chi vince nelle urne, anche quando vince bene (come Manfredi a Napoli, Sala a Milano e Gualtieri a Roma), appare dimidiato dal fatto di rappresentare una consistente minoranza di elettori. L’indicazione che viene dal non voto è inquietante: in Italia, la politica, intesa come condivisione e partecipazione, sta scivolando verso l’irrilevanza. Un segnale di rifiuto e di forte sfiducia nei confronti dei partiti politici e delle istituzioni, il Parlamento in primis, che dovrebbero rappresentare le istanze dei cittadini. La minore importanza attribuita alla politica, sempre più “frammento“ dell’identità personale, la crescente disillusione che si traduce in disaffezione, il ridimensionamento delle organizzazioni dei partiti sul territorio e soprattutto la carente credibilità del messaggio politico riconducibile al profilo dei candidati proposti dai partiti o allo scarso appeal delle loro proposte, sono fattori che si traducono in demotivazione e nella rinuncia al voto. Un astensionismo record che dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche, non solo quelle che verosimilmente con scelte scellerate hanno alimentato in misura maggiore la protesta, e quindi il bacino del non voto. Se a votare è andata la minoranza del Paese, c’è una palese crisi della democrazia generata dal decadimento di una classe politica che denota spesso una totale assenza di cultura politica, espressione di preparazione e competenza. Tanta improvvisazione e una incapacità nel formulare una seria proposta politica non ancorata a misere questioni di bottega. Tutto appare inquinato dalla corsa a mettere bandierine di partito in dibattiti pretestuosi, a rincorrere i fantasmi del passato, a perseguire sovranismi antistorici, a disegnare demagogici populismi, trascurando di fatto l’azione di sviluppo socio-economico del Paese con i problemi reali della gente. Si può essere bravi specialisti nel fomentare la rabbia sociale soffiando sul fuoco della protesta e della disubbidienza civile ma penosi dilettanti di governo se privi di competenze e visione programmatica nell’affrontare le sfide del Paese. Una politica lucida si fermerebbe a riflettere. Invece le analisi del voto rimuovono totalmente il macigno dell’astensionismo. Si sta creando uno spazio enorme che rappresenta un buco nero dell’offerta dei partiti. Il disagio è particolarmente diffuso nelle periferie delle grandi città, c’è sfiducia, prevale un senso di non rappresentanza nei quartieri più popolari che si esprime nel non voto. Le persone socialmente più deboli, lontane dalle contrapposizioni ideologiche del passato, sono diventate anche le più scoraggiate, quelle che hanno perso qualsiasi speranza nella possibilità di una soluzione collettiva ai propri problemi esistenziali. Privi dell’antica passione, i ceti meno abbienti e meno garantiti guardano alla politica con diffidenza e molto distacco. Una situazione che è indice di un grave fenomeno: la radicale perdita di fiducia nella democrazia come veicolo di cambiamento ed emancipazione sociale. L’esercizio dei diritti politici fra disoccupati, precari, marginali, impoveriti ha perso da tempo molte delle sue attrattive. E l’esercito del non-voto e della non partecipazione continua a ingrossarsi con l’arrivo di tanti giovani in fuga dal voto per motivi legati alla precarietà del lavoro, al pessimismo riguardo al futuro, nonché alla confusione ideologica causata dai ricorrenti trasformismi politici dei signori che siedono nelle aule parlamentari. Diventa sempre più profondo il fossato fra cittadini e politica. E’ tempo dunque che i partiti e...

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IL PIANO DI DRAGHI PER SALVARE L’ITALIA

Posted by on Mag 22, 2021 in La nostra Società | Commenti disabilitati su IL PIANO DI DRAGHI PER SALVARE L’ITALIA

