I 60 ANNI DEI TRATTATI DI ROMA
Quale futuro disegnare per l’Europa? Come affrontare le sfide della sicurezza, dello sviluppo e dell’integrazione? Se ne parlerà a Roma il prossimo 25 marzo al vertice europeo convocato in Campidoglio per celebrare i 60 anni dei Trattati istitutivi del mercato comune (CEE) e dell’Euratom, punto di partenza di un’Europa unita nel segno della pace e del progresso dopo i lutti e le distruzioni della guerra. Un difficile banco di prova attende l’Unione a 27 a pochi mesi dalla prima storica secessione, quella britannica. Per Capi di Stato e di governo si tratta di decidere la strada da percorrere per rilanciare con spirito unitario il processo della costruzione politica europea. A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, il futuro dell’Europa appare incerto e denso di incognite a causa del fallimento della politica comunitaria sugli squilibri macroeconomici interni. La crisi del 2008 ha messo a nudo le divergenze economico-finanziarie di una Unione molto più sensibile alle sirene della finanza internazionale che all’economia reale e agli interessi dei cittadini, favorendo così i detrattori della europeizzazione che nel diffuso disagio sociale hanno seminato insicurezze e paure. Un’Europa economicamente divisa per la mancanza di una convergenza sui grandi temi della crescita e dello sviluppo. Parte da questa fragilità istituzionale l’euroscetticismo, il malessere, il rifiuto verso un mondo aperto, la protesta contro l’establishment. E la vittoria di Brexit è significativa! Si brancola da tempo in un inquietante immobilismo che, alimentato da egoismi nazionali e da protagonismi economici, rende incerta la mission dell’Europa quale fattore di stabilità e risposta alle derive nazionaliste (Francia,Olanda). E sono concreti i rischi di una destabilizzazione europea. Ne è ben consapevole la Commissione europea che, per il Consiglio europeo del 25 marzo, ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa”, riflessioni e scenari per l’Ue a 27, per sollecitare i governi a rafforzare il legame nazionale al progetto comunitario. Il Presidente Junker ha avvertito che senza un rilancio dell’Unione il progetto europeo è destinato a naufragare miseramente e con esso il sogno dei Padri fondatori “per un’ Europa libera e unita” (Altiero Spinelli). Il documento, che sarà discusso a Roma, illustra cinque diversi scenari sulla prospettiva dell’Unione per rendere meno confusa la visione futura dell’Europa. Ma non poche riserve hanno finora accompagnato il Libro bianco della Ce per il suo “modesto e confuso contributo alla discussione sui problemi di fondo dell’Unione”. Manca una seria riflessione politica sulle cause della crisi europea la cui soluzione è affidata a “scenari” di dubbia valenza. Tante ambiguità, poche certezze! Lo scenario 3, raccomandato dalla Commissione europea, propone una integrazione variabile: “chi vuole di più fa di più”. E’ “l’Europa a più velocità, l’Europa delle cooperazioni rafforzate” per chi vuole avanzare più rapidamente in settori specifici (difesa?) verso una maggiore integrazione. Una strategia però difficilmente perseguibile perché parte dal presupposto che l’obiettivo ultimo dell’integrazione, cioè “un’Unione sempre più stretta”, sia lo stesso per tutti in Paesi membri. In realtà, in Europa ci sono diverse anime e diverse sono le direttrici di marcia: I Paesi scandinavi e quelli dell’Est europeo perseguono un’integrazione esclusivamente economica, preservando la loro sovranità nazionale e ostacolando ogni processo d’integrazione politica che resta invece l’obiettivo di un gruppo di Stati dell’Europa occidentale continentale. E allora perché ipotizzare una comune (improbabile) direzione? Perché favorire una frammentazione dell’Unione che legittimerebbe scelte nazionali, senza vincoli comunitari? I soliti compromessi al ribasso che rischiano di rendere ancor più precario il quadro comunitario con istituzioni allo sbaraglio. Sarebbe forse più realistico il recupero dell’idea dell’Unione federale, abbandonando sia quella della organizzazione internazionale che dello Stato parlamentare seppure federale. Individuare cioè le politiche da condividere in un’Unione federale,...
