Posts made in Febbraio 11th, 2015

DOPO LA CRISI DI CIPRO, QUALE IL FUTURO DELL’EURO?

Posted by on Feb 11, 2015 in Sull'Europa | 0 comments

La crisi di Cipro ha messo a nudo i limiti del sistema monetario con una moneta unica priva di un comune quadro economico, fiscale e di bilancio – Le responsabilità politiche di Bruxelles e il ruolo della Bce nella vigilanza bancaria. “La bancarotta di Cipro e la sua uscita dall’euro, con imprevedibili conseguenze per l’Eurozona, è stata fortunatamente evitata. Ma abbiamo corso seri rischi….” Ha così commentato sulle colonne del Sole 24 ore l’economista Alberto Quadrio Curzio la crisi cipriota e il relativo salvataggio dell’Ue. Procedere a un indiscriminato prelievo forzoso su tutti i depositi presso le banche di Nicosia avrebbe generato una fuga dei capitali dai Paesi traballanti, ponendo le basi di una sfiducia che alla lunga avrebbe potuto dissanguare l’Europa. Un effetto domino disastroso. Una crisi che ha messo impietosamente a nudo i limiti strutturali del sistema monetario europeo privo di un comune quadro economico, fiscale e di bilancio. Un sistema all’interno del quale la crisi del debito sovrano si salda pericolosamente con quella degli istituti di credito che ne detengono i titoli. Tarda a concretizzarsi la nuova governance rafforzata dell’euro, il rilancio della sua coesione e credibilità. Resta inspiegabile come Cipro, noto Paese off-shore da sempre, porto di approdo di capitali di provenienza illegale, sia stato ammesso il 1° gennaio 2008 alla Eurozona senza un preventivo monitoraggio dei suoi asset finanziari. Il caos cipriota sconta cioè l’inefficienza e i ritardi di una seria politica economica europea: per finanziare un’economia minuscola (0,2% del Pil totale) l’Europa brucia la sicurezza delle sue garanzie sui depositi bancari, la certezza del diritto , tradisce la fiducia dei suoi risparmiatori, sacrifica la libera circolazione dei movimenti di capitali ma non trova ancora la forza di mettere fuori legge dal mercato unico la concorrenza nella corsa al risparmio altrui attraverso i differenziali di tassazione e rendimenti! Misteri di Bruxelles… Incompetenza al potere, improvvisazione diffusa! Politici disattenti e tecnici … allo sbaraglio stanno trasformando l’Europa in un “gioco perverso”. La colpa evidentemente non è dell’idea di Europa e di chi, da Altiero Spinelli a Robert Schuman, ha sognato un’ Unione dei popoli. La comune casa europea resta un progetto di rilevante portata storica per il futuro del Vecchio Continente. Non è in discussione l’integrazione politica dell’Europa, ma come essa debba essere realizzata per tacitare un becero antieuropeismo.  A livello europeo è stata da tempo imboccata la strada sbagliata, quella di un metodo intergovernativo inefficace. Da questa impasse si esce spingendo in avanti la costruzione dell’Europa sul piano finanziario e fiscale, nella prospettiva dell’unità politica. In una Unione con adeguata capacità fiscale, il livello sovranazionale ha le risorse per stimolare le economie degli Stati membri soffocate dalle misure di austerità che essi devono adottare per contenere i propri debiti. In un’Unione politicamente integrata le decisioni sono dell’Unione, non degli Stati più forti al suo interno (Germania avvisata!). La crisi di Cipro, con il rischio di una deriva monetaria, ha dimostrato quanto sia necessaria un’unione bancaria con la supervisione da parte della Bce di Francoforte e con un meccanismo accentrato di risoluzione delle crisi. Una maggiore integrazione finanziaria è essenziale per rendere più forte l’Europa e più stabile l’euro, soprattutto ora che la frammentazione dei mercati sta portando a una divergenza nei costi di raccolta delle banche. La vigilanza unica, sotto l’egida della Bce, può aiutare a risolvere due problemi di fondo: spezzare il legame perverso fra debito sovrano e crisi delle banche (sarà il Fondo salva-Stati a ricapitalizzare direttamente gli Istituti in difficoltà) e rimuovere l’ipoteca della politica sulla supervisione delle banche (MPS docet!). Ma il disegno di un’unione bancaria è tuttora ostaggio degli...

