Posts made in Ottobre, 2019

QUALE  EUROPA  PER  IL  FUTURO? 

Posted by on Ott 28, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su QUALE  EUROPA  PER  IL  FUTURO? 

QUALE  EUROPA  PER  IL  FUTURO? 

In attesa dell’insediamento a Bruxelles della Commissione di Ursula von der Leyen, slittato al 1° dicembre, l’Ue prova a uscire dalla impasse in cui è finita per le molteplici sfide esterne generate dal contesto internazionale (dazi americani, ingerenza russa, pressioni cinesi, flussi migratori, Brexit) e per le forti tensioni interne legate alla conflittualità presente nel Consiglio europeo fra governi “sovranisti” e  governi “unionisti”. Una situazione di grande criticità, un quadro politico incerto all’interno del quale si colloca la proposta di una “Conferenza europea sul futuro dell’Europa” avanzata dal Presidente francese  Emmanuel Macron nella sua “Lettera ai cittadini europei” del 4 marzo scorso, da convocarsi entro la fine del 2019. Obiettivo ambizioso: la rifondazione del sistema europeo in linea con le aspettative di partecipazione dei cittadini al cambiamento delle istituzioni per gettare le basi di un consenso condiviso sul progetto europeo. La Conferenza sarà l’occasione per affrontare alcuni dei problemi sul tappeto: governance, ripartizione delle competenze fra i livelli nazionali ed europeo, creazione di un’autonomia fiscale dell’Uem nel quadro del suo completamento (bilancio federale), piano di sviluppo sostenibile, creazione di un mercato del lavoro europeo(contro il dunping salariale), ruolo dell’Ue nel mondo globalizzato. Uno spazio pubblico da riservare all’incontro fra democrazia rappresentativa (sistemi parlamentari) e democrazia partecipativa (società civile e cittadini) per un dialogo finalizzato al rafforzamento del processo di formazione di una comune identità europea. Sulla base di una dichiarazione interistituzionale (Parlamento, Commissione, Consiglio), la Conferenza, senza sostituirsi al ruolo delle istituzioni, servirà da stimolo al dibattito sul futuro dell’Europa nella prospettiva di un generale consenso sulle scelte politiche. Una costituente per sciogliere i nodi delle debolezze dell’Ue attraverso la riforma dei Trattati e cancellare prerogative e regole (diritto di veto) che bloccano l’integrazione dell’Unione. Un passaggio particolarmente delicato per il futuro dell’Europa. Lo rileva con puntuali argomentazioni Luisa Trumellini, Segretaria nazionale del Movimento Federalista Europeo (MFE), nell’ultimo numero della rivista politica “Il Federalista”. “Il primo confronto che dovrà aprirsi all’interno della Conferenza sarà innanzitutto politico-culturale, tra le due visioni diverse del mondo e della politica, e quindi dell’Europa. L’Europeismo del XXI secolo ha una visione molto più politica, e punta a superare la limitata prospettiva europea del XX secolo che si è costruita dopo Maastricht e dopo la riunificazione tedesca.” In discussione, secondo la Trumellini, “il concetto del modello che teorizza una politica, intesa in termini decisionali, confinata all’interno dello Stato nazionale per accompagnare il gioco delle forze della libera competizione economica e commerciale sui mercati globali, pur in un quadro di cooperazione tra partner a livello europeo”. In un mondo globalizzato, in cui arretrano le democrazie e l’apertura dei mercati è messa sotto pressione dalla politica di potenza, l’Europeismo del XXI secolo rivendica un’Europa che diventi un vero soggetto politico, un’istituzione sovrana capace di fare politica, di decidere e di agire. “In questa visione l’Europa rappresenta il solo livello di governo con il quale sarà possibile per i cittadini europei  recuperare il controllo dei processi storici, economici e tecnologici in atto e rilanciare il ruolo della politica, dello Stato e quello dell’identità, propedeutica alla coesione sociale.” Il punto dirimente prioritario da affrontare, secondo il MFE, dovrà essere quello della rifondazione dell’Unione europea su due livelli di integrazione, fondati sulla diversa volontà degli Stati membri di partecipare a un’unione politica sovranazionale che emergerà dal dibattito (“Europa a più velocità”). Un’Unione più stretta tra gli Stati a un centro di gravità politico di natura federale che la rafforzi e la stabilizzi.      La sovranità europea condivisa e l’interdipendenza delle politiche, economiche e sociali,  devono costituire i pilastri di una governance responsabile e competente, presupposto di ogni progetto unitario...

