Posts made in Febbraio, 2015

LA  CADUTA  DEL  MURO  DI  BERLINO

Posted by on Feb 12, 2015 in SliderHome, Sull'Europa | 0 comments

LA  CADUTA  DEL  MURO  DI  BERLINO

Una pagina di storia che ha cambiato l’Europa e gli equilibri mondiali –  A venticinque anni dalla storica data della demolizione, sono ancora forti le divisioni socio-economiche nell’Unione europea – Il ruolo della Germania nel processo di integrazione economica e politica –             Quando una data segna la storia! 9 novembre 1989: dopo oltre 28 anni cade il Muro di Berlino che dal 13 agosto 1961 aveva di fatto tagliato in due non solo una città, ma un  Paese, un popolo, un Continente. E’ stato il simbolo della divisione del mondo in due blocchi politici e militari contrapposti: quello americano della Nato e quello sovietico del Patto di Varsavia. Per l’opinione pubblica mondiale fu uno shock, accettato colpevolmente dalle cancellerie occidentali per “salvaguardare la stabilità dei due blocchi in Europa”. Solo dopo, quando le conseguenze inumane della brutale divisione della Germania diventarono sempre più evidenti nella loro drammaticità, si registrarono le prime reazioni. Famosa è rimasta la visita a Berlino del Presidente americano Kennedy durante la quale pronunciò in lingua tedesca, davanti a migliaia di cittadini berlinesi, la storica frase: “Ich bin ein Berlinen”, “Anche io sono un abitante di Berlino”. Drammatico è stato il contributo di sangue a questa follia: centinaia i cittadini dell’Est in fuga verso la libertà uccisi dal fuoco dei soldati di frontiera della Germania comunista, lungo i 112 Km della “striscia della morte”, di cui 43 erano quelli separavano la Berlino Est della Rdt dalla Berlino Ovest. Altri annegarono nelle fredde acque del fiume Sprea che tagliava gli sbarramenti. Soltanto il 9 novembre 1989, in pieno clima di perestrojka propiziata da Michail Gorbaciov, il muro si sgretolava sotto l’assalto di migliaia di persone, a picconate veniva demolito l’odiato regime comunista. Con la caduta del Muro venne restituita la libertà e la dignità a milioni di persone. Le nazioni del blocco comunista tornarono alla democrazia! Era la “rivoluzione di velluto” preludio della riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990. Un’operazione fortemente osteggiata dall’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher e, inizialmente, dal presidente francese Mitterand per i quali le ombre del passato non erano ancora fugate. Una Germania unita, un “gigante egemone” al centro dell’Europa faceva nuovamente paura! Prevalse la realpolitik: diffidenze e timori si dissolsero dinanzi al disegno della moneta unica in corso d’opera. Ma “da che parte è caduto il Muro?” si è chiesto il quotidiano tedesco Der Spiegel. La Germania economicamente è ancora divisa. Il processo di ripresa economica dell’est è molto lento. Netto il divario tra gettiti fiscali (937 euro pro capite a est, il doppio a ovest) e tasso di disoccupazione: 13% nel 2013 a est contro il 6% dell’ovest! Il Pil pro capite nella ex Rdt è fermo da anni al 66% del livello della parte occidentale. Pur fra evidenti contrasti, la Germania  ha celebrato i 25 anni dalla caduta del Muro. Grandi festeggiamenti a Berlino ai piedi della Porta di Brandeburgo. Ottomila ballons lungo la tragica “frontiera” del passato per rievocare una pagina di storia che cambiò profondamente l’Europa e gli equilibri mondiali. Ma dopo quello di Berlino devono ora cadere i Muri dell’Europa! I muri delle divisioni economiche e sociali all’interno dell’Ue. L’unificazione della Germania ha portato tante opportunità, ha rimosso tanti ostacoli sulla strada del superamento dei blocchi politici del Vecchio Continente, ma ha anche aperto la strada, sul piano finanziario, all’ egemonia tedesca. La moneta unica fa favorito l’economia più grande ed efficiente. Quella di uno Stato che sulle ceneri del suo dramma ha costruito con determinazione il suo riscatto storico, ma che con il suo pragmatismo  sembra aver smarrito il principio...