IL PIANO DI DRAGHI PER SALVARE L’ITALIA

Sotto esame a Bruxelles il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) presentato dal Governo Draghi alla Commissione europea.  In 300 pagine il “destino del Paese e il ruolo internazionale dell’Italia”: un lungo ventaglio di riforme, investimenti, finanziamenti che, “se prevarrà il gusto del futuro su corruzione, stupidità e interessi costituiti”, spingeranno il Pil nel 2026 al 3,6% rispetto allo scenario base tendenziale.  Un progetto ambizioso affidato a “uomini pronti a sacrificarsi per il bene comune”, nel ricordo di De Gasperi e del suo “spirito repubblicano”, espressione dell’unità del Paese nei giorni difficili della ricostruzione postbellica. In gioco un tesoretto. Nel complesso, il Piano d’interventi vale 221,5 miliardi di euro, di cui 191,5 (68,9 in sovvenzioni e 122,6 in prestiti) sono quelli previsti da Next Generation EU, da impegnare tutti entro il 2026. I rimanenti 30 miliardi si riferiscono al Fondo complementare alimentato con lo scostamento di bilancio per i progetti esclusi dai fondi Ue. Un Recovery Plan articolato in sei missioni: digitalizzazioni, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per una mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione sociale, salute e sanità pubblica. Parte integrante del Piano sono le riforme, innanzitutto Pubblica amministrazione e Giustizia, senza tralasciare fisco, infrastrutture, concorrenza e appalti.   Il progetto Next Generation EU rappresenta per i Paesi dell’Unione un’iniziativa fortemente innovativa rispetto al complesso dei mezzi finanziari a disposizione che si concentrano, in particolare, sul comparto trasversale legato alla transizione digitale ed ecologica. Un volano per stimolare in modo significativo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata, premessa della ripresa economica. Per i Paesi ad alto debito come l’Italia, debito che la pandemia ha innalzato in modo significativo, un efficace programma di investimenti accompagnato da ambiziose riforme strutturali è la sola opzione praticabile per riportare il rapporto debito/pil su un piano di sostenibilità, puntando ad accrescere l’impatto del denominatore sull’evoluzione di lungo periodo del rapporto in questione. L’uso ottimale dei fondi europei si misurerà sulla qualità dei progetti di riforma e di investimento pubblico, ma anche, se non soprattutto, sulla capacità di trainare l’intrapresa privata e riportare tra le famiglie la fiducia nel futuro, fiducia che condiziona sia la loro propensione al consumo sia la loro voglia di investire in capitale umano. Pertinenza, efficacia, efficienza e coerenza saranno le specifiche aree di valutazione del Recovery Plan da parte della Commissione Ue e l’attenzione sul Piano italiano sarà altissima. L’Italia è il Paese destinatario della quota maggiore di risorse, tra sovvenzioni e prestiti, e la capacità di restituire i prestiti di cui tutti gli altri Stati membri si sono fatti garanti dipende dal modo in cui queste risorse verranno spese.  Il Recovery Plan di Mario Draghi dovrà creare le condizioni per la ripresa dalla pandemia liberando debolezze e carenze croniche per ridisegnare l’economia del Sistema Paese. Un esame particolarmente rigoroso attende dunque l’Italia. Un esame semestrale dei risultati del Piano ai quali saranno condizionati i fondi europei. Sotto controllo il raggiungimento degli obiettivi, la tempistica e soprattutto la reale capacità del Belpaese di vincere il nemico di sempre fatto di burocrazia, accidia, fatalismo, improvvisazione, corruzione. Un micidiale mix che, se associato alla inerzia istituzionale, potrebbe pregiudicare in maniera definitiva la vita delle future generazioni. Tocca ora al senso di responsabilità di tutte le espressioni politico-parlamentari superare gli interessi elettorali di bottega e ricercare una soluzione strategica unitaria che rimetta l’Italia sulla strada di uno sviluppo socio-economico durevole nel solco della sua storica vocazione di Nazione co-federatrice dell’Europa Unita. Una road map credibile, proiettata verso un futuro comunitario condiviso, perché, ha ammonito il premier Draghi, “il Piano è questione non solo di reddito e benessere, ma...

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QUALE ITALIA NEL DOPO COVID-19 ?

Posted by on Mar 15, 2021 in La nostra Società | Commenti disabilitati su QUALE ITALIA NEL DOPO COVID-19 ?

QUALE ITALIA NEL DOPO COVID-19 ?

