L’ EUROPA DEL POST COVID
La quiete dopo la tempesta. Al termine di un burrascoso negoziato sul “Piano per la ripresa” post Covid-19, l’Europa ha voltato pagina. Fra luci e ombre, raggiunto a Bruxelles un faticoso compromesso, l’ennesimo nella tormentata storia dell’Ue, racchiuso in 67 pagine firmate dai 27 Capi di Stato e di Governo del Consiglio europeo, dense di speranze per il futuro, ma con incognite giuridiche e politiche che certamente segneranno il dibattito comunitario sul piano istituzionale nei prossimi anni. Due i nodi più controversi del negoziato: da una parte l’ammontare delle risorse finanziarie a carico di un debito comune, articolato fra sussidi e prestiti, e dall’altra le condizioni per il controllo della spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse. Confermata la dotazione originaria di 750 mld di euro del Fondo proposta dalla Commissione ma con una nuova ripartizione: 390 mld di sussidi a fondo perduto (non più 500) e 360 di prestiti (non più 250). In particolare l’Italia, la maggiore beneficiaria del Recovery Fund, e per questo “osservata speciale” a livello comunitario, porterà a casa in totale 208,8 miliardi di euro, di cui 127,4 come prestiti (rispetto ai 90,9 proposti dalla Commissione) e 81,4 miliardi di euro come sussidi a fondo perduto (poco meno rispetto ai 90 iniziali). Per tacitare ogni protesta, ai Paesi “frugali” del Nord sono stati concessi ulteriori sconti (“rebates”) alla contribuzione del bilancio europeo. Per la governance della spesa collegata ai “Piani nazionali di ripresa” degli Stati membri, respinta la richiesta olandese del “diritto di veto” all’interno di un complesso meccanismo di controllo. “Una intesa storica all’insegna della solidarietà e non dell’austerità”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel. C’è la nascita di un “debito europeo comune” e di nuovi strumenti di politica economica per fronteggiare la profonda crisi economica provocata dalla pandemia. L’Unione europea si avvia a diventare un’entità “statuale” che si indebita, distribuisce fra i suoi cittadini le risorse che raccoglie sul mercato e ha potere di prelievo fiscale nella previsione di una inderogabile autonoma fiscalità per liberarsi da una governance intergovernativa inefficiente, non trasparente e divisiva blindata dal Consiglio europeo. Restano sul tappeto le incertezze legate alla tempistica degli interventi reali. L’accordo dovrà superare tre importanti step: la ratifica nazionale da parte degli Stati membri dell’Unione, il negoziato comunitario dei Piani nazionali in linea con le “raccomandazioni” Ue, il voto di approvazione del bilancio da parte del Parlamento di Strasburgo. Un percorso tutto in salita. Il Fondo per la ripresa distribuirà risorse tra il secondo semestre 2021 e il 2023, e rimarrà in vita fino al 2026. Il rimborso dei prestiti deve iniziare l’anno successivo. I Ventisette dovranno mettersi d’accordo per garantire al bilancio comunitario nuove risorse proprie (imposta sugli imballaggi in plastica non riciclati, digital tax europea, imposta sulle transazioni finanziarie). Per l’Unione europea un passaggio delicato in attesa di prendere il largo verso un orizzonte politico nuovo che faccia finalmente pulizia del dumping fiscale in qualche Paese “frugale” (Olanda) e delle infrazioni allo Stato di diritto in qualche Paese di Visegrad (Ungheria). E sarà il D-Day della nuova Europa. Sarà la risposta a un sovranismo che “continua a non comprendere il funzionamento di un sistema ad alta interdipendenza come l’Unione europea per raggiungere obiettivi convergenti”, ha commentato il politologo Sergio Fabbrini sulle colonne del Sole24Ore. “Ogni leader sovranista guarda all’Ue dal buco della sua serratura nazionale. Per i sovranisti al governo nei Paesi dell’Europa dell’Est, si tratta di preservare la quota di aiuti europei che ricevono, per gestirli in piena autonomia, per i sovranisti all’opposizione nel resto dell’Europa, si tratta di denunciare ogni accordo come tradimento degli interessi...
