20 ANNI DI EURO, ITALIA IN SOFFERENZA
Era il 1 gennaio 1999 quando in undici Paesi dell’Unione europea, sulla base dei parametri fissati dal Trattato di Maastricht del 1992, entrò ufficialmente in vigore l’euro come unità di conto virtuale per il settore bancario. Tre anni dopo, con il festoso changeover, arrivò nelle nostre tasche, salutato come il simbolo della integrazione monetaria del Vecchio Continente, preludio alla costruzione politica della comune casa europea. Oggi è la moneta ufficiale di 340 milioni di cittadini europei in 19 Paesi ed è la seconda valuta più importante a livello internazionale. Sono stati vent’anni non sempre facili, una corsa ad ostacoli iniziata all’insegna della diffidenza dei mercati e dello scetticismo di alcuni economisti e culminata con la crisi finanziaria dei debiti sovrani europei del 2011-2012. Fu messo a nudo la sua criticità: essere una moneta senza un governo, senza uno Stato, senza una banca, prestatrice di ultima istanza, capace di garantire un intervento in caso di difficoltà. E’ l’anomalia di un’Europa unita sotto il segno della moneta, con la Banca centrale europea, unica istituzione federale, priva del sostegno di una politica economica comune e di un coordinamento delle politiche fiscali e previdenziali. E senza una reale unione economica, ogni Paese risponde da solo dei debiti del suo Governo, delle sue banche, delle sue imprese con la conseguenza che l’assenza di misure protettive (al netto del “quantitative easing” della Bce) provoca l’aumento dei tassi d’interesse, la rarefazione del credito, l’arresto della crescita. Paesi forti sempre più forti, Paesi deboli sempre più deboli in un frastagliato quadro economico: le singole economie nazionali troppo diverse fra loro, i cicli economici troppo asimmetrici e il fattore di mobilità molto basso. In tale situazione la moneta unica avvantaggia i Paesi entrati nell’Eurozona in condizioni ottimali (debiti pubblici moderati, migliore organizzazione della produzione e del lavoro, amministrazione pubblica e giustizia più efficienti) e danneggia quei Paesi con finanza pubblica allegra e in forte ritardo sulle riforme. La clamorosa conferma è venuta da uno studio del Centro di politica per l’Europa (Cep) presentato in questi giorni a Berlino, secondo il quale, dall’introduzione dell’euro, In Italia si sommano perdite complessive per 4.325 miliardi euro, e cioè 73.605 euro pro capite! Con noi, la Francia con perdite per 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite. La prima della classe, ovviamente, è la Germania: dal 1999 al 2017, avrebbe guadagnato 1.893 miliardi di euro, circa 23.116 euro per abitante. L’Italia, senza più svalutazioni monetarie, con riforme strutturali annunciate e mai realizzate, non ha trovato alcuna possibilità di diventare competitiva nell’Eurozona a causa anche dell’alto cambio lira-euro imposto a Prodi e a Ciampi dalla Germania a difesa delle proprie esportazioni. Un perverso sistema di cambi fissi che impone ai Paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento dei propri conti pubblici, a danno della crescita, e non chiede alcun impegno di solidarietà ai Paesi in surplus commerciale (Germania). Nel 2002 il nostro reddito pro capite era del 20% superiore alla media dell’area euro, oggi è sceso sensibilmente sotto la media, con aumento della disoccupazione. Euro, opera incompiuta. E’ il motore di crescita dell’economia europea, ma per funzionare al meglio deve trovare una governance economica e finanziaria, un’unione bancaria, una comune politica fiscale e riforme condivise. Un passaggio obbligato per mettere al riparo la moneta unica dagli atti di pirateria dei mercati e l’Europa dal contrasti economici e quindi dai rischi per la coesione sociale e la stessa democrazia. Ma soprattutto per azzerare la follia economica di chi pensa di difendere l’interesse nazionale tornando alla lira, ignorandone le drammatiche conseguenze per investitori e risparmiatori, e cioè per la sovranità...
Read More8 MARZO, STOP ALLA VIOLENZA!
Tante donne in corteo per le strade italiane per celebrare l’8 marzo. Da Napoli a Torino, da Roma a Milano, una giornata di mobilitazione per denunciare diritti negati e discriminazioni subite, ma soprattutto per dire basta alla violenza! Violenza sulle donne, una strage senza fine, una drammatica emergenza sociale. Gelosia, incapacità di gestire la rottura di un rapporto, un morboso sentimento di possesso sono i motivi che scatenano l’impeto di una mano omicida, di una mente malata. In Italia, ogni tre giorni si registrano due casi di “omicidi di prossimità”, commessi cioè tra persone legate da vincoli affettivi. Un’escalation di violenza impressionante, violenza domestica: gli autori dei delitti, infatti, sono per lo più mariti, fidanzati, conviventi ed ex partner in crisi di identità al cospetto di donne sempre più autonome ed emancipate. Sono dati allarmanti quelli relativi agli omicidi delle donne nel nostro Paese, nonostante la Legge 119 dell’ottobre 2013 contro “la violenza di genere”, votata dal Parlamento italiano in adesione alle “prescrizioni” della Convenzione di Istanbul del 2011 sulla “prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”. Per combattere la violenza, per farla uscire dalla normalità occorre riconoscerla, occorre combattere il silenzio. La prevenzione cioè quale strumento efficace per rompere il muro dell’indifferenza che sostiene il femminicidio. Ma in Italia manca una cultura della prevenzione e della risposta nei confronti della violenza sulle donne. Sembra prevalere una cultura della rimozione e della negazione. E adottare l’atteggiamento di chi non vede, non sente e non parla serve a tacitare la propria coscienza e a solidificare il muro di omertà! E il silenzio è il migliore alleato dei predatori di sogni. Questo inquietante fenomeno sociale matura infatti lentamente nel silenzio più assordante, con la debolezza di chi subisce e con la complicità di chi non vede, non vuole vedere maltrattamenti che negano alla vittima ogni dignità, derubandola di diritti e desideri. Svaniscono miseramente nella paura le illusioni, i colori di una vita in rosa, muore nella violenza ogni sogno d’amore. Una vita spezzata! Una vita segnata da mani criminali in nome di un amore malato. Un vero omicidio dell’anima! Dalle violenze domestiche allo stalking, dall’insulto verbale alla pubblicazione in rete di immagini intime, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera personale. Spesso un tentativo di cancellarne l’identità, di minarne profondamente l’indipendenza, la libertà di scelta e, in extremis, il diritto alla vita. Non basta dunque una legge ad affermare il diritto ad essere amate e rispettate, occorre una “risposta sociale” alla rabbia distruttiva dei “perdenti”, occorre una “rivoluzione culturale” in termini di prevenzione, punizione del colpevole, protezione della vittima, per sconfiggere ogni visione patriarcale della donna e quindi la posizione di dominanza e di potere di chi confonde l’amore con il possesso! E’ fondamentale aiutare la società a “vedere” il fenomeno della violenza per creare uno spazio di libertà e rifuggire dalla paura della solitudine. L’amore si nutre di rispetto, dialogo, coraggio: non invochiamolo più per coprire abusi e violenze! E gettiamo nel cestino della cattiva cronaca giudiziaria gli sconti di pena per “tempesta emotiva”. La mimosa non diventi un...
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