Posts made in Dicembre, 2019

IL DIFFICILE CAMMINO DELLA LEGGE DI BILANCIO 2020

Posted by on Dic 27, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su IL DIFFICILE CAMMINO DELLA LEGGE DI BILANCIO 2020

IL DIFFICILE CAMMINO DELLA LEGGE DI BILANCIO 2020

E’ finita alla vigilia di Natale, con un contestato voto di fiducia alla Camera, la lunga maratona della Legge di Bilancio 2020 che, con il collegato fiscale, costituisce la “manovra finanziaria annuale”. Fra annunci e smentite, rilievi tecnici e stralci contabili,  è finito per il Governo Conte bis un penoso calvario: 15 clamorose marce indietro in ottanta giorni, a conferma dell’alto tasso di litigiosità all’interno della maggioranza, dal contante agli appalti, fino alle detrazioni fiscali, ai regimi forfettari, alle concessioni autostradali. Pur salvaguardando i saldi di bilancio, il Governo ha cambiato la situazione contabile della manovra rispetto al testo del disegno di legge sotto la spinta di oltre 330 modifiche, alcune di basso cabotaggio. Un restyling a vasto raggio operato senza soste, per interventi settoriali, che ha generato un maxiemendamento di 958 commi per 313 pagine  approdato per l’approvazione prima al Senato e quindi alla Camera dove il Governo ha posto la questione di fiducia su un testo “blindato”. E’ il penoso replay di una prassi governativa che toglie spazio alla discussione e al confronto fra le varie forze politiche, esautorando il Parlamento delle sue prerogative costituzionali, trasformandolo di fatto in un Parlamento monocamerale. Qual è il risultato di una manovra da 32 miliardi di euro? Secondo Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, “una legge confusa per una manovra senza anima”. Fortemente critica la motivazione: “Tutte le norme sono scritte con la tecnica del rinvio a decine di altre leggi, ciò che rende ancor più oscuro il loro dettato.”  Una corsa di fine anno nella quale, commenta Cassese sulle colonne del Corriere,  tutti cercano di inserire qualcosa nella legge di bilancio, che diventa così una disposizione “omnibus”, mentre dovrebbe soltanto indicare entrate e spese, gli stanziamenti, ordinati per missioni e programmi, che autorizzano le amministrazioni a prelevare. “Vengono sfruttati i tempi stretti per non andare all’esercizio provvisorio, la permeabilità del Parlamento, il clima pre-festivo”.   E’ significativa la rappresentazione che Sabino Cassese ne fa dell’iter legislativo: “Passa il convoglio, tutti cercano di agganciare il proprio vagoncino costringendo le forze parlamentari a dare mance, risolvere micro-problemi territoriali, accontentare clientele.” In definitiva, il Paese è governato dalle risorse finanziarie necessarie e non dagli obiettivi. Restano così fuori da ogni programmazione gli impegni riformisti volti ad affrontare i nostri più urgenti problemi sistemici: dalle crisi aziendali alle carenze delle infrastrutture, alla nostra presenza nel mercato internazionale, in primis in quello europeo. In compenso, la Legge di bilancio 2020 , oltre allo stop dell’aumento dell’iva, all’abolizione dei superticket sanitari e al cuneo fiscale, fa il pieno di interventi molto minuti e molto domestici, tanti bonus: per i bebè, per le mamme, per i giardini di casa, per le facciate degli edifici, per le ristrutturazioni e per i mobili, e anche per gli assorbenti femminili. Un mix variopinto di “strenne natalizie” da mettere sotto l’albero per coprire le quali, con la lotta all’evasione fiscale, nel corso dell’anno arriveranno la web tax, la plastic tax, la sugar tax, la tassa sulle auto aziendali, la tassa sulla fortuna, la cancellazione dello sconto in fattura per Ecobonus e Sismabonus. Nessuna traccia della bozza di legge quadro sull’autonomia differenziata che il Ministro Boccia ha tentato invano di far confluire in manovra con un emendamento.   Tutti da disegnare gli obiettivi della manovra di finanza pubblica propri della Legge di bilancio, il più importante strumento economico del Paese al quale, al di là delle valutazioni di Bruxelles, le agenzie di rating guardano con particolare attenzione per capire il quadro macroeconomico e quindi la direzione riformista che l’Italia intende perseguire nell’immediato futuro. Sotto esame il problema di sempre: il...

