LA RIFORMA DEL PATTO DI STABILITA’
Unione europea, work in progress. Dopo il Recovery Plan for Europe con l’ambizioso progetto Next Generation EU varato per fronteggiare la recessione pandemica, due nuovi capitoli si aggiungeranno nel 2022 alla complessa storia comunitaria: l’atto finale della Conferenza sul futuro dell’Europa in corso dallo scorso 9 maggio e la riforma del Patto di stabilità e crescita. Un tema quest’ultimo di grande rilevanza nella politica di bilancio dei Paesi europei. Un accordo tra i Paesi membri dell’Ue che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: il deficit pubblico (differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) che non deve superare il 3% del Pil e il debito pubblico che non deve superare il 60% del Pil. Parametri molto rigorosi, più volte terreno di scontro fra i falchi del Nord e i Paesi cicala del Sud Europa. Le norme del Patto di stabilità e crescita (Stability and Growth Pact), secondo i principi contenuti nel Trattato di Maastricht del 1992, “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche e a correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi.” Di fatto si vuole evitare che gli squilibri interni e la mancanza di rigore di un singolo Stato per allegra finanza possano mettere a rischio la sua stessa tenuta e quella dell’Ue. Per i Paesi “trasgressori” la Commissione Ue può promuovere una procedura d’infrazione che attraverso un avvertimento preventivo e una serie di raccomandazioni si conclude con una sanzione. Nel marzo 2020 la Commissione Von der Leyen, per limitare l’impatto socio-economico della pandemia, aveva proposto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, autorizzando i singoli Paesi membri a elargire contributi senza il rischio di raccomandazioni correttive o di sanzioni in caso di sforamento del deficit e del debito pubblico. Maggiore flessibilità della finanza pubblica per sostenere l’economia durante la crisi, tutelando imprese e famiglie. Nella previsione di condizioni economiche dell’Ue ante crisi per il 2023, il Meccanismo europeo di stabilità (MES) lo scorso ottobre è intervenuto nel dibattito lanciato dalla Commissione europea per la revisione del Patto di stabilità con una importante proposta: tetto del deficit sempre al 3%, ma limite del rapporto tra debito pubblico e Pil al 100% (invece dell’attuale 60%). In un panorama economico radicalmente stravolto dalla crisi pandemica, il MES sostiene che nel medio termine il nuovo parametro del Patto, con un allentamento ragionato e motivato dei vincoli sul debito, possa favorire la graduale eliminazione delle misure fiscali discrezionali legate alla pandemia, rilanciare l’economia e nel lungo termine rafforzare l’impegno del singolo Stato verso posizioni di bilancio sostenibili. Ridurre cioè l’indebitamento senza ricorrere a tasse più alte e a tagli alla spesa sociale. Tornare all’obiettivo pre-crisi di debito del 60% del Pil potrebbe minare la ripresa economica e potenzialmente indebolire l’impegno verso le regole comunitarie. “Abbiamo bisogno di più spazio di manovra e di margini di spesa sufficienti per prepararci al futuro e per garantire la nostra piena sovranità.” Lo hanno scritto di recente in una lettera congiunta sul Financial Times il premier Draghi e il presidente francese Macron. A distanza di anni, arriva dunque la conferma di un parametro, quello del debito al 60% del Pil, “irrealistico”, reso ancor più inaccettabile dagli effetti devastanti della crisi. A certificare il flop dell’austerità è il MES e cioè il suo direttore generale, il tedesco Klaus Peter Regling, il “falco della Troika”. Con buona pace della Grecia e di tutti quei Paesi, Italia di Mario Monti compresa, che hanno dovuto fare i conti in passato con i severi diktat di Bruxelles: misure lacrime...
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