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TRITON: LA NUOVA MISSIONE EUROPEA NEL MEDITERRANEO

Posted by on Feb 12, 2015 in SliderHome, Sull'Europa | 0 comments

TRITON: LA NUOVA MISSIONE EUROPEA NEL MEDITERRANEO

Pattugliamento dei confini marittimi dell’Ue per l’emergenza migranti – Clandestinità e legalità.  A un anno dalla tragedia di Lampedusa dove persero la vita 366 persone, il 1° novembre ha preso il via la nuova missione europea nel Mediterraneo: “Triton”. E’ il risultato dell’accordo  tra l’Italia e Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, con sede in Polonia. Si è aperto così un nuovo capitolo per fronteggiare sul piano umanitario le conseguenze drammatiche dell’instabilità politica e dei sanguinosi conflitti civili in Africa: i viaggi della speranza sulle carrette del mare di tanti disperati in fuga dalla violenza e dalla fame verso una vita degna di essere vissuta.   E’ la (tardiva!) risposta dell’Europa all’operazione italiana “Mare nostrum” che, in dodici mesi,  è riuscita a trarre in salvo circa 100 mila persone e ad arrestare più di 500 scafisti. L’operazione Triton, è stato chiarito a Bruxelles, non è propriamente un’operazione di soccorso e non sostituirà gli sforzi italiani di Mare Nostrum, come avrebbe voluto il Governo italiano. Presidierà le frontiere europee nel Mediterraneo, “area Schengen”, con operatività decisamente  ridotta  rispetto a “Mare nostrum” che ha cessato ogni attività il 31 ottobre. Nonostante i limiti e le incertezze, “Triton”  è un segnale importante, se rapportato alle lentezze e alle carenze della politica europea in materia di immigrazione e asilo.  Il suo successo dipenderà non solo dalle risorse messe a disposizione degli Stati membri. E’ importante che la legislazione comunitaria in materia diventi la cornice di supporto all’operazione. Da questo punto di vista, il rispetto degli Accordi di Dublino, mirati a individuare rapidamente lo Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo, potrebbe rappresentare il primo importante contributo per un’azione efficace.  E’ però auspicabile arrivare a una responsabilità condivisa: oggi ci sono sei Paesi che accolgono il 75% dei rifugiati (Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Italia e Belgio). Il decollo dell’operazione non è stato facile. Si è partiti con un budget mensile stimato pari a 2,9 milioni di euro per tutto il 2014, a fronte dei 9,5 milioni spesi dall’Italia con Mare nostrum. “Triton” schiererà ogni mese due navi d’altura, due navi di pattuglia costiera, due motovedette, due aerei e un elicottero. Otto  i Paesi fornitori di equipaggiamento tecnico e personale: Finlandia, Spagna, Portogallo, Islanda, Olanda, Spagna, Francia e Malta. Ancora più ridotta la pattuglia di quelli impegnati finanziariamente nell’operazione: Francia, Spagna e Germania. Un futuro, dunque,  sul piano operativo tutto ancora  da disegnare. “Triton”, comunque, non sarà la soluzione al problema migratorio nel Mediterraneo. Un problema che presenta inquietanti risvolti correlati  alla legalità e cioè alla immigrazione irregolare. Il tema della sicurezza è da tempo nell’occhio del ciclone con controlli non sempre efficaci. Dell’immigrato si perde spesso ogni traccia. Cresce nell’opinione pubblica europea l’intolleranza verso flussi migratori  privi di una necessaria regolamentazione in entrata, tale da rafforzare la lotta alla clandestinità e ai mercanti di morte che alimentano questo mercato.  Secondo Europol, sono in aumento i clandestini che girano indisturbati per il territorio dell’Unione e che, in assenza di condizioni di vita accettabili, finiscono nella rete della malavita con tutti i fenomeni a essa collegati: microcriminalità, sfruttamento e prostituzione, traffico di armi e droga. Per neutralizzare gli effetti di una immigrazione selvaggia, si attende da anni un intervento legislativo a livello comunitario per assicurare canali più sicuri e legali per l’accesso dei rifugiati alla protezione. Una risposta umanitaria da conciliarsi con la sicurezza  internazionale, il quadro economico-occupazionale  e i valori storici dell’Unione europea.  Arriverà con il semestre  dell’UE a guida italiana? (Ott....

