I MURI DELL’ EUROPA, UN RITORNO AL PASSATO
Un dramma umanitario quello che si sta consumando, in un clima di incredulità, al confine tra Bielorussia e Polonia, nel cuore dell’Europa. Da alcuni mesi il governo di Minsk spinge con sempre maggiore pressione migliaia di migranti verso la frontiera polacca, con il raccapricciante obiettivo di alimentare tensioni e pressioni non solo sulla vicina Polonia, ma sull’Unione europea. Un popolo di disperati provenienti dal Medio Oriente, dall’Afghanistan o dalla Siria, viene usato come un’arma, una barbara ritorsione, come risposta della Bielorussia alle sanzioni europee dovute al non riconoscimento della vittoria elettorale di Lukashenko nell’agosto 2020 e del suo regime autoritario, artefice di una dura repressione esercitata senza tregua nei confronti dell’opposizione. E’ stata creata una rotta migratoria artificiale percorsa da migliaia di migranti che, scortati dalle guardie di frontiera bielorusse, raggiungono il confine con la Polonia, porta d’ingresso dell’Unione europea, con la speranza di una vita migliore. Ma la frontiera polacca è ermeticamente chiusa e protetta con una recinzione di filo spinato a difesa della quale sono stati schierati oltre 12.000 soldati, 4.500 guardie di frontiera, 2.000 agenti di polizia. Varsavia ha proclamato lo stato di emergenza, respingendo i migranti con pratiche contrarie al regolamento di Dublino e al diritto internazionale. In questa striscia di terra di frontiera si sta dipanando una profonda crisi umanitaria, si sta giocando una tragica partita sulla pelle di persone, uomini, donne e bambini, vittime di un gioco politico al massacro: prima illuse dalla Bielorussia e poi umiliate e scacciate da Varsavia. Unico loro torto quello di fuggire dai conflitti e dalla morte e di aver creduto in un futuro diverso. Una vicenda disumana, dai toni aberranti. Il governo polacco sta di fatto cercando di utilizzare il flusso migratorio dalla Bielorussia in maniera strumentale, non solo per accrescere il consenso politico all’interno del gruppo di Visegrad, ma -erigendosi a paladina dei confini dell’Ue- anche per allentare le forti tensioni con Bruxelles sullo stato di diritto. Superare cioè il profondo solco giurisprudenziale causato dalla recente sentenza della Corte costituzionale polacca che, stabilendo che alcune disposizioni del Trattato sull’Unione europea (Teu) sono illegittime perché incompatibili con la Costituzione della Polonia, ha clamorosamente respinto il primato del diritto comunitario sulla legislazione nazionale. In particolare, secondo i giudici costituzionali polacchi, gli organi dell’Ue, in primis la Corte di giustizia, non dispongono del potere di stabilire come debba essere organizzato il potere giudiziario negli Stati membri dell’Unione. Varsavia ha voluto sfidare la visione sovranazionale dell’Ue che sta alla base del Trattato istitutivo: ”l’Unione è una comunità di valori e di diritto”, si fonda sulla condivisione da parte degli Stati membri degli stessi principi e assetti costituzionali. Lo ha ribadito con una dura presa di posizione la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, sottolineando come lo stato di diritto sia “il collante della democrazia europea”. Per la Polonia, che non ha sospeso l’applicazione della riforma (politica) della magistratura, è stata attivata una procedura d’infrazione, oltre a gravose sanzioni e al congelamento dei fondi comunitari. E’ in atto una guerra istituzionale fra Bruxelles e Varsavia. E a farne le spese in questa guerra sono i tanti migranti che bussano alle porte dell’Europa per trovare un rifugio sicuro. Ma è buio fondo. Mentre Minsk spinge a destabilizzare l’Ue con una strategia aggressiva ai suoi confini, Varsavia rilancia con particolare sprezzo dei diritti umani, sempre più calpestati e negati, una politica di rigida chiusura a ogni flusso migratorio. E invece di campi profughi costruisce muri. Un muro frontaliero di oltre 200 chilometri, alto quasi sei metri, per fermare, in nome del “superiore interesse nazionale”, tanti disperati. La costruzione del...