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FORMAZIONE  E  OCCUPAZIONE GIOVANILE

Posted by on Feb 11, 2015 in La nostra Società | 0 comments

Giugno, tempi di esami nelle scuole, in Europa. Pur nella diversità dei percorsi didattico-educativi di ogni singolo Paese dell’Unione unico l’obiettivo finale: la formazione culturale e professionale del cittadino europeo. Ma quali sono oggi i valori dei giovani, i loro comportamenti, le loro aspettative rispetto ai grandi mutamenti economici e politici del Vecchio Continente? Non è facile leggere la questione giovanile, così differenziata in Europa. Ma analizzando lo spaccato esistenziale dei giovani europei è possibile scorgervi una comune area espressiva determinata da quei valori “post materialistici” (autorealizzazione, libertà di opinione, difesa dell’ambiente, promozione della pace e della solidarietà) che supportano i valori “materialistici” (benessere economico, consumismo sfrenato, rampantismo sociale). In questa compenetrazione di materialismo e post-materialismo si basa il background del giovane d’oggi. Alla base di tutto c’è però una considerazione: i comportamenti dei giovani sono riconducibili alla crisi del sistema sociale e politico, al processo di crescente complessità della società e, in particolare, allo sviluppo tecnologico che brucia velocemente culture ed esperienze di lavoro in un clima di esasperata competitività. Il nodo centrale della questione rimane infatti quello occupazionale. E’ urgente dare risposte concrete a 100 milioni di giovani che rappresentano il 20% della popolazione europea. Permangono gravi difficoltà nell’istruzione, nella formazione, nell’accesso al mondo del lavoro e della mobilità; in altri termini, nel trovare un posto nella società.  E’ altissimo il livello di disoccupazione giovanile, cresciuto dal 14,7% al 20,4% tra il marzo 2008 e l’inizio del 2011. Che in alcuni Paesi, come Italia e Spagna, tocca il 33% dei giovani! Investire in istruzione, formazione e apprendimento permanente di qualità è essenziale. Il legame tra il valore professionale della forza lavoro e il livello occupazionale è indiscutibile, come è dimostrato dai dati Eurostat. La strada è ancora lunga. Vi è un’eccessiva distanza tra la scuola e l’impresa: due mondi che parlano linguaggi diversi e che invece devono cominciare a dialogare per dare una risposta comune alla questione giovanile. Domanda e offerta di lavoro non s’incrociano! Il progetto “Europa 2020” lanciato dalla Commissione europea si pone tra gli obiettivi  un’occupazione del 75% per la popolazione attiva, almeno il 40% dei cittadini con un titolo di studio universitario e un tasso di abbandono scolastico inferiore al 10%, rispetto al 15%  del 2010. Modernizzazione della istruzione e della formazione, riforma del mercato del lavoro, mobilità negli studi e nel lavoro sono le soluzioni per vincere una sfida che segnerà il futuro dei nostri giovani. (giu....

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FINANZA  LOCALE:  CANCELLATO IL FEDERALISMO FISCALE?