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LA  LEGGE  DELLA   DISCORDIA: Stabilità economica o … instabilità politica?

Posted by on Feb 12, 2015 in Fisco e Soldi | 0 comments

Legge di stabilità economica  o …. d’instabilità politica? Una legge nata male che rischia di finire peggio sotto un’alluvione di proteste, di emendamenti e di censure.  In settimana è arrivata anche la  bocciatura da Bruxelles:  “l’Italia potrebbe non rispettare le regole su deficit contenute nel Patto di stabilità con alto rischio di sforamento dei parametri”. Alla base del giudizio negativo della Commissione europea i “progressi limitati sulle riforme strutturali” e i timori dell’ “annacquamento” della bozza di bilancio in Parlamento in sede di approvazione. Dal Commissario agli Affari economici Olli Rehn la raccomandazione di sempre per la nostra politica economica : “ridurre il debito intervenendo sulla spending review”. Uno stop imprevisto per le precarie finanze pubbliche del Bel Paese: non sarà concessa alcuna flessibilità sugli investimenti, il cosiddetto “bonus Ue”. Salvo aggiustamenti, l’Italia -a causa delle  condizioni del suo debito- non potrà chiedere alla Commissione Ue di fare uso della “clausola sugli investimenti” del Patto di stabilità. Uno spazio di manovra che si era aperto con la recente uscita dalla procedura per deficit eccessivo e che si sarebbe trasformato nel 2014 in circa tre miliardi di investimenti! Ora andati miseramente in fumo nonostante le assicurazioni … postume del Ministro Saccomanni. Secondo le stime Ue il debito italiano, quest’anno attestato a quota  133% del Pil (contro il 60% previsto dai parametri di Maastricht!), salirà al 134% l’anno prossimo, non essendo prevedibile alcun miglioramento. Per questo “la Commissione invita le autorità italiane a prendere le necessarie misure all’interno del processo interno di gestione di bilancio per assicurarsi che i conti del 2014 siano in linea con i vincoli europei”. Avviare cioè senza indugi un percorso virtuoso di riqualificazione della spesa pubblica con drastici tagli a quella improduttiva e riduzione del prelievo fiscale per favorire la ripresa economica. Questo è il verdetto di Bruxelles, una mossa inevitabile che apre un buco  pericoloso anche a livello politico, difficile da colmare con la (debole) difesa d’ufficio del Tesoro: “Nessuna bocciatura: i rischi segnalati dalla Commissione sono già considerati nell’azione del Governo, anche se non formalmente inseriti nella Legge di stabilità”. Una difficile traversata del deserto attende ora il Governo  per legittimare tale dichiarazione. “La confusione regna sovrana”, ha esclamato il Ministro Saccomanni nell’intervista rilasciata domenica al Corriere. Una confusione che è incertezza: cittadini, famiglie, imprese sempre più alle prese con un presente difficile e con un futuro che non si percepisce! La crisi economica continua a mordere. Consumi ancora in calo con l’aumento dell’IVA che ha gelato la ripresa, boom di fallimenti che toccano un nuovo record:  nei primi nove mesi dell’anno sono stati quasi diecimila, in aumento del 12% rispetto allo stesso periodo del 2012. E la Lombardia  accusa il maggiore numero di default aziendale:  2.250 (+13%). Una situazione di estrema fragilità economica dagli imprevedibili rischi di crisi  sociale  in presenza di un “fisco insostenibile” con una pressione tributaria che, secondo la denuncia di Confcommercio, resterà fissa al 44% fino al 2016: “un fatto incompatibile con qualsiasi ipotesi di ripresa”. Tutta colpa di una Legge di stabilità che, secondo il Presidente Sangalli, “non ha operato alcun taglio alle spese e alle tasse e che ha continuato a far quadrare i conti dello Stato attraverso la leva fiscale”. Un campanello d’allarme: ignorarlo diventa estremamente pericoloso. L’Italia è fra i Paesi sotto osservazione da parte delle istituzioni comunitarie: la povertà e l’esclusione sociale sono aumentate in modo significativo. Bruxelles infatti ha annunciato nel recente rapporto sugli squilibri macroeconomici la decisione di aprire un’analisi approfondita sul nostro Paese per i rischi connessi al persistere di squilibri come il debito elevato, la disoccupazione giovanile e la perdita...

