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PACE FISCALE E CACCIA AI VOTI

Posted by on Lug 22, 2023 in Fisco e Soldi | Commenti disabilitati su PACE FISCALE E CACCIA AI VOTI

PACE FISCALE E CACCIA AI VOTI

Ci risiamo. Un mini condono, una “pace fiscale” per contribuenti con debiti fino a 30mila euro, che preveda il pagamento solo di una parte del dovuto. E’ la proposta formulata dal vicepremier Salvini, arrivata mentre il Parlamento è impegnato nell’approvazione della Legge delega di Riforma fiscale. Del tutto inattesa e inopportuna perché mette a serio rischio il successo finale della “rottamazione quater”: quasi quattro milioni di richieste di adesione arrivate all’Agenzia delle Entrate per la cancellazione di sanzioni e interessi (circa 20 miliardi di euro), per un gettito previsto di oltre 15 miliardi di euro. Resta da vedere, però, chi pagherà le rate della definizione agevolata di cui le prime due pari al 10% dell’importo liquidato scadono a ottobre e novembre. L’annuncio di un condono che, oltre all’abbuono di sanzioni e interessi, azzera anche una parte rilevante delle imposte condiziona ogni più ottimistica previsione legata alla rottamazione delle cartelle. Sono circa quindici milioni gli italiani con un debito fiscale fino a 30mila euro. Una grande massa, circa il 97% dei contribuenti che hanno pendenze con l’erario, anche se la maggior parte dell’evasione accertata viene da quel 3% con i debiti più elevati. Più di 7 milioni sono gli italiani che ogni anno, e da anni, ricevono almeno una cartella esattoriale per debiti pregressi non pagati. Ed è mostruoso il debito erariale accumulato nel tempo: alla fine dell’anno scorso ammontava a ben 1.153 miliardi di euro. Il 90% di questa somma viene considerata di recupero difficile, se non impossibile dalla stessa Agenzia delle Entrate Riscossione. Si tratta di debiti che fanno capo a società e ditte individuali fallite, contribuenti nullatenenti, debitori irreperibili o deceduti. Alla fine, solo il 10%, circa 114 miliardi di euro.  Il tormentone in pieno luglio sulla pace fiscale ha scatenato ovviamente reazioni diverse nei palazzi romani della politica. Se per Matteo Salvini “l’obiettivo è liberare milioni di italiani in ostaggio del Fisco mostrando un volto dello Stato diverso da quello aggressivo e punitivo”, per il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, “il contrasto all’evasione non è volontà di perseguitare qualcuno, è un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che le tasse anno dopo anno le pagano”. Sulla stessa lunghezza d’onda il viceministro dell’Economia Maurizio Leo: “le tasse vanno pagate”. Sul fronte della opposizione politica, molteplici sono le voci contrarie alla tregua fiscale proposta dal leader leghista. Qualcuno parla di “caccia ai voti” in vista delle elezioni europee di primavera.  Il problema di fondo legato ai condoni, come più volte ha avvertito la Corte dei Conti, è “il minore introito di risorse finanziarie nelle casse dello Stato con il conseguente aumento dell’evasione stimolata dalle continue misure agevolative”. Un sistema perverso che si autoalimenta: più i contribuenti sono consapevoli di una sostanziale impunità, più si allarga la platea degli evasori, più il sistema dei condoni priva di risorse indispensabili e costringe a tagli di spese e servizi Stato, Regioni, Province e Comuni. Un costo insostenibile per l’intera comunità. E’ chiaro che sulla riscossione il sistema è andato in tilt, lo Stato ha permesso l’accumulo di milioni e milioni di cartelle per lunghi anni senza successo. La via d’uscita? La pax fiscale. L’inefficienza dello Stato al servizio dei furbetti. Vecchia storia in un Paese che ha praticato una lunga serie di condoni, concordati, scudi, rottamazioni, voluntary disclosure. Nulla di nuovo sotto il cielo del Belpaese, un copione più volte recitato. Una creatività normativa altrove sconosciuta. Se le discriminazioni sociali sono sempre detestabili, ancora di più lo è quella che divide i cittadini fra chi paga le tasse e chi le tasse le evade, o non le...

