SALARIO MINIMO E DIGNITA’ DEL LAVORO
Prosegue il dibattito sul salario minimo dopo lo storico accordo raggiunto a Strasburgo fra Consiglio Ue, in rappresentanza dei 27 Stati membri dell’Unione, e il Parlamento europeo. Un negoziato durato oltre un anno e mezzo per scrivere le nuove regole che, negli auspici della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, “tuteleranno la dignità del lavoro e faranno in modo che il lavoro paghi il giusto compenso”. La direttiva, che dovrà essere approvata dalla plenaria del Parlamento europeo, non impone agli Stati di cambiare i sistemi nazionali esistenti sul salario minimo, ma stabilisce un quadro procedurale per promuovere salari minimi “adeguati ed equi”. Non ci sarà quindi un salario europeo valido per tutti i 27 Paesi ma sarà commisurato al costo della vita all’interno di una normativa finalizzata al superamento di ogni disuguaglianza. L’Europa chiede ai suoi partner di dare la giusta attenzione alla questione salariale proprio nel momento in cui l’inflazione rialza la testa mettendo a dura prova il potere d’acquisto di vaste fasce sociali. Sarà competenza degli Stati decidere se legiferare o meno sul livello salariale minimo. Sono attualmente 21 gli Stati membri dell’Ue nei quali esiste il salario minimo, negli altri sei vige la contrattazione collettiva, tra cui l’Italia, oltre a Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia e Cipro. La direttiva propone ai primi di verificare l’adeguatezza del salario minimo legale rapportato alle condizioni socio-economiche, al potere d’acquisto, nonché al livello di sviluppo della produttività nazionale. Ai Paesi con relazioni industriali regolamentate dalla contrattazione collettiva viene raccomandato di creare un piano d’azione per aumentare la copertura della forza lavoro, coinvolgendo le parti sociali. In Italia, in particolare, dove c’è un consolidato sistema di contrattazione collettiva che copre l’88,9% dei dipendenti di imprese del settore privato extra-agricolo, non c’è una legge che fissa un minimo legale (fermo al Senato un disegno di legge del M5S per un salario minimo a 9 euro). Allarmanti i dati dell’Inps: oltre 5 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di mille euro al mese, 4,5 milioni quelli che vengono pagati meno di 9 euro lordi all’ora, oltre 2 milioni i lavoratori che percepiscono 6 euro lordi all’ora. Assicurare diritti e dignità a chi lavora, “tenendo bene insieme salario minimo e contrattazione, l’uno in funzione dell’altro”, ha osservato il Ministro del Lavoro Orlando. Ma sono in molti a chiedersi se l’introduzione di un salario minimo nel nostro Paese possa effettivamente avere una qualche utilità sociale in termini di aumento reale dei salari e di crescita del potere d’acquisto dei lavoratori. Tante le questioni sul tappeto. Prioritario sarebbe stabilire il “primato giuridico” fra salario minimo previsto dalla legge e i minimi tabellari inclusi nella contrattazione collettiva per evitare un deleterio contenzioso giudiziale, a scapito della certezza del diritto. Una eventuale convergenza verso l’alto dei salari minimi già previsti dalla contrattazione collettiva potrebbe generare ricadute economiche per le imprese e quindi, a cascata, per i consumatori per effetto del conseguente aumento dei prezzi. E una rincorsa fra prezzi e salari alimenterebbe pericolosamente la spirale inflazionistica. In un contesto economico, caratterizzato da sistemi produttivi in continua trasformazione tecnologica, ed è questa l’obiezione di fondo, risulta difficile incasellare in termini generali il salario minimo a tutela delle condizioni retributive dei lavoratori. Diritti che potrebbero invece essere meglio garantiti se ancorati alla professionalità e al risultato finale, e quindi alle condizioni di maggiore flessibilità proprie della contrattazione collettiva. Per le parti sociali un intervento legislativo non è la soluzione, mortifica la contrattazione che è il cuore del sistema italiano nell’ambito della concertazione sindacale. “E opportuno non scardinare la contrattazione, secondo il Presidente di Confindustria Bonomi, ma potenziarla, affidandole il...