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LA  CRISI  ECONOMICA  E  LE  NUOVE  POVERTA’

Posted by on Feb 12, 2015 in La nostra Società | 0 comments

L’Italia fra povertà  e timori. E’ in forte chiaro scuro la fotografia del Censis sulla situazione socio-economica del Paese. Sempre più in alto il tasso di insicurezza delle famiglie italiane: si sta affievolendo la percezione del futuro in una realtà sociale che cambia in maniera irreversibile, e in senso peggiorativo. Un’ansia collettiva  generata da una serie di fenomeni, vecchi e nuovi, il primo dei quali legato alla crisi occupazionale: la fine del lavoro “inteso come fondamento della sussistenza economica e della stabilità della famiglia” , con il conseguente impoverimento delle risorse e degli stili di vita familiari. Un quadro complesso all’interno del quale c’è l’angoscia del presente, la paura del futuro. E’ la “nuova povertà” che avanza! Una povertà causata dal rampantismo selvaggio a livello economico e sociale. Persone lontanissime dall’immaginario del bisogno e dell’emarginazione costrette a bussare alle porte dell’assistenza sociale con bisogni concreti.  Una povertà intesa non più  come condizione economica , ma come senso di insicurezza, di instabilità, una zona grigia sempre più ampia dove povertà è anche fragilità di relazioni, precarietà lavorativa,  malattia,  inadeguatezza a un sistema dominato dalla competitività e dalla produttività. In Italia l’impoverimento si sta così spostando dalle minoranze improduttive alle moltitudini precarie,  persone che pur lavorando non sono più in grado di vivere autonomamente e di dare una risposta alle proprie aspettative. Sta cioè crollando il sistema che si è sedimentato nell’ultimo ventennio. Prima l’emergenza povertà riguardava soprattutto gli extracomunitari, ora invece coinvolge tanti italiani e moltissime famiglie proprio perché è cambiata la società. Sono cambiati i meccanismi di crescita e sviluppo. Il fenomeno della povertà va studiato dunque non solo in termini statistici, quindi quantitativi, ma anche in relazione al cambiamento delle condizioni delle famiglie: oggi una persona è povera anche se ha un lavoro fisso, una casa e uno stipendio. Le “nuove povertà”  vengono a determinarsi sulla base di fattori di cambiamento, demografico e sociale, che si sviluppano all’interno della  società. E’ vasta la platea dei  nuovi poveri che possono raggrupparsi in quattro grandi categorie sociali: anziani soli (problemi di salute), giovani coppie (precarietà lavorativa), genitori single (separati e divorziati), disoccupati (lavoratori a termine,  esodati). Tutti accomunati in una fragilità delle condizioni reddituali che rappresentano, soprattutto per i giovani, l’impossibilità di progettare un futuro. Povertà, solitudine, emarginazione: sono i volti della crisi che mettono a nudo il malessere del sistema sociale. Un malessere sempre più diffuso che colpisce la persona in quanto tale, la cui sorte e  le cui vicende non possono vederci indifferenti, distratti, perché l’uomo che si vede abbandonato al suo destino non sempre riesce a  superare le difficoltà quotidiane, lasciandosi  andare a gesti insani e irreparabili. Nel settore pubblico sono in grosso affanno le politiche di assistenza, latitante ogni serio dibattito sul reddito minimo garantito e sul reddito di cittadinanza. La crisi economica sta dicendo chiaramente che il meccanismo di copertura del welfare classico non è più sostenibile. Ma di povertà si muore!… Occorre, per questo, una rinnovata presa di coscienza da parte della politica di questo Paese per un diverso approccio a una realtà che sta assumendo la connotazione di una vera e propria questione umanitaria. Essere consapevoli che la dignità di ogni essere umano è inviolabile e che l’umanità non si salverà se non c’è solidarietà e se non si mette finalmente l’economia al servizio dell’Uomo.  Non basta la pura  assistenza perché occorrono, all’interno di una rete di protezione sociale, interventi organici di politica del lavoro, politica di sostegno alla famiglia, politica per gli anziani, soprattutto politica per l’inserimento dei giovani nel mondo della ricerca, delle professioni, del lavoro. Restituire cioè la speranza  di ...