Posted by on Feb 11, 2015 in Fisco e Soldi | 0 comments

L’impatto della manovra finanziaria sui bilanci dei Comuni                 “Autonomia” e “Responsabilità”, i cardini del federalismo fiscale invocati per rendere efficienti i bilanci comunali sono stati cancellati dalla manovra “Salva Italia” sotto l’effetto dell’emergenza crisi. E l’impatto sulla finanza locale delle misure adottate dal Governo dei tecnici è notevole! E’ ulteriormente aumentato il contributo alla manovra finanziaria imposto agli enti territoriali in termini di tagli ai trasferimenti e di obiettivi rigorosi del Patto di stabilità interno. A questo drenaggio di risorse che fa saltare ogni equilibrio di finanza locale si aggiungono altre misure che devastano i conti degli enti locali, limitandone  ogni margine gestionale. Istituzione dell’IMU, Imposta municipale unica, in sostituzione dell’ICI, riforma della TARSU, provvedimenti sul Fondo perequativo, tesoreria unica:  con queste novità legislative per i Comuni italiani è scattata l’operazione Bilancio 2012, con termine prorogato al 30 giugno. Dalla tassazione immobiliare le innovazioni più importanti. Con l’IMU vengono tassati tutti gli immobili, comprese le prime case. Aliquote base del 4 e del 7,6 per mille oltre a un aumento  dell’imponibile per effetto dei nuovi moltiplicatori delle rendite catastali. Il maggiore gettito previsto è pari a 12,2 miliardi, ma di questo incremento nelle casse comunali non resterà un euro! Infatti lo Stato da un lato chiede ai Comuni di accreditargli 9 miliardi, pari alla metà del maggiore gettito a esclusione delle prime case, e dall’altro taglia i trasferimenti erariali erogati ai Comuni a  titolo di Fondo perequativo per la restante differenza! Analoga operazione di sterilizzazione è prevista per il miliardo in più previsto dalla riforma della TARSU. I Comuni sono chiamati cioè a far da esattori per lo Stato sul suo maggiore prelievo! Una “supertassa” dai Comuni, con i soldi che però finiscono allo Stato. Dalla revisione dei tributi comunali prevista dalla manovra Monti non cambierà nulla in termini di risorse disponibili, ma pesante sarà il “costo politico-elettorale” per i Sindaci che, in caso di variazioni in aumento delle aliquote base, dovranno darne ragione ai cittadini alle prese con un’ alta pressione fiscale. La manovra inoltre stringe i cordoni della finanza locale con un’altra sforbiciata dei trasferimenti statali sul fondo perequativo, senza alcuna compensazione di maggiori gettiti. Significativa la dichiarazione resa dal Sindaco di Reggio Emilia e Presidente ANCI, Graziano Delrio,  “L’introduzione dell’IMU richiede a noi Comuni di metterci la faccia di fronte a imprese e famiglie; vogliamo capire se è solo una situazione dovuta allo stato di emergenza dei conti pubblici e quali sono le prospettive, è necessario ripensare qualcosa nel rapporto tra Stato e Comuni”. I Comuni sono cioè partite di giro, corpi inerti usati per prelevare risorse e cassa a servizio dello Stato centrale e il Patto di stabilità non revisionato costituisce un argine a ogni possibilità di reagire a questi attentati all’autonomia federale, peraltro fortemente minata dalla istituzione della Tesoreria Unica che ne condiziona la gestione finanziaria. Di fatto, una gestione commissariale! E’ dunque opportuno mettere mano alla complessa materia della finanza locale con una riforma che ne semplifichi le norme, ribadendo il principio del vincolo di bilancio in pareggio  come architrave della finanza locale ed eliminando lacci e laccioli.  Se c’è la necessità di ridurre le risorse degli enti locali, meglio agire sui trasferimenti erariali piuttosto che interferire con l’autonomia locale. Il federalismo fiscale, ancor prima di partire, è già cancellato?… (apr....