Read MoreTAX DAY: CONTRIBUENTI ALLA CASSA
Nessuna proroga per i versamenti delle imposte a saldo 2019 e in acconto 2020. Proteste e minacce di scioperi per il tax day del 20 luglio. Respinta dal Governo la richiesta di professionisti e Caf di un rinvio al 30 settembre: “la proroga inciderebbe sull’elaborazione delle previsioni delle imposte autoliquidate della Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza da presentare in settembre al Parlamento”. In concreto, il motivo dell’esclusione dell’ulteriore proroga (dopo quella del 30 giugno) dei termini per i versamenti di Irpef, Ires, Irap (qualora dovuta) e di imposte sostitutive risiede in “questioni da cassa”: secondo la Ragioneria Generale servirebbero 8,4 miliardi di euro per un nuovo rinvio, risorse attualmente non disponibili. Lo Stato necessita insomma di risorse: l’Erario ha risentito in maniera pesante del differimento delle varie scadenze fiscali del periodo tra marzo e il mese di maggio. Ben 22 miliardi di euro in meno (-8,4%) di entrate tributarie e contributive nei primi cinque mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, che rientreranno soltanto a fine settembre. Resta comunque il malumore fra operatori e contribuenti per la mancata “proroga di buon senso”. Nessuna considerazione sul fronte governativo del grande impegno degli Studi professionali durante e dopo il lockdown per assistere imprese, lavoratori e famiglie nel fronteggiare l’impatto economico dell’emergenza e nella fruizione dei vari bonus e indennità. Un groviglio di norme e moduli da compilare e trasmettere che di fatto ha sottratto tempo alla predisposizione delle dichiarazioni e alla determinazione degli importi dei versamenti in scadenza. Senza poi ignorare il problema di fondo dei contribuenti: la mancanza di liquidità per attività economiche che stentano a decollare. Dal Ministro dell’Economia Gualtieri, tuttavia, è giunta al popolo delle partite Iva (4,5 milioni di contribuenti) la promessa di riavviare presto i lavori sulla riforma fiscale, sospesi a causa della pandemia. Riforma che riguarderà il taglio delle tasse e del tax gap, la semplificazione di adempimenti con una riduzione dell’Irpef sul lavoro e l’introduzione dal 2021 dell’assegno unico per rendere più equo ed efficiente il fisco. Il nostro sistema fiscale, ha osservato l’ex Ministro dell’Economia Tremonti, deriva nel suo impianto base da quanto fu realizzato con la riforma del 1971-1973: una scelta complessa con l’introduzione dell’Iva e del Testo unico delle imposte sui redditi. Ma da allora quasi tutto è cambiato: dal modello sociale e demografico (la società è invecchiata) al modello produttivo (diffusione delle partite Iva), dal modello ambientale (tutela dell’ambiente) al modello statale (“federalismo”). L’Irpef, “l’imposta regina” dell’ordinamento tributario, è stata “detronizzata” da regimi forfettari speciali che “svuotano l’idea di giustizia progressiva”. E’ tempo di operare per un sistema che garantisca efficienza amministrativa (lotta all’evasione, semplificazione) ed equità fiscale, tale da promuovere la crescita economica in un contesto di sostenibilità pubblica, principalmente attraverso una riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil. E’ arrivato il momento di rendersi conto che, con un’economia in recessione, il re è nudo! A bando promesse e proclami, si metta finalmente mano a una seria (e sostenibile!) riforma tributaria che possa trainare la ripresa economica nel segno della certezza, della trasparenza e della equità della tassazione. Sarà uno dei punti centrali del Piano nazionale per la ripresa che il Governo dovrà presentare in settembre a Bruxelles per accedere al Recovery Fund: una partita importante da giocare per il futuro della nostra economia. Competenza, lungimiranza e responsabilità per un’azione politica di grande respiro....