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BREXIT, L’ANNO ZERO DEL REGNO UNITO E DELL’ UNIONE EUROPEA

Posted by on Dic 27, 2019 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su BREXIT, L’ANNO ZERO DEL REGNO UNITO E DELL’ UNIONE EUROPEA

BREXIT, L’ANNO ZERO DEL REGNO UNITO E DELL’ UNIONE EUROPEA

La Gran Bretagna ha deciso. Boris Johnson, con il voto del 12 dicembre scorso, ha vinto la sua scommessa: rinnovare il Parlamento per superare ostilità e incertezze e portare finalmente  fuori dall’Unione europea il Regno di Sua Maestà Britannica, dopo il referendum del 23 giugno 2016. Il voto per la Brexit ha cancellato le gaffe e le contraddizioni di un personaggio gigionesco che, con una campagna elettorale di basso profilo, a volte di dubbio gusto, ha fatto sparire i tagli alla sanità e ai servizi fatti dai governi tories negli ultimi anni. Johnson ha “confezionato”  l’euroscetticismo con una velenosa irriverenza,  strombazzando con accenti populistici colpe reali o immaginarie nella  tormentata relazione del Regno Unito con l’Ue. E ha catturato il consenso della gente terrorizzata dallo spauracchio di un europeismo  federalista.   Si chiude dunque la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Con un Pil  alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee (Comunità economica europea) che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi spesso in crisi: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione  dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose e deflagranti la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa, con buona pace del pensiero di Winston Churchill, nonché l’opt-out dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter, caro a Jacques Delors, Presidente della Commissione europea. Una presenza ingombrante nell’Ue quella del Regno Unito, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico della Germania, uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione. Con l’uscita della Gran Bretagna l’Europa perde la più antica democrazia del mondo,  la sua seconda economia, il 25% del suo Pil, perde la City, la sua prima piazza finanziaria, una grande potenza militare. Un difficile momento storico, sul quale pende minacciosa la richiesta del Parlamento scozzese di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. Una implicita richiesta di indipendenza della Scozia dal Regno Unito alla quale potrebbe seguire quella dell’Irlanda del Nord che preme per ricongiungersi con l’Irlanda. Un percorso in salita per i fragili equilibri politici interni all’Unione europea.   L’incertezza regna sovrana! Come risponderanno i mercati? Quali gli effetti sull’import-export? Quale sarà l’andamento dei tassi di crescita? Per l’Europa un difficile banco di prova: selezionare priorità e interessi condivisi, rafforzare il debole spirito unitario, individuare un credibile assetto istituzionale, disegnare un equilibrato  sviluppo economico per azzerate il diffuso euroscetticismo. Ma anche oltre Manica non mancano i problemi. L’accordo con Bruxelles sulla secessione è già stato firmato, sarà il nuovo Parlamento a maggioranza conservatore a doverlo approvare. Salvo imprevisti, il Regno Unito uscirà dall’Ue il 31 gennaio del 2020 e fino al 31 dicembre del prossimo anno dovrà sottostare alle regole europee. Undici  mesi di tempo per negoziare con Bruxelles il futuro rapporto commerciale con l’Europa. Problemi spinosi sul tappeto: agricoltura, pesca, sicurezza, servizi finanziari. Oltre a quelli di carattere finanziario: una cambiale di 40 mld di euro da onorare per i contratti sottoscritti quale Stato membro dell’Unione per finanziare il bilancio comunitario, compresi i programmi di coesione e le spese amministrative. Non si esauriranno presto le conseguenze delle elezioni del Regno Unito...

