RIFORMA FISCALE, LUCI E OMBRE
Dopo oltre cinquant’anni dalla riforma di Bruno Visentini dell’ottobre 1971, il sistema tributario si avvia verso un profondo cambiamento strutturale. Nel disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri sono fissati i principi cardine della riforma 2023: riduzione della pressione fiscale (oggi al 43,5%) per cittadini e imprese, lotta all’evasione, rapporto tra Stato e contribuente meno vessatorio e più collaborativo con una semplificazione degli obblighi dichiarativi e uno sfoltimento della normativa, nel rispetto dello Statuto del contribuente e della certezza del diritto. L’asse portante della legge delega, divisa in 4 parti e 21 articoli, è rappresentato dalla flat tax per tutti entro la fine della legislatura, anticipata da quella “incrementale” solo per i dipendenti. Un’imposta sostitutiva dell’Irpef in luogo delle aliquote per scaglioni di reddito per garantire l’equità orizzontale con aliquota unica di prelievo, come nei Paesi dell’Est, sull’imponibile delle persone fisiche (autonomi, dipendenti e pensionati). Una misura contestata da Sindacati (“subito il taglio del cuneo fiscale”) e opposizione, perché ritenuta lesiva del principio costituzionale di progressività dell’imposta, a tutela dei redditi più bassi. Un principio che sarà garantito, assicurano a Palazzo Chigi, modulando detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta che saranno inversamente proporzionali al reddito. La tassa piatta sarà preceduta da una fase transitoria con la riduzione delle aliquote da quattro a tre: aliquota al 23% per i redditi fino 28mila euro, 35% per i redditi fino a 50mila euro e 43% per i redditi oltre i 50mila euro. In cantiere l’unificazione della no tax area tra dipendenti e pensionati (8.500 euro). Per le società è prevista la modifica dell’Ires con un’aliquota agevolata al 15% per investimenti in beni strumentali e in occupazione, la trasformazione dell’Irap in sovrimposta sull’Ires. Particolarmente significative altre misure della riforma: la razionalizzazione delle tax expenditures, ovvero delle agevolazioni fiscali (una giungla di circa 600 voci, con una perdita di gettito di 165 miliardi l’anno), la revisione delle aliquote Iva e dei suoi presupposti impositivi in funzione dei panieri di beni e servizi. Saranno velocizzate le procedure relative ai rimborsi. Novità anche per le imposte indirette minori con la sostituzione dell’imposta di bollo, delle imposte ipocatastali e dei tributi speciali con un tributo unico, in misura fissa. Previsti interventi legislativi per i tributi regionali ai fini dell’attuazione del federalismo fiscale e per quelli locali, con l’attribuzione del gettito Imu dei capannoni industriali e produttivi direttamente ai Comuni. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, con il superamento graduale degli indicatori sintetici di affidabilità (Isa), viene istituito il “concordato preventivo biennale”. Si tratta di un rafforzamento dell’adempimento collaborativo con l’idea di riscrivere le regole della lotta all’evasione fiscale che diventa preventiva e non più repressiva. Ai fini delle imposte, si paga quanto pattuito in anticipo con l’Agenzia delle Entrate per due anni, senza rischi di accertamenti, nel segno della trasparenza e del dialogo per recuperare l’inefficienza del sistema legato a sanzioni e riscossione (i crediti non riscossi sono circa 153 miliardi di euro). Obiettivo del Governo, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni, è di “riordinare tutto il sistema tributario per rendere il nostro ordinamento coerente con quelle che sono le regole dell’Ue e internazionali e rilanciare l’Italia sul piano economico e sociale”. I decreti delegati, che conterranno la disciplina attuativa dei principi espressi nella delega, saranno adottati entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della Legge delega. Sul tappeto restano le tante incognite sui risultati finali dell’operazione “Fisco nuovo”, legati ai temi più controversi della riforma: dalla lotta all’evasione (un buco di circa 100 miliardi di euro annui) alla spending review, dalla riforma dei bonus e delle tax expenditures alla tassazione dei...