Read MoreLA LEGGE DI BILANCIO, SFIDA PER LA CRESCITA ECONOMICA
Dopo una complicata approvazione con “riesame tecnico” per la riscrittura ex novo di alcune norme e l’inserimento postumo di altre disposizioni, il Governo ha dato il via libero alla Legge di Bilancio 2022 che, con venti giorni di ritardo, approda in Senato, a Palazzo Madama. In un clima di grande tensione e forti contrasti fra i partiti inizia il lungo iter parlamentare. Sarà certamente un dibattito dimezzato, con un passaggio solo formale alla Camera per i tempi ristretti, dovendo la manovra essere approvata dal Parlamento entro la fine dell’anno per evitare l’esercizio provvisorio. In 219 articoli, contenuti in un voluminoso documento di oltre 100 pagine, è racchiuso il fil rouge di una manovra per la crescita che, ha dichiarato il premier Draghi, “agisce sulla domanda e sull’offerta, taglie le tasse, stimola gli investimenti e migliora la spesa sociale”. Una manovra espansiva, da trenta miliardi, per aiutare l’economia a uscire dalla crisi determinata dalla pandemia, rafforzando le previsioni del Pil oltre il 6%. Un quadro macroeconomico già delineato nel Dpb, Documento programmatico di bilancio, approvato lo scorso 15 ottobre dal Consiglio dei ministri per l’invio alla Commissione Ue, con risorse in deficit per 23,4 miliardi. Un bilancio in “profondo rosso” reso possibile dalla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità con la sospensione a tutto il 2022 delle regole europee di bilancio e del saldo di medio termine concordato con Bruxelles. Una manovra, negli auspici generali, che spinge verso la crescita, anche se -ormai è chiaro- questa sfida si gioca altrove: sull’attuazione a livello nazionale del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sul controllo dell’inflazione a livello sovranazionale e, soprattutto, sulla capacità di reazione del nostro sistema produttivo alla ripresa della domanda, strettamente legata al controllo della pandemia e alla sua evoluzione. Un bilancio a 360 gradi, vengono affrontati una miriade di questioni. Dalla riduzione della pressione fiscale e contributiva a interventi in campo previdenziale, dagli investimenti a disposizioni su scuola, università, sanità e lavoro. Passando attraverso la consueta e complessa riorganizzazione dei tanti bonus fiscali, tema di scontro all’interno della maggioranza. In particolare, per quanto riguarda il fisco, il disegno di legge varato dal Governo prevede la costituzione di un fondo di 8 miliardi di euro per il 2022 e di altri 8 per l’anno successivo destinati alla riduzione degli oneri fiscali tra cuneo fiscale, Irpef e Irap. Ma tutto resta ancora da scrivere. Si tratta infatti di una misura che dovrà trovare contenuti concreti con la legge delega sulla riforma del fisco, attualmente all’esame del Parlamento. Rinviate al 2023 la plastic tax e la sugar tax. Stop al cashback, il rimborso di Stato per acquisti con pagamenti tracciabili che sarebbe dovuto ripartire dall’ 1 gennaio 2022. Il relativo risparmio, pari a 1,5 miliardi, sarà utilizzato per la riforma degli ammortizzatori sociali. Per quanto riguarda le pensioni, con buona pace dei suoi fautori, finisce il triennio sperimentale di “Quota 100” che aveva cancellato la contestata Legge Fornero del 2011. Al suo posto “Quota 102” che permetterà l’uscita dal lavoro con 64 anni di età anagrafica e 38 anni di anzianità contributiva. Nel 2023 in pensione con “Quota 104”. Per opzione donna 58 anni l’età di uscita. Sul fronte caldo dei bonus fiscali, confermati i bonus edilizi ed energetici in vigore, ma con alcune variazioni. Il bonus del 110 per cento è prorogato al 30 giugno 2022, con ulteriore estensione al 31 dicembre 2022 per tutti i condomini e per le abitazioni principali di contribuenti con Isee inferiore a 25 mila euro. Dal 2022 la detrazione calerà fino a raggiungere il 65 per cento nel 2025....
