IL RECOVERY FUND DI MARIO DRAGHI
Giorni decisivi per il Recovery Fund. Il 30 aprile scade il termine di presentazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) alla Commissione europea per poter accedere al progetto comunitario Next Generation EU varato in risposta all’emergenza economica e finanziaria scatenata dalla pandemia. Il Piano sarà la priorità del nuovo Governo Draghi, insediatosi a Palazzo Chigi dopo l’imprimatur parlamentare. Sul tappetto una ricca dotazione: per l’Italia risorse quantificabili in circa 209 miliardi di euro di cui 81,4 in sussidi, lungo un periodo di sei anni. “Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia”, ha precisato Draghi nel suo discorso programmatico al Senato. Il progetto Next Generation EU rappresenta per i Paesi dell’Unione un’iniziativa fortemente innovativa rispetto al complesso dei mezzi finanziari a disposizione che si concentrano, in particolare, sul comparto trasversale legato alla transizione digitale ed ecologica. Un volano per stimolare in modo significativo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda aggregata, premessa della ripresa economica. Per i Paesi ad alto debito come l’Italia, debito che la pandemia ha innalzato in modo significativo, un efficace programma di investimenti accompagnato da ambiziose riforme strutturali è la sola opzione praticabile per riportare il rapporto debito/pil su un piano di sostenibilità, puntando ad accrescere l’impatto del denominatore sull’evoluzione di lungo periodo del rapporto in parola. Come ha ricordato il Premier nel suo intervento a Palazzo Madama, “gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo Conte saranno d’importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale”. Si tratta cioè di valutare la caratura strategica degli interventi progettuali, le riforme abilitanti, la collaborazione tra pubblico e privato. “Le missioni del Programma, ha chiarito Draghi, potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva. Rafforzeremo il Programma per quanto riguarda gli obiettivi e le riforme che li accompagnano.” Di grande significato il richiamo all’Italia post bellica: “Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una nuova ricostruzione.” Dalla reputazione del Governo e dalle aspettative che sarà in grado di generare dipenderà il superamento della pandemia e della crisi economica. La crescita di un Paese non scaturisce solo da variabili economiche. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Fattori che determinano il progresso di un Paese a patto di una “unità intesa non come una opzione ma come un dovere.” L’uso ottimale dei fondi europei si misurerà sulla qualità dei progetti di riforma e di investimento pubblico, ma anche, se non soprattutto, dalla capacità di trainare l’intrapresa privata e riportare tra le famiglie la fiducia nel futuro, fiducia che condiziona sia la loro propensione al consumo sia la loro voglia di investire in capitale umano. La pandemia ha determinato una situazione oggettiva di blocco delle economie, ma la percezione di inadeguatezza dell’azione di rafforzamento delle strutture sanitarie ha amplificato l’incertezza, cioè la componente soggettiva che paralizza l’economia. Adesso tocca a Mario Draghi e alla responsabilità di tutte le espressioni politico-parlamentari del suo Governo la ricerca di una soluzione strategica che rimetta l’Italia sulla strada di uno sviluppo socio-economico durevole nel solco della sua storica vocazione di Nazione co-federatrice dell’Europa Unita. Una road map credibile, proiettata verso un futuro comunitario condiviso. Su questo punto Draghi ha tracciato nette le linee...
Read MoreIL CASHBACK, LA NUOVA FRONTIERA DEL FISCO
Una scommessa da cinque miliardi. E’ la posta in palio prevista dalla Finanziaria 2020 per stanare l’evasione fiscale attraverso un maggiore utilizzo di pagamenti elettronici (“cashback”). Un premio in danaro a favore dei soggetti privati che effettuano acquisti di beni e servizi, compresi i pagamenti relativi ai rifornimenti di benzina, al bollo e all’assicurazione auto. Sono esclusi gli acquisti online, quelli destinati alle attività imprenditoriali/professionali, i pagamenti con domiciliazione bancaria, le ricariche telefoniche effettuate presso sportelli ATM. Dopo la fase natalizia di rodaggio, la macchina del cosiddetto “rimborso di Stato” gira a pieno regime. Fino al 30 giugno 2022 è previsto un rimborso percentuale per ogni pagamento digitale pari al 10%, senza un importo minimo di spesa (un caffè vale come una lavatrice). La quantificazione del rimborso è determinata sul valore complessivo delle transazioni effettuate nel semestre, almeno cinquanta per un importo complessivo non superiore a € 1500. Sarà quindi possibile ottenere un rimborso massimo di € 150 per singolo semestre, fino a € 300 l’anno. Un rimborso speciale di € 1500 (“super cashback”) è previsto a favore dei primi 100 mila soggetti che totalizzano, in un semestre, il maggior numero di transazioni con la “moneta elettronica”. I rimborsi del cashback (esentasse) avverranno entro 60 giorni dalla fine del singolo semestre con accredito sul conto bancario/postale comunicato all’atto dell’iscrizione. Nonostante la procedura complessa e macchinosa per aderire al cashback, gli iscritti al programma hanno superato quota 7,5 milioni. Gli esercenti abilitati, in possesso di dispositivi di accettazione dei pagamenti come il POS, sfiorano quota 12 milioni. Numeri importanti, lontani comunque dalle stime previsionali, di un’operazione per la quale il governo ha stanziato 4,75 miliardi di euro nel biennio 2021-2022, cui vanno aggiunti ulteriori risorse per la “lotteria degli scontrini”, al via dall’1 febbraio. Basteranno questi premi a convertire l’italica gente a un uso diffuso di carte di credito e di bancomat nella strategia di contrasto all’evasione fiscale? Molte le incognite per un buco annuale di 110 miliardi di euro con la forte incidenza dell’Iva di circa 35 miliardi (siamo i “primi” in Europa). A consuntivo andranno valutati i reali benefici in termini di maggiore gettito tributario e recupero di evasione per l’Erario. Una partita dal risultato incerto, legato a prassi consolidate. In materia di lotta all’evasione, si studiano con interesse le azioni messe in campo in alcuni Paesi, il Portogallo in particolare, dove un meccanismo simile ha dato risultati molto positivi, riducendo in modo significativo il “tax gap” dell’Iva, la differenza fra imposta incassata e quella dovuta in un regime di perfetto adempimento. Il presupposto per ottenere buoni risultati certamente è stata la semplicità di accesso al sistema rispetto all’Italia che ha scelto una strada meno lineare con l’app IO, Spid/Carta d’identità elettronica e issuer convenzionati. Ma al di là dell’obiettivo di fondo legato alla emersione del sommerso, l’utilizzo dei pagamenti elettronici, secondo un recente studio di Bankitalia, nel precario contesto economico segnato dalla pandemia, supportando gli acquisti online, favorirebbe i consumi contenendo la caduta del Pil. “Un’economia con pagamenti molto digitalizzati è molto più resiliente a choc esterni di un’economia troppo basata sul contante.” Sull’uso incentivato della moneta elettronica c’è comunque da registrare una lettera della Banca centrale europea con la quale vengono mossi rilievi critici al governo italiano per “aver privilegiato uno strumento di pagamento rispetto ad altri senza averne verificata preventivamente la legittimità a livello europeo.” Chiaro il principio della Bce in materia di moneta: ”Gli Stati dell’Eurozona non possono adottare politiche e regolamentazioni monetarie per perseguire altri fini interni.” Qualunque disincentivo o limitazione nazionale ai pagamenti in contanti deve essere conforme al diritto dell’Ue. Sulla...
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