IL FONDO SALVA-STATI E IL TEATRINO DELLA POLITICA
Notti e giorni inquieti nei palazzi romani della politica. Da settimane il Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto “Mes”, monopolizza il dibattito politico e alimenta lo scontro fra i partiti, e nella stessa maggioranza di governo. Si tratta dell’organismo costituito nel 2012 come Fondo finanziario con la funzione di prestare assistenza ai 18 Paesi dell’area euro con difficoltà finanziarie. L’Italia ha contribuito con il 17,8% (circa 14 mld) al capitale del Fondo. Ne hanno finora beneficiato Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro. Le proposte di modifica al Trattato, in discussione in sede europea dal dicembre 2018 sulle quali i Paesi membri hanno trovato un “accordo politico preliminare” lo scorso giugno, mirano a rafforzare la coesione nell’Eurozona e a tutelarne la stabilità finanziaria. Su queste modifiche si è fatta molta confusione e molto terrorismo psicologico: dallo spettro della ristrutturazione automatica del debito allo sbandierato “favore” alle banche tedesche. Fake news e verità nascoste, maxi-rissa parlamentare e linciaggio mediatico hanno caratterizzato un dibattito politico, condotto sul filo della ingiuria personale e della volgarità dialettica, che ha offuscato la credibilità delle istituzioni, con grave pregiudizio dell’immagine del Paese in ambito europeo. Sotto attacco il premier Conte, accusato da Matteo Salvini di “alto tradimento per aver compiuto un attentato ai danni degli italiani” e da Giorgia Meloni di “aver venduto il sangue degli italiani”. Avrebbe disatteso all’Eurogruppo di giugno le indicazioni dell’allora maggioranza gialloverde sulla bozza di riforma del Mes. “Accuse infamanti”, ha replicato Conte nella sua informativa alle Camere, “Salvini non studia i dossier, disconosce la verità.” La solita grancassa propagandistica che suona da tempo per catturare facili consensi sull’onda di un effimero populismo che non si concilia con una seria prospettiva di governo sul piano programmatico. La battaglia aperta sul Mes ha mobilitato i paladini dell’antieuropeismo, scesi in campo contro il (presunto) raggiro europeo e il (fantasioso) complotto anti-italiano ordito dai poteri forti a Bruxelles. Schizofrenia politica! Il nuovo Trattato sarà firmato in gennaio dall’Eurogruppo e poi ratificato dal Parlamento. Si è fatto tanto rumore per nulla, perdendo un’altra occasione per far sentire la voce dell’Italia nell’Unione europea, alla vigilia della Conferenza sul futuro dell’Europa proposta da Francia e Germania. Oltre all’ “accordo di principio” raggiunto mercoledi a Bruxelles dal Ministro Gualtieri per propiziare il consenso pentastellato nella maggioranza, un importante contributo di chiarezza è venuto dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, nel corso dell’audizione alle Commissioni Bilancio e Politiche Ue sulle prospettive di riforma del Mes: “Le modifiche introdotte sono di portata complessivamente limitata. La riforma non prevede né annuncia un meccanismo automatico di ristrutturazione dei debiti sovrani, non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito. Anche la verifica politica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal Trattato vigente.” Un passo nella giusta direzione, perché il testo di riforma, in attesa del completamento dell’Unione bancaria con la garanzia sui depositi bancari, introduce il backstop, un ombrello di salvataggio del Mes al Fondo di risoluzione unico per gestire le crisi bancarie. Per il Governatore, “il temuto coinvolgimento del settore privato, ovvero i risparmiatori, rimane strettamente circoscritto a casi eccezionali e non è in nessun caso una precondizione per accedere all’assistenza finanziaria.” Fermo il richiamo di Visco alla politica a ridurre l’incidenza del debito pubblico sul pil, mantenendo l’avanzo primario (differenza fra le entrate e le spese al netto degli interessi passivi) su livelli adeguati, innalzando la crescita economica e tenendo alto sui mercati il rating della finanza pubblica. “Un Paese con un alto debito, ha dichiarato Visco, deve innanzitutto porre in essere le condizioni per evitare di dover ricorrere al Meccanismo di aiuto,...