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CUNEO FISCALE 2020, UN NUOVO SPOT?    

Posted by on Ott 22, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su CUNEO FISCALE 2020, UN NUOVO SPOT?    

CUNEO FISCALE 2020, UN NUOVO SPOT?    

Uno dei temi al centro del dibattito politico per la Legge di Bilancio 2020 è il taglio del “cuneo fiscale”. Una misura inserita nel Documento programmatico di bilancio (Dpb) trasmesso dal Governo alla Commissione europea e all’Eurogruppo al termine della maratona notturna di martedi nel corso della quale sono state tracciate le linee guida della manovra finanziaria di fine anno. La riduzione del costo del lavoro è uno dei punti cardine del programma politico del Conte bis, oltre allo stop dell’Iva e alla lotta all’evasione. Si parla da anni di cuneo fiscale, ossia del totale di imposte, addizionali  e contributi previdenziali che gravano, in termini di tassazione, sul costo del lavoro per imprese e lavoratori. Un prelievo che, operando sul lordo delle retribuzioni di ogni lavoratore, ne riduce l’importo in busta paga con sforbiciate impositive che arrivano spesso a dimezzare la paga lorda tabellare. E’ dunque la differenza tra lo stipendio lordo liquidato dal datore di lavoro e la busta paga netta incassata dal dipendente, oltre alla quota contributiva di competenza dello stesso datore di lavoro. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, il cuneo fiscale è pari a circa il 47%, tra i più alti in Europa, una tassazione che pesa in misura rilevante sul reddito dei lavoratori e sul mercato del lavoro, con ricadute sulla competitività dei nostri processi di produzione. Del totale di imposte, addizionali e contributi che gravano sul costo del lavoro, il 26% resta a carico del datore di lavoro, il 21% è a carico del lavoratore, di cui il 14% sotto forma di imposte dirette e il 7% di contributi. Alcune misure per la riduzione del carico fiscale, per dipendenti e imprese, sono state introdotte in passato dal Governo Renzi nel 2014 con il “bonus 80 euro” per favorire competitività e domanda interna. Uno spot elettorale, secondo l’opposizione. A distanza di cinque anni, ci riprova il governo giallorosso di Giuseppe Conte con una “misura piccola piccola” che avrà effetti modesti sulla crescita e forse trascurabili: una dote iniziale di 3 miliardi di euro per 4,5 milioni di lavoratori con redditi fra i 26.600 e i 35mila euro. Dal 1° luglio, con un meccanismo “a decalage”, per i dipendenti arriveranno in busta paga, sotto forma di detrazione Irpef, 40-50 euro al mese in più che, risorse finanziarie permettendo, raddoppieranno dal 2021. Resterà il bonus Renzi che consente ai titolari di reddito tra gli 8mila e i 26.600 euro di percepire 960 euro l’anno, ovvero 80 euro al mese. La riduzione del cuneo fiscale non andrà quindi a impattare sull’agevolazione già esistente.   Nessun taglio del cuneo fiscale per le imprese. Certamente, non un buon segnale per il costo del lavoro e per la sua forte incidenza sul processo produttivo del Paese, a crescita zero. Tutto rinviato a tempi migliori. Si era parlato inizialmente di una riduzione dei contributi pagati dal datore di lavoro per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato. Ma la precarietà delle finanze pubbliche, e quindi la copertura delle minori entrate nelle casse dello Stato, ha fatto cadere nel nulla impegni e promesse. Resta comunque sul tappeto il problema di fondo: la riforma del mercato del lavoro e una organica politica anticiclica con una visione di medio termine per il rilancio dell’economia che, secondo le recenti previsioni di Confindustria, è a rischio recessione. A quando una manovra economica capace di aggredire la spesa pubblica corrente (45,5% del Pil) a favore di investimenti, innovazione e...