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IL FONDO SALVA-STATI E IL TEATRINO DELLA POLITICA 

Posted by on Dic 9, 2019 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su IL FONDO SALVA-STATI E IL TEATRINO DELLA POLITICA 

IL FONDO SALVA-STATI E IL TEATRINO DELLA POLITICA 

Notti e giorni inquieti nei palazzi romani della politica. Da settimane il Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto “Mes”, monopolizza il dibattito politico e alimenta lo scontro fra i partiti, e nella stessa maggioranza di governo. Si tratta dell’organismo costituito nel 2012 come Fondo finanziario con la funzione di prestare assistenza ai 18 Paesi dell’area euro con difficoltà finanziarie. L’Italia ha contribuito con il 17,8% (circa 14 mld) al capitale del Fondo. Ne hanno finora beneficiato Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro. Le proposte di modifica al Trattato, in discussione in sede europea dal dicembre 2018 sulle quali i Paesi membri hanno trovato un “accordo politico preliminare” lo scorso giugno, mirano a rafforzare la coesione nell’Eurozona e a tutelarne la stabilità finanziaria. Su queste modifiche si è fatta molta confusione e molto terrorismo psicologico: dallo spettro della ristrutturazione automatica del debito allo sbandierato “favore” alle banche tedesche. Fake news e verità nascoste, maxi-rissa parlamentare e linciaggio mediatico hanno caratterizzato un dibattito politico, condotto sul filo della ingiuria personale e della volgarità dialettica, che ha offuscato la credibilità delle istituzioni, con grave pregiudizio dell’immagine del Paese in ambito europeo. Sotto attacco il premier Conte, accusato da Matteo Salvini di “alto tradimento per aver compiuto un attentato ai danni degli italiani” e da Giorgia Meloni di “aver venduto il sangue degli italiani”. Avrebbe disatteso all’Eurogruppo di giugno le indicazioni dell’allora maggioranza gialloverde sulla bozza di riforma del Mes. “Accuse infamanti”, ha replicato Conte nella sua informativa alle Camere, “Salvini non studia i dossier, disconosce la verità.”   La solita grancassa propagandistica che suona da tempo per catturare facili consensi sull’onda di un effimero populismo che non si concilia con una seria prospettiva di governo sul piano programmatico. La battaglia aperta sul Mes ha mobilitato i paladini dell’antieuropeismo, scesi in campo contro il (presunto) raggiro europeo e il (fantasioso)  complotto anti-italiano ordito dai poteri forti a Bruxelles. Schizofrenia politica! Il nuovo Trattato sarà firmato in gennaio dall’Eurogruppo e poi ratificato dal Parlamento. Si è fatto tanto rumore per nulla, perdendo un’altra occasione per far sentire la voce dell’Italia nell’Unione europea, alla vigilia della Conferenza sul futuro dell’Europa proposta da Francia e Germania. Oltre all’ “accordo di principio” raggiunto mercoledi a Bruxelles dal Ministro Gualtieri per propiziare il consenso pentastellato nella maggioranza, un importante contributo di chiarezza è venuto dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, nel corso dell’audizione alle Commissioni Bilancio e Politiche Ue sulle prospettive di riforma del Mes: “Le modifiche introdotte sono di portata complessivamente limitata. La riforma non prevede né annuncia un meccanismo automatico di ristrutturazione dei debiti sovrani, non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito. Anche la verifica politica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal Trattato vigente.” Un passo nella giusta direzione, perché il testo di riforma, in attesa del completamento dell’Unione bancaria con la garanzia sui depositi bancari, introduce il backstop, un ombrello di salvataggio del Mes al Fondo di risoluzione unico per gestire le crisi bancarie. Per il Governatore, “il temuto coinvolgimento del settore privato, ovvero i risparmiatori, rimane strettamente circoscritto a casi eccezionali e non è in nessun caso una precondizione per accedere all’assistenza finanziaria.” Fermo il richiamo di Visco alla politica a ridurre l’incidenza del debito pubblico sul pil, mantenendo l’avanzo primario (differenza fra le entrate e le spese al netto degli interessi passivi) su livelli adeguati, innalzando la crescita economica e tenendo alto sui mercati il rating della finanza pubblica. “Un Paese con un alto debito, ha dichiarato Visco, deve innanzitutto porre in essere le condizioni per evitare di dover ricorrere al Meccanismo di aiuto,...

