SEMPLIFICAZIONE, SI VOLTA PAGINA?
Il coronavirus con la eccezionalità dei suoi effetti ha messo a nudo la debolezza strutturale del sistema Paese intrappolato nei lacci e lacciuoli di un’asfissiante burocrazia e in un federalismo reso zoppo da una rattoppata modifica del Titolo V della Costituzione che ha generato un groviglio di norme e regolamenti, attribuzioni e competenze tra Stato centrate e autonomie locali, non sempre chiare e univoche. La fase 3, quella del “rilancio”, dovrebbe segnare la svolta nel tormentato rapporto fra cittadini e Pubblica amministrazione. E’ l’impegno preso dal Presidente Conte nel corso dei lavori degli Stati generali sull’economia svoltisi a Roma, a Villa Pamphili. “Stiamo lavorando sulla semplificazione, con l’obiettivo di rendere più rapidi e trasparenti i processi amministrativi”, ha dichiarato il Premier. Si tratta di semplificare, velocizzare le procedure e, ancora, sbloccare cantieri e investimenti pubblici con un alleggerimento, in chiave europea, del discusso Codice degli Appalti. Rimuovere cioè certe bardature a livello decisionale con inutili duplicazioni di funzioni, azzerando un deleterio centralismo amministrativo. Ci sono rischi che il Paese non può permettersi, è in gioco la sopravvivenza e il futuro. Non è più tempo di semplificazioni annacquate o solo annunciate sulla scia di quanto (non) hanno fatto i vari governi succedutisi a Palazzo Chigi negli ultimi decenni. Semplificare la miriade di vessazioni burocratiche a beneficio dei cittadini e delle imprese. E’ il caso della tanto attesa riforma fiscale per un fisco più equo e più giusto. “Passare dalla semplificazione alla semplicità”, ha ammonito Enrico De Mita, docente emerito di Diritto tributario alla Cattolica di Milano. L’ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio a causa di ragioni di gettito. I principi dello Statuto del contribuente devono diventare il cardine del sistema e la fonte di ispirazione del Legislatore. “Solo la semplicità originaria della Legge consente di individuare agevolmente la norma applicabile al caso concreto in termini di chiarezza e di trasparenza.” Un appello per un’attività legislativa seria e responsabile. Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali con un basso rapporto costo-beneficio in termini di lotta all’evasione. L’assenza di una pur minima visione strategica e della reale capacità di governare l’ordinamento tributario genera grande confusione con palesi contraddizioni sul piano normativo. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare di leggi e leggine che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione, ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Una violazione dell’insegnamento di Ezio Vanoni, il padre della omonima riforma tributaria degli Anni Cinquanta, che auspicava “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di forte recessione, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico, rimettendo in moto la produzione sui mercati internazionali a difesa del made in Italy. Basta con le infinite proroghe, perché la necessità di prorogare si lega infatti alla quantità eccessiva di adempimenti che continuano a gravare sui contribuenti. E’ il tentativo estremo di rimediare a qualcosa che in sede legislativa non ha funzionato, conseguenza ed...
Read MoreIMU ALLA CASSA, COMUNI IN BOLLETTA
I Comuni battono cassa. Martedi 16 giugno ultimo giorno per il pagamento dell’acconto della nuova Imu che accorpa le vecchie Imu e Tasi per effetto della Legge di Bilancio 2020 che ha riformato l’assetto dell’imposizione immobiliare locale. In termini di continuità normativa, cancellata una inutile duplicazione di adempimenti con la previsione di un’unica forma di prelievo. In linea generale, le nuove aliquote vengono definite sommando quelle previgenti, lasciando di fatto invariata la pressione fiscale. L’aliquota base, per compensare l’abolizione della Tasi, la tassa sui servizi indivisibili, sale infatti all’8,6 per mille, con facoltà dei Comuni di aumentarla fino a un massimo del 10,6 per mille. L’aliquota ridotta (abitazione principale di lusso) è pari al 5 per mille. Con riferimento all’ambito oggettivo, la “local tax” 2020 conferma l’esenzione per l’abitazione principale non di lusso e relative pertinenze, quella cioè dove il proprietario dimora abitualmente e risiede anagraficamente. In caso di locazione, nessun prelievo a carico dell’inquilino come invece era previsto per la Tasi. Esenzione, se deliberata dai Comuni, per l’unità immobiliare posseduta da anziani/disabili residenti in istituti di ricovero. Il “decreto rilancio” esonera dal pagamento della prima rata esercenti attività alberghiere e stabilimenti balneari. Sono imponibili, e queste sono le novità, i fabbricati rurali ad uso strumentale, quelli costruiti e destinati dall’impresa costruttrice alla vendita (“beni merce”) e le unità immobiliari possedute da italiani non residenti, iscritti all’AIRE. Cambiano le regole di calcolo dell’acconto in scadenza. La rata in passato era pari alla metà dell’imposta dovuta nei dodici mesi precedenti, per il 2020, primo anno di applicazione della nuova Imu, la misura dell’acconto da corrispondere, ha chiarito il MFE, è pari alla metà di quanto versato a titolo di Imu e Tasi per l’anno 2019. La seconda rata, a saldo dell’imposta dovuta per l’intero anno, sarà eseguita a conguaglio, sulla base delle aliquote pubblicate sul sito internet del MEF alla data del 28 ottobre. Nessun obbligo di versamento di acconto in caso di acquisto nel corso del primo semestre 2020, l’intero importo sarà versato con il saldo. Restano ferme le modalità di pagamento (mod. F24 o bollettino postale). E’ caduta nel vuoto la proposta del “bollettino precompilato” inviato direttamente a casa quale misura di lotta all’evasione. Su questo versante numeri impressionanti: dal 43,2% degli incassi potenziali della Calabria al 20,7% della Lombardia, al 17,9% dell’Emilia Romagna. Evasione ma anche tanto contenzioso in essere. Con i suoi 20 miliardi all’anno, l’Imu è il faro dei tributi locali nei precari bilanci comunali. Ma la patrimoniale comunale di quest’anno rischia di veder sgretolato il proprio valore dalla crisi del Covid. I primi 10 miliardi dovrebbero arrivare nelle casse comunali con l’acconto del 16 giugno (l’Imu non rientra fra le imposte differite al 16 settembre), ma imprese e famiglie sono in rosso e potrebbero “saltare” il pagamento. Previsioni nere per i bilanci di numerosi Comuni secondo i dati presentati dall’Anci nell’ultimo incontro con il Presidente Conte. Perdite complessive calcolate in 8,3 miliardi di euro rispetto alle entrate dello scorso anno, che comprendono tasse e risorse extra-tributarie. Improbabile dunque un differimento dei termini di versamento da verificare sui siti web dei singoli municipi: per gli 8mila Comuni italiani significherebbe mettere a forte rischio, con i servizi pubblici, la sostenibilità dei bilanci. In questa direzione quasi tutti i Comuni della Provincia di Varese. E’ facoltà comunque dei Comuni, secondo l’Ifel, la fondazione dell’Anci sulla finanza locale, attivare una moratoria di interessi e sanzioni nei confronti dei contribuenti che, in difficoltà economica, pagano in ritardo. Un groviglio di regole e di norme a conferma di un caos impositivo per il quale urge un organico intervento del Legislatore...
