IL DIFFICILE CAMMINO DELLA LEGGE DI BILANCIO 2020
E’ finita alla vigilia di Natale, con un contestato voto di fiducia alla Camera, la lunga maratona della Legge di Bilancio 2020 che, con il collegato fiscale, costituisce la “manovra finanziaria annuale”. Fra annunci e smentite, rilievi tecnici e stralci contabili, è finito per il Governo Conte bis un penoso calvario: 15 clamorose marce indietro in ottanta giorni, a conferma dell’alto tasso di litigiosità all’interno della maggioranza, dal contante agli appalti, fino alle detrazioni fiscali, ai regimi forfettari, alle concessioni autostradali. Pur salvaguardando i saldi di bilancio, il Governo ha cambiato la situazione contabile della manovra rispetto al testo del disegno di legge sotto la spinta di oltre 330 modifiche, alcune di basso cabotaggio. Un restyling a vasto raggio operato senza soste, per interventi settoriali, che ha generato un maxiemendamento di 958 commi per 313 pagine approdato per l’approvazione prima al Senato e quindi alla Camera dove il Governo ha posto la questione di fiducia su un testo “blindato”. E’ il penoso replay di una prassi governativa che toglie spazio alla discussione e al confronto fra le varie forze politiche, esautorando il Parlamento delle sue prerogative costituzionali, trasformandolo di fatto in un Parlamento monocamerale. Qual è il risultato di una manovra da 32 miliardi di euro? Secondo Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, “una legge confusa per una manovra senza anima”. Fortemente critica la motivazione: “Tutte le norme sono scritte con la tecnica del rinvio a decine di altre leggi, ciò che rende ancor più oscuro il loro dettato.” Una corsa di fine anno nella quale, commenta Cassese sulle colonne del Corriere, tutti cercano di inserire qualcosa nella legge di bilancio, che diventa così una disposizione “omnibus”, mentre dovrebbe soltanto indicare entrate e spese, gli stanziamenti, ordinati per missioni e programmi, che autorizzano le amministrazioni a prelevare. “Vengono sfruttati i tempi stretti per non andare all’esercizio provvisorio, la permeabilità del Parlamento, il clima pre-festivo”. E’ significativa la rappresentazione che Sabino Cassese ne fa dell’iter legislativo: “Passa il convoglio, tutti cercano di agganciare il proprio vagoncino costringendo le forze parlamentari a dare mance, risolvere micro-problemi territoriali, accontentare clientele.” In definitiva, il Paese è governato dalle risorse finanziarie necessarie e non dagli obiettivi. Restano così fuori da ogni programmazione gli impegni riformisti volti ad affrontare i nostri più urgenti problemi sistemici: dalle crisi aziendali alle carenze delle infrastrutture, alla nostra presenza nel mercato internazionale, in primis in quello europeo. In compenso, la Legge di bilancio 2020 , oltre allo stop dell’aumento dell’iva, all’abolizione dei superticket sanitari e al cuneo fiscale, fa il pieno di interventi molto minuti e molto domestici, tanti bonus: per i bebè, per le mamme, per i giardini di casa, per le facciate degli edifici, per le ristrutturazioni e per i mobili, e anche per gli assorbenti femminili. Un mix variopinto di “strenne natalizie” da mettere sotto l’albero per coprire le quali, con la lotta all’evasione fiscale, nel corso dell’anno arriveranno la web tax, la plastic tax, la sugar tax, la tassa sulle auto aziendali, la tassa sulla fortuna, la cancellazione dello sconto in fattura per Ecobonus e Sismabonus. Nessuna traccia della bozza di legge quadro sull’autonomia differenziata che il Ministro Boccia ha tentato invano di far confluire in manovra con un emendamento. Tutti da disegnare gli obiettivi della manovra di finanza pubblica propri della Legge di bilancio, il più importante strumento economico del Paese al quale, al di là delle valutazioni di Bruxelles, le agenzie di rating guardano con particolare attenzione per capire il quadro macroeconomico e quindi la direzione riformista che l’Italia intende perseguire nell’immediato futuro. Sotto esame il problema di sempre: il...
Read MoreBREXIT, L’ANNO ZERO DEL REGNO UNITO E DELL’ UNIONE EUROPEA
La Gran Bretagna ha deciso. Boris Johnson, con il voto del 12 dicembre scorso, ha vinto la sua scommessa: rinnovare il Parlamento per superare ostilità e incertezze e portare finalmente fuori dall’Unione europea il Regno di Sua Maestà Britannica, dopo il referendum del 23 giugno 2016. Il voto per la Brexit ha cancellato le gaffe e le contraddizioni di un personaggio gigionesco che, con una campagna elettorale di basso profilo, a volte di dubbio gusto, ha fatto sparire i tagli alla sanità e ai servizi fatti dai governi tories negli ultimi anni. Johnson ha “confezionato” l’euroscetticismo con una velenosa irriverenza, strombazzando con accenti populistici colpe reali o immaginarie nella tormentata relazione del Regno Unito con l’Ue. E ha catturato il consenso della gente terrorizzata dallo spauracchio di un europeismo federalista. Si chiude dunque la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Con un Pil alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee (Comunità economica europea) che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi spesso in crisi: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose e deflagranti la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa, con buona pace del pensiero di Winston Churchill, nonché l’opt-out dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter, caro a Jacques Delors, Presidente della Commissione europea. Una presenza ingombrante nell’Ue quella del Regno Unito, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico della Germania, uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione. Con l’uscita della Gran Bretagna l’Europa perde la più antica democrazia del mondo, la sua seconda economia, il 25% del suo Pil, perde la City, la sua prima piazza finanziaria, una grande potenza militare. Un difficile momento storico, sul quale pende minacciosa la richiesta del Parlamento scozzese di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. Una implicita richiesta di indipendenza della Scozia dal Regno Unito alla quale potrebbe seguire quella dell’Irlanda del Nord che preme per ricongiungersi con l’Irlanda. Un percorso in salita per i fragili equilibri politici interni all’Unione europea. L’incertezza regna sovrana! Come risponderanno i mercati? Quali gli effetti sull’import-export? Quale sarà l’andamento dei tassi di crescita? Per l’Europa un difficile banco di prova: selezionare priorità e interessi condivisi, rafforzare il debole spirito unitario, individuare un credibile assetto istituzionale, disegnare un equilibrato sviluppo economico per azzerate il diffuso euroscetticismo. Ma anche oltre Manica non mancano i problemi. L’accordo con Bruxelles sulla secessione è già stato firmato, sarà il nuovo Parlamento a maggioranza conservatore a doverlo approvare. Salvo imprevisti, il Regno Unito uscirà dall’Ue il 31 gennaio del 2020 e fino al 31 dicembre del prossimo anno dovrà sottostare alle regole europee. Undici mesi di tempo per negoziare con Bruxelles il futuro rapporto commerciale con l’Europa. Problemi spinosi sul tappeto: agricoltura, pesca, sicurezza, servizi finanziari. Oltre a quelli di carattere finanziario: una cambiale di 40 mld di euro da onorare per i contratti sottoscritti quale Stato membro dell’Unione per finanziare il bilancio comunitario, compresi i programmi di coesione e le spese amministrative. Non si esauriranno presto le conseguenze delle elezioni del Regno Unito...
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