                                                               Torneremo alla normalità una volta superata la pandemia di coronavirus? Probabilmente sì, ma non sarà più la normalità precedente. All’orizzonte un paese impoverito e con scarse prospettive di crescita sullo sfondo di uno scenario in cui l’incertezza, in assenza di una politica adeguata, potrebbe aggravare la crisi economica e rallentare la ripresa. E’ questo il risultato del sondaggio di Confcommercio incentrato sull’impatto sociale del Covid19 e relative prospettive condotto dall’associazione 50&Più con oltre 330.000 iscritti su tutto il territorio nazionale, in collaborazione con l’istituto di ricerche di mercato Format Research.   Sul tappeto problemi diversi, da tempo irrisolti: dalla coesione politica a quella sociale, dalla competitività di mercato alla spesa pubblica, dalla giustizia al fisco, al welfare. L’indagine ha evidenziato, in particolare, il forte peso della pandemia sul mercato del lavoro, un fattore confermato dalla recente rilevazione Istat. Il 2020 ha registrato un calo degli occupati senza precedenti: 456 mila posti di lavoro in meno, per una perdita del 2% che spezza la crescita ininterrotta dei precedenti sei anni, seppure rallentata a partire dal 2017. Una situazione destinata a peggiorare nei prossimi mesi a causa dello sblocco dei licenziamenti. A pagare il prezzo più alto all’emergenza Covid sono i giovani, l’anello debole del sistema: un giovane su quattro non studia né lavora. Tra gli under 25 lavora solo il 16,7% contro il 31,4% dell’Eurozona. Tasso di disoccupazione attestato al 29,7%, peggio di noi solo Spagna e Grecia. In caduta nel 2020 il numero di nuovi rapporti di lavoro avviati, un dato che ripropone lo scollamento fra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro. Si pagano i ritardi nella formazione e le politiche populiste degli ultimi anni che, privilegiando uno sterile assistenzialismo, hanno azzerato ogni incentivo alle imprese finalizzato a uno strategico piano di assunzioni.         Da ormai un anno la pandemia di Covid19 ha modificato le nostre vite e segnato un brusco rallentamento di un’economia già in affanno. La luce in fondo al tunnel è ancora coperta dalle nubi del vaccino. Ci vorrà un periodo indeterminato per uscirne fuori, impegnativo sarà lo sforzo a cui è chiamato il Governo per sostenere il ritorno alla normalità, superando disoccupazione, diseguaglianze e squilibri settoriali. Ci troviamo oggi di fronte a sfide di dimensione inaudita senza avere ancora messo a punto idee e mezzi per intervenire, dopo ormai due decenni all’insegna della stagnazione. La crisi indotta dalla pandemia ha ampliato a dismisura l’intervento dello Stato nell’economia, ma questo attivismo è tutto basato sul breve termine senza che riesca ad emergere se non una visione, almeno uno scorcio di cosa si intenda fare per il prossimo futuro. Il Covid19, assieme a tutti i problemi che ha generato, ha anche esaltato ciò che da tempo era sullo sfondo: l’incapacità della politica economica di agire in un contesto dove disoccupazione, alta propensione al risparmio (1682 miliardi di euro a settembre 2020), distacco tra economia reale e finanziaria e dominio dei giganti digitali, hanno creato un modello economico nuovo, profondamente differente da quello del secolo scorso.  Le prospettive dell’economia italiana a medio termine sono avvolte da un rilevante grado di incertezza, connesso alle dinamiche della diffusione del coronavirus. E gli effetti esercitati dall’incertezza sul Pil sono devastanti. Se manca un quadro economico di riferimento certo (sistema produttivo, giustizia, politica fiscale, sanità pubblica, istruzione e ricerca) non decollano i consumi, gli investimenti, la produzione, i livelli occupazionali. E la fotografia scattata dall’Istat sul quadro economico del 2020 è impietosa, lascia poco spazio all’immaginazione: caduta del Pil a -8,9%, rapporto deficit/Pil pari a 9,5%, debito/Pil pari a 155,6%, con un salto di 159,3 miliardi di euro in soli...

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IL RECOVERY FUND DI MARIO DRAGHI