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MES, UNA STORIA INFINITA

Posted by on Lug 11, 2023 in Sull'Europa | Commenti disabilitati su MES, UNA STORIA INFINITA

MES, UNA STORIA INFINITA

La telenovela continua. Presentata dalla maggioranza parlamentare la sospensiva di quattro mesi per l’esame del disegno di legge di ratifica del Mes, per “maggiori approfondimenti”. “Tanto rumore per nulla”, a distanza di oltre quattro secoli rivive in Parlamento la brillante commedia di William Shakespeare. Una vicenda tragicomica come quella del travagliato iter di approvazione da parte dell’Italia della riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Certo, il Mes rievoca i fantasmi del passato, quelli della Grecia e della Troika, e getta ombre sul presente legate alla ristrutturazione del debito per i Paesi con finanza pubblica in sofferenza. Se l’Italia, unico Paese a non averlo ancora fatto, non ratifica il nuovo Trattato del Mes la riforma non potrà entrare in vigore il primo gennaio 2024. Rischiano di azzerarsi i suoi punti principali: l’attribuzione al Mes della funzione di garanzia nelle crisi bancarie, una sorta di paracadute finale (“backstop”) del fondo salva-banche Srf, e soprattutto la cancellazione delle “linee di credito precauzionali” per accedere alle risorse finanziarie del Mes, meno rigide e vessatorie rispetto alle contestatissime “condizionalità rafforzate”, del passato. Restano sul tappeto le forti criticità del meccanismo: la semplificazione delle “clausole di azione collettiva” da parte dei creditori di uno Stato per chiederne la ristrutturazione ordinata del debito, nonché il carattere intergovernativo del Mes, un organismo autonomo che non risponde al Parlamento europeo, fuori dalle istituzioni comunitarie. Un fondo privatistico, privo di controlli, esposto ai veti dei Parlamenti nazionali. Il Mes, una storia infinita. Una diatriba fra Italia e Bruxelles che da anni anima il dibattito politico e le interlocuzioni comunitarie. E’ stato il primo governo Conte (M5S e Lega) a respingere inizialmente l’approvazione. Il Conte II (M5S e PD), nel giugno 2019, raggiunse un accordo politico preliminare sulle proposte di modifica al Trattato che, grazie anche alla generosità del Recovery fund, si concretizzò nel voto a favore nell’Eurogruppo del gennaio 2021. Con Mario Draghi alla guida di Palazzo Chigi la strada per la ratifica parlamentare sembrava ormai in discesa, ma nella sua variegata compagine governativa non fu mai trovata una comune linea d’azione. E così la patata bollente della ratifica del Mes è finita nelle mani del nuovo inquilino di Palazzo Chigi: Giorgia Meloni. Alla vigilia del Consiglio europeo, la premier ha ribadito in Parlamento la linea politica del suo Governo: ”L’interesse dell’Italia è affrontare il negoziato sulla governance europea, prima ancora di una questione di merito, c’è una questione di metodo.” Chiaro il riferimento ai dossier aperti a livello comunitario: il Patto di stabilità, l’Unione bancaria, il Pnrr, l’escalation dei tassi d’interesse. In particolare, per il nuovo Patto di stabilità e i relativi parametri deficit-debito/Pil ci sono forti contrasti sulle future regole europee di bilancio per la riduzione del debito rapportata al taglio della spesa pubblica. Un tema delicato per la nostra finanza pubblica legato al capitolo dello spread: per rispondere alle spinte inflazionistiche, la BCE ha intrapreso un percorso di rialzo dei tassi d’interesse che sta mettendo sotto pressione il debito pubblico italiano, con ricadute sulla nostra economia. Ecco perché intorno alla riforma dell’ex fondo salva Stati, al quale l’Italia ha contribuito con un capitale sottoscritto di 125 mld di euro, c’è un reticolo complicato di questioni aperte. La premier Meloni vorrebbe usare il Mes come “strumento negoziale” per ottenere passi avanti sul Patto di stabilità (esclusione dai vincoli di bilancio delle spese per investimenti relativi a Pnrr, transizione energetica e digitale). L’Italia richiede maggiore flessibilità per trasformare il Mes da strumento per la protezione dalle crisi del debito sovrano e bancarie a un volano per gli investimenti e il sostegno contro le recessioni economiche. Un’impresa non facile...

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