Read MoreRECOVERY FUND, IL RISVEGLIO DELL’EUROPA
La “bella addormentata nel bosco” si è svegliata. L’Europa, superando ogni colpevole ritardo, quasi una latitanza, ha preso atto dei guasti prodotti dal coronavirus sui sistemi sanitari ed economici. Dalla Commissione europea di Ursula von der Leyen è arrivato un messaggio chiaro: “trasformare l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando la ripresa economica, ma anche investendo nel nostro futuro”. Riparare e preparare per la prossima generazione. E il Piano europeo “Next Generation EU”, con il potenziamento mirato del bilancio a lungo termine dell’Ue, è la risposta ambiziosa di Bruxelles a una crisi senza precedenti: 750 miliardi di euro fra prestiti (250 mld) e contributi a fondo perduto (500 mld) destinati ai Paesi e ai settori più colpiti dall’impatto economico del Covid-19. Tre gli ambiti dell’intervento comunitario: sostegno agli Stati membri per strategie di sviluppo e riforme strutturali, impulso agli investimenti privati, contributo ai programmi di prevenzione, alla ricerca e all’approvvigionamento di materiale sanitario. Il tutto per un’Europa green, digitale e resiliente. Misure economiche importanti che si aggiungono a quelle in materia di politiche di bilancio (stop al Patto di stabilità) e di aiuti di Stato alle imprese per rafforzare il ruolo trainante che l’Unione europea è intenzionata a svolgere nel promuovere un diffuso ed equilibrato sviluppo economico e sociale. Nessuno assistenzialismo, nessuna torta da spartire. Gli aiuti europei saranno vincolati alla realizzazione di riforme e investimenti indicati dagli Stati membri nei Piani nazionali in linea con le “raccomandazioni” Ue e saranno erogati in tranche legate ai target raggiunti nel periodo 2021-2024. Miliardi di euro in sussidi e prestiti non saranno cioè distribuiti senza che vi sia un controllo sulla spesa e una sorveglianza sui risultati ottenuti, e questo per “evitare un ulteriore allargamento delle disparità tra le regioni e tra i Paesi”. Obiettivo di fondo la ripresa economica dell’Ue nell’ambito di un processo di modernizzazione proiettato verso un futuro di importanti passaggi internazionali. Per poter finanziare il Recovery Fund, sub iudice del Consiglio europeo il prossimo 18 giugno, la Commissione procederà alla emissione di titoli di debito a lunga scadenza (2028-2058) garantiti dall’Ue: eurobond emessi non per mutualizzare vecchi debiti dei vari Stati, ma per fronteggiare le nuove spese del bilancio comunitario, espressione di una “embrionale” finanza pubblica federale. Il debito obbligazionario, secondo la proposta della Commissione, sarà coperto da un aumento delle risorse comunitarie fino al 2% del reddito nazionale lordo con entrate in arrivo dalla plastic tax, dalla web tax, dalle tasse sulle emissioni e dalle grandi multinazionali. Del “Piano di recupero” europeo l’Italia è il Paese maggiore beneficiario: la quota fondi ammonta a 172,7 mld di euro, di cui circa 82 versati come aiuti a fondo perduto, a fronte di un contributo finanziario di 56 mld di euro al bilancio Ue. Il trasferimento netto dall’Europa sarà quindi di 26 mld di euro, pari all’1,5% del Pil, in tre anni. Un sussidio che al di là della sua esiguità rispetto ai danni del virus ha un preciso significato sul piano politico (è stata accolta a Bruxelles la richiesta dell’Italia) e su quello economico-finanziario (è diminuito sui mercati il costo del debito italiano). Spetta ora al nostro Governo, dopo aver risolto la querelle del Mes, elaborare il Piano nazionale per la ripresa da sottoporre entro settembre a Bruxelles per la sua approvazione. Diversi gli spazi di azione: riguarderanno il sistema sanitario, il mondo del lavoro e relative protezioni, la liquidità delle imprese, la digitalizzazione, il green, la ricerca, l’innovazione, i trasporti pubblici, la gestione dei rifiuti, le infrastrutture. Dulcis in fundo, il sistema giudiziario, la riforma fiscale e l’efficienza della pubblica amministrazione con tagli alla...
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