Posted by on Feb 19, 2021 in La nostra Società | 0 comments

IL RECOVERY FUND DI MARIO DRAGHI

Giorni decisivi per il Recovery Fund. Il 30 aprile scade il termine di presentazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) alla Commissione europea per poter accedere al progetto comunitario Next Generation EU varato in risposta all’emergenza economica e finanziaria scatenata dalla pandemia. Il Piano sarà la priorità del nuovo Governo Draghi, insediatosi a Palazzo Chigi dopo l’imprimatur parlamentare. Sul tappetto una ricca dotazione: per l’Italia risorse quantificabili  in circa 209 miliardi di euro di cui 81,4 in sussidi, lungo un periodo di sei anni. “Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia”, ha precisato Draghi nel suo discorso programmatico al Senato. Il progetto Next Generation EU rappresenta per i Paesi dell’Unione un’iniziativa fortemente innovativa rispetto al complesso dei mezzi finanziari a disposizione che si concentrano, in particolare, sul comparto trasversale legato alla transizione digitale ed ecologica. Un volano per stimolare in modo significativo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata, premessa della ripresa economica. Per i Paesi ad alto debito come l’Italia, debito che la pandemia ha innalzato in modo significativo, un efficace programma di investimenti accompagnato da ambiziose riforme strutturali è la sola opzione praticabile per riportare il rapporto debito/pil su un piano di sostenibilità, puntando ad accrescere l’impatto del denominatore sull’evoluzione di lungo periodo del rapporto in parola. Come ha ricordato il Premier nel suo intervento a Palazzo Madama, “gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo Conte saranno d’importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale”. Si tratta cioè di valutare la caratura strategica degli interventi progettuali, le riforme abilitanti, la collaborazione tra pubblico e privato.  “Le missioni del Programma, ha chiarito Draghi, potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva. Rafforzeremo il Programma per quanto riguarda gli obiettivi e le riforme che li accompagnano.” Di grande significato il richiamo all’Italia post bellica: “Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una nuova ricostruzione.” Dalla reputazione del Governo e dalle aspettative che sarà in grado di generare dipenderà il superamento della pandemia e della crisi economica. La crescita di un Paese non scaturisce solo da variabili economiche. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Fattori che determinano il progresso di un Paese a patto di una “unità intesa non come una opzione ma come un dovere.” L’uso ottimale dei fondi europei si misurerà sulla qualità dei progetti di riforma e di investimento pubblico, ma anche, se non soprattutto, dalla capacità di trainare l’intrapresa privata e riportare tra le famiglie la fiducia nel futuro, fiducia che condiziona sia la loro propensione al consumo sia la loro voglia di investire in capitale umano. La pandemia ha determinato una situazione oggettiva di blocco delle economie, ma la percezione di inadeguatezza dell’azione di rafforzamento delle strutture sanitarie ha amplificato l’incertezza, cioè la componente soggettiva che paralizza l’economia. Adesso tocca a Mario Draghi e alla responsabilità di tutte le espressioni politico-parlamentari del suo Governo la ricerca di una soluzione strategica che rimetta l’Italia sulla strada di uno sviluppo socio-economico durevole nel solco della sua storica vocazione di Nazione co-federatrice dell’Europa Unita. Una road map credibile, proiettata verso un futuro comunitario condiviso. Su questo punto Draghi ha tracciato nette le linee...

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DONNE : BASTA ALLA VIOLENZA!

Posted by on Nov 24, 2020 in La nostra Società | Commenti disabilitati su DONNE : BASTA ALLA VIOLENZA!

DONNE : BASTA ALLA VIOLENZA!

Si celebra il 25 novembre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema ancora oggi di stringente attualità. Una giornata di mobilitazione per denunciare diritti negati e discriminazioni subite, ma soprattutto per dire basta alla violenza! Violenza sulle donne, una strage senza fine! Non c’è giorno in cui non si registri dal Nord al Sud del Paese un fatto di cronaca che riaccende i riflettori su questa drammatica emergenza sociale. Gelosia, incapacità di gestire la rottura di un rapporto, un morboso sentimento di possesso sono i motivi che scatenano l’impeto di una mano omicida, di una mente malata. In Italia, ogni tre giorni si registrano almeno due casi di “omicidi di prossimità”, commessi cioè tra persone legate da vincoli affettivi, per rabbia distruttiva. Un’escalation di violenza impressionante, violenza domestica: gli autori dei delitti, infatti, sono per lo più mariti, fidanzati, conviventi ed ex partner in crisi di identità al cospetto di donne sempre più autonome ed emancipate. Sono dati allarmanti quelli relativi agli omicidi delle donne nel nostro Paese: circa 150 casi all’anno, nonostante la legge dell’ottobre 2013 contro “la violenza di genere”, votata dal Parlamento italiano (peraltro con colpevole ritardo) sulla base delle “prescrizioni” della Convenzione del Consiglio d’Europa di Istanbul del maggio 2011 sulla “prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”.  Per combattere la violenza, per farla uscire dalla normalità occorre riconoscerla, occorre combattere il silenzio. La prevenzione cioè quale strumento efficace per rompere il muro dell’indifferenza che sostiene il femminicidio. Ma in Italia manca una cultura della prevenzione e della risposta nei confronti della violenza sulle donne.  Sembra prevalere una cultura della rimozione e della negazione. E adottare l’atteggiamento di chi non vede, non sente e non parla serve a “tacitare” la propria coscienza e a solidificare il muro di omertà! E il silenzio è il migliore alleato dei predatori di sogni. Questo inquietante fenomeno sociale matura infatti lentamente nel silenzio più assordante, con la debolezza di chi subisce e con la complicità di chi non vede, non vuole vedere maltrattamenti che negano alla vittima ogni dignità, derubandola di diritti e desideri.  Svaniscono miseramente nella paura le illusioni, i colori di una vita in rosa, muore nella violenza ogni sogno d’amore. Una vita spezzata! Una vita segnata da mani criminali in nome di un amore malato. Un vero omicidio dell’anima! Dalle violenze domestiche allo stalking, dall’insulto verbale alla pubblicazione in rete di immagini intime, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera personale. Spesso un tentativo di cancellarne l’identità, di minarne profondamente l’indipendenza, la libertà di scelta e, in extremis, il diritto alla vita.  Non basta dunque una legge ad affermare il diritto ad essere amate e rispettate: occorre una risposta d’amore alla rabbia distruttiva dei “perdenti”, occorre una “rivoluzione culturale” per sconfiggere la sopraffazione e la posizione di dominanza e di potere di chi confonde l’amore con il possesso! E’ fondamentale aiutare la società a “vedere” il fenomeno della violenza per creare uno spazio di libertà e rifuggire dalla paura della solitudine. L’amore si nutre di rispetto, dialogo, coraggio: non invochiamolo più per coprire abusi e violenze! E gettiamo nel cestino della cattiva cronaca gli sconti di pena per “tempesta emotiva”! ...