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LA DISOCCUPAZIONE IN EUROPA :  LA “RICETTA”   DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Posted by on Feb 12, 2015 in Sull'Europa | 0 comments

LA DISOCCUPAZIONE IN EUROPA :  LA “RICETTA”   DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Puntare su tecnologia, sanità e green economy  “Siamo la prima generazione a non avere più la certezza che i nostri figli staranno meglio di noi.” E’ il grido d’allarme lanciato a Strasburgo dal Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. Un Sos lavoro tanto più drammatico se rapportato ai livelli record di disoccupazione in Europa, oltre l’11%, e alle prospettive economiche per i prossimi mesi. Una situazione di grande precarietà resa più grave dalla latitanza di un’Europa unita e politicamente forte, capace di progettare un proprio modello di sviluppo sociale ed economico. Per fronteggiare questa crisi occupazionale la Commissione europea, lo scorso 18 aprile, ha presentato un “pacchetto occupazione” con una serie di misure per favorire il lavoro in tutta la comunità europea. Chiare le indicazioni fornite agli Stati membri: incoraggiare le assunzioni, favorire la dinamicità dei mercati del lavoro interni, incentivare l’investimento nella competenze, creare un mercato del lavoro Ue. La proposta di Bruexelles ribadisce la necessità di una più forte dimensione occupazionale e sociale nella governance europea e delinea nuove strategie per coinvolgere maggiormente i rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori nella definizione delle priorità dell’Unione. In questa direzione, la proposta identifica anche gli ambiti che presentano le migliori prospettive occupazionali per il futuro: l’economia ecocompatibile, i servizi sanitari e le ICT (Information and Comunication Technology). Si prevede la creazione di 20 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi anni! Il “pacchetto occupazionale” presentato dalla Commissione mira a sollecitare gli Stati membri a rafforzare le proprie politiche nazionali per l’occupazione, attraverso la mobilitazione delle risorse esistenti e la cooperazione con le parti sociali per stimolare il mercato del lavoro negli ambiti indicati. In particolare, vengono rivolte agli Stati dell’Unione una serie di proposte affinchè: a)pongano in atto le condizioni per stimolare la creazione di posti di lavoro e la domanda di manodopera, offrendo sussidi alle assunzioni nel caso di nuovi posti di lavoro, spostando il carico fiscale dalla tassazione che grava sul lavoro alle tasse ambientali oppure sostenendo l’avvio di nuove imprese; b)si migliori la pianificazione e la previsione delle necessità di manodopera nella sanità per equilibrare la domanda e l’offerta di operatori sanitari; c)valorizzino gli ambiti che presentano potenzialmente grandi prospettive occupazionali per il futuro, come la green economy, includendo questo settore nei Piani nazionali per l’occupazione e accrescendo la conoscenza delle abilità richieste in questo ambito; d)promuovano una manodopera altamente qualificata nelle ITC sviluppando le competenze digitali fra tutta la forza lavoro. L’obiettivo di fondo rimane quello di rendere i mercati più dinamici e meglio reattivi al cambiamento economico attraverso una maggiore flessibilità interna, salari sostenibili e soluzioni atte a prevenire il ricorso ai contratti non standard. La Commissione europea sottolinea inoltre la necessità di offrire effettive opportunità per i giovani nonché di sviluppare l’apprendimento permanente che è un elemento chiave per la sicurezza dell’occupazione e per la produttività. In funzione della creazione di un vero e proprio mercato del lavoro Ue, per migliorare la mobilità del lavoro c’è l’impegno comunitario  a rimuovere gli ostacoli giuridici e pratici che si frappongono alla libera circolazione dei lavoratori, tra cui il miglioramento della portabilità delle pensioni, il trattamento fiscale dei lavoratori transfrontalieri. “Gli Stati membri, ha dichiarato il Presidente Barroso, devono saper cogliere queste opportunità, impegnandoci insieme, possiamo farcela”. La sfida è lanciata. Auguri, Europa! (Magg....

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