Read MoreAUTONOMIA REGIONALE FRA MATURITA’ POLITICA E SENSO DELLO STATO
Autonomia differenziata regionale, atto finale? Il progetto di riforma, con la Lega fuori dalla stanza dei bottoni, è stato “revisionato” dal Governo giallorosso con una bozza di legge quadro che ha ottenuto il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni. In cantiere un “regionalismo differenziato costruito intorno ai Comuni, in un quadro di coesione nazionale, che consenta allo Stato di intervenire in tutte le aree in cui c’è ritardo di sviluppo”. La legge quadro, ha dichiarato il Ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, “vuole evitare nuove forme di accentramento regionalista riconoscendo ai Comuni funzioni amministrative con relative risorse.” A un Commissario sarà assegnato il compito di definire fabbisogni standard e livelli essenziali delle prestazioni (Lep) per assicurare uniformità su tutto il territorio nazionale attraverso la “perequazione infrastrutturale”. In attuazione del principio costituzionale di sussidiarietà, una quota dei fondi di finanziamento degli enti locali (una dote iniziale di 3 mld) sarà vincolata al riequilibrio territoriale in favore delle regioni più svantaggiate e, all’interno di queste, in favore di province e comuni dissestati. “Un segnale forte alla lotta alla disuguaglianza, una riforma di tutti, senza colore politico”, ha commentato Boccia che vuole portare il testo della legge, con gli ultimi aggiustamenti, in Consiglio dei Ministri lunedi 2 dicembre, con l’ambizioso obiettivo di chiudere la cornice normativa, sotto forma di emendamento, con la legge di bilancio all’esame del Parlamento. A gennaio, pentastellati e imboscate parlamentari a parte, si potrebbero fare già i primi accordi (da convertire successivamente in legge) con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per il trasferimento delle nuove competenze e delle nuove risorse. Sono le tre Regioni che da sole contribuiscono a circa il 40% del Pil italiano e che nell’ultima Legislatura avevano sottoscritto una pre-intesa su un’autonomia di tipo amministrativa in cinque materie (politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali con l’Ue) con la controversa ipotesi, per le nuove competenze acquisite, di calcolare i fabbisogni di spesa parametrizzati anche al gettito/risorse dei territori. E cioè fabbisogni più elevati in presenza di un gettito tributario più elevato da destinare per il 90% al territorio. Qualche accademico aveva parlato di “secessione dei ricchi”. Oggi la richiesta di Lombardia e Veneto punta ancora più in alto: 23 nuove competenze (fra cui fisco e fiscalità locale, giustizia di pace, infrastrutture e trasporti, beni culturali), quella dell’Emilia è su 15 competenze. Si tratta dunque di un progetto riformatore molto importante sul piano politico e complesso su quello istituzionale, nato con la riforma costituzionale del 2001 in materia di autonomie locali. “Un progetto, ha commentato il Governatore del Veneto Luca Zaia, che così come si articola nella bozza della legge quadro del Ministro Boccia non è sottoscrivibile, se non con opportune modifiche circa la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.” Riserve anche da parte di Attilio Fontana, Governatore della Lombardia, in merito alle modalità di distribuzione del Fondo di perequazione e all’iter legislativo della riforma a rischio di emendamenti: “ok alla legge quadro, ma a patto che non venga stravolta dal Parlamento e corra veloce”, ha dichiarato nell’intervista al Sole24ORE e ribadito venerdi al premier Conte al Forum Eusalp, a Palazzo Lombardia. Nel rispetto della volontà popolare, espressa con il referendum consultivo del 22 ottobre 2017, per Fontana e Zaia “l’autonomia è una sfida per le istituzioni che siamo chiamati a governare, nella consapevolezza che la nostra vita quotidiana è fatta di salti a ostacoli contro la burocrazia che complica ogni attività e rende difficile sia fare l’imprenditore sia l’amministratore pubblico, con la conseguenza che senza un Nord capace di reggere la competizione internazionale, l’intero Paese ne pagherà gli effetti negativi.” Per la Lombardia, in...
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