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LA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM

Posted by on Set 30, 2020 in La nostra Società | Commenti disabilitati su LA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM

LA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM

Work in progress. Dopo l’approvazione referendaria della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, ora in Parlamento si lavora sulla revisione del sistema di voto e sui “correttivi” per bilanciare la riduzione degli eletti. Per la terza volta in quattordici anni agli italiani è stato chiesto di pronunciarsi sul numero dei propri rappresentanti in Parlamento. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli, inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a salti nel buio. La domanda referendaria di domenica 13 settembre ha riguardato invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600.  Superate con il voto plebiscitario le forti tensioni dei mesi scorsi, la maggioranza di governo, accantonando spinte demagogiche e populiste, è chiamata a tradurre in atti legislativi l’accordo sul referendum per ridisegnare un’adeguata cornice di riforma costituzionale. Innanzitutto la modifica della legge elettorale, poi l’elezione su base circoscrizionale dei senatori (e non più su base regionale) e la riduzione dei delegati regionali (da 3 a 2) per l’elezione del Capo dello Stato. Infine l’equiparazione dell’elettorato passivo e attivo del Senato a quello della Camera, in materia di limiti di età per eleggere e per essere eletti nell’ottica del superamento del bicameralismo. Il pomo della discordia nella maggioranza è senza dubbio la legge elettorale sulla quale all’inizio dell’anno si è raggiunta un’intesa con il via libera al “Germanicum”. Un sistema di voto che, secondo i promotori, dovrebbe ridare equilibrio al peso territoriale di alcune regioni che, altrimenti, sarebbero svantaggiate dal taglio dei parlamentari, soprattutto dei senatori (Molise, Basilicata, Umbria).   Secondo il “Germanicum” la futura Camera avrà 400 seggi, di cui 6 per gli eletti all’estero e 1 eletto nel collegio uninominale della Val d’Aosta; i restanti 391 saranno assegnati nelle altre Regioni con metodo proporzionale. Stesso metodo per il futuro Senato che avrà 200 senatori: 4 eletti all’estero, 1 in Val d’Aosta e 195 assegnati con metodo proporzionale nelle altre Regioni. In Trentino-Alto Adige viene mantenuta la previsione di collegi uninominali accanto a una quota proporzionale. Per accedere alla ripartizione dei seggi i partiti devono superare la soglia del 5% come in Germania. Lo sbarramento della legge attuale è del 3%, mentre il Mattarellum e il Porcellum l’avevano fissato al 4%, così come previsto per le elezioni europee. I partiti che non superano il 5% ma ottengono un quoziente pieno in almeno tre circoscrizioni presenti in almeno due Regioni diverse, ottengono i deputati corrispondenti a quei quozienti. Per il Senato occorre raggiungere il quoziente pieno in almeno due circoscrizioni anche se nella stessa Regione.  Restano in sospeso la questione dei “listini bloccati” e il nodo del “voto di preferenza”. Da rivedere inoltre i regolamenti parlamentari, soprattutto per quanto riguarda le funzioni e la composizione delle Commissioni permanenti.  Si ipotizza una riduzione o uno “sdoppiamento” dei componenti in diverse commissioni. Un complesso lavoro di “maquillage”. Obiettivo di fondo restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese in termini di efficienza e di reale rappresentatività. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da una inquietante invadenza dei partiti sulla volontà popolare: rappresentanti “nominati” e non rappresentanti “eletti”. Un tema particolarmente delicato collegato alla selezione dei candidati, e cioè alla qualità della classe politica, alla capacità di governo, al reale spirito di servizio. E il ritorno al proporzionale (una scelta politica, non tecnica) non è...

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