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BYE  BYE  LONDRA, UN DIVORZIO DIFFICILE

Posted by on Ott 14, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su BYE  BYE  LONDRA, UN DIVORZIO DIFFICILE

BYE  BYE  LONDRA, UN DIVORZIO DIFFICILE

Dolcetto o scherzetto? Si avvicina il 31 ottobre, il giorno di Halloween. E sarà il Brexit Day, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sancita dal referendum del 2016. Fra analisi, proclami e tempestosi ultimatum continua il lungo braccio di ferro fra Londra e Bruxelles per scongiurare lo spettro del no-deal. La Commissione europea ha respinto le “inaccettabili” proposte di accordo formulate dal bizzarro premier inglese Boris Johnson, irremovibile anche dinanzi al tentativo di negoziazione delle ultime ore del Presidente del Parlamento di Strasburgo Sassoli, in trasferta a Londra. Si va verso la rottura, un divorzio senza un accordo, senza un negoziato sui tanti problemi sul tappeto: la questione dei confini irlandesi, i controlli doganali, la quota di budget Ue di 39 miliardi di sterline. Nè dolcetto, né scherzetto. Forti saranno le ripercussioni della hard Brexit sulla sterlina, sul settore immobiliare, sui costi dei vincoli doganali, sui diritti dei cittadini, sul turismo. Un day after da incubo per il Regno di Sua Maestà, un macigno sulla storia dell’Europa. Il paradosso è che Brexit, con le sue conseguenze negative sull’economia reale, finirà per impoverire ancora di più quegli stessi soggetti che nel voto referendario contro l’Unione europea hanno riposto le speranze  di un riscatto sociale ed economico. La povertà e le disuguaglianze che persistono anche nel Regno Unito richiedono sicuramente un responsabile ripensamento delle politiche nazionali, ma questi problemi, in un’epoca di grandi interdipendenze economiche,  possono essere affrontati meglio se non ci si isola dalla più grande economia con cui si confina. “Uscire dall’Unione europea è un azzardo sciagurato”, dichiarò all’indomani del referendum l’ex Presidente Giorgio Napolitano. Pensare che per arginare ogni asimmetria socio-economica le soluzioni nazionali funzionino meglio di quelle europee significa alimentare uno sterile  populismo. Il superamento  del diffuso disagio sociale nell’Ue passa attraverso il rilancio dell’Europa, delle sue istituzioni comunitarie, delle sue austere politiche economiche per una governance della sovranità condivisa.  L’Unione europea non ha ancora trovato un’architettura istituzionale capace di creare stabilità e sicurezza, di garantire crescita e sviluppo. E l’euro ha generato quegli stessi conflitti che l’integrazione avrebbe dovuto prevenire. L’Europa però non può essere il capro espiatorio  di ogni male, la causa delle rovine sociali ed economiche nazionali. La stragrande maggioranza delle decisioni politiche viene presa dal Consiglio europeo, l’istituzione comunitaria che definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione  della quale fanno parte i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri. E’ pretestuoso affermare “L’Europa ci impone”. Si vota a favore di questioni importanti a Bruxelles per poi tornare euroscettici appena scesi dall’aereo. Significa alimentare un demagogico euroscetticismo per catturare consensi elettorali. Conto alla rovescia dunque per la Brexit. La Gran Bretagna ha scelto di liberarsi dei lacci e laccioli comunitari, l’Unione europea  si libera di un Paese che è sempre stato con un piede dentro e con un altro fuori dall’Unione, un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane e che, colpevolmente, ha dimenticato il pensiero illuminato di Winston Churchill, ideatore degli Stati Uniti d’Europa. Un divorzio nel segno di un anacronistico nazionalismo e di una inquietante miopia storico-politica. Per Londra, in un mondo globale, un ritorno allo “splendido isolamento” di fine Ottocento.  Dov’è finito il “senso della storia” ? E’ sparito all’ombra di...