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FARE   IMPRESA  PER  IL  RILANCIO  DEL  PAESE Le scelte (obbligate) della politica : lavoro e fisco

Posted by on Feb 11, 2015 in Fisco e Soldi | 0 comments

Allarmanti i dati diffusi nei giorni scorsi dal Centro Studi di Confindustria: nel manifatturiero il numero di occupati è sceso di circa il 10% e “le imprese italiane saranno probabilmente costrette a tagliare ulteriori posti di lavoro nei prossimi mesi”. Dall’inizio della crisi persi 539 mila posti! Una situazione di grande criticità all’interno della quale si colloca il dato sulla disoccupazione giovanile che ha raggiunto in Italia un tasso del 42% sull’aggregato degli occupati, con un significativo aumento nel primo trimestre dell’anno di quasi 6 punti percentuali sul corrispondente del 2012. Il nostro Paese vive da tempo un’emergenza economica con preoccupanti segnali di tensione sociale. Sul tappeto tanti problemi  che si vanno sempre più aggravando, dal prelievo fiscale divenuto insostenibile alla drastica riduzione dei flussi creditizi delle banche, al crollo dei consumi. Le ricette degli economisti per il salvataggio del sistema Italia si sprecano. Ma tutte, nella prospettiva di una ripresa dell’economia reale, pongono l’impresa al centro del rilancio del Paese. Dal Governo si attende una efficace politica nei confronti delle attività produttive alle quali sono strettamente legate reddito, occupazione e….consumi. Un circolo virtuoso da riattivare attraverso una politica che deve mirare a un alleggerimento della leva fiscale, in particolare  con una imposizione più soft degli utili d’impresa (esentare i redditi capitalizzati) associata a un quadro  normativo chiaro e stabile nel tempo, con un minor carico di adempimenti burocratici. Il nostro sistema economico scricchiola sotto il peso della pressione fiscale e della crescente burocratizzazione. Occorre dare certezze a chi vuole fare impresa, occorre sciogliere … lacci e laccioli per liberare risorse ed energie, occorre configurare un diverso rapporto fisco-contribuente in termini di semplicità e di minore reciproca diffidenza.  Nell’ottica di un equilibrato sviluppo territoriale, Nord-Sud, va disegnata una nuova road map per la ripresa del Paese, arginando l’inquietante fuga all’estero dei “cervelli” nostrani. Potenziare e valorizzare le specificità produttive delle singole aree del Paese, le loro vocazioni, con interventi mirati, non più a pioggia con un dannoso assistenzialismo che non ha sortito effetto alcuno, alimentando spesso i canali della corruzione e, ancor peggio, quelli della malavita organizzata. E’ questa l’unica strada percorribile per creare lavoro, supportando cioè lo spirito d’impresa, al di là di trite enunciazioni in odore elettoralistico! Affrontare senza indugi, con determinatezza, il nodo dell’occupazione, il problema centrale dell’attuale situazione di crisi. Creare lavoro a una condizione imprescindibile: ridurre il costo del lavoro con una progressiva eliminazione dalla base imponibile Irap del costo del lavoro (una vera assurdità!) e con una riduzione degli oneri sociali sulle imprese, in parte fiscalizzandoli e in parte armonizzando le aliquote contributive per gli ammortizzatori sociali. Questo potrebbe favorire il recupero della competitività di prezzo dei nostri prodotti, specie sui mercati internazionali, oltre a propiziare incrementi retributivi se affiancati a provvedimenti di detassazione dei salari di produttività. E per dare ampio respiro al progetto di ripresa, perseguire una politica di investimenti che incorporano ricerca e innovazione nell’ambito di un piano pluriennale finanziato da “project bonds” europei per una politica industriale moderna al passo con le economie più sviluppate. Si è perso molto tempo nell’inseguire politiche socio-economiche fallimentari, prive di ogni previsione di crescita. Occorre, in sintesi,  puntare su una politica economica interna più espansiva, compatibile con l’Europa, riducendo il prelievo fiscale e riformando la macchina pubblica per essere vicini all’economia reale, far scendere il debito pubblico senza ricorrere a misure di finanza straordinaria che tanto aggiustano …. quanto rompono! Nelle emergenze è necessario recuperare il coraggio delle scelte. Presto! (giu....