Read MoreBONUSI EDILIZI E MALUS POLITICI
“Un provvedimento imprudente, non replicabile, con un costo di 2000 euro per ogni italiano”. Nel giudizio tranchant del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la sintesi della telenovela tutta italiana legata al superbonus 110% con le opzioni di cessione del credito/sconto in fattura. La misura, fiore all’occhiello del governo Conte 2, è stata introdotta con il “Decreto Rilancio” nel maggio 2020 per dare ossigeno all’economia, in particolare al settore edilizio strozzato dalla pandemia da Covid 19, con l’ambizioso obiettivo del milione di nuovi posti di lavoro. La spinta c’è stata. Ma anche una speculazione senza precedenti in termini di evasione e frodi. Dai controlli svolti dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza sono stati individuati 9 miliardi di crediti d’imposta irregolari di cui circa 3,6 miliardi oggetto di sequestro da parte dell’Autorità giudiziaria. Un dato significativo che pone l’Italia in testa alla classifica dei Paesi dell’Ue con il maggiore stock di frodi al fisco, evidenziato nel primo bilancio annuale presentato dalla Procura europea. Una “legge scellerata” che ha consentito ai cittadini di spendere a totale carico dello Stato, senza alcun controllo sulla congruità e necessità della spesa e sulle diversità reddituali dei contribuenti. Una “patrimoniale alla rovescia”, l’ha definita Mario Monti sulle colonne del Corriere della Sera: un tributo a carico dello Stato tale da accrescere il valore dei beni di coloro che, in gran parte, ne posseggono di più. Inevitabile la ricaduta sui conti pubblici: scattato il codice rosso. I crediti fiscali derivanti da bonus edilizi generati dal 2020, secondo i dati forniti dal direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Ruffini in occasione della recente audizione alla VI commissione Finanze della Camera, ammontano a circa 111 miliardi di euro, di cui ben 62 miliardi derivanti dal superbonus, e il resto dalle altre agevolazioni edilizie (facciata, ristrutturazione, ecobonus, fotovoltaico, ecc.). Il primo a lanciare l’allarme per la tenuta dei conti è stato l’ex premier Mario Draghi, rimasto vittima della ferma opposizione del M5S a qualsiasi intervento modificativo. Al Governo Meloni quindi è toccato il lavoro sporco. Improvviso ma non inatteso il decreto legge del 16 febbraio che ha cancellato il sistema dei bonus, colpevolmente intossicato: stop alla cessione del credito e allo sconto in fattura. Una bomba dal punto di vista economico per le imprese del settore edilizio che hanno in portafoglio 19 miliardi di euro di crediti “incagliati” e per una vasta fascia di proprietari di immobili che, per recuperare il credito d’imposta, una ventina di miliardi, dovranno fare ricorso alla detrazione diretta con la dichiarazione dei redditi, con rate annuali. Crediti sulla carta difficili da smaltire se non a un compratore di ultima istanza (Cassa depositi e prestiti?). In tilt anche il sistema bancario con la capienza fiscale azzerata. Un provvedimento opportuno, migliorabile in sede di conversione in legge, emanato per fronteggiare un fenomeno ormai da tempo fuori controllo, con pericolose zone d’ombra diffuse in tutto il Paese. L’erogazione a piene mani di bonus di ogni genere, figlia dei malus delle passate stagioni politiche, ha avuto un impatto sui conti pubblici ben oltre le previsioni, con un surplus di 40 miliardi di euro. La conferma del danno prodotto ai saldi di finanza pubblica è arrivata dalle rilevazioni dell’Istat su Pil e sul deficit pubblico diffuse nei giorni scorsi. Per effetto della revisione dei criteri di contabilizzazione delle mancate entrate prodotte dal superbonus e dagli altri incentivi fiscali all’edilizia, concordata con Eurostat, è stato rivisto al rialzo il deficit 2021 che dal 7,2% del Pil passa al 9% e quello del 2022, previsto al 5,6% che sale all’8% del Pil. Il perdurare della telenovela “Paga lo Stato” avrebbe messo...
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