Read MoreCONTI PUBBLICI: ULTIMATUM DALL’UE
Corsa ad ostacoli per i conti pubblici dopo l’ultimatum dell’Ue: manovra correttiva entro aprile o procedura d’infrazione. La Commissione europea è tornata a strigliare l’Italia e a chiedere al Governo Gentiloni di rispettare i parametri europei sul debito e di approvare urgenti misure di bilancio di almeno lo 0,2% del Pil per correggere il profondo rosso dei nostri conti. Perentorio il rapporto sul debito pubblico italiano presentato a Bruxelles: ridurre il deficit strutturale per evitare sanzioni per “squilibrio macroeconomico”, riconducibile al debito eccessivo e alla bassa competitività. Un rischio sui mercati che potrebbe penalizzare l’Italia in termini spread e interessi sul debito ben oltre la richiesta correzione dei conti. L’esecutivo comunitario, pur riconoscendo al Belpaese qualche timido progresso nel modernizzare l’economia, punta il dito sui numerosi ritardi nell’adozione di riforme strutturali, accentuati anche dal precario quadro politico nazionale. Secondo la Commissione europea, infatti, in Italia permarrebbero ancora “importanti lacune, in particolare sulla concorrenza, la tassazione, la lotta alla corruzione e la riforma della contrattazione collettiva”. Dopo aver concesso, in deroga alle regole, 19 miliardi di flessibilità negli ultimi due anni ai quali si sommano altri 7 per il 2017 per il post-terremoto, la Commissione ha chiesto a Roma di rientrare almeno di 3,4 miliardi per invertire la dinamica del debito che supera il 132,5% del Pil, rispetto al 60% prescritto dai parametri di Maastricht. Uno scenario condizionato dalle debolezze strutturali del sistema Italia che continuano a frenare la capacità di crescere e di reagire agli shock economici, complicando il percorso verso la riduzione dell’elevato debito e il recupero di una maggiore presenza sui mercati. Le regole comunitarie inserite nel Patto di bilancio europeo (“fiscal compact”) prevedono il pareggio di bilancio, il divieto di superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% e, in particolare, l’obbligo per i Paesi ad alto debito di ridurre l’indebitamento di un ventesimo all’anno. Se lo Stato disattende le raccomandazioni e continua a non ottemperare alla richiesta di rientrare nei parametri il Consiglio europeo, su proposta della Commissione, può decidere sanzioni economiche fino allo 0,2% del Pil per disavanzo eccessivo, fino allo 0,1% per gli squilibri macroeconomici. Per l’Italia nessuna alternativa: ridurre il deficit di bilancio dal 2,3 al 2,1% ed evitare il peggioramento della situazione finanziaria. Dal Ministero dell’Economia Pier Carlo Padoan ha proposto a Bruxelles la correzione di bilancio con il Documento di economia e finanza da presentare in aprile. Sperando che non sia un altro capitolo del libro dei sogni, la manovra farà leva su nuove misure di contrasto all’evasione fiscale, sui tagli alla spesa e interventi sulla imposizione indiretta. Tra le ipotesi sul tappeto l’estensione dello spilt payment Iva con versamento dell’imposta all’erario sulle forniture alle pubbliche amministrazioni direttamente dall’Ente fruitore del bene o servizio. “E’ interesse nazionale ridurre il debito”, ha rilevato Padoan, nella prospettiva dell’ azzeramento della politica monetaria della Bce con il “Quantitative easing” (Qe) e il conseguente rialzo degli interessi con effetto domino sui conti pubblici. E quello dei tassi è un terreno ad alto rischio per l’Italia che nel 2017 ha in calendario aste di titoli per circa 450 miliardi di euro e che paga oggi 70 miliardi di interessi l’anno per finanziare il suo cronico debito pubblico! Evidente dunque l’impegno di rispettare parametri e regole comunitarie da parte dell’Italia, un Paese fondatore che continua a considerarsi in credito e non in debito rispetto a Bruxelles dove regna sovrana la miopia politica in presenza di Brexit e di un diffuso euroscetticismo. E’ ora di rilanciare una “robusta politica industriale europea” mettendo al centro dell’agenda Ue investimenti, crescita e occupazione in un’ idea di Europa che...
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