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LEGGE DI BILANCIO 2020, IL GOVERNO SCOPRE LE CARTE 

Posted by on Ott 3, 2019 in La nostra Società | Commenti disabilitati su LEGGE DI BILANCIO 2020, IL GOVERNO SCOPRE LE CARTE 

LEGGE DI BILANCIO 2020, IL GOVERNO SCOPRE LE CARTE 

Stop all’aumento dell’Iva. La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Governo Conte bis “sterilizza” le clausole di salvaguardia legate a maggiori entrate pari a 23,1 miliardi di euro. Disinnescata quindi per il 2020 la pericolosa “bomba ad orologeria” con l’aumento delle aliquote Iva e relativa ricaduta su consumi e  produzione. Una misura che la precaria finanza pubblica italiana si trascina dall’estate del 2011 quando il Governo Berlusconi, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici, strinse una sorta di patto con l’Ue al fine di approvare le misure previste nella manovra finanziaria. Un impegno a reperire entro l’anno successivo nuove risorse di bilancio pena l’aumento delle aliquote Iva (ordinaria e ridotte) e l’obbligo di tagli alla spesa pubblica e alle agevolazioni fiscali. Ma a distanza di otto anni nulla è cambiato, nonostante le riforme “lacrime e sangue” del Governo Monti, succeduto a Berlusconi nel novembre dello stesso anno a causa della insostenibilità del debito sovrano e della impennata dello spread. Il debito pubblico continua a salire: a fine luglio sfondata quota 2400 mld di euro, pari al 135,7% del Pil, con la stabilità finanziaria sempre più a rischio e i mercati in agguato. Nella premessa alla Nota di aggiornamento al Def, il documento del Ministero Economia e Finanze (Mef) che fissa le linee guida della Legge di bilancio, è chiarito l’obiettivo del Governo: “rilanciare la crescita assicurando allo stesso tempo l’equilibrio dei conti pubblici”. Nella speranza di non leggere un nuovo capitolo dell’italico libro dei sogni, si intende perseguire una politica economica espansiva per indirizzare il Paese, in una strategia di lungo termine, verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile. Scongiurare cioè in modo strutturale l’aumento dell’Iva senza dover ricorrere alla flessibilità europea, rispettando i parametri sul deficit e incidendo sul debito. Un progetto che, relativamente alla Legge di bilancio 2020, disegna la cornice di una manovra da circa 30 miliardi: crescita dello 0,6%, rapporto deficit/pil pari al 2,2%, debito al 135,2%. Una situazione di massima prudenza per ottenere da Bruxelles uno “sconto” di oltre 14 miliardi sul deficit previsto. Altri 7 miliardi di copertura sono legati alla lotta antievasione. Risorse importanti arriveranno dalla stretta sul contante (con interventi mirati sui pagamenti elettronici), dalla privatizzazione, dai risparmi su Reddito di cittadinanza e Quota 100, nonché dalla riduzione delle agevolazioni fiscali dannose per l’ambiente e dalla minore spesa per interessi sul debito grazie allo spread in calo. Al di là del congelamento dell’Iva, la manovra prevede il taglio del cuneo fiscale, il salario minimo, il piano famiglia. Misure che, nell’intento programmatico del Governo, dovrebbero azzerare l’assistenzialismo spot che ha finora caratterizzato la politica di bilancio: negli ultimi cinque anni  distribuiti in bonus e mance varie ben 90 miliardi di euro senza rilanciare l’economia, né migliorare lo status degli italiani. I dubbi però permangono in assenza di un disegno organico, anche fiscale, in grado di sostenere la domanda interna, agendo dal lato degli investimenti privati, e non solo pubblici. In assenza inoltre di un piano di razionalizzazione, riqualificazione e revisione della spesa pubblica, una spending review per cancellare inefficienze e sprechi della pubblica amministrazione che la Cgia di Mestre ha stimato in circa 200 miliardi l’anno. I risultati finora conseguiti, a causa di una incerta volontà politica, sono del tutto deludenti con tagli che in 12 anni hanno raggiunto solo il 30% degli obiettivi, nonostante l’impegno di qualificati commissari. E la storia continua, se si pensa che, nelle previsioni del bilancio 2020, dalla spending review dovrebbero arrivare risorse per 1,8 miliardi di euro, pari cioè allo 0,1% del Pil....

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