Read MoreRIFORMA FISCALE, UN’OPERA INCOMPIUTA
Dopo mesi di scontri e di rinvii, la irrequieta maggioranza di governo ha trovato un faticoso accordo per far ripartire l’iter legislativo del fisco del futuro. Un compromesso al ribasso sui 10 articoli del disegno di legge delega per la riforma fiscale che, nell’intento del premier Draghi, “punta ad abbassare la pressione fiscale, razionalizzare e semplificare il sistema tributario preservando la progressività impositiva e riducendo i fenomeni di evasione ed elusione fiscale”. Il 20 giugno il disegno di legge approderà in aula, alla Camera, successivamente in Senato. Dopo l’approvazione del Parlamento, la legge delega tornerà al governo che avrà 18 mesi di tempo per emanare i decreti di attuazione. A rendere operativa la riforma potrà essere l’attuale esecutivo di Palazzo Chigi o il governo che uscirà dalle elezioni politiche in primavera, con tutte le variabili e le incertezze del caso. I principi dettati nella delega riguardano sia la riforma dell’Irpef, per alleggerire il prelievo sui redditi medio-bassi, sia quelle delle imposte sulle imprese, Ires e Irap, con il graduale superamento di quest’ultima. L’intesa tra partiti e governo archivia le addizionali comunali, sostituite da una sovraimposta. Non è stato un cammino facile. Il fisco è da sempre terreno politicamente esplosivo e divisivo, un terreno di proclami, slogan e bandierine. Un terreno per shopping elettorale. Particolarmente forti i contrasti registrati all’interno della maggioranza sul catasto, con il governo più volte sull’orlo della crisi. L’abbandono dell’originaria idea di attribuire a ogni immobile un “valore patrimoniale”, allineato ai valori di mercato, ha sgomberato dai nuvoloni neri l’orizzonte della riforma fiscale. Il “nuovo” catasto che scatterà nel 2026, al di là dei discorsi di facciata di alcuni partiti, non presenta quindi grandi novità ai fini di un riequilibrio della tassazione sugli immobili, in particolare per una pressione fiscale sulle abitazioni più equa. Il contestato “valore patrimoniale” ha lasciato il posto a una “rendita catastale ulteriore, suscettibile di periodico aggiornamento” da affiancare a quella già presente nella visura catastale. Questo “valore parallelo”, salvo sorprese legislative del futuro, non influenzerà il calcolo dell’Imu e delle altre imposte immobiliari. Non si passa dunque da un regime catastale a uno patrimoniale basato su valori reali di mercato. Resta così l’incongruenza tra le rendite e i valori commerciali, e quindi l’iniquità della tassazione in presenza di immobili accatastati in passato in zone centrali delle grandi città, con rendite da case popolari, che pagano meno rispetto a immobili di recente costruzione in periferia con rendite aggiornate. Senza ignorare gli edifici residenziali degli Anni 40 trasformati attraverso migliorie in case di lusso e ville con piscina. Ancora più deludenti i risultati sull’obiettivo di “una progressiva revisione del trattamento fiscale dei redditi personali derivanti dall’impiego del capitale”, sia mobile che immobile, verso un sistema compiutamente duale, mettendo ordine nel ginepraio delle aliquote attuali, che vanno dal 10% e dal 21% della cedolare secca sugli affitti al 26% sui capital gain, passando per il 12,5% su titoli di Stato e risparmio postale. Restano invariati quindi i regimi alternativi all’Irpef: nessuna “tassa piatta” unica, sopravvive la parcellizzazione delle imposte sostitutive che ripropone non poche disparità di trattamento di cui è davvero difficile predicare la compatibilità con i principi di uguaglianza e capacità contributiva di cui agli articoli 3 e 53 della Costituzione. Con lo svuotamento della riforma del catasto e il depotenziamento del sistema duale, sono non pochi i dubbi sulla reale idoneità di questa legge delega, privata dai partiti di buona parte della sua carica innovativa, a riportare ordine e a raggiungere quindi risultati positivi almeno nel medio periodo. Il rischio è che il sistema fiscale, nella sostanza, resti così com’è, lasciando...
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