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GLI EUROBOND PER IL FUTURO EUROPEO               

Posted by on Feb 11, 2015 in Fisco e Soldi, Sull'Europa | 0 comments

La necessità di finanze pubbliche coese e controllate per gestire i debiti sovrani. La grande recessione e la crisi da debiti sovrani hanno reso sempre più evidente come in Europa ci sia bisogno di una gestione molto più coesa e controllata delle finanze pubbliche a supporto della  gestione monetaria comune. Si pagano oggi le conseguenze di scelte poco coraggiose operate in passato con l’arrivo dell’euro sui mercati. Il progetto dell’Unione monetaria europea (Uem) proponeva una grande zona di stabilità in difesa degli interessi europei, in un quadro internazionale caratterizzato da cambi fluttuanti. Gli undici Paesi iniziali dell’Eurozona mentre furono abbastanza audaci a lanciarsi nell’avventura della moneta unica, rinunciando a una grossa fetta di sovranità nazionale, non “osarono” rinunciare anche alla sovranità del bilancio, e quindi all’idea stessa di Stato-nazione. Il forte indebitamento di tanti Paesi, con Grecia e Portogallo a rischio default, e l’assenza di ogni coordinamento comunitario, ha messo a nudo la fragilità del sistema finanziario europeo, pericolosamente esposto a manovre speculative.  E l’idea di poter uscire dalla crisi dei debiti sovrani solo con la modesta crescita attuale dell’Eurozona è una pura illusione. Si è aperto negli ultimi mesi un dibattito a più voci per studiare uno schema  di stabilizzazione del debito pubblico in Europa. Triplice l’obiettivo: rafforzare la solidarietà della zona euro, sterilizzare la crisi del debito, tenere a bada la speculazione. Il discorso gira attorno alla emissione di titoli del debito pubblico a livello europeo (nella proposta originaria di Jacques Delors finalizzati a finanziare gli investimenti pubblici) per consolidare la moneta unica e offrire , a costi ridotti, risorse ai Paesi in difficoltà.  Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio sulle pagine del Sole 24 Ore, in piena buriana agostana, hanno proposto il varo del Ffe, Fondo finanziario europeo, che emetta Eub, gli EuroUnionBond. Il Ffe dovrebbe avere un capitale proprio conferito dagli Stati membri dell’Unione monetaria in proporzione alle quote nel capitale della Banca centrale di Francoforte. Sarà costituito dalle riserve auree dei Paesi, da obbligazioni e azioni di società pubbliche stimate a valori reali. Con mille miliardi di euro di capitale il Ffe potrebbe fare un’emissione da 3 mila miliardi con durata decennale. Per far scendere dall’attuale 85 al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di Stato dei Paesi Uem. I rimanenti 700 miliardi dovrebbero andare a investimenti per far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti. Non sono in discussione i benefici dell’eurobond  per mantenere a livelli ragionevoli gli interessi richiesti dal mercato sui debiti sovrani della zona euro. “I finanziatori, ha osservato Giuliano Amato, sono messi di fronte non al solo (e debole) Stato debitore, ma a tutta l’eurozona e proprio per questo il livello di rischio che affrontano non è tale da esigere remunerazioni da capogiro”. Gli interessi cioè si abbassano e lo Stato debitore non rischia di diventare insolvibile a causa degli interessi che si cumulano a suo carico. In termini politici si arriva al suggello della moneta unica che ha bisogno di uno scudo davanti ai mercati ai quali non può essere consentito di colpire con azioni speculative. Tutti sono però  consapevoli che la proposta degli Eub non deve far passare in secondo piano l’esigenza fondamentale che i diversi Paesi e in particolare quelli più indebitati debbano in primis ridurre i loro debiti, con politiche fiscali rigorose. Proprio per questa ragione, il Ffe, accollandosi una parte significativa del debito pubblico dell’Eurozona, dovrebbe poter avere un ruolo di “sorveglianza” sui processi di ristrutturazione dei debiti sovrani più delicati. Ciò implicherebbe una parziale rinuncia di sovranità da parte dei Paesi...

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