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AUTONOMIA  REGIONALE  FRA MATURITA’ POLITICA E SENSO DELLO STATO

Posted by on Dic 9, 2019 in La nostra Società | Commenti disabilitati su AUTONOMIA  REGIONALE  FRA MATURITA’ POLITICA E SENSO DELLO STATO

AUTONOMIA  REGIONALE  FRA MATURITA’ POLITICA E SENSO DELLO STATO

Autonomia differenziata regionale, atto finale? Il progetto di riforma, con la Lega fuori dalla stanza dei bottoni, è stato “revisionato” dal Governo giallorosso con una bozza di legge quadro che ha ottenuto il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni. In cantiere un “regionalismo differenziato costruito intorno ai Comuni, in un quadro di coesione nazionale, che consenta allo Stato di intervenire in tutte le aree in cui c’è ritardo di sviluppo”. La legge quadro, ha dichiarato il Ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia,   “vuole evitare nuove forme di accentramento regionalista riconoscendo ai Comuni funzioni amministrative con relative risorse.” A un Commissario sarà assegnato il compito di definire fabbisogni standard e livelli essenziali delle prestazioni (Lep) per assicurare uniformità su tutto il territorio nazionale attraverso la “perequazione infrastrutturale”. In attuazione del principio costituzionale di sussidiarietà, una quota dei fondi di finanziamento degli enti locali (una dote iniziale di 3 mld)  sarà vincolata al riequilibrio territoriale in favore delle regioni più svantaggiate e, all’interno di queste, in favore di province e comuni dissestati. “Un segnale forte alla lotta alla disuguaglianza, una riforma di tutti, senza colore politico”, ha commentato Boccia che vuole portare il testo della legge, con gli ultimi aggiustamenti, in Consiglio dei Ministri lunedi 2 dicembre, con l’ambizioso obiettivo di chiudere la cornice normativa, sotto forma di emendamento, con la legge di bilancio all’esame del Parlamento. A gennaio, pentastellati e imboscate parlamentari a parte, si potrebbero fare già i primi accordi (da convertire successivamente in legge) con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per il trasferimento delle nuove competenze e delle nuove risorse. Sono le tre Regioni che da sole contribuiscono a circa il 40% del Pil italiano e che  nell’ultima Legislatura avevano sottoscritto una pre-intesa su un’autonomia di tipo amministrativa in cinque materie (politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali con l’Ue) con la controversa ipotesi,  per le nuove competenze acquisite, di calcolare i fabbisogni di spesa parametrizzati anche al gettito/risorse dei territori. E cioè fabbisogni più elevati in presenza di un gettito tributario più elevato da destinare per il 90% al territorio. Qualche accademico aveva parlato di “secessione dei ricchi”. Oggi la richiesta di Lombardia e Veneto punta ancora più in alto: 23 nuove competenze (fra cui fisco e fiscalità locale, giustizia di pace, infrastrutture e  trasporti, beni culturali), quella dell’Emilia è su 15 competenze. Si tratta dunque di un progetto riformatore molto importante sul piano politico e complesso su quello istituzionale, nato con la riforma costituzionale del 2001 in materia di autonomie locali. “Un progetto, ha commentato il Governatore del Veneto Luca Zaia, che così come si articola nella bozza della legge quadro del Ministro Boccia non è sottoscrivibile, se non con opportune modifiche circa la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.” Riserve anche da parte di Attilio Fontana, Governatore della Lombardia, in merito alle modalità di distribuzione del Fondo di perequazione e all’iter legislativo della riforma a rischio di emendamenti: “ok alla legge quadro, ma a patto che non venga stravolta dal Parlamento e corra veloce”, ha dichiarato nell’intervista al Sole24ORE e ribadito venerdi al premier Conte al Forum Eusalp, a Palazzo Lombardia. Nel rispetto della volontà popolare, espressa con il referendum consultivo del 22 ottobre 2017, per Fontana e Zaia “l’autonomia è una sfida per le istituzioni che siamo chiamati a governare, nella consapevolezza che la nostra vita quotidiana è fatta di salti a ostacoli contro la burocrazia che complica ogni attività e rende difficile sia fare l’imprenditore sia l’amministratore pubblico, con la conseguenza che senza un Nord capace di reggere la competizione internazionale, l’intero Paese ne pagherà gli effetti negativi.”  Per la Lombardia, in...

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