Read MoreRECOVERY FUND, AIUTI EUROPEI PER L’ITALIA
Fervono intensi sotto il cielo d’Europa negoziati e contatti politici a pochi giorni dall’importante vertice del Consiglio europeo di Bruxelles del 17-18 luglio dedicato al nuovo bilancio comunitario a cui dovrebbe essere associato il Recovery Fund. E’ il piano “Next Generation EU” varato dalla Commissione europea per supportare la ripresa economica dell’Ue: 750 miliardi di euro fra prestiti (250 mld) e contributi a fondo perduto (500 mld) destinati ai Paesi e ai settori più colpiti dall’impatto economico del Covid-19. Nessuno assistenzialismo, nessuna torta da spartire. Gli aiuti europei saranno vincolati alla realizzazione di riforme e investimenti indicati nei Piani nazionali degli Stati membri in linea con le “raccomandazioni” Ue. Negoziati difficili per la presenza sul tappeto di interessi contrastanti e temi a forte impatto per il futuro dell’Unione in termini di integrazione. Si tratta di trovare il giusto equilibrio fra prestiti e sussidi, fra budget comunitario e controllo dell’uso delle risorse comunitarie. Un’operazione che alimenta forti tensioni fra i governi nazionali sempre più divisi fra il rigore di alcuni (i Paesi “frugali” del Nord e i “sovranisti” del gruppo di Visegrad) e le necessità di altri (i Paesi colpiti dalla pandemia). Una situazione complessa che, nonostante le sollecitazioni del premier Conte e del suo collega spagnolo, difficilmente troverà un accordo definitivo in settimana fra i 27 Capi di Stato e di Governo. E’ in gioco uno dei principi fondanti dell’Ue, la solidarietà. Un principio completamente stravolto dal Covid-19 nel segno della diffidenza fra i Paesi Ue e della miope convergenza di interessi immediati, condizionata dai consensi elettorali. La battaglia sui numeri del bilancio 2021-2027 e sulla dotazione del Recovery Fund farà chiarezza sulle opzioni politiche dell’Unione del futuro per evitare pericolose fughe in avanti. Un chiarimento istituzionale tra quegli Stati membri a cui basterebbero il mercato unico, il dumping fiscale e gli egoismi nazionali e gli altri che, attraverso una “fiscalità europea coordinata”, si battono per una politica economica comune a supporto di una moneta unica, nell’ottica di un reale processo di integrazione. Dallo scorso 1° luglio la Germania ha assunto la presidenza di turno dell’Ue. Per sei mesi la leadership europea sarà nelle mani del governo tedesco in un momento particolarmente tumultuoso nella vita delle istituzioni comunitarie. La congiuntura politica, economica e sociale è tra le più drammatiche della storia europea: spetterà alla granitica “ragazza dell’Est” Angela Merkel, nella parte finale del suo lungo mandato di 15 anni alla Cancelleria federale, contribuire a dare una risposta concreta alla profonda crisi dell’Unione europea già segnata dalla vicenda Brexit e ora dalla pandemia, con l’economia inceppata come neppure la crisi finanziaria del 2008 aveva fatto. Un quadro complesso in un contesto internazionale connotato dall’ambiguità politica degli Stati Uniti di Trump e dall’aggressività economica della Cina di Xi Jinping. Secondo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale (FMI), il Prodotto interno lordo è in caduta libera attorno al 10% nell’Ue e al 12% in Italia; i debiti pubblici degli Stati membri in continua ascesa, con l’Italia sulla soglia del 160% sul Pil. Le conseguenze sociali sono da brivido. Vi è perciò una grande aspettativa sul semestre tedesco e su una leadership strategica che, promuovendo una governance politica dell’Ue più solidale e inclusiva con minore rigorismo finanziario, sappia finalmente rilanciare il ruolo sovranazionale con tratti federali dell’Ue e prendere decisioni cruciali di ampio respiro storico sul futuro economico-sociale europeo. E la prima sfida per Angela Merkel, superando ostilità e veti incrociati, è l’approvazione del Recovery Fund. Una road map comune per il rilancio dell’Ue in nome dei suoi principi fondanti: solidarietà, coesione e convergenza. Un Piano di recupero del quale l’Italia...
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