Read MoreASTENSIONISMO, UN VIRUS PERICOLOSO
Il secondo turno dell’election day di ottobre ha confermato nell’ astensionismo il vero protagonista di questa tornata elettorale amministrativa. I ballottaggi hanno riproposto la forte disaffezione alle urne dove si è recato soltanto il 43,9% dei circa 5 milioni di potenziali elettori. Un ulteriore calo di votanti rispetto al già desolante dato del primo turno (54,7%). Meno della metà, la partecipazione più bassa di sempre. Emblematica la flessione registrata a Roma (9,5%), ancora di più quella di Torino (12,3%). Chi vince nelle urne, anche quando vince bene (come Manfredi a Napoli, Sala a Milano e Gualtieri a Roma), appare dimidiato dal fatto di rappresentare una consistente minoranza di elettori. L’indicazione che viene dal non voto è inquietante: in Italia, la politica, intesa come condivisione e partecipazione, sta scivolando verso l’irrilevanza. Un segnale di rifiuto e di forte sfiducia nei confronti dei partiti politici e delle istituzioni, il Parlamento in primis, che dovrebbero rappresentare le istanze dei cittadini. La minore importanza attribuita alla politica, sempre più “frammento“ dell’identità personale, la crescente disillusione che si traduce in disaffezione, il ridimensionamento delle organizzazioni dei partiti sul territorio e soprattutto la carente credibilità del messaggio politico riconducibile al profilo dei candidati proposti dai partiti o allo scarso appeal delle loro proposte, sono fattori che si traducono in demotivazione e nella rinuncia al voto. Un astensionismo record che dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche, non solo quelle che verosimilmente con scelte scellerate hanno alimentato in misura maggiore la protesta, e quindi il bacino del non voto. Se a votare è andata la minoranza del Paese, c’è una palese crisi della democrazia generata dal decadimento di una classe politica che denota spesso una totale assenza di cultura politica, espressione di preparazione e competenza. Tanta improvvisazione e una incapacità nel formulare una seria proposta politica non ancorata a misere questioni di bottega. Tutto appare inquinato dalla corsa a mettere bandierine di partito in dibattiti pretestuosi, a rincorrere i fantasmi del passato, a perseguire sovranismi antistorici, a disegnare demagogici populismi, trascurando di fatto l’azione di sviluppo socio-economico del Paese con i problemi reali della gente. Si può essere bravi specialisti nel fomentare la rabbia sociale soffiando sul fuoco della protesta e della disubbidienza civile ma penosi dilettanti di governo se privi di competenze e visione programmatica nell’affrontare le sfide del Paese. Una politica lucida si fermerebbe a riflettere. Invece le analisi del voto rimuovono totalmente il macigno dell’astensionismo. Si sta creando uno spazio enorme che rappresenta un buco nero dell’offerta dei partiti. Il disagio è particolarmente diffuso nelle periferie delle grandi città, c’è sfiducia, prevale un senso di non rappresentanza nei quartieri più popolari che si esprime nel non voto. Le persone socialmente più deboli, lontane dalle contrapposizioni ideologiche del passato, sono diventate anche le più scoraggiate, quelle che hanno perso qualsiasi speranza nella possibilità di una soluzione collettiva ai propri problemi esistenziali. Privi dell’antica passione, i ceti meno abbienti e meno garantiti guardano alla politica con diffidenza e molto distacco. Una situazione che è indice di un grave fenomeno: la radicale perdita di fiducia nella democrazia come veicolo di cambiamento ed emancipazione sociale. L’esercizio dei diritti politici fra disoccupati, precari, marginali, impoveriti ha perso da tempo molte delle sue attrattive. E l’esercito del non-voto e della non partecipazione continua a ingrossarsi con l’arrivo di tanti giovani in fuga dal voto per motivi legati alla precarietà del lavoro, al pessimismo riguardo al futuro, nonché alla confusione ideologica causata dai ricorrenti trasformismi politici dei signori che siedono nelle aule parlamentari. Diventa sempre più profondo il fossato fra cittadini e politica. E’ tempo dunque che i partiti e...
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